Patire la trascendenza.
María Zambrano
di Davide
Miccione
Per
quanto riguarda l’Italia il destino di María
Zambrano potrebbe dai più essere considerato
beffardo: vissuta per anni a Roma senza che la sua fama
oltrepassasse "i felici pochi" e esclusa dalla
programmazione delle principali case editrici e dei
principali periodici, si trova adesso - a quasi vent’anni
dalla morte - a rappresentare magna pars della
filosofia spagnola nella nostra nazione. Infatti, a
fronte di un panorama di pensiero pur ricco e affascinante
come quello spagnolo, l’offerta della nostra editoria
appare in quest’ambito rapsodica e disarticolata.
La Zambrano invece spicca per il numero di libri editi,
per la loro collocazione nonché per la quantità
di studi monografici dedicati al suo pensiero e alla
sua figura.
Sulla delicata figura di María
Zambrano pesa dunque il destino di rappresentare una
tradizione di pensiero varia e articolata e pressoché
sconosciuta, a partire dal suo maestro Ortega, in Italia
da sempre troppo poco letto, per continuare con i suoi
colleghi orteghiani (Marias, Garagorri ecc.) e con quegli
autori a lei affini (penso a Bergamín) così
utili a identificarne la comune temperie. Il rischio
in questi casi è di considerare il pensatore
in modo scisso dalla sua tradizione, dalle sue radici,
decontestualizzandolo e spesso equivocandolo. In questi
anni a scongiurare questo pericolo ha dato un notevole
contributo l’opera di Armando Savignano, da tempo
intento a dragare le direttrici principali del pensiero
iberico e a isolarne le più o meno sotterranee
correnti di forza. Su questa linea storiografica (tendente
a una sempre più chiara consapevolezza della
matrice culturale e teoretica a cui il pensatore appartiene)
si colloca Nunzio Bombaci con questo attento volume,
non a caso presentato proprio dallo stesso Savignano,
dal titolo Patire la trascendenza. L’uomo
nel pensiero di María Zambrano, edito per
i tipi della Studium di Roma.
Per quanto rischi di passare per un
recensore poco politicamente corretto debbo confessare
di aver aperto il libro guidato da un quasi inconfessabile
pregiudizio positivo. Inconfessabile perché basato
sul genere (maschile) dell’autore della monografia.
Ovviamente la questione non è di misoginia (ché,
del resto, partendo da una comune ammirazione per la
Zambrano sarebbe piuttosto contraddittoria) quanto per
una probabilistica assicurazione che questo "dato
di genere" fornisce sul carattere del libro. Infatti
quel punto debole costituito dalla insufficiente contestualizzazione
cui prima si accennava soprattutto negli anni novanta
ha usato come leva preferenziale proprio l’identità
di genere. La pensatrice andalusa veniva perlopiù
strappata alla sua ricca tradizione linguistico-teoretica
(si pensi solo all’uso del linguaggio in Unamuno
o alla ragione narrativa di Ortega e si può intuire,
fatta salva la profonda originalità di sguardo
della Zambrano, la forza e la profondità dei
vicendevoli legami) e consegnata a una più labile
e vaga appartenenza di genere. Poesia, cuore, corpo:
i luoghi del pensiero di María Zambrano, ma anche
il risultato di una peculiare tradizione linguistica
e teoretica, diventavano altrettante stazioni di un
“viscerale” riconoscimento del femminile.
Non è poi un gran servizio: si prende quella
che è probabilmente la più radicale interprete
della Escuela de Madrid, colei che con più coraggio
sviluppa i temi del pensiero orteghiano, e se ne fa
una pensatrice femminista.
In Patire la trascendenza
tutto ciò non trova ricetto, e ciò non
stupisce giacché l’autore non sconta -
come pure spesso succede - una insufficiente conoscenza
del contesto, essendosi già misurato con la Spagna
e con María Zambrano attraverso un volume sul
rapporto tra la pensatrice andalusa e l’arte (mi
riferisco a La pietà e la luce. Maria Zambrano
dinanzi ai luoghi della pittura, Rubettino 2007).
María Zambrano viene dunque colta nella vastità
del suo pensiero, nella complessità delle sue
aperture filosofiche, nella varietà delle sue
ispirazioni. Il volume di Bombaci segue diacronicamente
l’opera cogliendo le dimensioni di novità
nel loro apparire. Una scelta che fa del libro (di là
dal titolo) una monografia generale e introduttiva apparentabile
a quel testo ormai classico di Carlo Ferrucci (Le
ragioni dell’altro, Dedalo 1995) per certi
versi ancora attuale grazie alla capacità di
penetrazione della sua scrittura mimetica. Patire
la trascendenza però riesce a darci conto
del confronto con la recente letteratura secondaria
sull’autrice e di indagare i rapporti con la cultura
di appartenenza. Il volume non è tuttavia riducibile
a una pur attenta disamina dell’attività
teorica di María Zambrano. Bombaci “taglia”
la purezza della sua analisi diacronica con sezioni
dedicate allo sviluppo di specifici temi spesso trascurati
negli approcci generalisti alla pensatrice, ad esempio
la questione della temporalità e la sua profonda
connessione con un tema per eccellenza zambraniano:
la nascita. L'Autore lavora a comparazioni tra pensatori,
quasi prove di dialogo fra tradizioni che egli annusa
come compatibili, estende l’opera della Zambrano
fino a farla entrare in contatto con una linea di pensiero
a lui con ogni evidenza assai cara, quella ebraica novecentesca
che da Rosenzweig giunge a Levinas. Del resto la citazione
buberiana che Bombaci riporta a pag. 68 («L’uomo
in carne e ossa non mette piede nella poderosa costruzione
logologica dell’idealismo») non potrebbe
tranquillamente attribuirsi alla stessa Zambrano? I
risultati sono a ogni modo interessanti (cito per tutti
il legame posto in luce tra il Medesimo levinasiano
e il poeta zambraniano) sebbene risentano del ridotto
spazio dedicato a queste “sperimentazioni”.
Ma è soprattutto la Spagna
che nel volume di Bombaci si mostra in tutta la sua
complessa identità. Per la Zambrano essa è
matrice di idee, giacimento di suggestioni, terra ingrata
e luogo verso cui guardare dall’esilio. Ma soprattutto
è questione, è oggetto da osservare, è
esperimento attraverso cui saggiare le proprie capacità
indagative, è un piccolo complesso mondo dove
trovare ciò che anima il più vasto mondo
fuori di là, su quella nutrita linea di anatomisti
dell’anima iberica (Azorin, Ganivet, ecc. ) che
Bombaci sembra maneggiare con una certa disinvoltura.
Più facile così cogliere le direttrici
di un pensiero filosoficamente “divergente"
da quel pensiero occidentale che «temendo di lasciarsi
contaminare da ciò che è estremamente
lontano dai Templa serena della teoresi, troppo spesso
ha ignorato “l’inferno” costituito
dalla profondità dell’uomo, dalle sue viscere»
(p. 12). La sensazione è che attraverso il rapporto
con la Spagna, mostrandoci le nuances delle
posizioni zambraniane nel vorticoso mutare degli eventi
iberici negli anni trenta, Bombaci ponga finalmente
al centro una lettura politica (in senso alto) dell’opera
di María Zambrano. L’attenzione della pensatrice
di Malaga per la singolarità non è infatti
ingenuamente vertente sulla pacifica unicità
degli individui ma coglie il dramma e la tragedia che
questa singolarità cela quando voglia salvare
se stessa. I recalcitranti, la storia sacrificale, l’apporto
di chi non si lascia riconciliare testimonia l’umano
più della composta armonia di voci perfettamente
accordate.
Da ciò nasce la pietà,
quel "sentimento della eterogeneità dell’essere".
Ma colei o colui che resiste è innanzitutto la
stessa Zambrano, da noi colta attraverso le pagine di
Bombaci nei rapporti con i suoi maestri, i suoi amici,
i suoi compagni di lotta politica e culturale, nella
sua complessa vocazione alla filosofia, tanto forte
quanto “perplessa”, nelle sue speranze e
delusioni per la classe politica e intellettuale, da
lei chiamata, quest’ultima, nientemeno che a «rompere
il mutismo del mondo» (p. 32) e a rompere quella
cappa di silenzio, affinché sia possibile dire
qualcosa sul rapporto tra verità e vita. A ciò
è nondimeno chiamata la filosofia considerata
nel suo aspetto di scrittura, di genere letterario,
di ricerca spinta a "scrivere ciò che non
si riesce a dire" come sostiene una "ironicamente
seria" giovane Zambrano. Ma leggendo questo libro
soprattutto, come sempre capita quando si legge la Zambrano
o chi, come in questo caso, sia disposto a seguirla
fino in fondo e dialogare e riflettere con essa, si
finisce con il chiedersi le ragioni profonde del filosofare
ma ancor più, non potendoci, proprio seguendo
il dettato della pensatrice andalusa, nascondere dietro
la presunta universalità e generalità
delle questioni, le ragioni profonde che animano ciascuno
di noi a ritenere che il pensiero e la scrittura non
siano una semplice, igienica, presa di distanza dalla
vita.
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