I testi raccolti sono gli appunti di Ricoeur sul tema della morte
lasciati incompiuti, scritti negli ultimi anni di vita. Il nucleo
più consistente risale agli anni 1995-1997, anni in cui
l’autore dovette fare i conti con la malattia della moglie.
Altri frammenti sono datati tra il 2003 e il 2005, pochi mesi
prima della morte. Olivier Abel, responsabile del Fonds Ricoeur,
e Catherine Goldenstein, amica di Ricoeur che lo ha seguito negli
ultimi anni di vita, hanno curato la pubblicazione di questi appunti,
in forma incompiuta e frammentaria, ma preziosi, ben inquadrati
dalla prefazione iniziale (di Abel) e dalla postfazione finale
(della Goldenstein). Le riflessioni riprendono alcune suggestioni
già lasciate da Ricoeur in altre opere e in interviste
e lo confermano come il filosofo del gioioso «sì»
detto alla vita, nonostante il male e il tragico. Egli vuole riaffermare
«la gioia di vivere fino alla fine» cioè il
«desiderio di vivere colorato da una certa noncuranza che
chiamo gaiezza (gaieté)» (39). È
proprio il concetto di gaieté il punto di approdo
finale delle riflessioni sulla morte: una serenità e una
gaiezza radicate nell’ostinata fiducia nel primato dell’«affermazione
originaria» più forte di ogni negazione.
Ricoeur rifacendosi a testimonianze di medici sostiene la necessità
di vedere nel malato terminale l’«agonizzante»
e non il «moribondo»: l’agonia è propria
di colui che lotta per la vita ed è ancora vivo, «finché
sono lucidi i malati che stanno per morire non si percepiscono
come moribondi, come prossimi alla morte, ma come ancora viventi»
(42) e inoltre «ciò che occupa la capacità
di pensiero ancora preservata non è la preoccupazione di
ciò che c’è dopo la morte, ma la mobilitazione
delle risorse più profonde della vita ad affermarsi ancora»
(43). Di fronte all’estrema sofferenza l’uomo rimane
uomo, fino alla fine. Proprio nell’agonia Ricoeur individua
la possibilità di comunicare con l’Essenziale,
il «linguaggio fondamentale» (44) che dinanzi alla
morte supera le distinzioni confessionali e accomuna e affratella
tutti gli uomini. In altri scritti degli ultimi anni Ricoeur aveva
chiamato questo «religioso comune» (43) con
il termine di «Fondamentale» che non è da intendersi
come una sorta di “religioso” sincretistico superficiale
(«il religioso non esiste culturalmente che articolato nella
lingua e nel codice di una religione storica» 44), ma è
invece il massimo della «profondità», dell’«ampiezza»
e della «densità» che l’uomo può
cogliere al culmine della lotta contro la morte (come già
affermava in alcuni passaggi di La critique et la conviction,
1995).
Il riconoscimento dello status di «vivente»
all’uomo agonizzante apre lo spazio per l’«accompagnamento»
e la compassione che è il «lottare-con» (46):
«accompagnare è forse il termine più adeguato
per designare l’atteggiamento grazie al quale lo sguardo
sul morente si muta in sguardo verso un agonizzante, che lotta
per la vita fino alla morte (…) e non verso un moribondo
che presto sarà un morto» (47), è «accompagnare
in immaginazione e simpatia la lotta dell’agonizzante ancora
vivente, vivente ancora fino alla morte» (48), è
«aiutare per mezzo di una parola non medica, non confessionale»
ma «poetica e in questo senso prossima all’essenziale,
l’agonizzante non moribondo» (49), fondendo «comprensione
e amicizia» (52, 47). Punto di partenza e di arrivo della
lotta contro la sofferenza e la morte è la «fraternità»
tra uomini accomunati dal soffrire e dalla morte, ma soprattutto
dal desiderio di vivere e dal sì gioioso alla vita: è
la fraternità che si oppone al dispiegarsi funesto del
Male assoluto: «l’eterna lotta tra la fraternità
e il Male assoluto» è la verità che
caccia i fantasmi (73). Ricoeur ripresenta qui quell’atteggiamento
francescano del sentirsi «uno fra tanti» nella fraternità,
già evocata in Le volontaire et l’involontaire
nel 1950 e ripresa citando Bernanos in una nota di Soi-même
comme un autre (1990). Si tratta di esorcizzare allora il
«fantasma» del Male assoluto che vuole che «la
Morte sia più reale che la Vita» (61), per farlo
è necessario riconoscersi affratellati all’umanità
e solidali con essa. Questo processo richiede di attivare quello
che già in altre opere Ricoeur aveva chiamato il «lavoro
della memoria» che si unisce al «lavoro del lutto»
(63, 73) proprio di «coloro che hanno fatto prevalere la
vita sulla “memoria della morte”» (64).
La sfida della morte richiede allora due passaggi. Il primo è
esercitare il lavoro del lutto a spese dell’attaccamento
a sé (76), «amare l’altro che mi sopravvivrà»
(77), trasferire sull’altro l’amore per la vita, cosicché
il distacco rivela la sua dimensione di generosità (78),
si tratta di leggere l’agonia in termini di dono per gli
altri, in termini di «morire per», poiché
«il dono trasforma il distacco [di sé] in
beneficio per l’altro» (89), il «dono-servizio»
genera una comunità (91); il secondo passaggio è
allora il «confidare in Dio» (75), affidarsi alla
sua cura, alla sua memoria, in questo è la grazia: «Niente
mi è dovuto. Non mi aspetto nulla per me; non chiedo nulla;
ho rinunciato — tento di rinunciare! — a reclamare,a
rivendicare. Dico: Dio, tu farai di me ciò che vorrai.
Forse niente. Accetto di non essere più» (79). Non
vi è più il desiderio di sopravvivere e di conservarsi,
ma di essere «custoditi nella cura di Dio» (86). Risuona
ancora Soi-même comme un autre («la grazia
consiste nel dimenticarsi»). In questa «rinuncia all’ipse
per prepararsi alla morte» (84) sta l’orizzonte della
gaieté. Alla prospettiva heideggeriana dell’«essere-per-la-morte»
Ricoeur contrappone l’«essere-fino-alla-morte»
e addirittura l’«essere contro la morte» come
scrive in un biglietto poche settimane prima di morire che ben
riassume tutto il suo filosofare: «Dal fondo della vita,
una potenza sorge, che dice che l’essere è essere
contro la morte. Credetelo con me» (144).
I Fragments gettano una luce interessante sul rapporto
controverso per la critica tra filosofia e fede nel pensiero ricoeuriano.
Il cristianesimo per Ricoeur è «un caso trasformato
in destino attraverso una scelta continua» (99), una casualità
non subita, ma assunta, «è questa eredità,
indefinitamente confrontata, sul piano dello studio,
con tutte le tradizioni avverse o compatibili, che io dico trasformata
in destino attraverso una scelta continua» (100). Ricoeur
riprende il binomio di «convinzione» e «critica»,
di «motivazione» e «argomentazione» che
dà come risultato l’«opinione retta»,
ponderata e una sorta di «adesione» che non è
ingenua «fede» (101). La scelta continua passa attraverso
la «controversia» che si distingue dalla neutrale
«comparazione»: «La comparazione è sguardo
dal di fuori, la controversia caratterizza l’impegno del
credente fedele a una tradizione religiosa» (105) che approda
così all’«adesione» sempre radicata nelle
eredità culturali. Ricoeur precisa di non accettare la
definizione di «filosofo cristiano»; «Io sono
(…) un filosofo tout court, anzi un filosofo senza
assoluto», e insieme «un cristiano d’espressione
filosofica, come Rembrandt è un pittore tout court
e un cristiano d’espressione pittorica e Bach un musicista
tout court e un cristiano d’espressione musicale»
(107). Essere cristiano è un’adesione nata dalla
controversia e non intacca affatto l’essere filosofi pieni,
esercitare una filosofia che in sé ha una sua autonomia,
autarchia, autosufficienza (108) come la pittura e la musica.
Il testo è ricco di suggestioni sebbene frammentario come
ogni testo rimasto incompiuto. Alcune copie riprodotte dei fogli
manoscritti di Ricoeur danno l’idea del travaglio di pensiero
dell’Autore. Il lettore attento non mancherà di notare
che alcune indicazioni permettono di gettare una luce interessante
su tutta l’opera precedente di Ricoeur. Anche per questo
si tratta di un testo prezioso.