Ragione e fede nel postmoderno
di Mauro
Cinquetti
Il
breve volume raccoglie un intervento di Vattimo tenuto
alla Luiss di Roma nell’ottobre 2007, seguito
da alcune considerazioni di Dario Antiseri che da anni
si confronta da filosofo e da cattolico con il “pensiero
debole” (cf. il suo Le ragioni del pensiero
debole, Borla, Roma 1993, 19952).
Nel suo intervento Vattimo delinea
in sintesi il suo “pensiero debole”. Partendo
da un riconoscimento di debito nei confronti di Heidegger
(il quale «sostituisce alla stabilità dell’essere
dato una volta per tutte qualcosa di molto diverso:
[…] ritiene infatti di dover pensare l’essere
come evento, come qualcosa che è esplicitamente
contrapposto alla nozione di essenza»,
p. 6) il filosofo torinese sostiene da tempo che «bisogna
liberarsi dalla metafisica, dall’identificazione
dell’essere con le strutture oggettive della realtà»
(5), per costruire un’ontologia dell’attualità
che consideri «gli eventi, cioè l’essere
nella sua datità, nel suo darsi di volta in volta
diverso nelle epoche, nei paradigmi, nelle aperture
storiche» (7). Sul piano etico ciò comporta
che non si possa parlare di una legge naturale, ma solo
di una legge convenzionale, fondata sulla negoziazione
e la contrattazione (11), «acquisito il principio
del rispetto reciproco, tutto il resto è convenzione»
(12). Vattimo individua un significato del verbo “potere”
«inteso come una sorta di ammissibilità
consensuale, all’interno del contesto umano
in cui viviamo. Un significato che per esempio mi inibisce
di fare tutto ciò che poi mi impedirebbe di guardare
ancora in faccia il mio prossimo» (16).
Nelle pagine successive Dario Antiseri
prende posizione in merito alle provocazioni di Vattimo.
Innanzitutto egli fissa alcuni punti fondamentali di
accordo. Il pensiero debole, lungi dall’essere
una minaccia per la fede, ne apre in realtà la
condizione di possibilità, dal momento che, affinché
«il messaggio religioso abbia lo spazio di ascolto
è necessario che prima vengano distrutti gli
“assoluti terrestri”» (20) quali il
positivismo, l’idealismo, il materialismo dialettico,
il neopositivismo, la psicoanalisi, la psicofisica…
tutte illusioni smascherate dal pensiero debole. Tale
tesi è ripresa dalla polemica settecentesca tra
Pierre Daniel Huet e Ludovico Antonio Muratori (22-23):
il primo sostiene l’importanza della «debolezza
della ragione» per evitare l’arroganza e
l’ostinazione e per «preparare lo spirito
a ricevere la fede» (25); contro Muratori egli
afferma che «tra una ragione umana che pretende
di fondare la fede, e una ragione che invece
più modestamente, ma con maggiore efficacia teorica,
apre alla fede, Huet sta per una ragione
che apre alla fede» (25). Citando Rahner
e Ratzinger l’Autore è per il superamento
della filosofia e teologia neoscolastica che tentavano
una fondazione filosofica della fede e al contempo valorizza
l’antifondazionismo come caratteristica
comune a molte correnti del pensiero contemporaneo (dal
razionalismo critico di Popper all’ermeneutica
di Gadamer) capace di mantenere aperto lo spazio della
fede: «L’antifondazionismo è una
riconquista razionale dell’idea di contingenza
umana. Una riconquista che, se non fonda la scelta
di fede, certamente non ne cancella la possibilità.
In un orizzonte del genere non si assiste affatto alla
“morte di Dio”. Sono piuttosto scomparse
quelle grandi illusioni filosofiche dove si
presumeva di aver cancellato lo spazio del sacro. Non
è scomparsa la grande filosofia, sono
scomparse appunto, le grandi illusioni prodotte dalla
presunzione fatale di una ragione supposta onnipotente.
E irreprimibile risorge la richiesta di senso,
la “grande domanda” – una domanda
alla quale la scienza, per principio non potrà
mai rispondere» (39). È così che,
con Bobbio, compito della filosofia diventa quello di
«tenere in vita le grandi domande […]. La
filosofia, in breve, ha da “porre domande, non
lasciare l’uomo senza domande, e fare intendere
che al di là delle risposte della scienza c’è
sempre una domanda ulteriore” » (40), poiché
«credere in Dio vuol dire vedere che i fatti del
mondo non sono poi tutto» (43). Per questo Antiseri
può dire che «il pensiero debole non è
necessariamente un naufragio nell’assurdo […]
la salvezza non è una costruzione umana.
Ma quel senso che non può essere costruito può
venir invocato. E l’invocazione è
possibile solo nel mondo della contingenza» (45).
Fin qui la concordanza. Poi c’è
la critica: Vattimo sembra appiattire il cristianesimo
sulla cultura dominante, togliendogli il carattere di
scelta esistenziale e di convinzione forte e rischiosa:
«Forse che il pensiero debole è in grado
di arrivare a Dio senza dover fare una scelta? Certo,
oggi, non ha più tanto senso contrapporre nettamente
fede e ragione. Non si tratta più di un aut-aut,
quanto piuttosto di un et-et. E, tuttavia,
il salto, la scelta “arazionale” tra Dio
e non-Dio resta inevitabile» (53). In fondo il
pensiero debole sembra riproporre una forma di hegelismo
debole in cui il cristianesimo è piegato alle
esigenze della cultura: «Vattimo pensa ad un “Dio
amichevole”? Vattimo torna nella tradizione della
chiesa senza voler niente sacrificare dei suoi standard
intellettuali e morali. E gli domando: credi davvero
che il cristianesimo sia una cosa tanto facile, così
accomodante da non richiedere da chi lo abbraccia rinunce
e sacrifici, anche grandi?» (59). Un cristianesimo
della “via larga”, facile, edonistico, conciliante,
che è dovunque e insieme da nessuna parte. Un
cristianesimo che non fa i conti con la radicalità
evangelica. È invece davanti al Vangelo che il
cristiano si deve porre ogni volta che vuole capire
cosa è bene e cosa è male: Antiseri sembra
suggerire proprio questo, contro l’idea di una
fondazione puramente razionale o naturale dell’etica,
quando in chiusura cita Pascal: «senza la fede
l’uomo non può conoscere né il vero
bene né la giustizia» (63).
L’Autore raccoglie positivamente
la sfida del pensiero debole alla fede, senza anatemi
e pregiudizi, ma ne evidenzia bene anche il problema
di fondo: il rischio di un cristianesimo che si riduce
alla dimensione della kenosis di un Dio amichevole
e conciliante (hegelismo, teologia liberale), ma dimentica
fino a escludere l’irrinunciabile trascendenza
di Dio e dell’oggettiva radicalità del
suo Vangelo di fronte all’uomo (cf. Barth).
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