Questo piccolo volume mette in atto un acceso e interessante confronto
tra il cardinale e filosofo Angelo Scola e lo scrittore ateo Paolo
Flores d’Arcais, direttore di "MicroMega". Il
tema, sempre attuale, è il rapporto fede/ragione. Il testo,
trascrizione di un incontro avvenuto alla Scuola Normale di Pisa,
è costituito da due relazioni iniziali — una per ciascun
autore — cui fa seguito il dibattito; e infine vi sono due “post-scriptum”.
Paolo Flores d’Arcais è noto per le sue posizioni
atee di carattere razionalista e neo-illuminista. La tesi che
ribadisce è quella della «incompatibilità
di fede e ragione» (14), «aut fides aut ratio»
(16), nella «convinzione che tutto si gioca qui, nell’orizzonte
finito della nostra esistenza» (15). Egli si colloca in
un orizzonte in cui la ragione è intesa «nel senso
più ristretto e storicamente determinato di ragione logico-empirico-scientifica»
(16), basata «sulla validità degli “accertamenti”
scientifici e sull’uso delle regole logiche nel corso di
un’argomentazione» (17). Dal punto di vista di questa
ragione, secondo Flores, «sulla base di ricostruzioni scientifiche
straordinariamente corroborate, abbiamo ormai avuto risposta alle
grandi domande metafisiche del passato: chi siamo da dove veniamo
(e in un certo senso perfino: che cosa possiamo sperare)»
(18): «siamo delle scimmie modificate», «veniamo
dall’intera storia dell’evoluzione, cosmica e poi
terrestre» (20) e «sappiamo almeno in modo definitivo
che non si può sapere dove andiamo» (19) poiché
è il caso a caratterizzare la storia. L’etica non
è altro che una necessità biologica poiché
«l’indebolimento degli istinti contiene il rischio
di comportamenti caotici» (21). In questa prospettiva è
inutile ogni ipotesi Dio: sulla base infatti del principio del
"rasoio di Ockham" «in un argomentare razionale
non si deve avanzare nessuna ipotesi superflua, se gli elementi
che abbiamo esaminato come "cause" già spiegano
i fenomeni di cui vogliamo dar conto» e «se si vuole
ipotizzare qualcosa di più bisogna essere in grado di dimostrarlo»
(24) e dimostrarlo sulla base di «dati empirici» (25).
Egli contesta conseguentemente chi afferma kantianamente che l’ipotesi
Dio, pur non dimostrabile, resta non esclusa: «Non
basta dire che non è esclusa dai dati scientifici di cui
disponiamo. È esclusa, infatti, dal rasoio di Ockham, a
meno di dimostrazione in contrario. Altrimenti dovremmo "non
escludere" per esempio l’esistenza dei vampiri»
(24). La conclusione è sulle conseguenze politiche della
fede: «Una Fede che si pretenda Ragione costituisce una
minaccia permanente alla convivenza di tipo democratico»
(27), mentre se «la fede si riconosce come follia rispetto
alla ragione, come ir-razionale, non può certo pretendere
di imporre questa sua follia erga omnes» (28).
Il card. Angelo Scola cerca di aprire qualche breccia nella ragione
logico-empirico-scientifica sostenuta dall'interlocutore. Afferma
che tale razionalità riconosce «solo il finito»,
quindi secondo essa non si possono trovare «risposte alle
questioni Dio, immortalità, male, giustizia», anzi — citando Wittgenstein — «su queste questioni si deve tacere»,
perché è proprio di questa ragione atea la «rinuncia
radicale alla domanda sul senso» (36). Tuttavia sottolinea
che sono in gioco qui due piani distinti — da una parte le questioni
del senso, dall’altra la scienza e il mondo empirico-finito — sicché «anche chi afferma di negare l’esistenza
di Dio non riesce a inferire che Dio non esiste» (33). Sulle
conseguenze politiche della fede Scola sostiene l’istituto
democratico quale «procedura consensuale di decisione pattuita»
(46) per la quale è essenziale l’«effettivo
dibattito pubblico democratico» (47) nel quale i credenti
sono chiamati a dare il proprio contributo (cf. anche oltre, 78-79).
In sede di dibattito Flores ribadisce il proprio concetto di
ragione empirico-scientifica contro l’heideggerismo che
opta per «un "pensare" che abbassa la scienza
a mera "esattezza"» al punto che «la scienza
non pensa» (58). Alla domanda sull’essere occorre
contrapporre l’ente finito nella sua concretezza empirica:
«perché l’essere e non piuttosto l’ente?»
(59). Dio va collocato al di fuori degli enti, quindi di esso
non si può parlare se non nel silenzio: Dio «può
costituire un’esperienza personale […] ma nella forma
di esperienza assolutamente verticale, l’esperienza di un
mistico assolutamente coerente, cioè del mistico che non
ci ha lasciato nessuna testimonianza» (70). Nel post-scriptum
inoltre rifiuta la rilevanza filosofica della nozione di senso
che resta non accertabile, in favore invece della nozione di verità
accertabile con gli strumenti della logica e della scienza empirica
(84). Scola ribadisce e chiarisce in modo preciso la propria posizione
nel post-scriptum, ponendo la domanda-chiave di tutto il confronto:
«L’orizzonte della ragione umana oltrepassa o no l'orizzonte
della ragione scientifica?» (89). La «tecnoscienza»
può scoprire soltanto «ulteriori stati di cose»
ma non l'«ulteriorità di senso». E ridurre
la ragione umana all’orizzonte della tecnoscienza è
una forma di «riduzionismo» scientista «fondato
su una triplice ingiustificata identificazione "ciò
che è" è "ciò che è conoscibile";
"ciò che è conoscibile" è "ciò
che è conoscibile scientificamente"; "ciò
che è conoscibile scientificamente" è "ciò
che è conoscibile mediante la scienza empirica"»
col risultato che «solo le scienze, e in specie quelle empirico-sperimentali,
ci danno la conoscenza di ciò che è». Contro
questo riduzionismo Scola avanza la proposta di una ragione più
ampia, sulla scia di Benedetto XVI e citando Aristotele, Maritain,
Lonergan: «Esistono forme di razionalità differenti
dalla razionalità scientifica. Il logos umano,
infatti, pur essendo uno, si esercita ed è produttivo secondo
plurime forme teoriche, pratiche ed espressive […] che oggi
possiamo identificare in almeno cinque forme differenziate e irriducibili
di razionalità […]: teorico-scientifica (scienza),
teorico-speculativa (filosofia/teologia), pratico-tecnica (tecnologia),
pratico-morale (etica) e teorico-pratico-espressiva (poetica).
Per questo Benedetto XVI molto opportunamente non cessa di invocare
il rispetto dell’ “ampiezza” della ragione,
articolata nella pluralità delle sue capacità e
funzioni […] pena la caduta nella frammentazione del senso» (90).
La questione del rapporto fede/ragione, come ben emerge in questo
testo, è in ultima analisi da ricondurre a una questione
ben più ampia: «Quale ragione?».