La domanda sulla libertà.
Una questione sempre attuale
di Stefano
Santasilia
La
domanda sulla libertà è questione “sempreverde”
della storia della filosofia. Non v’è epoca
e corrente di pensiero che non sia stata posta dinanzi
alla necessità di affrontare tale problematica
e che non abbia dovuto dare, in un modo o nell’altro,
dove in maniera esplicita dove in maniera velata, una
soluzione in forma di risposta. Risposta che, sempre,
lungi dal configurarsi come ultima chiosa, assume il
carattere di una nuova prospettiva attraverso la quale
porre nuovamente l’originaria domanda. Certo è
che il lungo percorso tracciato dalla storia del pensiero
ha permesso alla riflessione filosofica di rintracciare
dei punti stabili attraverso i quali delimitare e inquadrare
il “problema libertà”. È così
che, nel saggio che apre il volumetto Sergio Sorrentino
può riconoscere e confermare il mostrarsi del
problema sempre attraverso le vesti dell’enigma
e del paradosso.
La libertà, nel suo inerire
all’uomo sia come capacità (quindi al suo
agire) che come questione, si mostra sempre come condizionata.
La necessità di indagare la natura di tale “condizione”
implica il rivolgere l’attenzione all’origine
stessa dell’esser liberi così come allo
spazio in cui si esercita tale predicato. L’invenzione
di senso che caratterizza l’umanità dell’uomo
(p. 8) è, infatti, garantita proprio dal fatto
che “libertà” è un concetto-predicato
e, in base a ciò, esprime la modalità
d’essere dell’agire umano (pp. 9-10). Libertà
è il predicato che connota in maniera peculiare
l’agire dell’uomo, quindi il suo ethos,
che si struttura attraverso l’interazione tra
“natura” e “spirito”. È
così che siamo condotti ad ammettere che l’agire
umano libero si presenta come passività nella
quale è iscritta una «indeducibile spontaneità»
(p. 11). L’ethos umano, dunque, si costituisce
a partire da quella sovradeterminazione di senso che
da sempre caratterizza il risultato dell’agire
libero, sebbene condizionato nel suo stesso inizio.
Da un tale agire, che bisogna riconoscere sempre orientato
da un’intelligenza discriminante, scaturiscono
la responsabilità (come rendere ragione) e l’imputazione
(come caricarsi dell’onere delle conseguenze)
come connotazioni fondamentali (p. 15).
L’uomo nel suo dover sostenere
il “peso” della condizione di libertà
si presenta come avente autonomia e dignità,
ossia connotato da uno statuto ontologico non alienabile
né negoziabile con alcun altro ente di questo
mondo (p. 16). L’autonomia che caratterizza la
libertà e la rende enigma per la riflessione
filosofica è il centro del saggio che dà
il via ad una serie di indagini riguardanti il pensiero
di diversi autori a partire da Kant. E proprio sulla
questione della libertà in Kant si concentra
l’attenzione di Hagar Spano che mostra, seguendo
il dipanarsi della speculazione del filosofo di Königsberg,
come dalla legge morale venga ricavata giustificazione
della libertà che assume il suo pieno valore
trascendentale solo se collocata nella prospettiva della
ragion pratica (p. 29). La libertà non può
essere oggetto di conoscenza ma il suo valore come res
facti non può essere messo in dubbio. Questo
fa sì che nei suoi confronti sembra si diano,
simultaneamente, un sapere e un non sapere (p. 42).
Qui Spano mostra in maniera estremamente interessante
come tale ambiguità sia pertinente, secondo Kant,
alla sfera del mistero (concepito come ciò che
si può intendere e comprendere bene sotto il
rapporto pratico ma che dal punto di vista teoretico
sorpassa i nostri concetti) (p. 43), ribadendo come
la libertà assuma sempre più marcatamente
un valore pratico.
Anche la riflessione di Schelling
– analizzata da Claudio Belloni e, per quanto
riguarda la sua ultima produzione, da Malte D. Krüger
nell’appendice che chiude il volume – deve
fare i conti con la questione della libertà umana,
finita e sempre in relazione ad un’alterità.
Così, la libertà si lega alla questione
della liberazione (p. 52), intesa come liberazione dell’uomo
da Dio e da se stesso per giungere ad un riconoscimento
del proprio essere in relazione all’autentico
divino. Divino che è principio assoluto e che
nella distinzione tra filosofia negativa e filosofia
positiva, Schelling riconosce nella sua piena libertà
(p. 176). La filosofia positiva si connota, dunque,
come «una dimostrazione di Dio legata inscindibilmente
con la prassi esistenziale e il processo storico»
(p. 177). Attraverso questo mutamento di prospettiva
la speculazione schellinghiana concepisce la libertà
umana come «faticosa presa di coscienza»
(p. 66) e ri-conoscendo la sua ineludibile correlazione
con l’assoluta libertà del principio permette
alla religione e alla metafisica di rendersi l’una
libera nei confronti dell’altra (p. 181). La costellazione
di relazioni che il pensiero di Schelling intesse nel
suo confrontarsi con la questione della libertà
viene come riassorbita nel vortice dell’interiorità
dalla riflessione kierkegaardiana, analizzata da Diego
Giordano, nella quale la libertà costituisce
il volgersi dell’uomo alla verità. La modalità
di tale relazionarsi porta l’uomo a riconoscersi
come non-verità (p. 73) e, in tal modo, ad essere
liberato, proprio perché liberato da se stesso.
La libertà, come realizzazione della soggettività
e della verità, è per l’uomo il
volere la prossimità con Dio, «essere solo
con Dio, tenersi alla sua presenza» (p. 74).
Sulla stessa scia, fatte le debite
eccezioni contestuali, si colloca il saggio di Agostino
Guccione volto ad indagare la necessità dell’umiltà
e della prudenza come componenti chiave in qualsivoglia
discorso avente come oggetto la libertà (p. 80).
Attraverso il valore che assumono queste due componenti
si può giungere a definire la dimensione dell’umano
esistere come quella di una “passività
agente”, situata già in un ordito di relazioni
che la condiziona e ne costituisce la libertà
come compito da raggiungere attraverso un processo di
liberazione (p. 93). Collocandosi nel solco della riflessione
elaborata da Abraham Joshua Heschel, Guccione mostra
la possibilità della libertà come giudizio
sugli eventi possibile solo a partire dalla liberazione
dalla tirannia dell’io incentrato su se stesso
(p. 96). La compresenza, nell’ambito della dimensione
della libertà, di autonomia ed eteronomia è
punto centrale anche del pensiero di Rosenzweig, del
quale il saggio di Claudia Milani segue lo sviluppo
analizzando la questione della libertà nella
Stella della Redenzione. Attraverso una “fenomenologia
della libertà vissuta”, Rosenzweig presenta
la libertà umana determinantesi come “libertà
responsorea” nei confronti dell’appello
divino (in questo caso le figure emblematiche prese
in considerazione sono quella di Adamo e quella di Abramo).
La “responsività”
della libertà umana sposta così l’attenzione
dal sé meta-etico ad una piena assunzione della
scelta di responsabilità, una volta che la libertà
deve essere compresa nel suo darsi nel mondo, quindi
in relazione (p. 110). Anche in Marcel la libertà,
connotatesi come situazione fondamentale dell’uomo
(p. 118), va concepita solo dal punto di vista del vissuto
e si caratterizza come accettazione del dono dell’esistenza;
dono che comporta il rispondere con la nostra stessa
vita (p. 126). Il fatto che la libertà umana
si delinei a partire dal dono di un’esistenza
incarnata implica, inoltre, che essa renda presente
la dimensione del mistero che caratterizza la nostra
corporeità . Ecco che tale mistero nel quale,
previa accettazione della nostra esistenza, siamo da
sempre coinvolti delinea l’esistenza autentica,
quindi libera, come “ricettività creatrice”
(p. 129). Il mistero dell’esistenza intesa come
dono è argomento anche del saggio di Claudio
Tarditi incentrato sulla analisi che della libertà
come donazione viene svolta da Marion e Pareyson a partire
dalla riflessione heideggeriana sull’Ereignis.
Se nella riflessione del fenomenologo francese si tende
a mettere in luce come il dato porti sempre in sé
la piega di una donazione che si ritrae, e così
facendo si costituisce come donazione di libertà
(pp. 140-143), nelle indagini svolte dal pensatore italiano
il tenere ben ferma l’alterità della libertà
intesa come principio originario evidenzia il dono d’alterità
gratuito che si va realizzando nella stessa esistenza
(pp. 145-148). La ricettività che caratterizza
la libertà nel suo essere predicato dell’umano
agire connota anche la speculazione ricoeuriana presa
in esame da Mauro Cinquetti nell’ultimo saggio.
Per Ricoeur, la libertà è un’iniziativa
ricettiva, «ne risulta che l’atto supremo
del volere che afferma la sua libertà sta nell’accettare
i propri limiti» (p. 153). La libertà,
nella sua limitatezza, mostra la costituzione dell’uomo
come fallibile e così si connota come capace
di compiere il male (p. 157). Il riscatto della libertà
dalla sua intima fallibilità sarebbe possibile,
secondo il pensatore francese, solo alla luce della
speranza della resurrezione (p. 161). Tale speranza
riporta in auge il valore della religione alla luce
di quella sovradeterminazione di senso che, già
ben evidenziata nel saggio introduttivo, caratterizza
l’umano agire in quanto libero.
In tal modo, il volumetto in oggetto
si presenta come una lettura agile ed estremamente interessante
per avvicinarsi in maniera approfondita alla questione
della libertà secondo quegli snodi teoretici
che hanno caratterizzato la riflessione filosofica sull’argomento
a partire da Kant.
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