«Adorate il Signore Cristo nei vostri cuori, pronti sempre
a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che
è in voi» (1Pt 3,15). Alla mentalità escatologica,
aperta alla speranza, dei primi secoli della Chiesa l’apostolo
Pietro indicava la via della ragione e del pensiero argomentativo.
In modo complementare oggi alla mentalità razionalistica
e scientifica il Pontefice addita la via dell’apertura alla
speranza, spesso considerata un’illusione e confinata nel
privato. Si può riassumere in questo percorso dal rendere
ragione della speranza al riscoprire la speranza della ragione
la cifra della recente enciclica di Benedetto XVI Spe Salvi.
In entrambi i casi emerge una forte correlazione tra i due termini
che, fin dai tempi del Ratzinger teologo prim'ancora che del Benedetto
pontefice, delineano la pienezza dell’umanità: ragione
e speranza.
La fede cambia già ora la vita. Il recupero di
una nuova ragione, meno positivistica, cioè incentrata
sul primato del dato (il positum) sperimentale, e più
aperta all’invisibile e a ciò che è accolto
per fede (cioè già-dato in Cristo) traspare fin
dalle prime pagine, laddove la fede viene riqualificata e ridefinita:
il messaggio cristiano non è semplicemente un’informazione
sulla realtà, come lo riduce una razionalità appiattita
sul paradigma scientifico, ma va riconosciuto nel suo valore performativo:
«Il Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose
che si possono sapere ma è una comunicazione che produce
fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro
è stata spalancata. Chi ha speranza vive diversamente;
gli è stata donata una vita nuova» (§2, pp.5-6).
Non si tratta di vedere nel Vangelo e in Cristo un mero oggetto
da studiare di carattere storico o psicologico (mentalità
positivistica, informativa), si tratta invece di accogliere come
un elemento vitale l’evento di Gesù Cristo, talmente
vitale da trasformare in profondità la propria vita, il
proprio agire e da gettare una luce nuova su ogni momento della
propria esistenza (mentalità aperta alla speranza, performativa).
La fede non è vedere, toccare, conoscere Cristo in senso
fisico, è invece vivere la stessa vita di Cristo, è
entrare in una relazione stretta.
Proprio per questa vitale partecipazione a Cristo «la fede
non è soltanto un personale protendersi verso le cose che
devono venire ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà
qualcosa. Ci dà già ora qualcosa della realtà
attesa, […] Essa attira dentro il presente il futuro, così
che quest’ultimo non è più il puro “non-ancora”.
Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente; il presente
viene toccato dalla realtà futura» (§7, pp.18-19).
Fede in Cristo è assumere come già-dato un futuro
di speranza. Ne consegue che da questo già-dato la vita
stessa acquisisce una luce nuova, viene trasformata: «la
fede conferisce alla vita una nuova base, un nuovo fondamento
sul quale l’uomo può poggiare» (§8, p.20).
La speranza della vita eterna non è dunque confinata in
un futuro ipotetico, accantonata, ma plasma già ora la
vita di chi ha fede: «La fede è un habitus,
cioè una costante disposizione d’animo, grazie a
cui la vita eterna prende inizio in noi […] per la fede,
in modo iniziale, potremmo dire “in germe” […]
sono già presenti in noi le cose che si sperano: il tutto,
la vita vera. […] questa “cosa” che deve venire
non è ancora visibile nel mondo esterno (non “appare”),
ma a causa del fatto che, come realtà iniziale e dinamica,
la portiamo dentro di noi, nasce già ora una qualche percezione
di essa» (§7, p.17). La domanda fondamentale rivolta
ai credenti in Cristo è dunque chiara: «La fede cristiana
è per noi “performativa” — un messaggio
che plasma in modo nuovo la vita stessa, o è ormai soltanto
“informazione” che, nel frattempo, abbiamo accantonata
e che ci sembra accantonata da informazioni più recenti?»
(§10, p.23).
L’uomo e la speranza. A questa chiarificazione
di impostazione segue un’indagine sulla realtà dell’uomo
di carattere fenomenologico, a partire da dei dati antropologici
sul significato della speranza per l’uomo: «Da una
parte, non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole che
moriamo. Dall’altra, tuttavia, non desideriamo neppure di
continuare ad esistere illimitatamente» (§11, p.26).
Quindi, conclude il pontefice, in termini molto aperti e volutamente
generici: «In fondo vogliamo una sola cosa — “la
vita beata”, la vita che è semplicemente vita, semplicemente
“felicità”. […] Non sappiamo che cosa
vorremmo veramente; non conosciamo questa “vera vita”;
e tuttavia sappiamo, che deve esistere un qualcosa che noi non
conosciamo e verso il quale ci sentiamo spinti» (§11,
p.27). Il testo identifica con la «vita eterna» questa
«sconosciuta realtà conosciuta» (§12,
p.28), intendendo con essa non «un continuo susseguirsi
di giorni di calendario, ma qualcosa come il momento colmo di
appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo
la totalità», come l’«immergersi nell’oceano
dell’infinito amore». La vita eterna dunque non è
confinata nel futuro, ma già ora «è la vita
in senso pieno» (§12, p.29).
Limiti della razionalità moderna. Il Pontefice
avanza poi alcuni spunti critici verso la razionalità ridotta
in senso positivistico tipica dell’età moderna, che
ha abolito la speranza, o meglio l’ha semplicemente sostituita,
surrogata con altri miti. I miti del progresso, della ragione,
della libertà individuale e della scienza vengono sottoposti
a critica pur sempre riconoscendone il valore significativo, ma
relativo e mai assoluto. Nel progresso, mitizzato da F. Bacone,
«la restaurazione del “paradiso perduto”, non
si attende più dalla fede, ma dal collegamento […]
di scienza e prassi» (§17, p.36-37). Analogamente Marx
ha delineato la prospettiva di un progresso che realizzasse pienamente
in termini politici e materialistici la speranza: «Egli
supponeva semplicemente che con l’espropriazione della classe
dominante, con la caduta del potere politico e con la socializzazione
dei mezzi di produzione si sarebbe realizzata la Nuova Gerusalemme»
(§21, p.43). Ma la speranza non può essere realizzata
da strutture puramente materiali, pur importanti: «Egli
ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo […] credeva
che, una volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato
a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo
infatti non è solo il prodotto di condizioni economiche
e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno
creando condizioni economiche favorevoli» (§21, p.44).
Non basta dunque il mero progresso materiale, che, pur offrendo
«senza dubbio» possibilità di bene, apre anche
possibilità abissali di male (cfr.§22, p.45).
La ragione moderna si è ridotta a una ragione strumentale,
utilitaristica, ancorata al dato sperimentale e all’efficacia
dei risultati in termini economici e produttivi: ma, si domanda
il testo, «la ragione del potere e del fare è già
la ragione intera?». Si tratta di allargare l’ambito
della ragione per renderla umana e non solo strumentale: «Se
il progresso ha bisogno della crescita morale dell’umanità,
allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente
essere integrata mediante l’apertura della ragione alle
forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male.
Solo così diventa una ragione veramente umana […]
solo se guarda oltre se stessa» (§23, pp.46-47). Il
mito della libertà individuale va relativizzato e accompagnato
dall’accoglienza di «un criterio di misura»
che impedisca di trasformare la libertà in fattore di distruzione
e che, contro il rischio sempre incombente di ricadere negli stessi
errori, sostanzi la libertà con convinzioni forti: «Anche
le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità
sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli
uomini ad una libera adesione. […] La libertà necessita
di una convinzione» (§24, p.49). Infine «la scienza
può contribuire molto all’umanizzazione del mondo
e dell’umanità. Essa però può anche
distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da
forze che si trovano al di fuori di essa» (§25 p.51).
Ancora dunque si tratta non di coartare la scienza, ma di essere
coscienti dei suoi limiti e quindi aprirla alla ragione umana
integrale.
Ambiti della speranza. Infine l’enciclica individua
tre ambiti di apprendimento della speranza: la preghiera, l’agire
e il soffrire, il giudizio. La preghiera è dimensione essenziale
dell’uomo aperto alla speranza: essa «è un
processo di purificazione interiore che ci fa capaci per Dio»
(§33, p.64). La sofferenza accettata consente di maturare
nella speranza, di trovare un senso al soffrire fino a rendere
capaci di soffrire. Il Giudizio finale non è «un’immagine
terrificante ma un’immagine di speranza, […] è
un’immagine che chiama in causa la responsabilità»
(§44, p.85): «Un mondo che si deve creare da sé
la giustizia è un mondo senza speranza» (§42,
p.81), perché nel mondo non c’è nulla che
garantisca per sempre contro l’ingiustizia (il pontefice
cita Horkheimer e Adorno), un mondo invece che confida in una
giustizia finale può sperare e attivare una piena responsabilità
per l’agire presente. L’Enciclica delinea un
atteggiamento di dialogo e insieme di critica nei confronti della
razionalità moderna: da un lato tende a mettere in questione
i miti moderni del progresso, della ragione, della libertà,
della scienza, dall’altro mantiene sempre viva la consapevolezza
della positività di queste acquisizioni. Quest'atteggiamento
si riscontra anche nello stile argomentativo: le argomentazioni
muovono sia da considerazioni fenomenologiche, dall’osservazione
della condizione umana e storica, sia, ovviamente, da presupposti
di fede che consentono di gettare una luce nuova sul vissuto.
L’orizzonte è quello più volte ribadito da
Ratzinger prima e da Benedetto XVI ora: da un lato la fede-speranza
non è fanatismo, ma deve essere mantenuto in stretta relazione
con la razionalità, dall’altro la ragione umana va
liberata dal confinamento all’ambito dello sperimentale
e del calcolabile e allargata alla dimensione della fede, del
mistero, della speranza: la speranza per la ragione è una
ragione che fa posto alla speranza.