Uscito a ottobre, il testo edito da Transeuropa raccoglie tre
conferenze inedite che hanno visto confrontarsi due grandi pensatori
del nostro tempo: René Girard, filosofo del "capro
espiatorio", e Gianni Vattimo, teorizzatore del "pensiero
debole". Un dialogo fertile che mette a confronto due riflessioni
— quella che incoraggia la fede e quella che si fa portatrice
del pensiero relativista — radicalmente contrapposte soltanto
a un esame superficiale. Vattimo e Girard condividono l’idea
della secolarizzazione dell’Occidente a opera del cristianesimo,
che ha progressivamente eliminato ogni forma di idolatria, costruendo
solide basi per il pensiero scientifico. Per Girard è nella
prospettiva evangelica, nel punto di vista di coloro che hanno
redatto i testi evangelici, il vero punto di rottura col mito
e con il “sacro” di cui il mito è portatore.
Con i Vangeli, e solo in parte con l’Antico Testamento,
la vittima è “letta” come innocente ed è
riconosciuta come vittima di una ingiustizia, un capro espiatorio.
È santa e non più “sacra”. Ecco il passaggio
essenziale che fa del cristianesimo una scienza. Nel racconto
evangelico Gesù muore e muore senza colpa. Sulla croce
squarcia il velo posto su ogni civiltà umana per scoprire,
al di là di questo, il meccanismo mimetico o vittimario
che è alla base di ogni atto sacrificale, fondamento e
origine del mito. Dio è ucciso proprio come ogni altra
vittima/divinità sopra un altare, ma con una differenza
sostanziale: è innocente.
È Nietzsche per primo a intuire, secondo Girard, come
la vittima sia sempre espulsa giustamente nel mito ad opera della
comunità, che non ne ha alcuna colpa. Anzi, ne trae vantaggi
necessari alla sua stessa sopravvivenza. Girard è un filosofo
emblematico: cattolico ma anche nietzschiano, che vede nel filosofo
dell’anticristo il più grande teologo dopo San Paolo.
Se la vittima dall’evento della Croce non è più
colpevole significa che la storia dell’uomo si è
basata fino a questo momento su una menzogna, talmente grande
da inglobare insieme Dio e tutti gli uomini. Gesù è
venuto a dirci che è stato l’omicidio a fondare ogni
divinità, ogni gruppo umano, le istituzioni, le religioni,
le leggi. E ci dice che il sacrificio ci è servito fino
ad ora per mascherare la nostra violenza, quella barbarica che
ci conduce sempre alla guerra di tutti contro uno per salvaguardare
l’esistenza del gruppo e contenere le “rivalità
mimetiche” che altrimenti, in natura, porterebbero alla
guerra di tutti contro tutti e alla distruzione totale. Il capro
espiatorio ha funzionato bene nelle società prima di Cristo
come sistema di economia della violenza. È proprio in questo
senso che Girard interpreta il cristianesimo come un sapere unitario
sull’uomo. Il cristianesimo è antropologia prima
che teologia — come ha affermato anche Simone Weil —
ed è un sapere che trova le sue radici nel principio della
rivalità mimetica e del sacrificio. Ma è sul destino
antisacrificale dell’Occidente, che dopo aver vissuto la
scoperta dell’amore per mezzo di Cristo è destinato
a un futuro positivo caratterizzato dal progressivo abbandono
della violenza (Girard parla di un “rinascimento cristiano”
alle porte), che il “pensiero debole” si pone qualche
ragionevole dubbio. Infatti se Cristo ha rivelato il principio
di ogni violenza, allora perché il cristianesimo storico
mantiene ancora elementi di religione arcaica? Se Dio si è
fatto carne per svelare la violenza delle religioni naturali e
affermare l’amore contro ogni forma di sacrificio, perché
il mondo non è cambiato, non si è riformato, a partire
dalla Chiesa stessa, che continua ad oggi a servirsi di elementi
di religioso sacrificale?
Questa è una delle domande fondamentali che Vattimo pone
a Girard, pensando soprattutto ad alcuni dei problemi attuali,
come quello dell’eutanasia o dell’aborto, che hanno
messo la Chiesa contro gran parte del mondo intellettuale contemporaneo.
Il cristianesimo di Vattimo, se per molti aspetti si accorda con
quello di Girard — e al quale in realtà deve molto
— è fortemente radicato nel principio dell’amore
e della carità contro ogni forma d’autorità.
Per il filosofo torinese, l’atto di voler definire una natura
umana, di fissare un principio universale che regola l’agire
degli uomini è violento e autoritario. Così come
lo era stato per Nietzsche e per Heidegger, qualunque fissazione
di strutture è per Vattimo un atto di autorità,
e quindi sostanzialmente un atto anticristiano. C’è
un’essenza dinamica e rivelativa nel Cristianesimo e il
fine della storia e lo scopo della vita è ridurre sempre
più i limiti. Ecco perché riprende e “tira”
il discorso girardiano verso una dinamicità consumativa
del Cristianesimo: sempre meno “idoli”, sempre più
“ateismo”. Da qui lo slogan preferito di Vattimo:
“grazie a Dio sono ateo”, dove l’ateismo è
da intendersi come abbandono di qualsiasi forma di fissità
dell’essere, in senso sia religioso che filosofico. Questo
il vero punto di divergenza fra Girard e Vattimo: la questione
attorno alle leggi della natura e alla definizione della natura
umana come mimetica. Ed è il problema della natura umana
ad aprire la discussione sull’etica e sulla necessità
delle leggi. Un confronto che contrappone la forza e l’attualità
dei dieci comandamenti e delle legge veterotestamentaria, alla
necessità di un’etica della carità in senso
evangelico.
Un dialogo inesauribile e di altissima tensione morale che comincia
a partire dalle teorie universali di Girard fino a toccare questioni
di attualità come la religione e la politica, e fino al
tentativo di delineare un orizzonte prossimo dell’Occidente
cristiano. Un confronto che non consuma l’out out sempre
presente, anche come sottotesto, nella discussione: verità
cristiana o relativismo?