«Il “limine” è la soglia, il
liminare ovvero quell’esile ma decisivo spazio
che disgiunge e unisce il dentro e il fuori, il proprio e l’altrui
[…], è il breve istante tra la fine e l’inizio,
ovvero il momento nel quale ciò che è passato giunge
a compimento e si apre a quel che attende.» A giudicare
dal suo primo volume — L’uomo e la parola. Pensiero
dialogico e filosofia contemporanea — "Limine",
la nuova Collana di studi filosofici del Dip, di Filosofia della
Pontificia Università Teologica della Sardegna, tiene fede
al proposito con il quale è nata di costituire «uno
spazio in cui possano intersecarsi differenti linee di ricerca
in una mutua e feconda apertura dialogica», nell’ambito
della quale esplorare la “dimensione interpersonale”
per mettere in luce quegli elementi decisivi della contemporaneità
che vi entrano in gioco. L’uomo e la parola raccoglie
i contributi di un Convegno tenutosi a Cagliari il 17 maggio 2006
intorno a uno dei «principali nodi teoretici del pensiero
contemporaneo» — il nesso uomo-parola — letto
entro due direttrici teoriche fondamentali: quella del pensiero
dialogico e quella più direttamente connessa al confronto
fra quest’ultimo e le prospettive filosofiche di Lévinas,
di Derrida, di Heidegger.
Dei sei contributi raccolti, i primi tre esplorano puntualmente
le prospettive teoretiche e etiche aperte dal pensiero dialogico
con riferimento ad alcuni dei suoi maggiori rappresentanti, Max
Picard, Ferdinand Ebner, Franz Rosenzweig e Eugen Rosenstock.
I saggi offrono un quadro puntuale e opportunamente documentato
della singolare curvatura speculativa entro la quale la ragione
e il pensiero dialogici leggono la relazione uomo-parola. Gli
intrecci tematici fra parola e silenzio, fra scrittura, oralità
e interpretazione, fra soggettività, alterità e
temporalità rappresentano i motivi teorici qualificanti
della nuova modalità di pensiero inaugurata dalla
ragione dialogica il cui esame rinvia, nel contributo
di E. Baccarini (La ragione dialogica. Una nuova modalità
di pensiero, pp. 9-18), alla salda unione di pensiero e linguaggio
operante nel fertile terreno rappresentato dall’idea di
un soggetto umano inteso come «un pensante che parla»
e insieme «un parlante che pensa» (p. 10). La correlazione
fra parlare e ascoltare sviluppata dall’A. con riferimento
a molteplici temi fra i quali quelli dell’alterità,
dell’intesa, dell’interrogazione e della non-violenza,
è espressione ultima e più autentica dell’«incontro»
come categoria antropologica determinante della ragione dialogica.
Proprio nell’ottica dell’«incontro», quest’ultima
rinvia a una verità che solo quando «si dice insieme»
non «si trasforma in chiacchiera» (p. 15), tradendo
la cifra sempre plurale, interdipendente, finita, e interrogativa
che la contraddistingue. La sensibilità filologica e testuale
di S. Zucal (La filosofia della parola, in Max Picard e Ferdinand
Ebner pp. 19- 39), con riferimento al pensiero di Picard
e a quello di Ebner, immerge il lettore entro alcune delle risultanze
più significative del pensiero dialogico connesse alla
via alternativa che questo sembra essere in grado di favorire
rispetto a quella indotta dal solipsismo, primo alleato
di una «concezione egologica della parola» (p. 24).
Fra i tanti temi messi in campo dal saggio di Zucal, merita un’attenzione
particolare quello del rapporto fra parola e «silenzio».
Un silenzio che dal dialogo originario dell’uomo con Dio,
senza soluzione di continuità, «si replica nella
relazione Io-Tu interumana» (p. 25) instaurando con la parola
la relazione «di una copia di opposti polari che, nel mentre
che si oppongono, contemporaneamente sempre si richiamano»
(p. 31). Restando nel cuore delle tematiche del pensiero dialogico,
P. Plata («Ogni parola è una parola parlata»
La dimensione dialogica dell’uomo nelle fonti e negli scritti
minori di Franz Rosenzweig, pp. 41-62), offre una ricostruzione
originale della prima riflessione di Rosenzweig, rilevandone l’importante
debito nei confronti della lettura di Conoscenza applicata
dell’anima di Eugen Rosenstock. L’Autore mostra
inoltre la valenza e la potenzialità assegnate dal pensatore
tedesco alla traduzione nel merito del dialettico operare di conservazione
e innovazione, con particolare riferimento al progetto
intrapreso con Martin Buber di traduzione integrale in tedesco
della Bibbia ebraica.
Lungo la seconda direttrice, il pensiero di Lévinas, Heidegger
e Derrida scandiscono distinti e altrettanto prossimi itinerari
di lettura della relazione fra uomo e parola. Nello specifico,
M. Giuliani, (La parola e il suo al di là: riflessioni
sul nominare in Emmanuel Lévinas, pp. 63-80) rilegge
Autrement qu’être ou au-delà de l’essence
a partire «dall’anfibiologia del Detto» riconsiderandone
come centrale il tentativo di «dire/nominare proprio l’al
di là dell’essenza in virtù dell’accettata
subordinazione del Dire al Detto». Il Detto — necessario
alla ricerca e alla liberazione dell’altrimenti che essere
— è infatti ciò in cui il Dire ineluttabilmente
si traduce e si tradisce, ma il riconoscimento di tale tradimento
e della infinita umiltà del Dire che si sottomette al Detto,
è stimata nel contempo come «la condizione di possibilità
della trascendenza, il “luogo” in cui sta e vive l’altrimenti
detto» (p. 67). Alla parola essere e al problema dell’essenza
dell’uomo in Heidegger, dedica, invece, una particolare
attenzione P. Ciccarelli (La parola "essere" e il
problema dell’essenza dell’uomo. Sull’origine
della svolta in Heidegger, pp. 81-97) nel suo denso contributo
volto a ripensare le ragioni della Kehre heideggeriana
a partire dalle riflessioni sul significato della parola essere
contenute nella terza parte di Introduzione alla metafisica. L’A.
assume proprio quelle riflessioni come un “meta-testo”
particolarmente indicativo dell’insoddisfazione del filosofo
nei riguardi del modo in cui l’analitica esistenziale aveva
posto il problema dell’essenza dell’uomo. Una ipotesi
interpretativa, questa, che proprio nella «destituzione»
del primato umanistico, soggettivistico assegnato all’uomo
e tale da farne il «fondamento ontico dell’ontologia»
rinviene il motivo decisivo della «svolta» heideggeriana
degli anni ‘30. Le complesse espressioni di Derrida sulla
parola infine possono cogliersi attraverso il contributo di M.
Spano (Tra le righe. Derrida e il silenzio della parola,
pp. 99-124) volto a stilare, con perizia critica e notevole attenzione
filologica, un profilo della paradossalità entro
la quale il problema del nesso parola-uomo si presenta nel filosofo
francese nel quadro della denuncia di logocentrismo da questi
pronunciata nei riguardi della filosofia occidentale. Muovendo
dal singolare accostamento espresso da Derrida fra centralità
della parola/linguaggio e impellente necessità teoretica
e pratica della eliminazione della parola, del silenzio
della parola, l’A. traccia un percorso che rinviene i suoi
momenti cruciali nei temi della «traccia», dell’«archi-scrittura»,
della «spaziatura» e del linguaggio come «temporalizzazione
del vissuto» e rileva i motivi di un più serrato
confronto con le posizioni di Lévinas con particolare riguardo
alla «coscienza ospitale».
Il volume si chiude con una preziosa mappa bibliografica del
pensiero dialogico curata da D. Vinci (In cammino verso il
«tu». Per una bibliografia del pensiero dialogico,
pp. 125-151) articolata in tre parti dedicate rispettivamente
a: I dialogici, Saggi e studi generali, Intersezioni.
L’A. non offre soltanto una indicazione puntuale e ragionata
della figura e dell’opera dei massimi pensatori dialogici
mettendone in evidenza legami e specificità, ma fornisce
al lettore le linee bibliografiche e tematiche fondamentali della
ricezione italiana del pensiero dialogico e un ricco quadro di
riferimento degli studi e dei temi entro i quali questo si sviluppa.
Si tratta di uno strumento predisposto con competenza che attesta
anche sul piano bibliografico la complessità di percorsi
entro i quali il pensiero dialogico si è finora sviluppato
in una direzione — come una nota espressione sottolinea
— di rinuncia alla declinazione del nesso uomo-parola in
termini di «ronzio verbale».