Per quanto riguarda l’Italia il destino di María
Zambrano potrebbe dai più essere considerato beffardo:
vissuta per anni a Roma senza che la sua fama oltrepassasse "i
felici pochi" e esclusa dalla programmazione delle principali
case editrici e dei principali periodici, si trova adesso — a
quasi vent’anni dalla morte — a rappresentare magna
pars della filosofia spagnola nella nostra nazione. Infatti,
a fronte di un panorama di pensiero pur ricco e affascinante come
quello spagnolo, l’offerta della nostra editoria appare
in quest’ambito rapsodica e disarticolata. La Zambrano invece
spicca per il numero di libri editi, per la loro collocazione
nonché per la quantità di studi monografici dedicati
al suo pensiero e alla sua figura.
Sulla delicata figura di María Zambrano pesa dunque il
destino di rappresentare una tradizione di pensiero varia e articolata
e pressoché sconosciuta, a partire dal suo maestro Ortega,
in Italia da sempre troppo poco letto, per continuare con i suoi
colleghi orteghiani (Marias, Garagorri ecc.) e con quegli autori
a lei affini (penso a Bergamín) così utili a identificarne
la comune temperie. Il rischio in questi casi è di considerare
il pensatore in modo scisso dalla sua tradizione, dalle sue radici,
decontestualizzandolo e spesso equivocandolo. In questi anni a
scongiurare questo pericolo ha dato un notevole contributo l’opera
di Armando Savignano, da tempo intento a dragare le direttrici
principali del pensiero iberico e a isolarne le più o meno
sotterranee correnti di forza. Su questa linea storiografica (tendente
a una sempre più chiara consapevolezza della matrice culturale
e teoretica a cui il pensatore appartiene) si colloca Nunzio Bombaci
con questo attento volume, non a caso presentato proprio dallo
stesso Savignano, dal titolo Patire la trascendenza. L’uomo
nel pensiero di María Zambrano, edito per i tipi della
Studium di Roma.
Per quanto rischi di passare per un recensore poco politicamente
corretto debbo confessare di aver aperto il libro guidato da un
quasi inconfessabile pregiudizio positivo. Inconfessabile perché
basato sul genere (maschile) dell’autore della monografia.
Ovviamente la questione non è di misoginia (ché,
del resto, partendo da una comune ammirazione per la Zambrano
sarebbe piuttosto contraddittoria) quanto per una probabilistica
assicurazione che questo "dato di genere" fornisce sul
carattere del libro. Infatti quel punto debole costituito dalla
insufficiente contestualizzazione cui prima si accennava soprattutto
negli anni novanta ha usato come leva preferenziale proprio l’identità
di genere. La pensatrice andalusa veniva perlopiù strappata
alla sua ricca tradizione linguistico-teoretica (si pensi solo
all’uso del linguaggio in Unamuno o alla ragione narrativa
di Ortega e si può intuire, fatta salva la profonda originalità
di sguardo della Zambrano, la forza e la profondità dei
vicendevoli legami) e consegnata a una più labile e vaga
appartenenza di genere. Poesia, cuore, corpo: i luoghi del pensiero
di María Zambrano, ma anche il risultato di una peculiare
tradizione linguistica e teoretica, diventavano altrettante stazioni
di un “viscerale” riconoscimento del femminile. Non
è poi un gran servizio: si prende quella che è probabilmente
la più radicale interprete della Escuela de Madrid, colei
che con più coraggio sviluppa i temi del pensiero orteghiano,
e se ne fa una pensatrice femminista.
In Patire la trascendenza tutto ciò non trova
ricetto, e ciò non stupisce giacché l’autore
non sconta — come pure spesso accade — una insufficiente
conoscenza del contesto, essendosi già misurato con la
Spagna e con María Zambrano attraverso un volume sul rapporto
tra la pensatrice andalusa e l’arte (mi riferisco a La
pietà e la luce. Maria Zambrano dinanzi ai luoghi della
pittura, Rubettino 2007). María Zambrano viene dunque
colta nella vastità del suo pensiero, nella complessità
delle sue aperture filosofiche, nella varietà delle sue
ispirazioni. Il volume di Bombaci segue diacronicamente l’opera
cogliendo le dimensioni di novità nel loro apparire. Una
scelta che fa del libro (di là dal titolo) una monografia
generale e introduttiva apparentabile a quel testo ormai classico
di Carlo Ferrucci (Le ragioni dell’altro, Dedalo
1995) per certi versi ancora attuale grazie alla capacità
di penetrazione della sua scrittura mimetica. Patire la trascendenza
però riesce a darci conto del confronto con la recente
letteratura secondaria sull’autrice e di indagare i rapporti
con la cultura di appartenenza. Il volume non è tuttavia
riducibile a una pur attenta disamina dell’attività
teorica di María Zambrano. Bombaci “taglia”
la purezza della sua analisi diacronica con sezioni dedicate allo
sviluppo di specifici temi spesso trascurati negli approcci generalisti
alla pensatrice, per es. la questione della temporalità
e la sua profonda connessione con un tema per eccellenza zambraniano:
la nascita. L'Autore lavora a comparazioni tra pensatori, quasi
prove di dialogo fra tradizioni che egli annusa come compatibili,
estende l’opera della Zambrano fino a farla entrare in contatto
con una linea di pensiero a lui con ogni evidenza assai cara,
quella ebraica novecentesca che da Rosenzweig giunge a Levinas.
Del resto la citazione buberiana che Bombaci riporta a pag. 68
(«L’uomo in carne e ossa non mette piede nella poderosa
costruzione logologica dell’idealismo») non potrebbe
tranquillamente attribuirsi alla stessa Zambrano? I risultati
sono a ogni modo interessanti (cito per tutti il legame posto
in luce tra il Medesimo levinasiano e il poeta zambraniano) sebbene
risentano del ridotto spazio dedicato a queste “sperimentazioni”.
Ma è soprattutto la Spagna che nel volume di Bombaci si
mostra in tutta la sua complessa identità. Per la Zambrano
essa è matrice di idee, giacimento di suggestioni, terra
ingrata e luogo verso cui guardare dall’esilio. Ma soprattutto
è questione, è oggetto da osservare, è esperimento
attraverso cui saggiare le proprie capacità indagative,
è un piccolo complesso mondo dove trovare ciò che
anima il più vasto mondo fuori di là, su quella
nutrita linea di anatomisti dell’anima iberica (Azorin,
Ganivet, ecc. ) che Bombaci sembra maneggiare con una certa disinvoltura.
Più facile così cogliere le direttrici di un pensiero
filosoficamente “divergente" da quel pensiero occidentale
che «temendo di lasciarsi contaminare da ciò che
è estremamente lontano dai Templa serena della teoresi,
troppo spesso ha ignorato “l’inferno” costituito
dalla profondità dell’uomo, dalle sue viscere»
(p. 12). La sensazione è che attraverso il rapporto con
la Spagna, mostrandoci le nuances delle posizioni zambraniane
nel vorticoso mutare degli eventi iberici negli anni trenta, Bombaci
ponga finalmente al centro una lettura politica (in senso alto)
dell’opera di María Zambrano. L’attenzione
della pensatrice di Malaga per la singolarità non è
infatti ingenuamente vertente sulla pacifica unicità degli
individui ma coglie il dramma e la tragedia che questa singolarità
cela quando voglia salvare se stessa. I recalcitranti, la storia
sacrificale, l’apporto di chi non si lascia riconciliare
testimonia l’umano più della composta armonia di
voci perfettamente accordate.
Da ciò nasce la pietà, quel "sentimento della
eterogeneità dell’essere". Ma colei o colui
che resiste è innanzitutto la stessa Zambrano, da noi colta
attraverso le pagine di Bombaci nei rapporti con i suoi maestri,
i suoi amici, i suoi compagni di lotta politica e culturale, nella
sua complessa vocazione alla filosofia, tanto forte quanto “perplessa”,
nelle sue speranze e delusioni per la classe politica e intellettuale,
da lei chiamata, quest’ultima, nientemeno che a «rompere
il mutismo del mondo» (p. 32) e a rompere quella cappa di
silenzio, affinché sia possibile dire qualcosa sul rapporto
tra verità e vita. A ciò è nondimeno chiamata
la filosofia considerata nel suo aspetto di scrittura, di genere
letterario, di ricerca spinta a "scrivere ciò che
non si riesce a dire" come sostiene una "ironicamente
seria" giovane Zambrano. Ma leggendo questo libro soprattutto,
come sempre capita quando si legge la Zambrano o chi, come in
questo caso, sia disposto a seguirla fino in fondo e dialogare
e riflettere con essa, si finisce con il chiedersi le ragioni
profonde del filosofare ma ancor più, non potendoci, proprio
seguendo il dettato della pensatrice andalusa, nascondere dietro
la presunta universalità e generalità delle questioni,
le ragioni profonde che animano ciascuno di noi a ritenere che
il pensiero e la scrittura non siano una semplice, igienica, presa
di distanza dalla vita.