Marco Vannini sulla grazia
di Andrea
Fiamma
L'ultimo
lavoro di Marco Vannini, Sulla grazia, viene
pubblicato dalla casa editrice “Le Lettere”
all’interno della collana diretta da Roberto Carifi
“Dal silenzio alla parola”, che «vuole
rispecchiare un atteggiamento di apertura verso gli
altri mediante la preghiera, la riflessione, la meditazione».
La parola di M. Vannini, già formalmente, non
è risolutiva né rigida: il breve testo
è costituito da una raccolta di pensieri, intenti
a «descrivere, per quanto possibile, la fenomenologia
della grazia, almeno nel suo aspetto essenziale, ovvero
in quanto la vita di grazia, indicata dall’evangelo,
coincide con la filosofia, che è, platonicamente,
la via che conduce al divino». I piccoli pensieri
sono tentativi di illuminare quella seconda natura lungi
dalla pretesa di predicarla in maniera definitiva, ovvero
di fissarla in un’immagine e chiuderla in un discorso
unico, falsandone così immancabilmente il senso.
Ma non solo, la parola in questa stessa forma appare
quasi insufficiente, poiché «sappiamo bene,
peraltro, che la parola scritta non può molto
in ciò, e che occorrerebbe la testimonianza –
o almeno la parola parlata – mentre questo è
soltanto un piccolo libro». Non a caso la lettura
è accompagnata e integrata da alcune illustrazioni
raffiguranti la Vita Contemplativa nel portale
Nord della cattedrale di Chartres.
L’esperienza di pensiero che
soggiace al testo, come precisa Vannini nell’unica
nota che lo correda, si muove da un lato nell’ambito
dell’evangelo e dall’altro nella tradizione
filosofica, tutt’uno nel loro amore per il vero
e senza opposizione, come dà ad intendere una
religione super-stiziosa. L’Autore non ha timore
di leggere entrambe in maniera radicale: l’evangelo
è, senza mezzi termini, l’abnegare
semet ipsum, «odiare se stesso, odiare la
propria anima (Gv 12,25) in quanto egoità autoaffermativa
e, abbandonando a Dio la volontà, scoprire con
estatica letizia la presenza del divino qui ed ora,
in noi stessi». Diviene pertanto inevitabile l’opposizione
a quel sapere teologico che non vede l’Unità
ma divide e determina contenuti particolari nei dogmi
e nel concetto di un Dio-Altro, multiforme creazione
del volere, perchè «fa dell’Assoluto
un relativo, costituendo così la suprema bestemmia».
In questo senso l’autore può mostrare coerentemente
come ogni teologia e teodicea si rivelino costruzioni
fallaci, «povero frutto della nostra immaginazione
che vuole colmare i vuoti» e «frutto dello
sforzo di appropriazione».
Dall’altro lato, la vera filosofia,
in quanto «ricerca della verità, del Bene,
consiste infatti nel distacco, nell'"esercitarsi
a morire", come insegna Platone, e perciò
il messaggio evangelico si incontra con l’essenza
stessa del filosofare». Nella convinzione che
la filosofia prosegue nella mistica, Vannini
intende pertanto riferirsi a tutta quella tradizione
filosofica pagana e cristiana di stampo neoplatonico
verso la quale questi pensieri sono debitori, ma solo
nella misura in cui gli autori, tra i quali cita esplicitamente
Plotino, S. Paolo, Agostino, Dante, Meister Eckhart,
San Giovanni della Croce e Hegel, hanno saputo interpretare
e vivere radicalmente l’evangelo e la vita filosofica.
In forza di queste premesse, Vannini può illustrare
la vita di grazia come l’habitus dell’uomo
puramente distaccato, ovvero colui che ha abbandonato
l’egoità per esigenza della ragione, che
deve essere assolutamente libera: «Finchè
c’è un volere proprio, il pensiero è
al suo servizio: come vuoi, così pensi. […]
Così volontà e intelletto non sono liberi,
ma servi, dipendendo dalle cose esterne e dalle opinioni
che ci facciamo su di esse. Quando c’è
la volontà c’è un fine, e allora
l’intelligenza dipende da quello; non è
più libera, ma scrive, capace sì di ragionamento
ma non di ragione». La grazia è invece
amore per la verità, è libertà
dell’intelligenza che rifiuta il parziale ed esige
il Vero, ossia la luce eterna, il
Bene, l’Assoluto, il Tutto,
Dio: la fede, quella vera, quella
che libera e non è credulitas, è
«naturale nell’uomo», perché
è «amore di giustizia e, per quanto possa
esser duro liberarsi del proprio volere fino a uccidere
l’egoità, questa è un’ascesi
assolutamente laica, una rettitudine del pensare e dell’essere
che ogni uomo può e deve compiere, pena l’essere
un falso, un ipocrita».
Annullare se stessi significa dar
luogo alla grazia, che viene da Dio, non dall’esterno,
bensì dall’interiorità più
profonda dell’uomo, nel senso che Dio è
«la grazia e la luce stessa: deus-dies»:
così è possibile guardare il mondo con
occhi nuovi, con gli occhi dell’eternità,
dove tutto appare «senza perché»
e si esaurisce la dimensione del tempo e della molteplicità
e dove nulla è più male, perché
il «pensiero del male è l’incomprensione,
frutto della volontà personale, che rende ciechi».
La grazia è vita nuova, «è
l’amore che su tutto si stende, dimentico di se
stesso senza richiesta di niente, pura virtù
di carità». L’esperienza di amore
a cui ci invita Vannini è l’esperienza
di ragione più alta, è il superamento
della dualità verso l’Uno. «Ma non
c’è più un io e un tu, un mio e
un tuo in questo oceano di luce – e solo allora
trovi te stesso, non come oggetto tra gli oggetti, ma
come quella stessa luce. Diventato Dio, anche se “per
grazia” e non “per natura”». |