Paul Ricoeur intorno alla
morte
di Mauro
Cinquetti
I
testi raccolti sono gli appunti di Ricoeur sul tema
della morte lasciati incompiuti, scritti negli ultimi
anni di vita. Il nucleo più consistente risale
agli anni 1995-1997, anni in cui l’autore dovette
fare i conti con la malattia della moglie. Altri frammenti
sono datati tra il 2003 e il 2005, pochi mesi prima
della morte. Olivier Abel, responsabile del Fonds Ricoeur,
e Catherine Goldenstein, amica di Ricoeur che lo ha
seguito negli ultimi anni di vita, hanno curato la pubblicazione
di questi appunti, in forma incompiuta e frammentaria,
ma preziosi, ben inquadrati dalla prefazione iniziale
(di Abel) e dalla postfazione finale (della Goldenstein).
Le riflessioni riprendono alcune suggestioni già
lasciate da Ricoeur in altre opere e in interviste e
lo confermano come il filosofo del gioioso «sì»
detto alla vita, nonostante il male e il tragico. Egli
vuole riaffermare «la gioia di vivere fino alla
fine» cioè il «desiderio di vivere
colorato da una certa noncuranza che chiamo gaiezza
(gaieté)» (39). È proprio
il concetto di gaieté il punto di approdo
finale delle riflessioni sulla morte: una serenità
e una gaiezza radicate nell’ostinata fiducia nel
primato dell’«affermazione originaria»
più forte di ogni negazione.
Ricoeur rifacendosi a testimonianze
di medici sostiene la necessità di vedere nel
malato terminale l’«agonizzante» e
non il «moribondo»: l’agonia è
propria di colui che lotta per la vita ed è ancora
vivo, «finché sono lucidi i malati che
stanno per morire non si percepiscono come moribondi,
come prossimi alla morte, ma come ancora viventi»
(42) e inoltre «ciò che occupa la capacità
di pensiero ancora preservata non è la preoccupazione
di ciò che c’è dopo la morte, ma
la mobilitazione delle risorse più profonde della
vita ad affermarsi ancora» (43). Di fronte all’estrema
sofferenza l’uomo rimane uomo, fino alla fine.
Proprio nell’agonia Ricoeur individua la possibilità
di comunicare con l’Essenziale, il «linguaggio
fondamentale» (44) che dinanzi alla morte supera
le distinzioni confessionali e accomuna e affratella
tutti gli uomini. In altri scritti degli ultimi anni
Ricoeur aveva chiamato questo «religioso comune»
(43) con il termine di «Fondamentale» che
non è da intendersi come una sorta di “religioso”
sincretistico superficiale («il religioso non
esiste culturalmente che articolato nella lingua e nel
codice di una religione storica» 44), ma è
invece il massimo della «profondità»,
dell’«ampiezza» e della «densità»
che l’uomo può cogliere al culmine della
lotta contro la morte (come già affermava in
alcuni passaggi di La critique et la conviction,
1995).
Il riconoscimento dello status
di «vivente» all’uomo agonizzante
apre lo spazio per l’«accompagnamento»
e la compassione che è il «lottare-con»
(46): «accompagnare è forse il termine
più adeguato per designare l’atteggiamento
grazie al quale lo sguardo sul morente si muta in sguardo
verso un agonizzante, che lotta per la vita fino alla
morte (…) e non verso un moribondo che presto
sarà un morto» (47), è «accompagnare
in immaginazione e simpatia la lotta dell’agonizzante
ancora vivente, vivente ancora fino alla morte»
(48), è «aiutare per mezzo di una parola
non medica, non confessionale» ma «poetica
e in questo senso prossima all’essenziale, l’agonizzante
non moribondo» (49), fondendo «comprensione
e amicizia» (52, 47). Punto di partenza e di arrivo
della lotta contro la sofferenza e la morte è
la «fraternità» tra uomini accomunati
dal soffrire e dalla morte, ma soprattutto dal desiderio
di vivere e dal sì gioioso alla vita: è
la fraternità che si oppone al dispiegarsi funesto
del Male assoluto: «l’eterna lotta tra la
fraternità e il Male assoluto» è
la verità che caccia i fantasmi (73).
Ricoeur ripresenta qui quell’atteggiamento francescano
del sentirsi «uno fra tanti» nella fraternità,
già evocata in Le volontaire et l’involontaire
nel 1950 e ripresa citando Bernanos in una nota di Soi-même
comme un autre (1990). Si tratta di esorcizzare
allora il «fantasma» del Male assoluto che
vuole che «la Morte sia più reale che la
Vita» (61), per farlo è necessario riconoscersi
affratellati all’umanità e solidali con
essa. Questo processo richiede di attivare quello che
già in altre opere Ricoeur aveva chiamato il
«lavoro della memoria» che si unisce al
«lavoro del lutto» (63, 73) proprio di «coloro
che hanno fatto prevalere la vita sulla “memoria
della morte” » (64).
La sfida della morte richiede allora
due passaggi. Il primo è esercitare il lavoro
del lutto a spese dell’attaccamento a sé
(76), «amare l’altro che mi sopravvivrà»
(77), trasferire sull’altro l’amore per
la vita, cosicché il distacco rivela la sua dimensione
di generosità (78), si tratta di leggere l’agonia
in termini di dono per gli altri, in termini di «morire
per», poiché «il dono
trasforma il distacco [di sé] in beneficio per
l’altro» (89), il «dono-servizio»
genera una comunità (91); il secondo passaggio
è allora il «confidare in Dio» (75),
affidarsi alla sua cura, alla sua memoria, in questo
è la grazia: «Niente mi è dovuto.
Non mi aspetto nulla per me; non chiedo nulla; ho rinunciato
– tento di rinunciare! – a reclamare,a rivendicare.
Dico: Dio, tu farai di me ciò che vorrai. Forse
niente. Accetto di non essere più» (79).
Non vi è più il desiderio di sopravvivere
e di conservarsi, ma di essere «custoditi nella
cura di Dio» (86). Risuona ancora Soi-même
comme un autre («la grazia consiste nel dimenticarsi»).
In questa «rinuncia all’ipse per
prepararsi alla morte» (84) sta l’orizzonte
della gaieté. Alla prospettiva heideggeriana
dell’«essere-per-la-morte» Ricoeur
contrappone l’«essere-fino-alla-morte»
e addirittura l’«essere contro la morte»
come scrive in un biglietto poche settimane prima di
morire che ben riassume tutto il suo filosofare: «Dal
fondo della vita, una potenza sorge, che dice che l’essere
è essere contro la morte. Credetelo con me»
(144).
I Fragments gettano una luce
interessante sul rapporto controverso per la critica
tra filosofia e fede nel pensiero ricoeuriano. Il cristianesimo
per Ricoeur è «un caso trasformato in destino
attraverso una scelta continua» (99), una casualità
non subita, ma assunta, «è questa eredità,
indefinitamente confrontata, sul piano dello studio,
con tutte le tradizioni avverse o compatibili, che io
dico trasformata in destino attraverso una scelta continua»
(100). Ricoeur riprende il binomio di «convinzione»
e «critica», di «motivazione»
e «argomentazione» che dà come risultato
l’«opinione retta», ponderata e una
sorta di «adesione» che non è ingenua
«fede» (101). La scelta continua passa attraverso
la «controversia» che si distingue dalla
neutrale «comparazione»: «la comparazione
è sguardo dal di fuori, la controversia caratterizza
l’impegno del credente fedele a una tradizione
religiosa» (105) che approda così all’«adesione»
sempre radicata nelle eredità culturali. Ricoeur
precisa di non accettare la definizione di «filosofo
cristiano»: «io sono (…) un filosofo
tout court, anzi un filosofo senza assoluto»,
e insieme «un cristiano d’espressione filosofica,
come Rembrandt è un pittore tout court
e un cristiano d’espressione pittorica e Bach
un musicista tout court e un cristiano d’espressione
musicale» (107). Essere cristiano è un’adesione
nata dalla controversia e non intacca affatto l’essere
filosofi pieni, esercitare una filosofia che in sé
ha una sua autonomia, autarchia, autosufficienza (108)
come la pittura e la musica.
Il testo è ricco di suggestioni
sebbene frammentario come ogni testo rimasto incompiuto.
Alcune copie riprodotte dei fogli manoscritti di Ricoeur
danno l’idea del travaglio di pensiero dell’autore.
Il lettore attento non mancherà di notare che
alcune indicazioni permettono di gettare una luce interessante
su tutta l’opera precedente di Ricoeur. Anche
per questo si tratta di un testo prezioso.
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