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María Zambrano
e il dono della parola
di Nunzio
Bombaci
Silvano
Zucal è studioso che da alcuni lustri esplora
il pensiero dialogico, segnatamente di area tedesca,
contribuendo a porre in luce la ricchezza di risorse
teoriche che vi sono insite per quanto attiene alla
riflessione sulla parola. Da ultimo, la sua
ricerca ha rinvenuto nuovi motivi di interesse nello
studio di María Zambrano, autrice tutt’altro
che facilmente ascrivibile a un determinato indirizzo
di pensiero e che comunque ha offerto un significativo
contributo a tale riflessione.
L’itinerario intellettuale dello
studioso, segnato dalla scoperta di un “ruminatore
della parola” (Bedenker des Wortes) quale
Ferdinand Ebner, lo ha condotto a cogliere le suggestioni
provenienti dalla ruminatio della parola proposta
dalla filosofa andalusa, maturata in un clima culturale
affatto diverso. La venerazione per la parola, restituita
all’innocenza e alla levità originaria
– per la parola “liberata dal linguaggio”
- al di qua di ogni irrigidimento a segno denotativo
di un concetto, anima tutta l’opera dell’autrice.
Se si pone attenzione all’eccedenza, presente
nel suo pensiero, della parole rispetto alla
langue, del dire proprio della parola
autentica rispetto al detto quale mera concatenazione
di concetti tendenti alla univocità dei linguaggi
formalizzati e dei segni matematici, può avere
una qualche legittimità quanto affermato da Franco
Volpi, ovvero che la filosofa di Vélez-Málaga
si rivela più “signora della parola”
che “amica del concetto”. In fondo, l’autrice
intende oltrepassare l’ambito in cui viene elaborato
il concetto, per accedere a “più respirabil
aere”, ovvero al luogo ove si concepisce, prima
del concetto, la parola che è “solitudine
sonora” proveniente da remoti “nidi di silenzio”.
Il volume Il dono della parola
vale a colmare una lacuna nella pur notevole mole di
saggi critici sul pensiero di María Zambrano
pubblicati in Italia. Sinora la letteratura secondaria,
infatti, aveva rivolto l’attenzione, piuttosto
che alla riflessione sulla parola, prevalentemente ad
altri nuclei teorici comunque di indiscutibile rilevanza
nel suo pensiero, quali la concezione della ragione
poetica o la fecondità di questa nell’interpretazione
delle opere letterarie e artistiche, il rapporto tra
il sacro e il divino, la luce, la passività,
la compassione. Su buona parte di questi temi, peraltro,
si rinvengono nel volume riflessioni pregevoli ancorché
non sistematiche. In particolare, al rapporto tra il
sacro e il divino è dedicato un denso capitolo,
che ha in sé la compiutezza di un saggio.
Il libro attesta come lo studio della
cristologia filosofica di Ebner abbia reso l’autore
del volume particolarmente attento a cogliere il significato
cristologico di alcune pagine zambraniane nelle quali
i riferimenti al Cristo, allusivi fino ad essere criptici,
non di rado possono essere scorti soltanto dal lettore
più avvertito. Al contempo, la familiarità
con la pneumatologia ebneriana lo induce a soffermarsi
sulle considerazioni proposte dall’autrice riguardo
alle diverse declinazioni del linguaggio, quali il dialogo,
l’orazione, l’invocazione, il motto popolare,
il canto. Né vengono trascurati i modi apparentemente
difettivi della parola, quali il balbettio (che in María
Zambrano, come in Martín Buber, assume una peculiare
valenza veritativa), e quelli che risultano più
ostici all’analisi condotta dalla ragione discorsiva,
propri del delirio e del sogno. Il volume costituisce
il frutto maturo di un assiduo confronto non solo con
L’uomo e il divino, l’opera più
nota dell’autrice, ma anche con gli epistolari
- segnatamente quelli con la poetessa venezuelana Reyna
Rivas e con il teologo valenciano Augustín Andreu
– e con gli scritti più tardi ed “ermetici”,
quali Chiari del bosco, I beati, Dell’aurora.
In queste opere la ragione poetica, che l’autrice
fin dai primi anni dell’esilio ha eletto quale
organon del suo pensiero, giunge ai suoi esiti più
significativi sul piano teoretico e, al contempo, trova
pienamente il suo peculiare timbro espressivo. Qui l’argomentare
del saggio filosofico cede il posto a un periodare talora
lussureggiante talaltra brachilogico – che ricorda
a tratti lo stile disuguale del suo conterraneo e amato
Seneca – ove affiorano geniali intuizioni su nuclei
teorici quali la luce, il tempo, il silenzio e, appunto,
la parola.
L’uomo è costituito mediante
la parola e in essa, la Parola che era in principio,
secondo il prologo giovanneo. L’attenzione dell’autrice
è rivolta alla riscoperta di una “parola
sorgiva, aurorale, talora oracolare, sempre attenta
al bisogno famelico dell’altro di incrociare finalmente
nel vocío verbale dominante un’isola di
autenticità nel dire”. La sua opera, in
una visione complessiva, può essere considerata
“una vera e propria scuola della parola, un inedito
itinerario di iniziazione alla parola, una singolare
forma di logoterapia” (p. 1). E non è chi
non veda che, oggi non meno che ai tempi in cui ella
scrive, l’uomo ha un profondo bisogno, per quanto
non ne sia sempre consapevole, di una scuola siffatta.
Invero, proprio la deriva della parola - nelle forme
più svariate, quali lo svilimento, la massificazione,
il suo degradare a slogan ideologico, a stereotipo o
persino a turpiloquio – è una delle più
significative espressioni della crisi spirituale in
cui versa l’uomo. È, questo, un uomo la
cui facondia, quanto mai proclive al chiacchiericcio
e alla insignificanza del “si dice”, altro
non è che revelatio sub contrario della
perdita del “senso per la parola”, della
compromissione di quella facoltà spirituale che
lo rende, in una natura ubiquitariamente “muta”,
l’unico uditore e facitore di
parola. È un uomo alla cui raffinata competenza
linguistica nella terminologia tecnica e scientifica
fa da contrappunto la grande difficoltà a dare
nome alle diverse modalità del sentire,
di quel sentire antecedente ogni riflessione che per
María Zambrano costituisce il nucleo intangibile
della soggettività. Un uomo siffatto non sa quasi
parlare più “con il cuore in mano”
né esprimere ciò che davvero “gli
sta a cuore”.
In sintesi, il tipo antropologico
più rappresentativo del Novecento patisce l'"ermetismo
della vita profonda", l’incapacità
di confessarsi a se stessi e agli altri che costringe
le viscere dell’umano a una condizione
infernale, rendendole sempre più “rancorose”.
Come pone in rilievo l’autrice, l’uomo dell’ultimo
scorcio della modernità, testimone dell’“eclissi
della parola”, incapace di “pesare le parole”
discernendone il diverso valore di verità, è
rimasto non di rado vittima della trappola tesa dalle
parole martellanti delle ideologie totalitarie. Nel
perdurare della crisi della parola, le ideologie hanno
avuto buon gioco nell’affascinare le masse, e
il Novecento europeo ha conosciuto l’esperienza
inedita dei totalitarismi, ultima maschera assunta di
quella “storia sacrificale” che richiede
incessantemente sempre nuovi carnefici e vittime. Si
tratta, comunque, del secolo che ha visto albeggiare
la possibilità di forme di convivenza che prefigurano
la “storia etica” nel cui avvento l’autrice
pur spera. È questa la storia in cui si realizza
una convivenza che richiede il ripristino della fiducia
nella parola. Soltanto allora l’uomo non sarà
più il trastullo dell’astuzia della ragione
o la vittima degli apparati oppressivi di stati e istituzioni
impersonali. Potrà e dovrà deporre la
maschera che ha indossato nei tempi della storia sacrificale,
allorché ha dissimulato la sua realtà
più profonda assumendo le pose del personaggio
– “entropia della persona” - per poter
sopravvivere. Potrà, allora vivere nella democrazia
che gli consentirà infine di essere ciò
che è, ovvero persona.
Il pensiero dell’autrice vuole
proporsi come guida all’uomo del suo
tempo, più che mai perplesso e come
stordito dalla sovrabbondanza di possibilità
che la vita gli propone . Esso testimonia la possibilità
di un cammino iniziatico che, soprattutto nel patire
sino in fondo le situazioni-limite dell’esistenza,
conduca l’uomo del Novecento oltre la crisi e,
vincendo l’ermetismo della vita profonda, lo porti
a confessarsi, a proferire di nuovo la parola in grado
di costituire il rapporto con l’altro: la “santa
parola fondamentale” nella terminologia di Buber,
la “parola giusta”, direbbe Ebner, “la
parola esatta con il tono giusto”, come scrive
María Zambrano, avvalendosi di reminiscenze di
testi sacri dell’antico Egitto.
Per oltrepassare la crisi non può
bastare il dispiegamento delle risorse di pensiero,
né si rilevano adeguate le terapie proposte da
teorie che, come il freudismo, testimoniano il male
ma restano ben all’interno di esso. Una radicale
metánoia è richiesta all’uomo occidentale,
chiamato a riconoscere quel legame con il sacro che,
nel corso di molti secoli, aveva tentato di rescindere,
a deporre l’insana frenesia che, nell’imitazione
del Dio creatore e nell’oblio del Lógos
consegnatosi “in pasto agli uomini”, lo
ha condotto a creare innumerevoli forme di vita per
poi distruggerle. L’uomo è chiamato dunque
a creare un vuoto, una cavità di silenzio nella
sua soggettività ipertrofica per potere, come
Maria di Nazareth, accogliere dentro di sé, nella
passività radicale che è grembo incomparabile
di generatività, il Verbo che, proprio nella
passività, “discende”. Il Figlio
stesso, parola incarnata, ha sperimentato la kenosi
per reintegrare l’uomo nella piena capacità
di udire la parola “liberata dal linguaggio”
e di proferire, pur nella frantumazione dell’esistenza,
“la parola giusta”.
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