Il libro di Emilio C. Corriero non è solo un'approfondita
e esauriente analisi della storia delle interpretazioni italiane
su Nietzsche ma anche una vera e propria interpretazione ontologica
di Nietzsche come filosofo dell’origine. L’annuncio
nietzschiano della “morte di Dio” è infatti,
nella sua inesauribile polisemia, un tornare all’origine,
oltre ogni fondamento metafisico assoluto, e un condurci «dinanzi
all’Originario inesauribile da cui scaturisce l’essere,
ossia dinanzi al fondo abissale e dionisiaco dell’esistenza».
Ciò è possibile oggi, dopo Nietzsche e dopo la "morte
di Dio", dopo l’esperimento esistenziale e nichilistico
che la filosofia ha provato su se stessa. Nell’abisso svelato
dalla "morte di Dio" fa breccia la «Libertà
originaria» (p. 282). Il libro si divide in due grandi sezioni.
Nella prima, dal titolo La morte di Dio e la Nietzsche-Renaissance
italiana, Corriero ricostruisce il clima e l’humus
europeo di inizio secolo da cui è germogliato l’interesse
italiano nei confronti di Nietzsche e a partire da cui sono sorte
le prime letture degli anni Sessanta-Settanta, precedute dalla
monumentale e imprescindibile opera Colli-Montinari. Nella seconda
parte del libro, intitolata La morte di Dio e la filosofia
italiana vengono invece affrontate centralmente le tre grandi
interpretazioni di Gianni Vattimo, Massimo Cacciari e Emanuele
Severino, che rappresentano il portato più significativo
dell’incontro tra il filosofo della “morte di Dio”
e il pensiero italiano.
Le odierne interpretazioni ontologiche sono state rese possibili
dalla liberazione delle letture politiche e filonaziste del primo
Novecento. Questo è il debito che la filosofia italiana
e non solo, ha nei confronti di Löwith, Jaspers, Bataille
e soprattutto Heidegger. Negli anni Trenta, infatti questi grandi
interpreti rivendicarono l’inattualità politica del
pensiero nietzschiano, sottolineandone il carattere metastorico
e metaforico. Nietzsche venne letto a partire dall’idea
del tragico e dell’ eterno ritorno ossia dell’esperienza
del filosofare in prima persona sulle contraddizioni dell’esistenza.
Löwith ha avvicinato Nietzsche a Kierkegaard e ha visto nel
suo pensiero un “sistema di aforismi” secondo cui
la morte di Dio apre al nichilismo come momento di passaggio verso
l’eterno ritorno, dottrina ambigua con cui Nietzsche ha
voluto superare l’uomo e il tempo. Jaspers ha visto nell’annuncio
della morte di Dio la ricerca di un nuovo Dio, sospeso tra il
rifiuto di ogni credo e la nostalgia della fede cristiana. Per
Bataille la morte di Dio ha significato la fine e l’oltrepassamento
dell’economia ristretta della coscienza limitata dell’umanità,
in direzione della dépence e della trasgressione.
Heidegger infine ha consegnato Nietzsche alla storia della filosofia
perché lo ha posto al culmine della metafisica della presenza
che identifica l’essere con un ente e cancella la differenza
ontologica. Il filosofo della volontà di potenza in questo
senso diventa l’ultimo metafisico occidentale. La dottrina
dell’eterno ritorno non viene però considerata nella
sua abissalità ma soltanto come un momento della volontà
di potenza.
A partire da loro Nietzsche divenne a tutti gli effetti un “filosofo”
e venne completamente liberato dall’etichetta di ideologo
del nazismo. Corriero sottolinea come nello stesso tempo però,
furono tentati nuovi letture di appropriazione ideologica, anche
se di segno inverso. È questo il caso di Lukacs ne La
distruzione della ragione del 1954, che vede in Nietzsche
l’espressione della decadenza della classe borghese che,
con le proprie istanze irrazionalistiche e antidemocratiche, ha
portato all’avvento del nazismo. La filosofia italiana dovrà
confrontarsi anche con queste letture. Sono comunque le grandi
esegesi degli anni Trenta che permettono l’incontro tra
la filosofia italiana e il pensiero di Nietzsche. Pietra miliare
di questo incontro è l’opera critico-filologica di
Giorgio Colli e Mazzino Montanari, che nel 1958 decisero di realizzare
una traduzione completa delle opere di Nietzsche. Lungi dall’essere
un mero lavoro filologico, la loro traduzione e riorganizzazione
dei testi nietzschiani aprirà la strada delle interpretazioni
italiane. Il loro merito più grande è stato quello
di risistemare e pubblicare la Volontà di potenza e gli
ultimi frammenti del filosofo, che diventeranno le basi di ogni
lettura ontologica. Colli e Montanari pubblicarono anche proprie
monografie su Nietzsche. Per Colli la contemplazione dell’enigma
è la cifra fondamentale del pensiero nietzschiano, tutto
raccolto intorno alla domanda circa l’Origine. Montanari
ha approfondito la biografia nietzschiana, così essenziale
per la comprensione del suo pensiero, biografia culminata in un
naufragio esistenziale e intellettuale, da intendersi come significato
profondo del suo pensiero.
Proprio in questi anni iniziano a fiorire i primi studi italiani
su Nietzsche, da De Feo, che riscontra una dialettica del finito
nella inquietudine degli aforismi nietzschiani, a Masini che lega
il “No” della morte di Dio al “Sì”
dell’eterno ritorno. Una sottolineatura particolare va a
Luigi Pareyson, che ebbe il merito negli anni Quaranta di introdurre
l’esistenzialismo nel panorama culturale italiano e che
per primo vide in Nietzsche un pensatore “originario”,
che con l’annuncio della “morte di Dio” impone
alla filosofia di abbandonare ogni riferimento metafisico e ontico,
permettendo così la possibilità di un accesso ontologico
e religioso autentico. In Verità e interpretazione
del 1971 Pareyson chiarisce che l’interpretazione che si
da della verità è al tempo stesso personale e rivelativa,
ossia ontologica, purchè si rimanga in rapporto con l’essere
e non si scada nel puro relativismo e storicismo. Da Pareyson
hanno preso spunto le tre grandi interpretazioni di Vattimo, Cacciari
e Severino che ci portano al cuore del libro di Corriero. In Ipotesi
su Nietzsche del 1967 Gianni Vattimo porta la propria analisi
sulla nozione di eterno ritorno, riletta in senso ontologico come
una nuova e liberatrice prensione del tempo per l’uomo moderno
che soffre di una malattia storica e non è più capace
di agire creativamente. Nietzsche invece riconduce l’uomo
in un rapporto ontologico con l’Origine, da cui scaturiscono
nuovi mondi e nuove prospettive. In Il soggetto e la maschera
del 1974 Vattimo chiarisce come questo impulso creatore dell’uomo
dionisiaco, o meglio dell’oltreuomo sia la volontà
di potenza intesa come arte, manifestazione libera e gratuita,
generatrice di nuove forme e simboli, aprendo il soggetto a quella
liberazione che Nietzsche vuole annunciare. In Al di là
del soggetto del 1981 l’oltreuomo viene depurato anche
dalla maschera di soggetto, perché la dialettica nietzschiana
non conduce alla conciliazione ma alla libera creazione metaforica.
Questo tipo di ontologia ermeneutica è debole, perché
ha rinunciato ai fondamenti assoluti della volontà di verità
dell’Occidente. La “morte di Dio” per Vattimo
indebolisce l’essere e apre alla differenze. Nelle sue ultime
opere come Credere di credere, questo indebolimento è
inteso come un parallelo della secolarizzazione e della kenosis
di Dio. Massimo Cacciari al contrario nega ogni lettura esistenzialistica
e vede in Nietzsche la proposizione di un nuovo paradigma conoscitivo,
non più impostato sul rapporto classico di soggetto e oggetto,
ma costruito intorno a un convenzionalismo radicale, unico sbocco
dalla crisi dei fondamenti assoluti. La “morte di Dio”
rappresenta la fine del Soggetto gnoseologico e della costituzione
assoluta delle cose. Bisogna liberare la forma logica dal giudizio
filosofico di valore, liberare la scienza dai filosofi. La morte
di Dio è la scoperta che il Fondamento non è definitivo
ma frutto di una supposizione, e per un attimo viene illuminato
l’abisso che sta oltre le possibili prospettive.
L’abisso per Cacciari è il silenzio mistico, l’assenza,
l’origine che non può essere detta. Ma l’origine
deve essere concepita ontologicamente come un Inizio incondizionato,
come “pura indifferenza”, libero dal fare e dall’agire,
alla stregua dell’ultimo Schelling.
Per Severino infine Nietzsche è il pensatore che ha pensato
più profondamente il nichilismo come essenza dell’Occidente.
Anche in questo senso ci troviamo di fronte a una lettura ontologica,
perché il filosofo tedesco ha visto con chiarezza che l’essere
è in realtà il niente e la morte di Dio è
l’annuncio rivelatore di tutto il pensiero e la civiltà
occidentale. Secondo Severino la filosofia ha sempre pensato l’essere
come divenire ossia come passaggio dall’ essere al nulla
e viceversa, e di conseguenza l’ente, in quanto tale, è
considerato un niente. Nietzsche è il profeta che smaschera
il nichilismo dell’Occidente e ne tenta un superamento con
la dottrina dell’eterno ritorno dell’uguale, che affermerebbe
la Necessità e oltrepasserebbe la Follia del divenire per
cui le cose sono niente. Nietzsche avrebbe intravisto la Gioia
della Necessità, pur rimanendo in ultima analisi all’interno
del destino nichilistico dell’Occidente. Il libro di Corriero,
dopo averci accompagnato attraverso l’intera parabola della
storia delle interpretazioni italiane, ci consegna infine una
nuova immagine di Nietzsche, ripulita dalla scorie delle letture
«attuali, troppo attuali» del filonazismo e del marxismo
e di ogni appropriazione ideologica. Ci viene così restituita
un’immagine poliedrica e sfaccettata, con cui porci in ascolto.
Le pur diverse interpretazioni di Pareyson, Colli, Vattimo e Cacciari
— per citarne solo alcuni — concordano nel vedere
in Nietzsche un pensatore dell’Origine, anche se con esiti
diversi. Senza dubbio ci consentono di aprire un dialogo a più
voci col filosofo dell’Eterno ritorno, che annunciò
la morte di Dio per sgombrare il campo dai falsi idoli e invitarci
a guardare e incamminarci con i nostri occhi oltre l’abisso,
in direzione dell’Origine. O forse, secondo un moto circolare
più consono all’idea dell’eterno ritorno, che
non intende più il tempo come una progressione temporale
lineare verso un futuro fittizio e lontano da noi stessi e non
concepisce più l’essere come un oggetto controllabile
dall’esterno, sarebbe più opportuno dire che ci invita
a camminare intorno all’Origine.