Ragione della speranza
e speranza della ragione.
Note all'Enciclica Spe Salvi
di Mauro
Cinquetti
«Adorate
il Signore Cristo nei vostri cuori, pronti sempre a
rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza
che è in voi» (1Pt 3,15). Alla mentalità
escatologica, aperta alla speranza, dei primi secoli
della chiesa l’apostolo Pietro indicava la via
della ragione e del pensiero argomentativo. In modo
complementare oggi alla mentalità razionalistica
e scientifica il Pontefice addita la via dell’apertura
alla speranza, spesso considerata un’illusione
e confinata nel privato. Si può riassumere in
questo percorso dal rendere ragione della speranza al
riscoprire la speranza della ragione la cifra della
recente enciclica di Benedetto XVI Spe Salvi. In entrambi
i casi emerge una forte correlazione tra i due termini
che, fin dai tempi del Ratzinger teologo prima ancora
che del Benedetto pontefice, delineano la pienezza dell’umanità:
ragione e speranza.
La fede cambia già ora
la vita. Il recupero di una nuova ragione, meno
positivistica, cioè incentrata sul primato del
dato (il positum) sperimentale, e più aperta
all’invisibile e a ciò che è accolto
per fede (cioè già-dato in Cristo) traspare
fin dalle prime pagine, laddove la fede viene riqualificata
e ridefinita: il messaggio cristiano non è semplicemente
un’informazione sulla realtà, come lo riduce
una razionalità appiattita sul paradigma scientifico,
ma va riconosciuto nel suo valore performativo: «il
Vangelo non è soltanto una comunicazione di cose
che si possono sapere, ma è una comunicazione
che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura
del tempo, del futuro è stata spalancata. Chi
ha speranza vive diversamente; gli è stata donata
una vita nuova» (§2, pp.5-6). Non si tratta
di vedere nel Vangelo e in Cristo un mero oggetto da
studiare di carattere storico o psicologico (mentalità
positivistica, informativa), si tratta invece di accogliere
come un elemento vitale l’evento di Gesù
Cristo, talmente vitale da trasformare in profondità
la propria vita, il proprio agire e da gettare una luce
nuova su ogni momento della propria esistenza (mentalità
aperta alla speranza, performativa). La fede non è
vedere, toccare, conoscere Cristo in senso fisico, è
invece vivere la stessa vita di Cristo, è entrare
in una relazione stretta.
Proprio per questa vitale partecipazione
a Cristo «la fede non è soltanto un personale
protendersi verso le cose che devono venire ma sono
ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa.
Ci dà già ora qualcosa della realtà
attesa, […] Essa attira dentro il presente il
futuro, così che quest’ultimo non è
più il puro “non-ancora”. Il fatto
che questo futuro esista, cambia il presente; il presente
viene toccato dalla realtà futura» (§7,
pp.18-19). Fede in Cristo è assumere come già-dato
un futuro di speranza. Ne consegue che da questo già-dato
la vita stessa acquisisce una luce nuova, viene trasformata:
«la fede conferisce alla vita una nuova base,
un nuovo fondamento sul quale l’uomo può
poggiare» (§8, p.20). La speranza della vita
eterna non è dunque confinata in un futuro ipotetico,
accantonata, ma plasma già ora la vita di chi
ha fede: «La fede è un “habitus”,
cioè una costante disposizione d’animo,
grazie a cui la vita eterna prende inizio in noi […]
per la fede, in modo iniziale, potremmo dire “in
germe” […] sono già presenti in noi
le cose che si sperano: il tutto, la vita vera. […]
questa “cosa” che deve venire non è
ancora visibile nel mondo esterno (non “appare”),
ma a causa del fatto che, come realtà iniziale
e dinamica, la portiamo dentro di noi, nasce già
ora una qualche percezione di essa» (§7,
p.17). La domanda fondamentale rivolta ai credenti in
Cristo è dunque chiara: «la fede cristiana
[…] è […] per noi “performativa”
– un messaggio che plasma in modo nuovo la vita
stessa, o è ormai soltanto “informazione”
che, nel frattempo, abbiamo accantonata e che ci sembra
accantonata da informazioni più recenti?»
(§10, p.23).
L’uomo e la speranza.
A questa chiarificazione di impostazione segue un’indagine
sulla realtà dell’uomo di carattere fenomenologico,
a partire da dei dati antropologici sul significato
della speranza per l’uomo: «Da una parte,
non vogliamo morire; soprattutto chi ci ama non vuole
che moriamo. Dall’altra, tuttavia, non desideriamo
neppure di continuare ad esistere illimitatamente»
(§11, p.26). Quindi, conclude il pontefice, in
termini molto aperti e volutamente generici: «In
fondo vogliamo una sola cosa – “la vita
beata”, la vita che è semplicemente vita,
semplicemente “felicità”. […]
Non sappiamo che cosa vorremmo veramente; non conosciamo
questa “vera vita”; e tuttavia sappiamo,
che deve esistere un qualcosa che noi non conosciamo
e verso il quale ci sentiamo spinti» (§11,
p.27). Il testo identifica con la «vita eterna»
questa «sconosciuta realtà conosciuta»
(§12, p.28), intendendo con essa non «un
continuo susseguirsi di giorni di calendario, ma qualcosa
come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità
ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità»,
come l’«immergersi nell’oceano dell’infinito
amore». La vita eterna dunque non è confinata
nel futuro, ma già ora «è la vita
in senso pieno» (§12, p.29).
Limiti della razionalità
moderna. Il Pontefice avanza poi alcuni spunti
critici verso la razionalità ridotta in senso
positivistico tipica dell’età moderna,
che ha abolito la speranza, o meglio l’ha semplicemente
sostituita, surrogata con altri miti. I miti del progresso,
della ragione, della libertà individuale e della
scienza vengono sottoposti a critica pur sempre riconoscendone
il valore significativo, ma relativo e mai assoluto.
Nel progresso, mitizzato da F.Bacone, «la restaurazione
del “paradiso perduto”, non si attende più
dalla fede, ma dal collegamento […] di scienza
e prassi» (§17, p.36-37). Analogamente Marx
ha delineato la prospettiva di un progresso che realizzasse
pienamente in termini politici e materialistici la speranza:
«Egli supponeva semplicemente che con l’espropriazione
della classe dominante, con la caduta del potere politico
e con la socializzazione dei mezzi di produzione si
sarebbe realizzata la Nuova Gerusalemme» (§21,
p.43). Ma la speranza non può essere realizzata
da strutture puramente materiali, pur importanti: «Egli
ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo […]
credeva che, una volta messa a posto l’economia,
tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è
il materialismo: l’uomo infatti non è solo
il prodotto di condizioni economiche e non è
possibile risanarlo solamente dall’esterno creando
condizioni economiche favorevoli» (§21, p.44).
Non basta dunque il mero progresso materiale, che, pur
offrendo «senza dubbio» possibilità
di bene, apre anche possibilità abissali di male
(cfr.§22, p.45)
La ragione moderna si è ridotta
a una ragione strumentale, utilitaristica, ancorata
al dato sperimentale e all’efficacia dei risultati
in termini economici e produttivi: ma, si domanda il
testo: «la ragione del potere e del fare è
già la ragione intera?». Si tratta di allargare
l’ambito della ragione per renderla umana e non
solo strumentale: «Se il progresso ha bisogno
della crescita morale dell’umanità, allora
la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente
essere integrata mediante l’apertura della ragione
alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra
bene e male. Solo così diventa una ragione veramente
umana […] solo se guarda oltre se stessa»
(§23, pp.46-47). Il mito della libertà
individuale va relativizzato e accompagnato dall’accoglienza
di «un criterio di misura» che impedisca
di trasformare la libertà in fattore di distruzione
e che, contro il rischio sempre incombente di ricadere
negli stessi errori, sostanzi la libertà con
convinzioni forti: «Anche le strutture migliori
funzionano soltanto se in una comunità sono vive
delle convinzioni che siano in grado di motivare gli
uomini ad una libera adesione. […] La libertà
necessita di una convinzione» (§24, p.49).
Infine «la scienza può contribuire molto
all’umanizzazione del mondo e dell’umanità.
Essa però può anche distruggere l’uomo
e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano
al di fuori di essa» (§25 p.51). Ancora dunque
si tratta non di coartare la scienza, ma di essere coscienti
dei suoi limiti e quindi aprirla alla ragione umana
integrale.
Ambiti della speranza. Infine
l’enciclica individua tre ambiti di apprendimento
della speranza: la preghiera, l’agire e il soffrire,
il giudizio. La preghiera è dimensione essenziale
dell’uomo aperto alla speranza: essa «è
un processo di purificazione interiore che ci fa capaci
per Dio» (§33, p.64). La sofferenza accettata
consente di maturare nella speranza, di trovare un senso
al soffrire fino a rendere capaci di soffrire. Il Giudizio
finale non è «un’immagine terrificante,
ma un’immagine di speranza […] è
un’immagine che chiama in causa la responsabilità»
(§44, p.85): «un mondo che si deve creare
da sé la giustizia è un mondo senza speranza»
(§42, p.81), perché nel mondo non c’è
nulla che garantisca per sempre contro l’ingiustizia
(il pontefice cita Horkheimer e Adorno), un mondo invece
che confida in una giustizia finale può sperare
e attivare una piena responsabilità per l’agire
presente.
L’enciclica delinea un atteggiamento
di dialogo e insieme di critica nei confronti della
razionalità moderna: da un lato tende a mettere
in questione i miti moderni del progresso, della ragione,
della libertà, della scienza, dall’altro
mantiene sempre viva la consapevolezza della positività
di queste acquisizioni. Questo atteggiamento si riscontra
anche nello stile argomentativo: le argomentazioni muovono
sia da considerazioni fenomenologiche, dall’osservazione
della condizione umana e storica, sia, ovviamente, da
presupposti di fede che consentono di gettare una luce
nuova sul vissuto. L’orizzonte è quello
più volte ribadito da Ratzinger prima e da Benedetto
XVI ora: da un lato la fede-speranza non è fanatismo,
ma deve essere mantenuto in stretta relazione con la
razionalità, dall’altro la ragione umana
va liberata dal confinamento all’ambito dello
sperimentale e del calcolabile e allargata alla dimensione
della fede, del mistero, della speranza: la speranza
per la ragione è una ragione che fa posto alla
speranza.
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