L'uomo e la parola.
Pensiero dialogico e filosofia contemporanea
di Daniela
Murgia
«Il
“limine” è la soglia, il
liminare ovvero quell’esile ma decisivo
spazio che disgiunge e unisce il dentro e il fuori,
il proprio e l’altrui […], è il breve
istante tra la fine e l’inizio, ovvero
il momento nel quale ciò che è passato
giunge a compimento e si apre a quel che attende.»
A giudicare dal suo primo volume - L’uomo
e la parola. Pensiero dialogico e filosofia contemporanea
- Limine, la nuova Collana di studi filosofici
del Dipartimento di Filosofia della Pontificia Università
Teologica della Sardegna, tiene fede al proposito con
il quale è nata di costituire «uno spazio
in cui possano intersecarsi differenti linee di ricerca
in una mutua e feconda apertura dialogica», nell’ambito
della quale esplorare la “dimensione interpersonale”
per mettere in luce quegli elementi decisivi della contemporaneità
che vi entrano in gioco. L’uomo e la parola
raccoglie i contributi di un Convegno tenutosi a Cagliari
il 17 maggio 2006 intorno a uno dei «principali
nodi teoretici del pensiero contemporaneo» - il
nesso uomo-parola - letto entro due direttrici teoriche
fondamentali: quella del pensiero dialogico e quella
più direttamente connessa al confronto fra quest’ultimo
e le prospettive filosofiche di Lévinas, di Derrida,
di Heidegger.
Dei sei contributi raccolti, i primi
tre esplorano puntualmente le prospettive teoretiche
e etiche aperte dal pensiero dialogico con riferimento
ad alcuni dei suoi maggiori rappresentanti, Max Picard,
Ferdinand Ebnerd, Franz Rosenzweig e Eugen Rosenstock.
I saggi offrono un quadro puntuale e opportunamente
documentato della singolare curvatura speculativa entro
la quale la ragione e il pensiero dialogici leggono
la relazione uomo-parola. Gli intrecci tematici fra
parola e silenzio, fra scrittura, oralità e interpretazione,
fra soggettività, alterità e temporalità
rappresentano i motivi teorici qualificanti della nuova
modalità di pensiero inaugurata dalla ragione
dialogica il cui esame rinvia, nel contributo di
E. Baccarini (La ragione dialogica. Una nuova modalità
di pensiero, pp. 9-18), alla salda unione di pensiero
e linguaggio operante nel fertile terreno rappresentato
dall’idea di un soggetto umano inteso come «un
pensante che parla» e, insieme «un parlante
che pensa»(p. 10). La correlazione fra parlare
e ascoltare sviluppata dall’A. con riferimento
a molteplici temi fra i quali quelli dell’alterità,
dell’intesa, dell’interrogazione e della
non-violenza, è espressione ultima e più
autentica dell’«incontro» come categoria
antropologica determinante della ragione dialogica.
Proprio nell’ottica dell’«incontro»,
quest’ultima rinvia a una verità che solo
quando «si dice insieme» non «si trasforma
in chiacchiera» (p. 15), tradendo la cifra sempre
plurale, interdipendente, finita, e interrogativa
che la contraddistingue. La sensibilità filologica
e testuale di S. Zucal (La filosofia della parola,
in Max Picard e Ferdinand Ebner pp. 19- 39), con
riferimento al pensiero di Picard e a quello di Ebner,
immerge il lettore entro alcune delle risultanze più
significative del pensiero dialogico connesse alla via
alternativa che questo sembra essere in grado di favorire
rispetto a quella indotta dal solipsismo, primo
alleato di una «concezione egologica della parola»(p.
24). Fra i tanti temi messi in campo dal saggio di Zucal,
merita un’attenzione particolare quello del rapporto
fra parola e «silenzio». Un silenzio che
dal dialogo originario dell’uomo con Dio, senza
soluzione di continuità, «si replica nella
relazione Io-Tu interumana» (p. 25) instaurando
con la parola la relazione «di una copia di opposti
polari che, nel mentre che si oppongono, contemporaneamente
sempre si richiamano» (p. 31). Restando nel cuore
delle tematiche del pensiero dialogico, P. Plata («Ogni
parola è una parola parlata» La dimensione
dialogica dell’uomo nelle fonti e negli scritti
minori di Franz Rosenzweig, pp. 41-62), offre una
ricostruzione originale della prima riflessione di Rosenzweig,
rilevandone l’importante debito nei confronti
della lettura di Conoscenza applicata dell’anima
di Eugen Rosenstock. L’A. mostra, inoltre, la
valenza e la potenzialità assegnate dal pensatore
tedesco alla traduzione nel merito del dialettico operare
di conservazione e innovazione, con
particolare riferimento al progetto intrapreso con Martin
Buber di traduzione integrale in tedesco della Bibbia
ebraica.
Lungo la seconda direttrice, il pensiero
di Lévinas, Heidegger e Derrida scandiscono distinti
e altrettanto prossimi itinerari di lettura della relazione
fra uomo e parola. Nello specifico, M. Giuliani, (La
parola e il suo al di là: riflessioni sul nominare
in Emmanuel Lévinas, pp. 63-80) rilegge
Autrement qu’être ou au-delà
de l’essence a partire «dall’anfibiologia
del Detto» riconsiderandone come centrale il tentativo
di «dire/nominare proprio l’al di là
dell’essenza in virtù dell’accettata
subordinazione del Dire al Detto»(p. 64). Il Detto
- necessario alla ricerca e alla liberazione dell’altrimenti
che essere – è, infatti, ciò in
cui il Dire ineluttabilmente si traduce e si tradisce,
ma il riconoscimento di tale tradimento e della infinita
umiltà del Dire che si sottomette al Detto, è
stimata nel contempo come «la condizione di possibilità
della trascendenza, il “luogo” in cui sta
e vive l’altrimenti detto.»(p. 67). Alla
parola essere e al problema dell’essenza dell’uomo
in Heidegger, dedica, invece, una particolare attenzione
P. Ciccarelli (La parola "essere" e il
problema dell’essenza dell’uomo. Sull’origine
della svolta in Heidegger, pp. 81-97) nel suo denso
contributo volto a ripensare le ragioni della Kehre
heideggeriana a partire dalle riflessioni sul significato
della parola essere contenute nella terza parte di Introduzione
alla metafisica. L’A. assume proprio quelle riflessioni
come un “meta-testo” particolarmente indicativo
dell’insoddisfazione del filosofo nei riguardi
del modo in cui l’analitica esistenziale aveva
posto il problema dell’essenza dell’uomo.
Un’ipotesi interpretativa, questa, che proprio
nella «destituzione» del primato umanistico,
soggettivistico assegnato all’uomo e tale da farne
il «fondamento ontico dell’ontologia»
rinviene il motivo decisivo della «svolta»
heideggeriana degli anni ‘30. Le complesse espressioni
di Derrida sulla parola, infine, possono cogliersi attraverso
il contributo di M. Spano (Tra le righe. Derrida
e il silenzio della parola, pp. 99-124) volto a
stilare, con perizia critica e notevole attenzione filologica,
un profilo della paradossalità entro
la quale il problema del nesso parola-uomo si presenta
nel filosofo francese nel quadro della denuncia di logocentrismo
da questi pronunciata nei riguardi della filosofia occidentale.
Muovendo dal singolare accostamento espresso da Derrida
fra centralità della parola/linguaggio e impellente
necessità teoretica e pratica della eliminazione
della parola, del silenzio della parola, l’A.
traccia un percorso che rinviene i suoi momenti cruciali
nei temi della «traccia», dell’«archi-scrittura»,
della «spaziatura» e del linguaggio come
«temporalizzazione del vissuto» e rileva
i motivi di un più serrato confronto con le posizioni
di Lévinas con particolare riguardo alla «coscienza
ospitale».
Il volume si chiude con una preziosa
mappa bibliografica del pensiero dialogico curata da
D. Vinci (In cammino verso il «tu».
Per una bibliografia del pensiero dialogico, pp.
125-151) articolata in tre parti dedicate rispettivamente
a: I dialogici, Saggi e studi generali, Intersezioni.
L’A. non offre soltanto una indicazione puntuale
e ragionata della figura e dell’opera dei massimi
pensatori dialogici mettendone in evidenza legami e
specificità, ma fornisce al lettore le linee
bibliografiche e tematiche fondamentali della ricezione
italiana del pensiero dialogico e un ricco quadro di
riferimento degli studi e dei temi entro i quali questo
si sviluppa. Si tratta di uno strumento predisposto
con competenza che attesta anche sul piano bibliografico
la complessità di percorsi entro i quali il pensiero
dialogico si è finora sviluppato in una direzione
– come una nota espressione sottolinea - di rinuncia
alla declinazione del nesso uomo-parola in termini di
«ronzio verbale».
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