Il breve volume di Roberta De Monticelli — Sullo spirito
e l'ideologia. Lettera ai cristiani, Baldini e Castoldi Dalai,
Milano 2007 — trae spunto da alcune questioni di attualità
nell’ambito della bioetica (le vicende di Piergiorgio Welby
e di Terry Schiavo) che hanno fatto discutere l’opinione
pubblica e infiammato lo scontro tra laici e cattolici. Partendo
da alcune osservazioni critiche verso le posizioni magisteriali
l’Autrice allarga poi il discorso in generale al rapporto
tra fede e ragione.
Per quanto concerne le vicende di attualità sono fondamentalmente
tre i rilievi critici indirizzati alle posizioni espresse dal
magistero cattolico. In primo luogo la chiesa appare schizofrenica
nella sua valutazione del ruolo della tecnica: da un lato (questo
è il caso per esempio della contraccezione) ogni artificio
è condannato come contro natura, dall’altro (è
il caso delle cure ai malati terminali) occorre tentare ogni via
per mantenere in vita un essere umano. Scrive l’Autrice:
«Come è possibile […] demonizzare o deificare
la tecnica a seconda delle circostanze? […] Come è
possibile […] chiamare dono di Dio l’effetto delle
macchine che tengono in vita i morenti, invece che il gesto degli
uomini che quelle macchine e gli altri rimedi maneggiano, per
il sollievo di chi soffre?» (17). In secondo luogo la posizione
del magistero finisce col negare la libertà e la responsabilità
individuale del malato che ha diritto a rifiutare le cure. Secondo
alcune affermazioni di personalità ecclesiastiche «quella
scelta (di non volere più le cure, chiedendo insieme di
non morire fra gli spasimi) non è di “competenza
esclusiva e insindacabile di chi la prende”». «Come,
neppure il volere ora appartiene più alla persona?»
(18) è la domanda polemica che viene avanzata, sulla scorta
di un primato irrinunciabile della coscienza e della libertà
di scelta che la De Monticelli fa derivare dalla sua formazione
fenomenologica nutrita di platonismo, neoplatonismo e agostinismo.
In terzo luogo ciò che risulta inaccettabile è la
pretesa che le leggi dello Stato laico debbano sottostare a una
razionalità religiosamente orientata, poiché solo
questa permetterebbe di liberare gli uomini dal nichilismo, da
una ragione puramente strumentale. Sembra che secondo la chiesa
cattolica i princìpi etici che stanno alla base delle leggi
«non hanno fondamenti accessibili alla semplice ragione
di ognuno, ma solo alla ragione illuminata dalla fede» (39),
e dunque la razionalità non fondata nella fede non dovrebbe
esprimersi in ambito etico e giuridico. Incoerenza nella valutazione
della tecnica, negazione della libertà della coscienza
personale, delegittimazione della ragione non fondata nella fede
sono tre espressioni di quella che viene dall’Autrice chiamata
«ideologia»: «Cos’è l’ideologia?
È, io credo, la degenerazione ottusa dell’ideale,
quando gli si levano gli occhi per vedere l’individuale
[…] È l’adesione cieca a una qualche visione
del mondo» (29). Da qui la domanda alla quale l’Autrice
cerca di rispondere nelle pagine successive: «È possibile
per il sentimento del divino — siamo pure meno generici,
diciamo pure: è possibile per una fede cristiana —
fondare e poi abitare un’istituzione terrena senza perdersi?
Vale a dire, senza imboccare la via di un falso rapporto con la
ricerca di verità?» cioè senza cadere nell’ideologia?
(30).
Il discorso si allarga quindi al rapporto fede-ragione con attenzione
al discorso di Benedetto XVI a Ratisbona, cercando di trovare
una modalità non ideologica di abitare le istituzioni.
L’affermazione che accompagna tutto il volume è che
la fede non è contro, ma oltre la ragione
(21). L’Autrice rimprovera al pontefice una lacuna: «Ci
saremmo aspettati una riflessione più approfondita su quell’
“oltre”. Insomma, sulla trascendenza di ciò
che gli uomini chiamano “Dio"» (49). Da un lato
la fede, poiché «mostra le cose invisibili»,
«non può coincidere con la semplice ragione filosofica,
nemmeno con la filosofia più audacemente speculativa —
se questa non può restare filosofia senza cercare giustificazione,
evidenza, prova per ciò che afferma», dall’altro
essa non può essere «solo credenza infondata»
(48), poiché «[credere] non può essere un
suicidio della nostra ragione e umanità» (101). Non
contro dunque, ma oltre: è il tema della
trascendenza di Dio, che sembra troppo spesso marginalizzato nel
magistero: «Dio è trascendente nel senso di “ciò
che trascende le categorie”, compresa evidentemente quella
di sostanza, o se volete cosa, ente, oggetto» (49), detto
con Anselmo: «Dio è più grande del pensabile:
sempre oltre il concepibile» (49) o con Tommaso «che
Dio sia un ente, lo credono solo i peccatori» (50). Dunque
secondo uno schema platonico Dio «non ci sta in nessun modo
nei nostri concetti», ma «è certo che, a fronte
della trascendenza del divino rispetto ai nostri concetti, uno
ha due possibilità: o dire che la fede è contro
la ragione, o dire che non è contro la ragione —
ma naturalmente oltre la ragione» (50). Anche nel vangelo
sembra esserci questo richiamo: «Questo concetto di trascendenza
assoluta che il neoplatonismo greco lasciò in eredità
alle teologie cosiddette del Libro è in effetti la loro
molla antiidolatrica, quella che dovrebbe sottrarre il divino
alla presa delle mani umane, cioè di ogni forma di superstizione,
ma anche di possesso e di uso a fini umani. Non sarebbe male,
a proposito, ricordare che secondo il Vangelo di Giovanni è
proprio il Risorto a dire “Noli me tangere” alla povera
Maddalena» (56). A ciò si richiama anche il decalogo:
“Non nominare il nome di Dio invano” è «un
invito all’intelletto umano perché deponga la vanità
che consiste nel credere che si possa concepire, quindi comprendere,
un essere che trascende tutte le nostre categorie» (59).
Da qui un ulteriore problema: dal mancato chiaro riconoscimento
di questa trascendenza rischia di derivare l’atteggiamento
di esaltazione della propria identità contro quelle altrui,
in cui sta «la radice di ogni male morale: la sostituzione
dell’io a Dio, la divinizzazione di sé, del proprio
valore, della propria identità, della propria “civiltà”»
(60). Da qui l’alimentarsi del cosiddetto “scontro
di civiltà”. Una critica serrata è avanzata
inoltre contro l’idea del pontefice di una «critica
della ragione moderna dal suo interno»: «È
la tesi che la ragione moderna, in quanto non illuminata dalla
fede, sarebbe “strumentale”, relativista, positivista,
asservita alla Tecnica, e in ultima analisi nichilista, dunque
virtualmente violenta» (63). Secondo la De Monticelli si
tratta di un’idea mutuata da Heidegger, molto in auge nel
pensiero contemporaneo (Severino), di un declino del sacro nel
pensiero occidentale, che fomenta l’impressione di una «sindrome
di accerchiamento» da parte della Chiesa. Tuttavia si tratta
di una «artificiosa ricostruzione» (69) tutt’altro
che indiscutibile. Il rischio di una razionalità appiattita
sul piano relativistico, strumentale, nichilistico è infatti
connaturato alla stessa razionalità umana, che è
sempre tentata di cadere nel «peccato di superbia»
tipico di chi nega che «ci sono molte più cose fra
la terra e il cielo di quante ne contenga la filosofia»
(72), di chi non comprende che, citando V. Mancuso, «la
ragione da sola non riesce a venire a capo del desiderio di vita
e di giustizia dell’anima umana» (74). Il peccato
di superbia, che il pontefice ascrive alla sola razionalità
moderna, in realtà non può essere storicizzato,
«non può intendersi riferito alla ragione moderna
più che a quella antica, e neppure a una ragione che non
sia quella di qualcuno, forse di ciascuno»
(76). Ciò che va riaffermato è l’apertura
all’oltre da parte della ragione, che è una filosofia
di tipo socratico, cosciente del proprio limite, attenta a una
«educazione alla ragione come disponibilità a
dar ragione, rispondendone a ciascuno, delle proprie azioni e
delle proprie affermazioni», tesa verso «il modello
di una vita secondo ragione, e ragione per definizione perplessa,
critica, autocritica, mai trionfante di certezze assolute»,
un modello che «non si impose né nel mondo antico,
né, per la verità, in quello moderno. Ma esiste
e continua a esistere» (72). Kant aveva raggiunto l’approdo
vivificante di «una ragione che riconosce i diritti della
trascendenza» (80) mediante «un atto di umiltà
e insieme di consapevolezza della ragione adulta, che consiste
nel riconoscere di non poter possedere ciò che la trascende
e — forse — la fonda» (81), la critica alla
razionalità moderna sembra invece che voglia far passare
l’idea che «la filosofia, debba incorporare una dottrina
di Dio e un insieme di proposizioni normative che ne discendono,
perché altrimenti, appunto, la ragione diventa puramente
strumentale, relativistica, positivistica» (80-81). Ma è
solo ribadendo che «il divino non è contro ma oltre
la ragione, non sta nei nostri concetti e non possiamo farcene
fortezza per le nostre battaglie» che la fede si libera
«da ogni costrizione, compresa quella delle dimostrazioni,
e insieme libera il divino da tutti i nomi troppo umani che tendiamo
a dargli» (81).
Una forte accentuazione è data dall’Autrice al ruolo
centrale della coscienza personale, al risveglio dell’interiorità
per un corretto rapporto tra fede e razionalità. La De
Monticelli riconosce qui i suoi debiti verso la tradizione platonica-neoplatonica
e agostiniana. Questo primato di una razionalità strettamente
legata alla «coscienza senziente» (98) permette di
vincere i rischi del relativismo e del fondamentalismo. Contro
il relativismo è compito della coscienza di risvegliarsi
e divenire adulta nel suo «sentire» per cogliere quei
valori, quella verità oggettiva, quel bene che c’è
come tale (e non perché Dio lo vuole, 91-93) e per il quale
diventa significativo dialogare (84). Contro il dogmatismo occorre
riaffermare che però, questo bene non è già
dato e per sé evidente, ma «ancora ne pende la quistione»
(86) perché la nostra certezza è sempre fallibile
e provvisoria. È nell’intimità della coscienza
adulta che nasce la morale e si possono cogliere, «sentire»
quei valori e quelle verità oggettive per quanto in modo
sempre imperfetto: «Dunque se l’anima, se la sensibilità
deve risvegliarsi per sentirli, i valori ci sono eccome, e anche
le loro differenze […]. Il “cuore” non “decide”
se non nel senso di “riconoscere”, se è vivo
e sveglio, e di disconoscere, se è indurito o morto»
(97). Come narra la leggenda del Grande Inquisitore, Cristo è
colui che ha chiesto all’anima di svegliarsi e di prendere
in mano la propria libertà rifiutando le tentazioni. Alcune
considerazioni sono poi rivolte contro il riduzionismo naturalistico
(che si limita a spiegare la genesi di una cosa, ma non spiega
la novità ontologica, 115) e in difesa di un’apertura
della ragione alla fede. Roberta De Monticelli sottolinea la netta
separazione dei domini delle verità scientifiche («opinioni
vere giustificate»), ancorate sul piano empirico, dei fatti
e sempre falsificabili, e verità di fede che riguardano
«esperienza di valore, non di fatti» (120-121), accessibili
all’interiorità della coscienza. Mentre le prime
«si vedono» e sono sottoposte alla «categoria
della motivazione» (127) cioè della spiegazione e
della giustificazione, le seconde «si sentono» ma
non si vedono, se non dai frutti che producono (99); le prime
si possono afferrare in proposizioni, le seconde restano inafferrabili
e vanno rispettate come espressione di trascendenza del vero (106),
poiché occorre ammettere che «c’è una
sfera, uno strato, un livello della vita personale che è,
come la rosa di Silesio, senza perché — fiorisce
per fiorire […] è lo strato della vita delle persone
che si svolge […] “al di sopra” della sfera
della motivazione, vale a dire “oltre la ragione”»
(127).
Le ultime pagine sono mirate a mettere in luce la portata anche
conoscitiva della fede. Nonostante la differenza dei domini tra
scienza e fede «c’è indubbiamente un campo
di esperienza proprio all’uomo di fede, in cui egli, con
buona pace di Kant, sperimenta qualcosa come una crescita di conoscenza»
(126). La frattura, più volte menzionata dall’Autrice,
fra mondo interno e mondo esterno, fra interiore-spirituale e
esteriore-temporale (62) sembra aprirsi a una possibile conciliazione:
«Non è che improvvisamente io concepisca l’inconcepibile,
ma che ogni cosa mi appare come avente il suo senso d’essere
in quel “massimo valore”, in quell’”ignoto”
che “commuove”. E qui alla libertà di ognuno
si offre la possibilità di consentire a questo
infinito valore, qualora lo si senta — o di non consentire,
anche per onestissima diffidenza verso se stessi e il proprio
sentire. Questo consentire è propriamente quello che si
chiama atto di fede. Essere in conspectum Dei e consentirvi
non è vedere Dio, non è pensarlo: ma è vedere
e pensare nella luce del suo valore tutto il resto» (149),
la domanda è dunque «cosa vede chi vede il mondo
consentendo a Dio?» (150). Pur non potendo “vedere”
Dio, si tratta di «pensare o vedere le cose del mondo in
una luce “divina”» (148), poiché subordinando
l’intelligenza al silenzio dell’inintelligibile si
possono afferrare verità per sé inafferrabili. La
fede è allora questo consenso, questa «resa che rinnova
la mente» (156) aprendo l’orizzonte dell’oltre.
La prospettiva della De Monticelli, pur polemica con le posizioni
espresse dal magistero pontificio, risulta a nostro avviso non
così lontana dai richiami di Benedetto XVI. Oltre a una
chiara consonanza intorno al rifiuto del relativismo e del riduzionismo
naturalista e all’idea che la fede non è contro la
ragione, ci sembra che l’appello del pontefice a Ratisbona
ad «allargare il concetto di ragione», a dispiegare
la ragione nella sua vastità, a non chiudere la razionalità
nell’ambito platonico-cartesiano e empirista vada in una
direzione molto vicina a quella dimensione dell’«oltre
e non contro» che auspica l’Autrice. Non
può essere che «aprirsi all’ampiezza della
ragione» (Benedetto XVI) significhi integrare in essa le
dimensioni del «sentire», del «consentire»
(De Monticelli) che fanno parte dell’esperienza umana integrale?
Non può essere che l’appello a superare «la
limitazione autodecretata della ragione a ciò che è
verificabile nell’esperimento» (Benedetto XVI) possa
voler dire che all’uomo non basta una ragione chiusa nella
«sfera della motivazione» e del vedere gli
oggetti (De Monticelli)? Forse la ragione ampia e integrale auspicata
dal pontefice è in fondo molto vicina alla stessa «ragione
aperta alla fede» posta al centro di questo volume. Certo
vi è un’accentuazione leggermente diversa: il magistero
sottolinea l’unità e globalità della persona
umana e della sua razionalità e non contempla dunque la
frattura interiore/esteriore, coscienza/mondo molto enfatizzata
dall'Autrice. Entrambe le prospettive tuttavia sicuramente sottoscriverebbero
a nostro avviso le parole di Simone Weil: «Sono completamente
certa che non c’è Dio, nel senso che sono completamente
certa che nulla di reale somiglia a ciò che posso concepire
quando pronuncio quel nome. Ma quel che non posso concepire non
è illusione» (153). Non è un oggetto reale,
non è illusione: si tratta di capire fino a che punto e
come ne posso parlare.