Può una filosofia fenomenologica della religione rendere
conto, attraverso i propri strumenti concettuali, delle complesse
trasformazioni storiche e culturali che interessano la modernità?
Può cioè un metodo filosofico di carattere fenomenologico
di comprensione dei fenomeni spirituali interrogare e chiarire
quelle dinamiche di secolarizzazione e di “eclissi del sacro”
che caratterizzano l’età postmoderna e pongono l’uomo
di fronte a una domanda di senso di rinnovata urgenza? Bernhard
Welte si è misurato con questi propositi. Com’è
noto, egli è stato lo studioso che con maggiore impegno
ha raccolto la sfida rivolta da Heidegger alla filosofia della
religione, proiettando la Seinsfrage, la domanda sul
senso dell’essere, di là dall’orizzonte metafisico
nello spazio specifico del religioso. In questa agile monografia
di Oreste Tolone si rende conto in modo chiaro dell’intero
sviluppo della riflessione del filosofo di Friburgo, del suo Denkweg
nell’ambito della filosofia della religione. Una filosofia
della religione per non credenti, come recita il suggestivo titolo
del volume. Esso si compone di otto capitoli (accompagnati da
una bibliografia essenziale) che, attraversando la complessiva
produzione di Welte, documentano in un quadro unitario assai perspicuo
dell’attualità e spendibilità della sua proposta
teoretica.
Pur dedicando ampio risalto alle sue Hauptschriften,
Tolone presta una particolare attenzione agli scritti “minori”
del filosofo friburghese (come la Untersuchung del 1965
Sull’essenza e sul retto uso della forza), agli
articoli (quelli raccolti in Zwischen Zeit und Ewigkeit,
per esempio) o alle Vorlesungen (su Storicità
e rivelazione e Verità e storicità,
per citarne alcune). Come osserva Bernhard Casper nell'Introduzione,
l’Autore di questa monografia prende le mosse dagli scritti
in cui Welte in modo più netto si rivolge all’uomo
«in quanto essere storico: uomo che si scopre come colui
che deve intraprendere qualcosa a partire da se stesso e dal mondo
che nel sapere è a sua disposizione» (p. 8). La scansione
dei capitoli che strutturano il volume riflette infatti il tentativo
di misurarsi, in un confronto assai serrato, con quei problemi
che con maggiore urgenza assillano l’uomo dell’età
“postmoderna”. A questo tentativo si può chiaramente
ricondurre la decisione dell’Autore di fare perno, nel primo
capitolo della sua monografia, alle dense pagine di Über
das Wesen und den rechten Gebraucht der Macht e di Determination
und Freiheit. Si tratta infatti di due scritti che Welte
licenziò nella seconda metà degli anni Sessanta
e in cui — segnatamente nel secondo — egli andava
confrontandosi in modo fecondo con interlocutori, come l’etologo
Konrad Lorenz, impegnati a restituire una visione di carattere
analitico-causale dei fenomeni umani e di alcuni nodi nevralgici
dell’indagine filosofica quali la libertà e la responsabilità
morale degli individui. È quanto accade anche nel presente
con il dibattito sul naturalismo sollevato dalla neurobiologia.
A questo dibattito si fa riferimento nell’ottavo e ultimo
capitolo, che chiude il cerchio dell’indagine sulla riflessione
filosofico-religiosa di Welte sviluppata nelle pagine precedenti
e indica in modo estremamente lucido quale sia il filo rosso che
attraversa la produzione del filosofo tedesco: «In noi c’è
del divino, c’è dello straordinario che non può
essere attinto dalla realtà, che non può essere
semplice frutto della nostra creatività; e quando pure
così sembrasse, non potremmo escludere quella creazione
non sia già creatura di un’infinita volontà
di illudersi, che a sua volta nasconde un’infinita motivazione,
che non può essere di origine umana e finita. Insomma,
inventare Dio, inventarsi l’infinito, richiede già
di per sé di essere in qualche modo infiniti, di partecipare
di un infinito che noi non siamo» (p. 170). In questa aspirazione
spesso disattesa verso l’infinito; in questo costante e
irrefrenabile bisogno di carattere religioso e morale di tendere
oltre se stessi e di trascendere la propria condizione; nella
«intima rivendicazione di chi risponde alla contingenza
reclamando l’incondizionato» (p. 52); vale a dire,
in questo “conflitto strutturale” tra la natura umana
finita e limitata e la “scandalosa” incapacità
della nostra stessa finitezza «di imporsi come orizzonte
definitivo e conclusivo, come la prospettiva che non solleva dubbi
e ambiguità» (p. 51) si delinea la “guerra
perpetua” che assilla l’uomo di ogni epoca. È
propriamente questa dunque la Grundanschauung di Welte, l’intuizione
fondamentale cioè attorno alla quale, come precisa Tolone,
si concentra la sua riflessione: «Nel mondo della vita,
della natura, della storia traspare un perenne contrasto irrisolto,
a volte ignorato, altre esacerbato, che assume le sembianze e
le fogge più anomale e inconsuete, tutte riconducibili
alla contemporanea compresenza nella vita di finitezza e infinità»
(p. 14). Beninteso, precisa giustamente l’Autore, «opponendosi
a una concezione estrema come quella di Barth — che radicalizza
l’opposizione tra infinito divino e finito umano —
Welte insiste sulla necessità di individuare nell’uomo
quegli elementi capaci di condizionare il fenomeno religioso.
Lo studio dell’umano è quindi parte integrante di
questa ricerca poiché, comprendendo meglio l’uomo
e la sua natura, è possibile rintracciare quelle premesse
ontologiche e antropologiche che permettono all’eterno e
all’uomo di entrare in contatto» (p. 13).
I primi tre capitoli del volume sono pertanto dedicati al tema
della “guerra perpetua” (cap. 1), ossia alla dialettica
che caratterizza la coscienza individuale nello Spannungsfeld
tra la finitezza costitutiva dell’umano (cap. 2) — la quale si manifesta nelle forme della sua ineffabile “situatezza”
spazio-temporale o della sua corporeità, della colpa, della
cagionevolezza o della morte nella quale propriamente “si
vive nel modo più stridente il contrasto rispetto alla
disperata finitezza dell’uomo” (p. 36) — e l’infinito
nell’uomo (cap.3). Infinito di cui l’uomo è
ostaggio (p. 75) e che si esprime tanto attraverso un’autentica
tensione all’incremento e al superamento — un impulso
“teologico” verso quanto v’è di più
elevato, più buono e significativo — accampata nell’uomo
(di cui l’esigenza di progresso costituisce soltanto un
indice parziale), quanto mediante una persistente domanda di senso
innescata dalla speranza che per Welte — diversamente da
Bloch che di fatto non la considera come una dimensione costitutiva
dell’essere e dunque una grandezza ontologica ma piuttosto
una forza immanente a quelle dinamiche storiche, culturali e sociali
che essa contribuisce a modellare — è «una
caratteristica che appartiene all’essere in quanto tale
e lo accompagna nel corso delle sue differenti rivelazioni epocali.
Insomma, la speranza è un modo di concedersi dell’essere
nell’esserci» (p. 55).
«L’uomo sarebbe quindi un animale destinato a uscire
da sé in quanto desideroso di un bene infinito, l’unico
in grado di indurlo al movimento, di aprirlo alla ricerca di un
senso complessivo. Questa misteriosa forza di attrazione non è
tuttavia una forza meccanica, poiché richiede la libera
adesione del soggetto» (p.73, corsivo mio). Ma la libertà,
secondo Welte, nell’uomo è ambivalente «perché
egli da un lato vuole fortemente ciò che gli sembra buono,
bello e giusto, ma dall’altro non ne sopporta il peso e
l’incompletezza. La differenza di senso che permane, nonostante
tutte le azioni etiche, viene vissuta come qualcosa di intollerabile,
come il segno di un’inadeguatezza con la quale si può
solo imparare a convivere» (p.76). Di fronte a questo scarto,
a questa inadeguatezza, il soggetto — osserva Tolone nel
capitolo centrale del volume: il quarto — può reagire
in modi diversi e, «a seconda della libera strategia impiegata
dal singolo individuo noi giungiamo a esiti opposti, che prevedono
o meno la morte e la scomparsa di Dio» (p. 77). Opzione
religiosa o nichilismo. Il comune denominatore delle possibili
reazioni dell’uomo di fronte al “conflitto strutturale”
che lo lacera e alla differenza di senso che lo assilla è
costituito evidentemente dal profondo bisogno di raggiungere l’unità
con se stesso, di creare un’identità piena. La stessa
lotta tra finito e infinito, afferma l’Autore, si ripropone
nel momento in cui si tratta di accreditare o respingere un’idea
di Dio, di assecondare un impulso teologico oppure di negarlo.
Di fronte a questa dialettica si compagina l' analisi di Welte.
Essa fa perno sul tema della fuga dalla e nella immanenza (il
momento negativo e quello positivo, prometeico) e introduce la
densa indagine del nichilismo e delle figure — come quella
della “morte di Dio” o del superuomo — a esso
connesse (cap. 4); della “disnatura della religione”
(cap. 5), ossia di quelle forme di “inautentico religioso”
che testimoniano di una negazione di Dio e del legame con esso
che tuttavia permane «anche lì dove apparentemente
si continua ad agire all’interno di un orizzonte di fede
e devozione» (p. 101); e finalmente dell’ateismo (capp.
5, 6, 7). Il capitolo 7, in particolare, elenca “venticinque
ragioni per non credere” additando quelli che a parere di
Welte sono gli elementi ricorrenti che, nell’epoca contemporanea,
ostacolano l’abbandonarsi dell’uomo all’ascolto
e gli «impediscono di riconoscere nel nulla il mistero,
e nel mistero Dio» (p. 155).