il giornale di filosofia della religione
autonomo, rigoroso, plurale. online dal 2003.
ISSN 1826-6150
 
   
 
l'Associazione Prima pagina Materiali e risorse Rubriche Info & contatti facebook
   
letture
Marion. In dialogo con l'amore
di Claudio Tarditi

Succede molto spesso che escano nuovi libri ma assai più raramente che escano libri nuovi. È questo certamente il caso del testo di Jean-Luc Marion, Dialogo con l’amore (Rosenberg & Sellier, Torino 2007), in cui il curatore Ugo Perone ha raccolto i testi delle lezioni pronunciate da Marion durante il primo ciclo di seminari della Scuola di Alta Formazione Filosofica di Torino (novembre 2006) — da Perone stesso fondata anche grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo e del Centro Studi Filosofico-Religiosi “Luigi Pareyson” — aggiungendovi la conferenza pubblica tenuta da Marion in quegli stessi giorni su La questione dell’amore e la riduzione fenomenologica. Un nuovo libro, dunque, in cui il filosofo francese ripercorre il proprio cammino di pensiero, mostrandone gli snodi essenziali, i luoghi di sosta e i momenti di ripresa; ma anche un libro nuovo per la struttura dialogica che lo caratterizza e per l’occasione particolare — a parere di chi scrive (e che ha avuto modo di prendere parte a quei seminari) un autentico unicum nel panorama formativo filosofico italiano — in cui ha preso forma. Come scrive Perone nella Premessa: «Parlando di sé, egli [Marion, come ogni filosofo ospite della SdAFF] diventa maestro a doppio titolo. Per quello che ha detto, anzitutto, e di cui ora dà conto al modo in cui si esporrebbe di fronte a un classico. Ma anche per il fatto di mostrare, come fa un maestro, il pensiero non solo nei suoi risultati, ma nel suo modo di svolgersi. Egli non mette solo in scena il pensato, ma mostra come la stessa formulazione del pensiero abbia avuto luogo, perché sia apparsa necessaria in quel modo, perché egli abbia dovuto affidarsi a quel giro di argomenti. Quel maestro che egli è, viene accompagnato dal maestro che, in certo modo, ne manifesta il segreto» (Premessa, p. 7).

Il libro si snoda in sei capitoli che riprendono appunto le cinque conferenze tenute da Marion durante i seminari SdAFF e la conferenza pubblica su La questione dell’amore e la riduzione fenomenologica. Il primo capitolo è stato dedicato da Marion al momento pre-fenomenologico del proprio percorso teorico, ossia alla discussione della metafisica di Descartes come snodo fondamentale della modernità. Tuttavia, lo studio di Descartes non costituisce per Marion soltanto un interesse storiografico, ma si definisce come un punto d’accesso privilegiato per affrontare radicalmente il problema della crisi della metafisica. Infatti, sostiene Marion, contrariamente a quanto si è soliti pensare, la metafisica non è una forma di pensiero tipica della filosofia greca, ma della filosofia moderna, di cui Descartes costituisce proprio il punto d’avvio. La tesi di Marion è che la metafisica non entra in crisi per motivi storici, ma per un’insufficienza interna: essa non è in grado di pensare il proprio tema costitutivo, l’essere, in quanto lo presuppone e dunque non è in grado di accedervi. Proprio il fallimento della metafisica — e siamo al secondo capitolo del testo — è alla base del passaggio di Marion alla fenomenologia; infatti, sostiene Marion sin dalle prime pagine di Réduction et donation, nel corso del Novecento la fenomenologia ha sempre più assunto il ruolo stesso della filosofia: lo stesso anno, il 1900, vede quasi contemporaneamente la morte di Nietzsche — secondo la nota tesi heideggeriana l’ultimo pensatore metafisico — e l’uscita della prima parte delle Ricerche logiche di Husserl. Un accostamento apparentemente estrinseco, eppure supportato da un filo rosso sotterraneo che li congiunge in extremis e li stringe attorno ad un’unica domanda: come può la fine della metafisica liberare nuove possibilità di manifestazione dei fenomeni? In altri termini, come ripensare la presenza in un orizzonte post-metafisico senza condizioni né riserve? Questo punto nodale segna l’ultimo ed estremo approdo del pensiero di Nietzsche e allo stesso tempo il punto di avvio della fenomenologia di Husserl. Cercando di liberare la presenza da qualunque condizione, e aprendola alla manifestazione dei fenomeni così come essi si danno, la fenomenologia tenta di portare a compimento la metafisica e allo stesso tempo di porvi fine. Essa muove i suoi passi su uno spartiacque alquanto precario: postulando la liberazione della presenza da ogni residuo metafisico, porta a compimento l’impresa metafisica stessa nella sua radice più profonda; tuttavia, sottraendole il suo oggetto costitutivo, la dissolve. L’impresa fenomenologica di Marion — per certi versi eretica, ma senza dubbio pervasa, anche nel rovesciamento di alcuni temi husserliani, da una fortissima passione per la fenomenalità — consiste nel condurre sino all’estremo la riduzione husserliana, legandola alla Gegebenheit secondo la nota formula tanta riduzione, altrettanta donazione.

Proprio la scelta teorica di tradurre Gegebenheit con donation — traduzione resa più agevole anche dalla plurivocità del verbo francese donner, che significa dare ma anche donare — conduce Marion sul terreno del dibattito contemporaneo sul concetto di dono, a cui è dedicato il terzo capitolo. In esso Marion si confronta con tutta la tradizione critica che — da Mauss a Derrida — ha inteso mostrare come il dono tenda inevitabilmente a ricadere nel circuito economico dello scambio commerciale. Marion mette fuori gioco tutte queste critiche ribadendo che, se ridotto alla donazione, il dono perviene ad un livello fenomenologico in cui il principio di ragion sufficiente perde la propria originarietà rispetto ad una ragione ulteriore, che è quella appunto del dono. Scrive Marion: «La ragione del dono non può essere la ragion sufficiente perché il dono stesso diventa la ragione della ragion sufficiente. Potremmo, dunque, suggerire che la logica del dono, e dunque del dato, non è sottomessa alla ragion sufficiente ma che, in modo sorprendente, la ragion sufficiente come fondamento ultimo non dice se stessa in termini di ragion sufficiente». Insomma, non è il dono a dover essere spiegato con il ricorso ai principi metafisici di causalità o di ragion sufficiente, ma è l’infondatezza del darsi del dono stesso che consente di pensare ciò che Heidegger nel Poscritto a Che cos’è metafisica indicava come «la meraviglia dinanzi al fatto che l’ente è». Le ultime due lezioni sono caratterizzate — per ammissione dello stesso Autore — da un certo qual grado di problematicità, in quanto riguardano temi su cui Marion sta attualmente lavorando: si tratta delle questioni di Dio e dell’uomo. Come scrive Perone, «la doppia impossibilità di Dio, quello che lo rende invisibile all’intuizione e incomprensibile al concetto, assume in questa prospettiva anche un’insospettata profondità speculativa. Non si tratta infatti solo di opporre il possibile (il finito) e l’impossibile (l’infinito), ma di leggere questa dualità sullo sfondo, più complesso, della contrapposizione del possibile-impossibile per noi e del possibile-impossibile per Dio, dalla parte di Dio». In questa differenza è in gioco da un lato il nome di Dio, che rimane impossibile per l’uomo e si sottrae così anche ad ogni pretesa idolatrica, e dall’altro la finitezza umana. Tale finitezza è però ripensata da Marion nei termini di una somiglianza a Dio; costantemente rimandata all’impossibilità (per noi) di Dio, la nostra finita possibilità si riconquista come tale: volgendosi a Dio, la possibilità del finito si rapporta a Lui come a ciò cui somiglia e ne trae il suo stesso carattere di possibilità.

In dialogo con l’amore si chiude con il testo della conferenza pubblica su La questione dell’amore e la riduzione fenomenologica, in cui Marion ripercorre i risultati del suo ultimo saggio, pubblicato nel 2003, Il fenomeno erotico. In esso Marion muove dall’idea che la filosofia debba ritornare sul tema dell’amore, costantemente trascurato durante tutta la modernità a partire dall’enfasi cartesiana posta sull’ego come garanzia di certezza epistemica e ontologica. In perfetta coerenza con l’impostazione fenomenologica di Réduction et donation e Etant donné, Marion propone di effettuare una riduzione erotica che, oltrepassata la sfera della certezza dell’Io — certezza che si rivela ben presto come vanità — perviene all’unica questione davvero radicale per l’uomo: «Qualcuno mi ama?». Come scrive Marion, «si dà l’esperienza di qualcuno che per primo, provenendo da altrove, raggiunga intimamente l’ego con questa più radicale assicurazione, che destituisce definitivamente da ogni auto-produzione di sé nella certezza e nell’esistenza?» Insomma, è possibile isolare fenomenologicamente l’esperienza dell’amore come fatto di essere innanzitutto amati? La riduzione erotica mostra come quest’esperienza si possa dare, e sia tale da rendere secondaria la questione stessa dell’essere. Quando, il 13 novembre 2006, dopo la conferenza torinese di Marion, un giornale ne dava notizia col titolo Amo, ergo sum, individuava la nuova via possibile per la fenomenologia: oltre il soggettivismo della metafisica moderna, la fenomenologia risale con gesto risoluto e radicale all’amore che viene dall’essere termine di un dono, un adonato, a sua volta reso capace di amare. Ancora una volta la fenomenologia francese, nelle sue eresie e nei suoi rovesciamenti, ci mostra come la passione per la fenomenalità sia ancora l’unica via possibile per pensare in un orizzonte post-metafisico senza cedere alle lusinghe nichiliste di certo pensiero decostruzionista, alla costante ricerca — come ancora una volta ricorda Perone — di ciò che per il finito, per l’uomo, «è il sapere più proprio e più essenziale».

Desideri riportare questo articolo su un altro sito web? Leggi le avvertenze.

commenti dei lettori