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Quali ragioni?

di Emilio C. Corriero

   Per chi sia avvezzo alla lettura di pensatori come Nietzsche o Heidegger, e dunque ad una certa visione della filosofia moderna e contemporanea, il progetto sotteso al procedere analitico e pragmatico di questo libro di Charles Larmore (utilizzo questa terminologia esclusivamente in riferimento allo stile nel quale è presentata l'argomentazione dell'autore, il cui pensiero sfugge abilmente a ogni definizione di scuola) può apparire a una lettura superficiale un’impresa ingenua e priva di fondamento teoretico. Parlare apertamente di “verità come corrispondenza alla realtà delle cose”, o rifarsi ad un pur temperato “platonismo delle ragioni” per qualificare i motivi che determinano l'agire morale degli individui, può sembrare un anacronistico e a tratti irritante tentativo di sottovalutare la portata teoretica e traumatica delle conclusioni di quei pensatori che hanno determinato - e non solo a parole, io ritengo - la fine di un certo modo di far filosofia che andava sotto il nome di metafisica.

   Di certo le conclusioni dei pensatori della krisis, richiedono un superamento senza il quale non c'è spazio che per una filosofia che declini nell'estetismo e che rinunci definitivamente a dire qualcosa di fondamentale intorno ai temi decisivi per la vita dell'uomo, tuttavia esse esigono di essere affrontate sul loro terreno se non si vuole rimanere con una teoria che ancora si espone alle medesime critiche e che può essere liquidata con pochi e però determinanti argomenti. Ridurre Nietzsche ad un “pensatore oscuro” o le tesi heideggeriane sulla fine della metafisica ad una deduzione semplicemente errata, può indurre a ritenere l'intera dottrina politico-morale esposta da Larmore un discorso ‘poco serio’ oltre che poco filosofico. Eppure il coraggio nell’utilizzo di una terminologia ormai desueta e gli originali e brillanti risultati conseguiti dalla teoria morale e politica di Larmore, che l’autore qui espone in forma di compendio, in quanto si rivolgono alla soluzione di problemi pratici e in quanto appaiono certamente convincenti dal punto di vista del common sense, meritano di essere studiate e discusse.

   Sebbene l’approccio possa risultare "ingenuamente" metafisico, i concetti che derivano dalla sua teoria, anche i più pregnanti come il concetto di Ragione o di Soggetto, sono consapevolmente alleggeriti di ogni dogmatismo e rivolti a rendere ragione soprattutto in ambito morale, presentandosi come risultati provvisori e rivedibili anche se sempre in relazione con quella che Larmore chiama senza pudori la verità. Riportando il testo delle lezioni seminariali tenute per la Scuola di Alta Formazione Filosofica “L. Pareyson” nel novembre del 2007, oltreché il testo della consueta conferenza mediante la quale la Scuola “apre le porte al pubblico” offrendo l’opportunità di un incontro con la filosofia di pensatori del nostro tempo, questo libro raccoglie gli esiti provvisori del pensiero di Charles Larmore, filosofo statunitense già discepolo di Quine, formatosi anche sulla filosofia continentale oltre che, in seguito, alla scuola di filosofia politica di John Rawls, con il quale può essere ritenuto a ragione uno dei fondatori del liberalismo politico. Il libro che presentiamo affronta in cinque capitoli, che trovano una certa correlazione sistematica, i problemi dell'esperienza morale in generale, del rapporto tra storia e verità, della natura delle norme e delle ragioni dell'agire morale, della struttura della soggettività - che qui assume come statuto primo proprio la relazione morale -, e infine dei rapporti fra morale e politica.

   Sebbene l'impianto dell'opera possa apparire strutturato come un vero e proprio Sistema filosofico, il procedere di Larmore non nasce come il tentativo di rendere ragione dei vari problemi esposti facendo ricorso ad un unico pensiero guida, piuttosto il suo percorso filosofico parte da certuni problemi e, cercando di dare riposta agli stessi, s'imbatte in ulteriori difficoltà che poi vengono affrontate e risolte in un unicum. Dunque quella sistematicità che appartiene almeno formalmente al libro non è che l'esito di un procedere di problema in problema trovando relazioni e tessendo legami Riferendosi agli argomenti proposti da Larmore, si è abilitati a parlare di risultati provvisori in accordo con la sua stessa teoria di storia della filosofia che va sotto il nome di “legge della conservazione dell'imbarazzo”, secondo la quale ogni teoria filosofica - e quindi anche la sua - per quanto possa risultare convincente per più di un aspetto, sarà sempre suscettibile di una critica decisiva portata da un ulteriore punto di vista. Ciò non significa che si dovrà abbandonare definitivamente l'intera teoria posta sotto esame, ma che piuttosto sarà il caso di conservarne quelle parti che mantengono una certa coerenza e che convincono anche la posizione critica assunta.

   Questa legge proposta da Larmore se da un lato impedisce un pensiero rigorosamente sistematico e conchiuso, dall'altro agevola l’idea di un sapere filosofico che procede per errori e per accumulazione, un po’ come avviene in campo scientifico, così salvando la possibilità per la verità intesa come guida e fine di un inesausto movimento del sapere. Tale approccio apre inoltre la strada ad un prospettivismo che non è poi così dissimile, come nota Ugo Perone nella prefazione, da una ermeneutica coerente. Sebbene infatti Larmore voglia prendere le distanze da una tale prospettiva filosofica, egli rivolge le proprie critiche – anche se qui solo brevemente - ad una visione debole dell'ermeneutica (quella proposta da Gianni Vattimo), quasi che questa possa in sé racchiudere l'intero panorama ermeneutico, e come se tale prospettiva possa essere liquidata semplicemente come una sorta di scetticismo evoluto. Dalla concezione di verità suggerita da Larmore deriva una certa “eterogeneità della morale” che fa sì che essa non possa essere determinata da un’unica dottrina che si ritenga sempre e comunque sufficiente a dirigere l’azione morale ed eventualmente a dirimere i conflitti che si possono presentare dinanzi all’individuo. Sebbene Larmore finisca per propendere in filosofia politica per una teoria deontologica basantesi sul “principio dell’uguale rispetto” (cap. 5), come primo principio del liberalismo politico, tuttavia egli ritiene che in morale non vi sia una dottrina capace di rispondere autonomamente ai casi particolari che si vengono a porre.

   Al di là della teoria consequenzialista, mutuata dall'utilitarismo, e dalla teoria deontologica, erede del kantismo, si deve sempre tener conto dei cosiddetti doveri parziali alla cui osservanza un individuo è eminentemente tenuto, in considerazione dei particolari legami che egli intrattiene con le persone a lui più prossime. Ne consegue una filosofia morale che riconosce alla Ragione il compito di individuare le ragioni delle azioni morali e le risoluzioni da adottare, senza abbandonarsi ad una sola teoria valida in ogni caso. La morale per Larmore ha una sua trasparenza: non v’é nulla di misterioso nel fatto che agiamo moralmente: “La morale è ciò che la coscienza ci dice” ed essa dipende sia da una capacita naturale, sia da un'educazione culturale. Se la capacità naturale consiste nella facoltà che ci è data di guardarci da fuori, l’educazione culturale è ciò che ci consente di assumere quel dato punto di vista. Per Larmore, la Ragione è del resto la facoltà che riconosce le ragioni del nostro agire le quali non sono dipendenti dalla nostra mente, ma hanno anzi una loro realtà indipendente. La Ragione risulta dunque essere ricettiva rispetto a questo “platonismo delle ragioni”, e scopre la loro normatività a partire dal loro essere relazioni fra certi fatti nel/del mondo e le nostre possibilità d'azione. Un tale quadro ha ricadute anche sulla forma della nostra soggettività (cap. 4), la quale non si qualifica più con Larmore come un rapporto cognitivo con se stessi e con le nostre esperienze, bensì come un rapporto pratico o normativo. L'Io (il self, come lo chiama Larmore per avvicinarlo alla nostra esperienza quotidiana e dunque liberarlo dalle costruzioni filosofiche) sarebbe quel rapporto che ciascuno ha con se stesso in virtù del fatto di avere credenze o desideri che lo inducono ad agire. Secondo Larmore, l'Io non avrebbe una conoscenza intuitiva di sé, bensì si costituirebbe nella responsabilità all’azione, come impegno a dare ragioni a ciò che pensa e crede.

   L’intero procedere della trattazione sembra infine diretto a sostenere l'idea di un liberalismo politico - qui esposto al cap. 5 - inteso come filosofia politica. Tuttavia, come si è già accennato, l'ambito politico, che è da intendersi come il tentativo di risolvere “problemi comuni per mezzo di norme garantite da un'autorità collettivamente vincolante” e dunque anche attraverso l'uso della forza, rispetto alla morale rappresenta un campo più limitato che “non deve fare affidamento su tutta la verità di cui possiamo disporre, perché essa potrebbe non promuovere gli scopi della politica”, piuttosto dovrebbe fare affidamento solo sulla verità che consideriamo rilevante agli scopi della politica. Alla domanda che sintetizza la funzione politica “quali norme devono essere imposte e quali no?” può dare risposta non l'intera morale che anzi potrebbe bloccare il processo politico, bensì quella che Larmore definisce morale essenziale, ovvero la “comprensione morale che pensiamo si sviluppi da una prospettiva politica o che sia adatta a scopi politici”. Se l’associazione politica - come scrive Larmore accogliendo le riflessioni di Weber – è “quel tipo di associazione che riposa sull’uso legittimo della forza per assicurare la conformità alle proprie norme”, il liberalismo politico è quella filosofia politica che salvaguarda i principi liberali che rappresentano le libertà fondamentali degli individui e le risorse materiali e sociali necessarie per garantirle. Ora, se il liberalismo classico tracciato da Locke, Kant e J.S. Mill, poneva alla base dei principi liberali una concezione individualista della vita, il liberalismo politico proposto da Larmore si appoggia su di un principio che precede la stessa volontà individuale e generale degli associati, ossia il principio dell’uguale rispetto, secondo il quale “i principi politici giusti sono quelli che tutti hanno ragione di accettare sulla base della clausola, cioè a condizione che anch’essi siano impegnati a fondare l’associazione politica su principi ragionevolmente accettabili da tutti”. Secondo Larmore in ambito politico questo principio deontologico dovrebbe essere fondamentale e i principi consequenzialisti dovrebbero essergli subordinati.

   Come lo stesso Larmore ammette, in filosofia politica non dobbiamo fare ricorso a tutta la verità di cui possiamo disporre, e del resto la definizione di base che scegliamo per descrivere l’oggetto della politica condiziona inevitabilmente la teoria che ne segue. Ciò non indebolisce in alcun modo l’attuabilità del liberalismo politico proposto da Larmore, tuttavia lo espone senz’altro a critiche sul piano teorico. Se il liberalismo politico vale come costruzione e applicazione pratica, questo non significa che sia legittimato in termini universali a partire dal principio dell’uguale rispetto. Tale principio è sicuramente universalmente accessibile, come scrive Larmore, ma ciò non significa che sia universalmente condivisibile. La teoria di Larmore è che un certo progresso morale e culturale conduca a tale principio primo e ai principi liberali ad esso connessi, ovvero disponga nelle condizioni di accesso ad un punto di vista naturale che vede nell’altro un essere di cui avere rispetto e dal quale si possa ragionevolmente attendere il rispetto medesimo. Eppure i principi liberali e la connessione che oserei definire ‘naturale’ con l’individualismo espongono in maniera essenziale lo Stato liberale a conflitti di interessi e divisioni che non possono essere risolti nel principio dell’uguale rispetto, e che del resto andrebbero colti nella carica vitale che esprimono, la quale è alla base di ogni onesto liberalismo che si riconosca, così come è nella sua essenza, come un pericoloso equilibrio fra libertà e conflitto. Quando Larmore suggerisce di avvalersi in politica di quel tanto di verità che basta a soddisfare gli obbiettivi che l’associazione politica si prefigge, non tiene in debito conto che alla base dei principi liberali vi sta il massimo della verità possibile – quella che ci fa riconoscere come individui liberi - e che una censura pragmatica non può che determinare a lungo andare l’indebolimento dei presupposti su cui si fonda il liberalismo medesimo.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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