Succede molto spesso che escano nuovi libri ma assai
più raramente che escano libri nuovi. È
questo certamente il caso del testo di Jean-Luc Marion, Dialogo
con l’amore (Rosenberg & Sellier, Torino 2007),
in cui il curatore Ugo Perone ha raccolto i testi delle lezioni
pronunciate da Marion durante il primo ciclo di seminari della
Scuola di Alta Formazione Filosofica di Torino (novembre 2006)
— da Perone stesso fondata anche grazie al sostegno della
Compagnia di San Paolo e del Centro Studi Filosofico-Religiosi
“Luigi Pareyson” — aggiungendovi la conferenza
pubblica tenuta da Marion in quegli stessi giorni su La questione
dell’amore e la riduzione fenomenologica. Un nuovo
libro, dunque, in cui il filosofo francese ripercorre il
proprio cammino di pensiero, mostrandone gli snodi essenziali,
i luoghi di sosta e i momenti di ripresa; ma anche un libro
nuovo per la struttura dialogica che lo caratterizza e per
l’occasione particolare — a parere di chi scrive (e
che ha avuto modo di prendere parte a quei seminari) un autentico
unicum nel panorama formativo filosofico italiano —
in cui ha preso forma. Come scrive Perone nella Premessa:
«Parlando di sé, egli [Marion, come ogni filosofo
ospite della SdAFF] diventa maestro a doppio titolo. Per quello
che ha detto, anzitutto, e di cui ora dà conto al modo
in cui si esporrebbe di fronte a un classico. Ma anche per il
fatto di mostrare, come fa un maestro, il pensiero non solo nei
suoi risultati, ma nel suo modo di svolgersi. Egli non mette solo
in scena il pensato, ma mostra come la stessa formulazione del
pensiero abbia avuto luogo, perché sia apparsa necessaria
in quel modo, perché egli abbia dovuto affidarsi a quel
giro di argomenti. Quel maestro che egli è, viene accompagnato
dal maestro che, in certo modo, ne manifesta il segreto»
(Premessa, p. 7).
Il libro si snoda in sei capitoli che riprendono appunto le cinque
conferenze tenute da Marion durante i seminari SdAFF e la conferenza
pubblica su La questione dell’amore e la riduzione fenomenologica.
Il primo capitolo è stato dedicato da Marion al momento
pre-fenomenologico del proprio percorso teorico, ossia alla discussione
della metafisica di Descartes come snodo fondamentale della modernità. Tuttavia,
lo studio di Descartes non costituisce per Marion soltanto un
interesse storiografico, ma si definisce come un punto d’accesso
privilegiato per affrontare radicalmente il problema della crisi
della metafisica. Infatti, sostiene Marion, contrariamente a quanto
si è soliti pensare, la metafisica non è una forma
di pensiero tipica della filosofia greca, ma della filosofia moderna,
di cui Descartes costituisce proprio il punto d’avvio. La
tesi di Marion è che la metafisica non entra in crisi per
motivi storici, ma per un’insufficienza interna: essa non
è in grado di pensare il proprio tema costitutivo, l’essere,
in quanto lo presuppone e dunque non è in grado di accedervi.
Proprio il fallimento della metafisica — e siamo al secondo
capitolo del testo — è alla base del passaggio di
Marion alla fenomenologia; infatti, sostiene Marion sin dalle
prime pagine di Réduction et donation, nel corso
del Novecento la fenomenologia ha sempre più assunto il
ruolo stesso della filosofia: lo stesso anno, il 1900, vede quasi
contemporaneamente la morte di Nietzsche — secondo la nota
tesi heideggeriana l’ultimo pensatore metafisico —
e l’uscita della prima parte delle Ricerche logiche
di Husserl. Un accostamento apparentemente estrinseco, eppure
supportato da un filo rosso sotterraneo che li congiunge in
extremis e li stringe attorno ad un’unica domanda:
come può la fine della metafisica liberare nuove possibilità
di manifestazione dei fenomeni? In altri termini, come ripensare
la presenza in un orizzonte post-metafisico senza condizioni né
riserve? Questo punto nodale segna l’ultimo ed estremo approdo
del pensiero di Nietzsche e allo stesso tempo il punto di avvio
della fenomenologia di Husserl. Cercando di liberare la presenza
da qualunque condizione, e aprendola alla manifestazione dei fenomeni
così come essi si danno, la fenomenologia tenta di portare
a compimento la metafisica e allo stesso tempo di porvi fine.
Essa muove i suoi passi su uno spartiacque alquanto precario:
postulando la liberazione della presenza da ogni residuo metafisico,
porta a compimento l’impresa metafisica stessa nella sua
radice più profonda; tuttavia, sottraendole il suo oggetto
costitutivo, la dissolve. L’impresa fenomenologica di Marion
— per certi versi eretica, ma senza dubbio pervasa, anche
nel rovesciamento di alcuni temi husserliani, da una fortissima
passione per la fenomenalità — consiste nel condurre
sino all’estremo la riduzione husserliana, legandola alla
Gegebenheit secondo la nota formula tanta riduzione,
altrettanta donazione.
Proprio la scelta teorica di tradurre Gegebenheit con
donation — traduzione resa più agevole anche
dalla plurivocità del verbo francese donner, che
significa dare ma anche donare — conduce Marion
sul terreno del dibattito contemporaneo sul concetto di dono,
a cui è dedicato il terzo capitolo. In esso Marion si confronta
con tutta la tradizione critica che — da Mauss a Derrida
— ha inteso mostrare come il dono tenda inevitabilmente
a ricadere nel circuito economico dello scambio commerciale. Marion
mette fuori gioco tutte queste critiche ribadendo che, se ridotto
alla donazione, il dono perviene ad un livello fenomenologico
in cui il principio di ragion sufficiente perde la propria originarietà
rispetto ad una ragione ulteriore, che è quella appunto
del dono. Scrive Marion: «La ragione del dono non può
essere la ragion sufficiente perché il dono stesso diventa
la ragione della ragion sufficiente. Potremmo, dunque, suggerire
che la logica del dono, e dunque del dato, non è sottomessa
alla ragion sufficiente ma che, in modo sorprendente, la ragion
sufficiente come fondamento ultimo non dice se stessa in termini
di ragion sufficiente». Insomma, non è il dono a
dover essere spiegato con il ricorso ai principi metafisici di
causalità o di ragion sufficiente, ma è l’infondatezza
del darsi del dono stesso che consente di pensare ciò che
Heidegger nel Poscritto a Che cos’è metafisica
indicava come «la meraviglia dinanzi al fatto che l’ente
è». Le ultime due lezioni sono caratterizzate —
per ammissione dello stesso Autore — da un certo qual grado
di problematicità, in quanto riguardano temi su cui Marion
sta attualmente lavorando: si tratta delle questioni di Dio e
dell’uomo. Come scrive Perone, «la doppia impossibilità
di Dio, quello che lo rende invisibile all’intuizione e
incomprensibile al concetto, assume in questa prospettiva anche
un’insospettata profondità speculativa. Non si tratta
infatti solo di opporre il possibile (il finito) e l’impossibile
(l’infinito), ma di leggere questa dualità sullo
sfondo, più complesso, della contrapposizione del possibile-impossibile
per noi e del possibile-impossibile per Dio, dalla parte di Dio».
In questa differenza è in gioco da un lato il nome di Dio,
che rimane impossibile per l’uomo e si sottrae così
anche ad ogni pretesa idolatrica, e dall’altro la finitezza
umana. Tale finitezza è però ripensata da Marion
nei termini di una somiglianza a Dio; costantemente rimandata
all’impossibilità (per noi) di Dio, la nostra finita
possibilità si riconquista come tale: volgendosi a Dio,
la possibilità del finito si rapporta a Lui come a ciò
cui somiglia e ne trae il suo stesso carattere di possibilità.
In dialogo con l’amore si chiude con il testo
della conferenza pubblica su La questione dell’amore
e la riduzione fenomenologica, in cui Marion ripercorre i
risultati del suo ultimo saggio, pubblicato nel 2003, Il fenomeno
erotico. In esso Marion muove dall’idea che la filosofia
debba ritornare sul tema dell’amore, costantemente trascurato
durante tutta la modernità a partire dall’enfasi
cartesiana posta sull’ego come garanzia di certezza epistemica
e ontologica. In perfetta coerenza con l’impostazione fenomenologica
di Réduction et donation e Etant donné,
Marion propone di effettuare una riduzione erotica che, oltrepassata
la sfera della certezza dell’Io — certezza che si
rivela ben presto come vanità — perviene all’unica
questione davvero radicale per l’uomo: «Qualcuno mi
ama?». Come scrive Marion, «si dà l’esperienza
di qualcuno che per primo, provenendo da altrove, raggiunga intimamente
l’ego con questa più radicale assicurazione, che
destituisce definitivamente da ogni auto-produzione di sé
nella certezza e nell’esistenza?» Insomma, è
possibile isolare fenomenologicamente l’esperienza dell’amore
come fatto di essere innanzitutto amati? La riduzione erotica
mostra come quest’esperienza si possa dare, e sia tale da
rendere secondaria la questione stessa dell’essere. Quando,
il 13 novembre 2006, dopo la conferenza torinese di Marion, un
giornale ne dava notizia col titolo Amo, ergo sum, individuava
la nuova via possibile per la fenomenologia: oltre il soggettivismo
della metafisica moderna, la fenomenologia risale con gesto risoluto
e radicale all’amore che viene dall’essere termine
di un dono, un adonato, a sua volta reso capace di amare. Ancora
una volta la fenomenologia francese, nelle sue eresie e nei suoi
rovesciamenti, ci mostra come la passione per la fenomenalità
sia ancora l’unica via possibile per pensare in un orizzonte
post-metafisico senza cedere alle lusinghe nichiliste di certo
pensiero decostruzionista, alla costante ricerca — come
ancora una volta ricorda Perone — di ciò che per
il finito, per l’uomo, «è il sapere più
proprio e più essenziale».