David Castelli.
Ebraismo e scienze delle religioni tra Otto e Novecento
di Fabrizio
Chiappetti
Per
molti anni gli studi sul modernismo italiano hanno vissuto
all’ombra del sospetto lanciato da Jean Riviere,
per il quale il modernismo nel nostro paese non sarebbe
altro che un sottoprodotto di quello francese, privo
cioè di elementi originali e caratterizzanti.
Per l’affrancamento da questo pregiudizio occorre
attendere fino agli anni Sessanta, al cambio di clima
operato dal Concilio Vaticano II e al conseguente esaurirsi
della fase della critica teologica al modernismo. A
quel punto la distanza cronologica dagli eventi è
ormai tale da fare in modo che la teologia ceda il passo
alla storiografia, la quale comincia ad avvalersi di
materiali rimasti inediti per timore delle condanne
ecclesiastiche. I saggi fondamentali di Scoppola e Ranchetti
aprono una lunga bibliografia che continua fino ad oggi;
numerose sono le opere che hanno ampiamente ricostruito
tanto i tratti imitativi quanto quelli peculiari del
fenomeno modernista in Italia. Mancava tuttavia
un’indagine approfondita sull’origine del
modernismo, così da rispondere alla domanda emersa
negli anni recenti: appurati gli immensi debiti sul
piano metodologico del modernismo italiano rispetto
a quello maturato in Francia e in Germania, come si
spiega tutto questo interesse per il metodo storico-critico,
per la scienza biblica, per il rinnovamento della filosofia
e della teologia cattolica? Detto altrimenti, il modernismo
italiano ha “importato” metodi e temi al
centro della ricerca scientifica in Francia e in Germania,
sviluppandoli in modo congeniale alla realtà
nazionale oppure questo processo non è avvenuto
del tutto ex novo, ma esisteva già in Italia
un terreno favorevole all’affermazione di siffatti
temi e metodi di indagine? Per rispondere a questi interrogativi
occorre ricostruire la fisionomia dei luoghi in cui
si formava il sapere in Italia nella seconda metà
dell’Ottocento: circoli culturali, istituti e
soprattutto le università. Occorre rintracciare
i protagonisti di quella stagione culturale poco studiata,
ma senza dubbio importante e per certi versi paradigmatica
per quelli che saranno i futuri svolgimenti della cultura
italiana.
David Castelli (1836-1901) fa parte
di questa schiera di intellettuali dimenticati, e alla
sua sfaccettata figura è dedicato il saggio di
Cristiana Facchini intitolato David Castelli. Ebraismo
e scienze delle religioni fra Otto e Novecento (Morcelliana,
2006). Il libro ripercorre le tappe principali delle
vita di Castelli, ne ricostruisce l’ambiente familiare
e sociale, ma soprattutto offre un’esposizione
critica della sua produzione dagli anni dell’insegnamento
liceale a quelli trascorsi all’Istituto di Studi
Pratici e Superiori di Firenze. Presso questa importante
istituzione Castelli ottiene la cattedra di ebraico
(dal 1875), e fra i suoi discepoli figura quel Salvatore
Minocchi a cui si deve la fondazione della rivista “Studi
religiosi”, che Buonaiuti considerava come “la
data di nascita del modernismo italiano”. A Castelli
si deve il tentativo di diffondere in Italia la critica
biblica di matrice protestante, nata in seno allo sviluppo
delle discipline storiche, filologiche e linguistiche.
Il suo oggetto prediletto è naturalmente la letteratura
ebraica, che grazie al suo lavoro di traduzione e commento
esce dalla cerchia ristretta dell’utilizzo confessionale
interno alle comunità ebraiche e diventa materia
di confronto con le altre tradizioni letterarie. Escono
i suoi studi sui testi talmudici (Leggende talmudiche,
1873), sulle forme letterarie presenti nella Bibbia
(Della poesia biblica, 1878) e altre opere che pongono
Castelli in rotta di collisione con Renan e il suo folto
gruppo di seguaci. Lo studioso francese infatti ha più
volte insistito sull’inferiorità della
cultura ebraica rispetto a quella indoeuropea; al contrario
Castelli profonde il suo impegno per mostrare la complessità
dell’ebraismo, le cui trasformazioni hanno necessariamente
seguito il percorso tortuoso delle assimilazioni e delle
persecuzioni nell’ambito della storia occidentale.
Nell’itinerario di ricerca di Castelli un particolare
rilievo è assunto dal rapporto fra ebraismo e
cristianesimo. In una delle sue opere maggiori, Il messia
secondo gli ebrei (1874), il biblista livornese propone
un’interpretazione innovativa del concetto di
messia, distanziandosi sia dalle posizioni della tradizione
ebraica sia da quelle dell’ortodossia cattolica,
e ricevendo perciò aspre critiche da entrambi
i fronti. Scrive Castelli:« l’era messianica
sarà in gran parte una palingenesi dell’umanità,
e una preparazione della vita più pura del mondo
spirituale», e ancora che la religione ha come
scopo quello di guidare l’umanità «a
un ideale superiore nella via di un progresso sempre
più perfettibile e perciò indefinito».
Forte, in questo passaggio, appare l’influenza
del kantismo, al quale Castelli rimane profondamente
legato, soprattutto nella parte in cui si sottolinea
il valore pratico dell’esperienza religiosa, una
volta sgomberato il campo da ogni pretesa dogmatica.
Ma lo sguardo di Castelli si proietta
oltre gli orizzonti già vasti dell’ebraismo
e del cristianesimo, per approdare ad una riflessione
di carattere generale sul significato della religione
nel contesto della modernità e sui rischi di
un suo troppo rapido superamento per quanto riguarda
l’educazione delle future generazioni di italiani.
Scrive in un articolo del 1889:« Ci illudiamo
di educare in tal modo una gioventù di animo
forte, di spirito indipendente, libera da pregiudizi,
avversa al clericalismo; e non ci accorgiamo che non
facciamo altro che lasciar crescere i giovani ignari
di quanto ha formato la più alta idealità
delle generazioni passate, e che appunto perché
non si fa nessuno studio delle religioni, avremo o frivoli
increduli, o fanatici superstiziosi, e non di rado avremo
due pecche unite negli stessi individui». L’adozione
del metodo storico-critico, il valore etico della religione
che si ricollega all’ideale risorgimentale di
formare le coscienze della nuova nazione, e infine il
veto incrociato delle diverse confessioni combinato
con l’indifferenza della cultura laica italiana
verso le questioni religiose, sono tutti elementi che
presentano altrettanti punti in comune fra la figura
di Castelli e quelle di importanti esponenti del modernismo
italiano. Ma, proprio in virtù del lavoro di
scavo realizzato nel corso dei sei capitoli del volume
di Cristiana Facchini, sarebbe riduttivo pensare a Castelli
unicamente in rapporto al modernismo, di cui avrebbe
anticipato alcuni tratti o addirittura favorito lo sviluppo.
Egli appare piuttosto come una delle espressioni più
mature di un ambiente culturale particolare, intuito
da Bedeschi in un saggio scritto per Fonti e documenti.
« Un fatto è certo – scrive Bedeschi
– la grande liberalità toscana, retaggio
come si è detto dello spirito ricasoliano, favorisce
iniziative di carattere scientifico-religioso altrove
impossibili». Ora, con David Castelli. Ebraismo
e scienze delle religioni fra Otto e Novecento, una
parte di questo mondo perduto della nostra storia culturale
riemerge, con tutto il suo spessore tematico e la sua
fitta trama di relazioni ancora da esplorare.
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