Una delle principali eredità teoriche dell’ermeneutica
contemporanea risiede nell’idea che il valore di un qualunque
pensiero filosofico non si misuri tanto a seconda della sua capacità
fondativa o sintetica, ma in ciò che essa dà da
pensare — espressione che ricalca quella francese, più
volte ripresa per es. da Ricoeur, donner à penser,
spesso tradotta maldestramente con dare a pensare, che
sembra rimandare piuttosto ad un pensiero già concluso
e offerto al pensiero come su un vassoio d’argento, laddove
invece il francese si riferisce piuttosto a ciò che va
ancora pensato, un plesso problematico passibile di essere sviluppato
secondo linee anche molto differenti l’una dall’altra
eppure tutte in dialogo con una certa eredità filosofica.
Ebbene, se vogliamo assumere come valido questo principio ermeneutico,
è facile comprendere come il pensiero di Luigi Pareyson,
a sedici anni dalla sua scomparsa, dia ancora da pensare. Effettuare
un bilancio completo dell’eredità pareysoniana è
impresa senz’altro ardua; tuttavia, non si può prescindere
dall’osservare come il suo pensiero contituisca la fonte,
l’orizzonte e il termine di dialogo costante di un vasto
gruppo di studiosi i cui orientamenti, talvolta anche molto divergenti
l’uno dall’altro, trascendono di gran lunga gli spesso
angusti confini accademici delle cosiddette “scuole di pensiero”,
per situarsi al contrario su un vivace ed eterogeneo terreno di
confronto ermeneutico, le cui costanti teoriche di ascendenza
pareysoniana restano tuttavia ben salde ed evidenti: l’attenzione
alla questione dell’esistenza e la riflessione sull’esperienza
religiosa.
È questo il caso del volume L’esistenza e il
Logos. Filosofia, esperienza religiosa, Rivelazione, curato
da P.D. Bubbio e P. Coda per Città Nuova (Roma 2007) e
composto da numerosi contributi filosofici e teologici che —
sia che si presentino come commenti o analisi di particolari aspetti
del pensiero di Pareyson, sia che ne sviluppino autonomamente
alcune linee teoriche — tentano un rinnovato dialogo col
filosofo dell’Ontologia della libertà. Nel
primo “gruppo” spiccano il saggio di Claudio Ciancio,
che ripercorre la prospettiva heideggeriana sulla questione della
verità mostrandone i limiti interni dovuti ad una non radicale
riflessione da parte di Heidegger sul tema della libertà,
che va invece pensata — pareysonianamente — al di
là di ogni possibile apertura, cioè come inizio
assoluto e scelta originaria; quello di Aldo Magris, che si sofferma
sul significato ontologico della libertà; quello di Maurizio
Pagano, che propone un originale e stimolante ripensamento del
soggetto e dell’universale attraverso un dialogo serrato
tra Pareyson e Hegel; quello di Marco Ravera, che riflette sul
tema pareysoniano dell’ermeneutica dell’esperienza
religiosa, distinguendola acutamente dalla filosofia della religione
ma spiegando in che misura la prima costituisca una preziosa eredità
per la seconda; infine, quello di Francesco Tomatis, che ripercorre
originalmente alcuni capisaldi dell’ermeneutica pareysoniana,
come i concetti di pensiero rivelativo, pluralismo interpretativo,
eterorelazione, libertà. All’interno del secondo
gruppo sono di particolare interesse il saggio di Nynfa Bosco,
incentrato sul rapporto tra la secolarizzazione di Dio e una ben
più problematica secolarizzazione del male (tema alquanto
caro all’ultimo Pareyson); quello di Paolo Diego Bubbio
che, sviluppando un originale confronto con il neo-idealismo inglese,
analizza il tema del rovesciamento del concetto nel pensiero di
Marcel, senz’altro uno dei filosofi più influenti
sulla formazione del giovane Pareyson; quello di Piero Coda, che
confronta il proprio percorso teologico con l’Ontologia
della libertà, soffermandosi in particolare sul rapporto
tra l’esistenza e il logos e prospettando il compito —
a un tempo filosofico e teologico — di dar voce al logos
che scaturisce dall’esistenza «in quanto ne illumina
e costruisce la verità»; quello di Giuseppe Modica,
che mostra la coessenzialità di etica e politica nel mondo
greco e in particolare nel pensiero socratico, confrontandosi
direttamente con la critica pareysoniana all’ideologia come
pensiero meramente espressivo e storico; infine, quello di Ugo
Perone che, attraverso la ripresa del tema del rapporto tra la
poesia di Celan e la filosofia — in primis quella
heideggeriana — propone un’originale interpretazione
dell’essere come assenza, assenza che può essere
intercettata solo dall’ermeneutica, unico pensiero “all’altezza
del presente”.
Come concludono i curatori nell’Introduzione,
non stupisca che il nome di Pareyson non compare nel titolo del
volume: anche senza un rimando esplicito, il pensiero pareysoniano
nutre e orienta, pur lasciandola libera, ogni prospettiva teorica
tentata in questa raccolta di saggi. Senza dubbio un profondo
esempio di dialogo filosofico tra coloro che in qualche modo si
sono confrontati col pensiero di Pareyson: certamente il miglior
modo per rendere omaggio alla sua memoria.