Per molti anni gli studi sul modernismo italiano hanno vissuto
all’ombra del sospetto lanciato da Jean Riviere, per il
quale il modernismo nel nostro paese non sarebbe altro che un
sottoprodotto di quello francese, privo cioè di elementi
originali e caratterizzanti. Per l’affrancamento da questo
pregiudizio occorre attendere fino agli anni Sessanta, al cambio
di clima operato dal Concilio Vaticano II e al conseguente esaurirsi
della fase della critica teologica al modernismo. A quel punto
la distanza cronologica dagli eventi è ormai tale da fare
in modo che la teologia ceda il passo alla storiografia, la quale
comincia ad avvalersi di materiali rimasti inediti per timore
delle condanne ecclesiastiche. I saggi fondamentali di Scoppola
e Ranchetti aprono una lunga bibliografia che continua fino ad
oggi; numerose sono le opere che hanno ampiamente ricostruito
tanto i tratti imitativi quanto quelli peculiari del fenomeno
modernista in Italia. Mancava tuttavia un’indagine
approfondita sull’origine del modernismo, così da
rispondere alla domanda emersa negli anni recenti: appurati gli
immensi debiti sul piano metodologico del modernismo italiano
rispetto a quello maturato in Francia e in Germania, come si spiega
tutto questo interesse per il metodo storico-critico, per la scienza
biblica, per il rinnovamento della filosofia e della teologia
cattolica? Detto altrimenti, il modernismo italiano ha “importato”
metodi e temi al centro della ricerca scientifica in Francia e
in Germania, sviluppandoli in modo congeniale alla realtà
nazionale oppure questo processo non è avvenuto del tutto
ex novo, ma esisteva già in Italia un terreno
favorevole all’affermazione di siffatti temi e metodi di
indagine? Per rispondere a questi interrogativi occorre ricostruire
la fisionomia dei luoghi in cui si formava il sapere in Italia
nella seconda metà dell’Ottocento: circoli culturali,
istituti e soprattutto le università. Occorre rintracciare
i protagonisti di quella stagione culturale poco studiata, ma
senza dubbio importante e per certi versi paradigmatica per quelli
che saranno i futuri svolgimenti della cultura italiana.
David Castelli (1836-1901) fa parte di questa schiera di intellettuali
dimenticati, e alla sua sfaccettata figura è dedicato il
lavoro di Cristiana Facchini intitolato David Castelli. Ebraismo
e scienze delle religioni fra Otto e Novecento (Morcelliana,
Brescia 2006). Il libro ripercorre le tappe principali delle vita
di Castelli, ne ricostruisce l’ambiente familiare e sociale
ma soprattutto offre un’esposizione critica della sua produzione
dagli anni dell’insegnamento liceale a quelli trascorsi
all’Istituto di Studi Pratici e Superiori di Firenze. Presso
questa importante istituzione Castelli ottiene la cattedra di
Ebraico (dal 1875), e fra i suoi discepoli figura quel Salvatore
Minocchi a cui si deve la fondazione della rivista “Studi
religiosi”, che Buonaiuti considerava come «la data
di nascita del modernismo italiano». A Castelli si deve
il tentativo di diffondere in Italia la critica biblica di matrice
protestante, nata in seno allo sviluppo delle discipline storiche,
filologiche e linguistiche. Il suo oggetto prediletto è
naturalmente la letteratura ebraica, che grazie al suo lavoro
di traduzione e commento esce dalla cerchia ristretta dell’utilizzo
confessionale interno alle comunità ebraiche e diventa
materia di confronto con le altre tradizioni letterarie. Escono
i suoi studi sui testi talmudici (Leggende talmudiche,
1873), sulle forme letterarie presenti nella Bibbia (Della
poesia biblica, 1878) e altre opere che pongono Castelli
in rotta di collisione con Renan e il suo folto gruppo di seguaci.
Lo studioso francese infatti ha più volte insistito sull’inferiorità
della cultura ebraica rispetto a quella indoeuropea; al contrario
Castelli profonde il suo impegno per mostrare la complessità
dell’ebraismo, le cui trasformazioni hanno necessariamente
seguito il percorso tortuoso delle assimilazioni e delle persecuzioni
nell’ambito della storia occidentale. Nell’itinerario
di ricerca di Castelli un particolare rilievo è assunto
dal rapporto fra ebraismo e cristianesimo. In una delle sue opere
maggiori, Il messia secondo gli ebrei (1874), il biblista
livornese propone un’interpretazione innovativa del concetto
di messia, distanziandosi sia dalle posizioni della tradizione
ebraica sia da quelle dell’ortodossia cattolica, e ricevendo
perciò aspre critiche da entrambi i fronti. Scrive Castelli:
«L’era messianica sarà in gran parte una palingenesi
dell’umanità, e una preparazione della vita più
pura del mondo spirituale», e ancora che la religione ha
come scopo quello di guidare l’umanità «a un
ideale superiore nella via di un progresso sempre più perfettibile
e perciò indefinito». Forte, in questo passaggio,
appare l’influenza del kantismo, al quale Castelli rimane
profondamente legato, soprattutto nella parte in cui si sottolinea
il valore pratico dell’esperienza religiosa, una volta sgomberato
il campo da ogni pretesa dogmatica.
Ma lo sguardo di Castelli si proietta oltre gli orizzonti già
vasti dell’ebraismo e del cristianesimo, per approdare ad
una riflessione di carattere generale sul significato della religione
nel contesto della modernità e sui rischi di un suo troppo
rapido superamento per quanto riguarda l’educazione delle
future generazioni di italiani. Scrive in un articolo del 1889:
«Ci illudiamo di educare in tal modo una gioventù
di animo forte, di spirito indipendente, libera da pregiudizi,
avversa al clericalismo; e non ci accorgiamo che non facciamo
altro che lasciar crescere i giovani ignari di quanto ha formato
la più alta idealità delle generazioni passate,
e che appunto perché non si fa nessuno studio delle religioni,
avremo o frivoli increduli, o fanatici superstiziosi, e non di
rado avremo due pecche unite negli stessi individui». L’adozione
del metodo storico-critico, il valore etico della religione che
si ricollega all’ideale risorgimentale di formare le coscienze
della nuova nazione, e infine il veto incrociato delle diverse
confessioni combinato con l’indifferenza della cultura laica
italiana verso le questioni religiose, sono tutti elementi che
presentano altrettanti punti in comune fra la figura di Castelli
e quelle di importanti esponenti del modernismo italiano. Ma,
proprio in virtù del lavoro di scavo realizzato nel corso
dei sei capitoli del volume di Cristiana Facchini, sarebbe riduttivo
pensare a Castelli unicamente in rapporto al modernismo, di cui
avrebbe anticipato alcuni tratti o addirittura favorito lo sviluppo.
Egli appare piuttosto come una delle espressioni più mature
di un ambiente culturale particolare, intuito da Bedeschi in un
saggio scritto per Fonti e documenti. «Un fatto è
certo — scrive Bedeschi — la grande liberalità
toscana, retaggio come si è detto dello spirito ricasoliano,
favorisce iniziative di carattere scientifico-religioso altrove
impossibili». Ora, con David Castelli. Ebraismo e scienze
delle religioni fra Otto e Novecento, una parte di questo
mondo perduto della nostra storia culturale riemerge con tutto
il suo spessore tematico e la sua fitta trama di relazioni ancora
da esplorare.