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Sofferenza e senso.
L’ermeneutica del male e del dolore in Ricoeur e Pareyson

di Mauro Cinquetti

   Il libro affronta il tema del male e del dolore da un punto di vista filosofico, concentrandosi in particolare sul pensiero ermeneutico di Paul Ricoeur e Luigi Pareyson. Il primo capitolo si occupa delle Premesse a un’ermeneutica del male. L’autore analizza il contesto filosofico di riferimento nel quale si collocano Ricoeur e Pareyson, vale a dire l’«ermeneutica», corrente di pensiero particolarmente attenta al tema del male poiché essa nasce da una «situazione negativa», quella della non immediatezza e opacità della comprensione, sempre minacciata dal fraintendimento. Con un’esposizione chiara e puntuale, radicata nei testi, l’attenzione si sofferma sul pensiero di Heidegger, in particolare sottolineando come l’Esserci sia, nella visione heideggeriana, in una situazione di «deiezione», di decadenza e di mancanza di autenticità, nella dispersione del Si impersonale. L’autenticità può essere raggiunta solo con una conquista, una riappropriazione di sé che passa attraverso l’angoscia e il richiamo della coscienza, che pone l’uomo di fronte alla propria morte. L’esserci si scopre così orientato verso la morte, costitutivamente finito e destinato al dissolvimento. Male dunque appare da un lato l’esistenza inautentica nel Si (colpa), dall’altro l’esistenza autentica che si scopre effimera e votata alla morte (sofferenza). Alla luce poi della Kehre l’autore mette in evidenza il ruolo che in Heidegger assume la poesia come messa in opera della verità, evento della manifestazione dell’essere: l’arte, la poesia, il linguaggio sono luoghi in cui l’essere e la verità accadono e quindi, come si vedrà in Ricoeur e Pareyson, luoghi privilegiati per la comprensione del male come evento ontologico. L’attenzione prosegue poi sul pensiero di Gadamer nel quale l’arte appare come lo svelamento dell’essenza delle cose, luogo della verità. Emerge nel pensiero ermeneutico un rifiuto della metafisica come pensiero oggettivante e un riconoscimento del valore di esperienza non-scientifiche come la poesia e l’arte.

   Il secondo capitolo illustra il pensiero di Ricoeur sul male. Dopo aver chiarito il valore del simbolo, della riflessione e dell’esistenza in cui il Cogito non è più un atto autotrasperente, ma si trova già posto nell’essere, l’autore illustra brevemente l’analisi fenomenologica dei simboli e dei miti del male avanzata nella «simbolica del male» di Ricoeur. Il male va compreso non in una logica dell’essere, ma in una «storia sensata» che si snoda a partire da tre categorie: il «nonostante», il «grazie a» e il «molto di più». Ciò comporta conseguenze sul rapporto tra etica e male: è insufficiente una «visione etica del male» e quindi va demitizzata l’«etica dell’obbligazione» a favore di un’etica dello sforzo e del desiderio. Allo stesso modo va rivisto il rapporto tra male e religione: occorre superare la religione del comandamento a favore di una religione del «lieto annuncio». La figura di Giobbe, più volte ripresa da Ricoeur, è il paradigma di una fede adulta che sa rinunciare alla consolazione, diversamente da una «religione legalistica». La figura di Giobbe è centrale anche nel saggio sul male scritto da Ricoeur nel 1985 che si conclude con la risposta emozionale nella «saggezza» di chi sa rinunciare alla doglianza.

   Nel terzo capitolo viene affrontato il pensiero di Luigi Pareyson e la sua concezione della sofferenza come salvezza dal male. Partendo dalla sua concezione di interpretazione e verità Pareyson approda a un «pensiero tragico» che considera l’uomo nella sua condizione contraddittoria e rischiosa di chi può essere insieme strumento o ostacolo del rivelarsi della verità. Il mito è il «plesso originario di pensiero, poesia e religione» che rende manifesta l’«originaria solidarietà tra uomo e verità», alla filosofia non resta che trasporre in termini speculativi i contenuti mitici e simbolici. A partire dall’interpretazione pareysoniana della Sacra Scrittura e di Dostoevskij si illustra la parabola del male: l’autooriginazione divina come libertà che sceglie il bene e scarta il male, lasciandolo però come possibile; l’idea temeraria di «male in Dio», inteso come mera possibilità; il riconoscimento dell’uomo come unico vero «autore del male», in quanto è colui che ha risvegliato il male dormiente in Dio. In questa prospettiva la sofferenza è la pena per aver risvegliato il male. La sofferenza va accettata, addirittura cercata, poiché diventa l’unica possibilità di riscatto per l’uomo. La forza della sofferenza viene dal fatto che lo stesso Dio soffre in Cristo per l’espiazione del male fatto dall’uomo. A partire da questo scandalo terribile ogni altro scandalo, come la sofferenza degli innocenti, trova una risposta. Nel Dio impotente rifulge la sua massima onnipotenza.

   Ciò che forse manca nel testo di Piazza (ottimo sul piano dell’analisi) è forse la sintesi, la conclusione: un confronto più diretto tra le prospettive dei due filosofi Ricoeur e Pareyson sarebbe stato molto interessante, anche se sicuramente non facile, visto che i due autori portano avanti ciascuno indipendentemente la propria prospettiva senza entrare direttamente in dibattito tra loro. Da un lato (Pareyson) l’accentuazione cosmica della visione etica permette di dare un significato di espiazione alla sofferenza, dall’altro (Ricoeur) il rifiuto di una logica dell’equivalenza e dello scambio proprio della visione etica lascia invece spazio alla saggezza tragica di Giobbe, alla sua rinuncia al narcisismo (come desiderio di essere consolato, presunzione di spiegare tutto) al decentramento del proprio io.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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