Male, sofferenza, redenzione.
Indagine su René Girard
di Andrea
Giambetti
Il
volume che viene qui presentato raccoglie il contributo
di alcuni studiosi del pensiero girardiano che con esso
hanno voluto intessere un dialogo ermeneutico
sul grande tema del male e della sofferenza che contraddistingue
insanabilmente l'esistenza umana. Sette contributi che
costituiscono altrettanti angoli visuali dai quali osservare
la fecondità del pensiero girardiano nel contesto
della riflessione contemporanea; un mosaico che ci restituisce,
in assoluta vividezza, l’originalità della
meditazione del grande Maestro e le possibilità
ermeneutiche, approfondite e per certi versi sinora
inesplorate, che il suo pensiero offre non tanto alla
soluzione dei problemi tradizionali della teodicea,
quanto piuttosto alla rivelazione dei meccanismi che
producono e perpetuano il male ben al di là della
sua consistenza archetipica. Certamente non è
impresa di poco conto: "rivelare" il meccanismo
mimetico quale fondamento della violenza costitutiva
delle società umane non significa farne un’inesausta
descrizione - per la quale, d’altronde, è
più che sufficiente la letteratura universale
- piuttosto permetterne l’espulsione come in una
sorta di terapia psicoanalitica per cui, una volta riconosciuta
la causa patologica della malattia, ne risulta guarito
parallelamente anche il sintomo.
Prendendo segnatamente in esame i
singoli contributi ci appare centrale quello di S. Morigi
(Un essere “vuoto di essere”, “morale
e risolutamente manicheo”. Il demoniaco e la demonologia
come “sapere paradossale” in René
Girard), sia per completezza che per originalità
della trattazione. L’autore ci guida in una puntuale
lettura in chiave demonologica della teoria mimetica.
Se la “fenomenologia più rigorosa conduce
alla demonologia”, «il mimetismo violento
e vittimario (quale "fenomeno" più
essenziale dell’umano) viene espresso dalla demonologia
evangelica nel modo più icasticamente adeguato,
come Satana» (222). Ne risulta che il linguaggio
dei demoni nasconde una forza epistemica assoluta, rivelativa
di quel mimetismo violento e vittimario di cui Satana
è simbolo eccellente. È così che
il simbolismo demonologico diviene un «sapere
incomparabile», capace «di riunire in un'unica
entità sia la forza di divisione, la potenza
generatrice di ogni disordine, sia la potenza di unione,
la potenza ordinatrice del sociale». Satana, dunque,
nella lettura girardiana, appare come icona del meccanismo
violento e vittimario cui si oppone l’opera demistificatrice
del lógos del Cristo, che nei Vangeli
è impegnato a rivelare il demoniaco nei termini
di scandalo mimetico. C’è una «festa
di luce rivelativa che si irradia dai vangeli»
(225) e che i loro stessi protagonisti spesso non colgono
o colgono in forma solo potenziale, quasi embrionale,
in quanto immersi anch’essi nelle logiche del
mimetismo vittimario. Solo il Cristo, con la sua Parola
rivelatrice e, soprattutto, con la perfezione del suo
sacrificio, ha “distrutto in se stesso l’inimicizia,
ed è venuto ad annunziare pace” (Ef 2,16-17).
Rivelando il meccanismo violento e diabolico del capro
espiatorio, Egli «pone fine al sacro» ed
inaugura una vitalità agonica contro le forze
del male destinata a perdurare sino all’ultimo
giorno. Su questa linea la teoria mimetica ed il simbolismo
demonologico vengono ad integrarsi anche sul piano lessicale
nei termini di ‘possessione’, ‘ossessione’
ed ‘espulsione’. Evidentemente il tema della
possessione richiama in filigrana quello del desiderio
triangolare, per il quale il desiderante -aspirando
all’oggetto del desiderio del suo modello- tende
al possesso di una pienezza d’essere di cui si
sente privo. In questo senso il desiderio triangolare
può dirsi "metafisico" poiché
tradisce una sete d’essere mai completamente sopita.
Così anche il Demonio, «parodista»
per eccellenza, esplicitandosi nella forma della possessione,
rivela la sua ontologica carenza d’essere, per
cui il tentativo di elevarsi ad una perfezione ontologica
e ad una purezza angelica costituisce, al contrario,
il suo precipitarsi agli inferi. La sua ontologica carenza
d’essere lo rivela privo di essenza e lo qualifica,
paradossalmente, come un nulla entitativo (196). Ogni
desiderio di elevazione spiritualistica costituisce,
per Girard, il tradimento di una ‘fedeltà
alla terra’ che sola mantiene quell’ancoraggio
alla fonte dell’essere che è costitutiva
dell’incontro rettilineo e orizzontale con l’altro.
Soltanto nella superficie della terra «sulla quale
abitano gli altri nella variegata concretezza e singolarità
dei loro volti» permane tutta l’umana partecipazione
all’essere. Temi cari, questi, anche al personalismo
di un Mounier, da cui deriva il sospetto per ogni perfezione
spirituale disincarnata, finanche al Ricoeur per cui
l’io diviene un sé solo attraverso
la sussunzione della triplice forma dell’alterità.
Ma è nella "ossessione" che il desiderio
triangolare si rivela radice di ogni violenza mimetica.
La primitiva adorazione del modello diviene odio finalmente
esplicito che tradisce una insana e segreta adorazione
dell’altro. Il desiderante viene paralizzato,
ossessionato dal modello che per un verso lo attrae
e per l’altro lo respinge, costretto a ‘recalcitrare
all’infinito contro il pungolo’. E qui viene
ad innescarsi una spirale di violenza che si alimenta
dal misconoscimento di se stessa e che traduce la mímesis
in pólemos (178): desiderante e modello
divengono "doppi violenti e mimetici" che
non fanno altro che aumentare il livello e reificare
la violenza dello scontro. L’uscita dalla spirale
distruttiva di tale mimetismo avviene - ed è
una delle peculiarità del pensiero girardiano-
attraverso il meccanismo del capro espiatorio per cui,
quando la violenza rischia di distruggere le società
umane risulta normale, per quanto paradossale, il ricorso
all’individuazione di una vittima che plachi il
"tumulto dei popoli". In questa direzione
«la nascita del religioso e del sociale risultano
contestuali ed inscindibili» (187) per cui Girard
parla di un «ordine necessariamente demoniaco»
nella costituzione di ogni società. Solo il cristianesimo
si pone come «fine del sacro» perché
svela il meccanismo vittimario indicando nel Cristo
la vittima innocente, l’unica al di fuori - perché
al di sopra - del mimetismo violento. La rivelazione
evangelica è disvelamento del meccanismo vittimario.
Eppure negli episodi di esorcismo sembra che il Cristo
usi ancora il linguaggio arcaico della mitologia demonologica
e continui il rituale dell’espulsione violenta
del demoniaco attraverso la logica del capro espiatorio,
di cui emblematico risulta l’episodio dell’indemoniato
geraseno. Sono pagine salienti, queste, nelle quali
Morigi analizza con raffinatezza l’«espulsione
dell’espulsione», ossia il profilarsi paradossale
di una violenza divina rivale di quella satanica (207).
Dio e Satana sono, dunque, dei doppi mimetici? Per uscire
da questa impasse occorre aver bene chiaro
il fatto che il cristianesimo non è una ‘religione
del libro’: in esso la Scrittura non ‘riflette’
semplicemente il meccanismo vittimario come accade nella
letteratura mitologica, piuttosto lo ‘rivela’
iniziandone parallelamente la decostruzione. Un cammino
talora lento e difficoltoso che il Cristo porta avanti
nonostante debba adattarsi alle logiche, ancora legate
al mimetismo, che gli stessi discepoli mettono in campo.
Per questo il linguaggio esorcistico deve essere inteso
come una concessione a quel sistema di rappresentazione
che pure il Vangelo stesso combatte (213). Le espressioni
demonologiche dei vangeli sono una sorta di linguaggio
parabolico che invita alla sua stessa trasformazione
in "vero sapere": Scriptura crescit cum
legente. L’azione evangelica ha esercitato
e sta esercitando in profondità la sua influenza
negli eventi della storia umana: lo spirito scientifico,
addirittura la morte di Dio e l’atesimo moderni
sono il frutto della pervasività dello spirito
a-sacrale del messaggio redentivo. In questo senso l’apocalisse
è soltanto un lento dipanarsi nel tempo delle
conseguenze anti-mimetiche della croce del Cristo.
Il saggio di P.D. Bubbio (curatore
del volume insieme a Morigi: Secolarizzare il male.
La teoria mimetica e L’Adolescente di
Dostoevskij) ci ricorda che sono le opere romanzesche,
molto più dei pensieri filosofici, a svelare
la natura del desiderio metafisico e, dunque, del male.
Per questo Girard, tra i grandi romanzieri, ha dimostrato
un’assoluta predilezione per Dostoevskij. Tra
le opere dello scrittore russo, Bubbio prende in esame
L’Adolescente, infatti «l’intero
romanzo è pregno di mimetismo» (18). Nell’analisi
delle vicende del romanzo viene enucleandosi ben presto
la struttura concettuale del pensiero girardiano per
cui il male risiede nel mimetismo stesso. Ma nonostante
la pervasività del desiderio mimetico, Satana
rimane comunque, agostinianamente, un «essere
diminuito», senza una vera consistenza ontologica.
Se così non fosse, e lo si volesse intendere
quale principio opposto al bene, esso risulterebbe
immediatamente ‘sacralizzato’ e, conseguentemente,
indispensabile alle vicende umane quale capro espiatorio
o, addirittura, doppio mimetico di Dio. In ciò
risiede la ossessiva volontà del male di presentarsi
nelle forme di una consistenza ontologica che perpetuano
l’idea di una sua inespugnabilità storica.
Al contrario è proprio la finale de L’Adolescente
a farci rigettare tale teorema: non vi è, infatti,
una lotta titanica tra Bene e Male e non si incontra
nessuna "cacciata agli inferi": «la
vittoria del bene avviene pacificamente, attraverso
la conversione dei cuori dei personaggi» (35).
Perciò la sconfitta del male nella forma della
conversione dei cuori sconfessa la consistenza ontologica
del male e corrobora la diminutio boeni agostiniana.
Il male radicale è il mimetismo che rende malvagio
l’uomo nonostante la sua originaria bontà.
Un male non ontologico, quello mimetico, seppur radicale
nella forma satanica di un "parassitismo dell’ordine";
un male che può essere secolarizzato
e demistificato nella misura in cui viene riconosciuto
nell’uomo ed esplicitato attraverso la sua responsabilità:
questo il messaggio finale dell’autore del saggio,
che però si riferisce quasi esclusivamente al
male morale.
I contributi di F. Casini (Male
metafisico, verità romanzesca e vocazione vittimaria
nell’opera di Victor Hugo), G. Fornari (Mediazione
oggettuale. Girard, Bataille e una nuova teoria dell’oggetto)
e A. Gonzi (Jules De Gaultier e René Girard)
intendono presentare le possibili letture girardiane
dell’opera di Hugo, Bataille e De Gaultier. Casini
sottolinea che «il male ontologico attraversa
l’esistenza e l’opera di V. Hugo»
(42), sino a veder rispecchiate nelle opere dello scrittore
talune importanti rivalità mimetiche che contraddistinsero
il suo rapporto con il fratello Eugène. Il tema
dei fratelli nemici diviene, in effetti, una tematica
ossessiva della produzione hugoliana. La medesima dinamica
verrà ad instaurarsi anche tra Sainte-Beuve,
critico entusiasta-mimetico e poi antagonista amoroso
di Hugo e così via in un percorso che vedrà
un’escalation di follia mimetica connotare
l'intera vita di Hugo. È così che «il
pullulare delle immagini legate all’animalità,
i doppi, i triangoli, la scelta del grottesco, l’uso
stesso delle antitesi, del paradosso, dell’ossimoro
riflettono un universo spirituale turbato dal male ontologico,
dalle prigioni e dai labirinti del sottosuolo mimetico»
(61). Ne deriva un universo letterario in cui predomina
un campionario vastisismo di vittime che Girard interpreta
quale «combustibile ideale per alimentare il meccanismo
del capro espiatorio». Tale predominante vittimizzazione
all’interno dell’opera hugoliana viene letta
dal Girard come una manifestazione estetica legata all’aggravarsi
del suo personale male metafisico, stadio terminale
in cui si troverebbe il suo spirito esacerbato. E’
solo nel contesto dei Misérables che
si registra una possibile uscita dal mimetismo grazie
all’adesione al modello salvifico del Cristo:
«Satana-Hugo convertito in fondo all’abisso,
che implora il perdono divino e rinuncia all’autodivinizzazione,
indica la via d’uscita dal labirinto mimetico
e dalla malattia ontologica» (71).
A. Gonzi recupera la riflessione di
un autore piuttosto dimeticato, Jules de Gaultier, che
invece si dimostra abbia influenzato la prima produzione
girardiana. In Menzogna romantica e verità
romanzesca Girard, a sostegno della sua ipotesi
interpretativa di Flaubert, cita di sovente Le Bovarysme
di Gaultier. In questa direzione il bovarismo è
visto come «una deficienza essenziale di costanza
di carattere e di originalità personale»
(115) per cui il desiderante, non essendo in grado di
eguagliare il modello, sostituisce alla sua persona
l’immagine del modello agognato finendo per rinunciare
alla verità della propria esistenza. Così
il discepolo «crede di desiderare in modo spontaneo,
autonomo, rettilineo quando, invece, è caratterizzato
dalla "mediazione interna"»; la sua
è una trascendenza deviata (119). Gonzi, però,
individua anche i limiti di una equiparazione troppo
serrata tra l’universo gaultieriano e il mimetismo
girardiano, e in questo ci sembra risiedere il merito
del suo saggio. Innanzitutto il modello in Gaultier,
a differenza di Girard, è una proiezione psicologica
del discepolo e non sussiste nella forma di una esistenza
reale. Ma, soprattutto, l’umanità gaultieriana
è destinata a rimanere sotto lo scacco del bovarismo,
imprigionata nel sottosuolo e mai affrancata dalla menzogna.
Nemmeno la morte libera dalla generale finzione dell’universo,
laddove al contrario in Girard essa rimane l’ultimo
sentiero di liberazione, di apertura all’alterità
e di "fedeltà alla terra". Ugualmente
la funzione liberatrice dal meccanismo mimetico che
in Girard si svolge attraverso l’arte, in Gaultier
ha come risultato un nuovo ancoraggio allo spettacolo
illusorio del mondo. Ma soprattutto Gaultier «rifiuta
qualsiasi modello etico» (125): i sistemi morali
sono finzioni, l’unica ‘morale’ concessa
agli uomini è quella della consapevolezza intellettuale.
«Per Gaultier non esiste un luogo autentico: la
realtà è, irrimediabilmente, una finzione,
la vita una menzogna» (129). Pertanto la distanza
tra Gaultier e Girard potrebbe rimanere insanabile,
nel senso che per il primo si tratta di prendere atto
di una ‘orizzontalità’ ineliminabile,
mentre nel secondo si profila una trascendenza verticale
come recupero di un ‘desiderio rettilineo’.
Il contributo di G. Fornari prende
l’avvio dalla costatazione della «mancanza
di un ruolo adeguato e di uno statuto specifico riconosciuti
all’oggetto» nella teoria girardiana (77).
Girard si concentra troppo presto sul ruolo del mediatore
trascurando il rapporto di gravitazione oggettuale della
mediazione. La prima finalità del desiderio umano
è quella di possedere gli oggetti, impossessarsi
della realtà. «Si può sostenere
che l’estromissione dell’oggetto caratterizzi
una parte consistente della cultura francese del XIX
e XX secolo, una cultura segnata da quella gigantesca
‘negazione oggettuale’ che sotto più
di un aspetto è la rivoluzione del 1789»
(91). In questa direzione il modello è strumento
di conquista dell’oggetto e non -girardianamente-
il contrario. Nel sentiero teso al recupero dell’istanza
realistica Fornari scegli come compagno di viaggio Bataille
«come assolutamente rappresentativo delle tendenze
a derealizzare l’oggetto del desiderio»
(92). Il desiderio per eccellenza in Bataille è
l’erotismo: il possesso erotico della donna non
è semplice desiderio di un oggetto esterno, piuttosto
la esteriorizzazione di alcunché di interiore
che il soggetto vi proietta. Così Bataille «assimila
immediatamente oggetto e modello, li fa per così
dire implodere in quella che Girard chiamerebbe mediazione
interna» (94). Niente più oggetto, quindi,
ma nemmeno soggetto, piuttosto «breccia spalancata
tra l’uno e l’altro e, nella breccia, il
soggetto, l’oggetto sono dissolti, vi è
passaggio, comunicazione, ma non dall’uno all’altro.
L’uno e l’altro hanno perso l’esistenza
distinta» (98). Quindi l’oggetto, una volta
comparso viene immediatamente distrutto; si può
parlare, pertanto, osserva accortamente Fornari, di
"sacrificio dell’oggetto". L’oggetto
è stato accessibile grazie alla mediazione divina
che lo ha consegnato all’uomo: esso «è
posto in essere da una relazione, quella che Dio decide
di stabilire con il mondo creato» (101). In effetti
il Creatore genesiaco consegna l’oggetto all’uomo
per mezzo della sua nominazione. Ma il vero "oggetto"
che gli viene consegnato è in definitiva la divinità
stessa; l’uomo, desacralizzando la mediazione
divina, ha distrutto contestualmente l’oggetto.
Così la ‘morte di Dio’ è anche
il sacrificio dell’oggetto. Ma il cristianesimo
è la religione della crocifissione e resurrezione
di ogni possibile oggettualità. «Solo la
definizione della morte di Cristo come sacrificio consente
il recupero dell’oggetto, per il motivo che è
il sacrificio la condizione in virtù della quale
l’umanità vi ha avuto accesso… la
vera mediazione oggettuale è quella esemplata
su Cristo» (102).
Come riflettere sul male dopo il fallimento
delle teodicee razionali è la riflessione che
guida il saggio di M. Kirwan (Fuori dalle città,
tra le città: René Girard e il male radicale).
Egli sceglie come compagna di viaggio la filosofa politica
Gillian Rose. Partendo dalla costatazione che l’approccio
al problema del male in Girard ha ormai abbandonato
l’impostazione teodicale classica, l’autore
ripropone la lettura girardiana del libro biblico di
Giobbe. Egli «è un capro espiatorio
mancato» a causa della sua protesta risoluta d’innocenza.
«Ad essere in gioco qui è la controversia
tra due concezioni della divinità: in un caso
la divinità è concepita come il tiranno
mitologico che ha nei persecutori di Giobbe i suoi campioni,
nell’altro la divinità è il Dio
degli oppressi e degli emarginati. Una volta che ci
si è resi conto che solo il secondo è
reale, allora le sofferenze di Giobbe sono attribuibili
solo alla sua stessa comunità, e non a Dio o
a Satana» (144). Girard, in definitiva, vede la
protesta di Giobbe, ma soprattutto l’assoluta
innocenza del Cristo, come la chiave per rompere il
circolo persecutorio ed uscire dai ‘confini della
città’ per seguire la vittima ‘fuori
dalle mura’, la sola che può sussurrare
un discorso non-filosofico capace di inaugurare un impegnativo
sentiero di riflessione sulle responsabilità
e sulle conseguenze effettive del male morale. Certo
questa impostazione poggia sull’abilità
umana di differenziare le motivazioni di un male occorso,
siano esse naturali, umane o sovrannaturali; abilità
conquistata con immensa difficoltà e frutto di
un modo di ragionare trasformato radicalmente perché
storicamente permeato dal messaggio del testo evangelico.
Ultimo, ma non ultimo, il
saggio di A. Signorini che prende l’avvio dalla
lacerante domanda, forse veramente priva di ogni risposta,
sul male innocente dei bambini. Qui il mysterium
iniquitatis è destinato ad infittirsi ma
ha comunque il merito di mantener desta la domanda sul
male i cui tentativi di risposta paiono sempre né
soddisfacenti, né pacificanti. La risposta, per
quanto scandalosa, viene allora dal crocifisso, perché
«quella morte in croce, la più ignominiosa
e degradante, sigilla la derelizione di un Dio che si
consegna impotente alla libertà omicida dell’uomo»
(257), per cui «l’unico Dio che si possa
ancora invocare è… colui che è il
più solitario, che di tutti i sofferenti è
l’assolutamente primigenio, colui che più
di tutti ha bisogno di conforto» (259). Meglio
dunque un Dio debole e impotente, che soccomba al male
insieme all’uomo, rispetto al dio onnipotente
della teodicea? Un Dio morto in croce piuttosto che
gloriosamente risorto il terzo giorno? Forse in linea
con questa predilezione si comprende il silenzio nella
predicazione odierna del tema della resurrezione. Occorre,
invece, secondo Signorini l’audacia di una nuova
parresía che esuli dall’affrontare il problema
del male sine Deo o contra Deum, piuttosto
in Deo et cum Deo.
Il testo preso in esame costituisce,
pertanto, un originale contributo alla riflessione sul
male a partire dalla speculazione girardiana. In esso
gli autori dei vari saggi, pur tracciando percorsi di
riflessione diversi intorno alla disputata quaestio,
si riuniscono nel medesimo sentiero di una meditazione
il cui merito più rilevante consiste nel prendere
le distanze dall’impostazione teodicale classica,
per reinterpretarne con audacia le domande e ridefinirne
gli esiti.
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