Massimo Cacciari ci ha abituato a testi di grande altezza speculativa
e l'ultimo saggio pubblicato per Adelphi, dall'evocativo titolo
Hamletica, rientra a buon diritto tra questi. I "luoghi"
del pensiero occidentale che Cacciari tocca in questo saggio tripartito — Amleto, Kafka, Beckett — sono inusuali per la classica
speculazione teoretica incentrata sui grandi temi della libertà,
dell'agire e del pensare il Presupposto. L’Autore sin dalle
prime battute chiarisce il percorso: «Dal to do,
dall'agire che ancora sembra poter "decidere", pur nell'universale
insecuritas di Amleto, all'agire smarrito, s-viato
di K. nel Castello, che perviene all'immagine paradossale
dell'intrascendibilità della propria stessa "in-compiutezza",
a quello esausto, e perciò stesso inesauribile, di Beckett».
Amleto «non agisce che dubitando del senso del suo agire»:
l'essenza umana è storica e pertanto ogni to do,
ogni attuarsi, non potrà che essere incatenato
al passato. L'agire umano abita questo paradosso: volersi libero
di decidere significa lottare con il proprio essere gettato,
con i nessi e i fatti che dal passato ci investono. Non ci è
dato agire se non a partire da questo compromesso con
il mondo. Tuttavia questo vedere faccia a faccia il mondo
è esso stesso frutto di un'azione, ossia della decisione
di affrontarlo: il nostro ek-sistere «può
apparire così difficile e tormentoso da indurci o "sedurci"
al non fare, a decidere di "secedere" dal fare».
Amleto probabilmente avrebbe vissuto proprio in quell'apatheia
della non decisione poiché dopotutto non ambiva alla corona
né mostrava particolare interesse agli studi durante il
soggiorno alla "bruniana" Wittenberg. L'agire umano
non può quindi che fare i conti con l'ordine dei fatti,
da cui Amleto muove «per scardinarne, invano, la sovranità»;
movimento opposto per l'agrimensore K. del Castello di
Kafka, che «muove per comprendere e partecipare a un "sistema"
che gli rimane impenetrabile».
Eppure accade che il passato investa Amleto, lo chiami
alla necessità di agire. Egli è risvegliato e come
il prigioniero della caverna platonica è ora pronto
alla risalita verso le ragioni prime, è ora pronto a interrogarsi
intorno alle possibilità del proprio to do. Il
nesso tra il passato che ci attanaglia, ci afferra e talvolta
ci chiama («chi è quel tempo che diciamo
passato, e che invece insiste qui, dentro la casa, più
ossessivamente presente di chiunque vi abiti?») e l'agire,
l'attuarsi, è ora messo in discussione. Dal punto di vista
di Cacciari il dramma di Amleto non è tanto l'accettare
la catena degli eventi né la questione del "come agire"
(Hegel) bensì riguarda la possibilità stessa dell'azione:
«Amleto dubita di poter decidere poiché comprende
di ignorare essenzialmente il passato, che lega comunque ogni
decisione, proprio nel momento in cui il padre glielo rivela.
È in quel momento fatale che sorge la domanda: chi
chiama?». Chi è questo spettro che, nell'invocare
e supplicare un mortale manifesta tutta la propria insecuritas?
Amleto vuole af-fidarsi a questo spettro, simbolo di un passato
che esige un continuum, non una redenzione, e ora ha
bisogno di nuove immagini, nuove evidenze che lo rassicurino.
Amleto indugia. Il pensiero appare sempre un passo indietro all'azione:
avvolge, fa volumen e non sa agire, de-cidere. Il pensiero
mai potrà aderire all'azione. Ma lo spettro chiama Amleto
all'atto, all'abbandono e all'obbedienza, alla decisione pura:
non resterà per Amleto, che rappresentare, recitare, to
act. Amleto allora scende nei diversi ruoli e persino il
morire sarà solo un crepare.
Nella lettura cacciariana della tragedia di Shakespeare, ciò
che affiora — ma che sino a ora non è stato volutamente
tematizzato — è il dramma della libertà. Anche
K, l'agrimensore, lotta come Amleto; anzi vorrebbe realmente lottare
ma non può, perché nessuno lo chiama, neanche il
proprio passato; l'agrimensore è giunto ora dinanzi al
castello ma è solo: «K. è stato mosso da nostalgia
nell'andare? Perché allora vuole "interrompere"
il suo destino? Aveva quel villaggio come sua mèta? Perché
allora ne ignora così palesemente il "linguaggio"?
È stato chiamato? Ma se obbediva a un ordine,
perché insiste nel proclamare la propria libertà?».
Cacciari sottolinea come la libertà passi per l'essere
riconosciuto da un Tu che chiama. Ecco perchè K. vorrebbe
esser chiamato, ma il Nomos, l'ethos, il castello
lo ignora e persino lo lascia fare, lo lascia agire nei campi.
Ma di quale ordine lo straniero e impotente
K vorrebbe abbattere l'indifferenza — anche fisica: «Nulla
è lontano e nulla è prossimo» — ? Altra
immagine straordinaria è appunto lo Schloss, a
cui Cacciari dedica varie pagine sia perché lì si
gioca la vicenda stessa dell'agrimensore. sia per il rimando a
tutta la tradizione mistica, a suo avviso fondamentale per leggere
Kafka: «Il castello, per quanto composita e complessa ne
appaia la figura, rimane luogo che accoglie, simbolo dell'edificio
dell'anima», il cui «centro è “conquistabile”
soltanto se muore l'uomo vecchio dominato dalla volontà
di conquista, se sul volto di quest'ultimo scende la “noche
oscura”». Ma tra i cittadini del castello e il centro
non pare esserci alcuna differenza, è difatti una «Führung
ohne Führer» (Schmitt) e ogni cittadino, ogni moradas,
ogni rapporto appaiono Altri: «Il suo [del castello] Nomos
risulta oramai illeggibile all'interrogare dell'Io divenuto oramai
straniero a se stesso».
Amleto agisce all'interno di una comunità che, per quanto
discutibile, appare come il contesto entro cui il protagonista
è necessitato a lottare, benché preferirebbe ritirarsi.
L'agrimensore K. osserva l'ordine del castello e vorrebbe entrarvi
perché comprende come esso sia l'orizzonte necessario per
l'accadere di un'autentica relazione, ossia, ancora, per affermarsi
finalmente libero. In Beckett, invece, storia e comunità
scompaiono. Manca anche il chi del tempo poiché
esso è mero Chronos e allora scompare persino
la relazione con il passato, con se stessi. Nella solitudine,
di fatto, «non si è mai veramente soli, ma sempre
in relazione polemica con quel Presupposto» ed è
proprio, quella relazione lì, ossia la potenza della
solitudine, ad aprire la tragedia di Amleto o il naufragio
di K.. I personaggi di Beckett recitano (to act) e non
esprimono altro che l'in-compiuta e im-possibile felicità.
Il comico salva allora un'attesa particolare, un'attesa
«povera, svuotata da ogni significato», poiché
il riso di fatto «custodisce lo scandalo di essere infelice
dal ricorrente assalto di ideologie, visioni del mondo, teodicee
secolarizzate». Im-possibile felicità a cui le nostre
parole non possono che far cenno, “aspettando”, esausti,
Godot.