Massimo Cacciari, Hamletica
di Andrea
Fiamma
Massimo
Cacciari ci ha abituato a testi di grande altezza speculativa
e l'ultimo saggio pubblicato per Adelphi, dall'evocativo
titolo Hamletica, rientra a buon diritto tra
questi. I "luoghi" del pensiero occidentale
che Cacciari tocca in questo saggio tripartito –
Amleto, Kafka, Beckett – sono inusuali per la
classica speculazione teoretica incentrata sui grandi
temi della libertà, dell'agire e del pensare
il Presupposto. L’Autore sin dalle prime battute
chiarisce il percorso: «Dal to do, dall'agire
che ancora sembra poter "decidere", pur nell'universale
insecuritas di Amleto, all'agire smarrito,
s-viato di K. nel Castello, che perviene
all'immagine paradossale dell'intrascendibilità
della propria stessa "in-compiutezza", a quello
esausto, e perciò stesso inesauribile, di Beckett».
Amleto «non agisce che dubitando
del senso del suo agire»: l'essenza umana è
storica e pertanto ogni to do, ogni attuarsi,
non potrà che essere incatenato al passato. L'agire
umano abita questo paradosso: volersi libero di decidere
significa lottare con il proprio essere gettato,
con i nessi e i fatti che dal passato ci investono.
Non ci è dato agire se non a partire da questo
compromesso con il mondo. Tuttavia questo vedere
faccia a faccia il mondo è esso stesso frutto
di un'azione, ossia della decisione di affrontarlo:
il nostro ek-sistere «può apparire
così difficile e tormentoso da indurci o "sedurci"
al non fare, a decidere di "secedere" dal
fare». Amleto probabilmente avrebbe vissuto proprio
in quell'apatheia della non decisione poiché
dopotutto non ambiva alla corona né mostrava
particolare interesse agli studi durante il soggiorno
alla "bruniana" Wittenberg. L'agire umano
non può quindi che fare i conti con l'ordine
dei fatti, da cui Amleto muove «per scardinarne,
invano, la sovranità»; movimento opposto
per l'agrimensore K. del Castello di Kafka,
che «muove per comprendere e partecipare a un
"sistema" che gli rimane impenetrabile».
Eppure accade che il passato investa
Amleto, lo chiami alla necessità di
agire. Egli è risvegliato e come il prigioniero
della caverna platonica è ora pronto alla risalita
verso le ragioni prime, è ora pronto a interrogarsi
intorno alle possibilità del proprio to do.
Il nesso tra il passato che ci attanaglia, ci afferra
e talvolta ci chiama («chi è quel
tempo che diciamo passato, e che invece insiste qui,
dentro la casa, più ossessivamente presente di
chiunque vi abiti?») e l'agire, l'attuarsi, è
ora messo in discussione. Dal punto di vista di Cacciari
il dramma di Amleto non è tanto l'accettare la
catena degli eventi né la questione del "come
agire" (Hegel) bensì riguarda la possibilità
stessa dell'azione: «Amleto dubita di poter decidere
poiché comprende di ignorare essenzialmente il
passato, che lega comunque ogni decisione, proprio nel
momento in cui il padre glielo rivela. È in quel
momento fatale che sorge la domanda: chi chiama?».
Chi è questo spettro che, nell'invocare e supplicare
un mortale manifesta tutta la propria insecuritas?
Amleto vuole af-fidarsi a questo spettro, simbolo di
un passato che esige un continuum, non una
redenzione, e ora ha bisogno di nuove immagini, nuove
evidenze che lo rassicurino. Amleto indugia. Il pensiero
appare sempre un passo indietro all'azione: avvolge,
fa volumen e non sa agire, de-cidere. Il pensiero
mai potrà aderire all'azione. Ma lo spettro chiama
Amleto all'atto, all'abbandono e all'obbedienza, alla
decisione pura: non resterà per Amleto,
che rappresentare, recitare, to act. Amleto
allora scende nei diversi ruoli e persino il morire
sarà solo un crepare.
Nella lettura cacciariana della tragedia
di Shakespeare, ciò che affiora – ma che
sino a ora non è stato volutamente tematizzato
– è il dramma della libertà. Anche
K, l'agrimensore, lotta come Amleto; anzi vorrebbe realmente
lottare ma non può, perché nessuno lo
chiama, neanche il proprio passato; l'agrimensore è
giunto ora dinanzi al castello ma è solo: «K.
è stato mosso da nostalgia nell'andare? Perché
allora vuole "interrompere" il suo destino?
Aveva quel villaggio come sua mèta? Perché
allora ne ignora così palesemente il "linguaggio"?
È stato chiamato? Ma se obbediva a un
ordine, perché insiste nel proclamare la propria
libertà?». Cacciari sottolinea come la
libertà passi per l'essere riconosciuto da un
Tu che chiama. Ecco perchè K. vorrebbe esser
chiamato, ma il Nomos, l'ethos, il
castello lo ignora e persino lo lascia fare, lo lascia
agire nei campi. Ma di quale ordine lo straniero
e impotente K vorrebbe abbattere l'indifferenza
– anche fisica: «Nulla è lontano
e nulla è prossimo» – ? Altra immagine
straordinaria è appunto lo Schloss,
a cui Cacciari dedica varie pagine sia perché
lì si gioca la vicenda stessa dell'agrimensore.
sia per il rimando a tutta la tradizione mistica, a
suo avviso fondamentale per leggere Kafka: «Il
castello, per quanto composita e complessa ne appaia
la figura, rimane luogo che accoglie, simbolo dell'edificio
dell'anima», il cui «centro è “conquistabile”
soltanto se muore l'uomo vecchio dominato dalla volontà
di conquista, se sul volto di quest'ultimo scende la
“noche oscura”». Ma tra i cittadini
del castello e il centro non pare esserci alcuna differenza,
è difatti una «Führung ohne Führer»
(Schmitt) e ogni cittadino, ogni moradas, ogni
rapporto appaiono Altri: «Il suo [del castello]
Nomos risulta oramai illeggibile all'interrogare
dell'Io divenuto oramai straniero a se stesso».
Amleto agisce all'interno di una comunità
che, per quanto discutibile, appare come il contesto
entro cui il protagonista è necessitato a lottare,
benché preferirebbe ritirarsi. L'agrimensore
K. osserva l'ordine del castello e vorrebbe entrarvi
perché comprende come esso sia l'orizzonte necessario
per l'accadere di un'autentica relazione, ossia, ancora,
per affermarsi finalmente libero. In Beckett, invece,
storia e comunità scompaiono. Manca anche il
chi del tempo poiché esso è mero
Chronos e allora scompare persino la relazione
con il passato, con se stessi. Nella solitudine, di
fatto, «non si è mai veramente soli, ma
sempre in relazione polemica con quel Presupposto»
ed è proprio, quella relazione lì, ossia
la potenza della solitudine, ad aprire la tragedia
di Amleto o il naufragio di K.. I personaggi di Beckett
recitano (to act) e non esprimono altro che
l'in-compiuta e im-possibile felicità. Il comico
salva allora un'attesa particolare, un'attesa «povera,
svuotata da ogni significato», poiché il
riso di fatto «custodisce lo scandalo di essere
infelice dal ricorrente assalto di ideologie, visioni
del mondo, teodicee secolarizzate». Im-possibile
felicità a cui le nostre parole non possono che
far cenno, “aspettando”, esausti, Godot. |