All'interno del volume collettaneo a cura di F. D'Agostini e
N. Vassallo, Storia della filosofia analitica (Torino
2002), il contributo di Cristopher Hughes sembrerebbe reiterare
alcune forme di disattenzione nei confronti della ricchezza della
filosofia analitica della religione contemporanea, assecondando
una riduzione storiografica che contraddice l'assunto, precisato
da Mario Micheletti a p. 10, per cui occorra rendere conto della
«complessa dimensione diacronica» che caratterizza
la filosofia analitica. Lo studioso londinese, in pratica, sembra
imporre una semplificazione eccessiva di questa filosofia: la
sua presentazione si appunta su quella che sempre Micheletti chiama:
«Analisi dei predicati divini, della loro compatibilità
reciproca, e con gli stati di cose accertabili, e delle indagini
filosofiche sulla struttura degli argomenti teistici» (p.
20).
Cercando di comprendere le ragioni di questa riduzione, rendiamo
conto del lungo saggio di Hughes in tre punti. Nel primo ci chiediamo
se lo studioso inglese abbia rispettato le direttive dei curatori
del volume (pp. VIII-IX) e, se la risposta è positiva,
ci chiediamo se siano queste direttive ad avere indotto una limitazione
così forte nella descrizione della filosofia analitica
della religione. Secondo le intenzioni dei curatori, gli estensori
delle singole voci avevano l'obbligo di indagare, in virtù
del fatto che la filosofia analitica «ha la esclusiva e
tipica caratteristica di occuparsi di problemi specifici»,
dai tre ai cinque problemi più caratteristici. Oltre a
raccomandare la storicità di questa presentazione, i curatori
mettono in conto di accettare la presenza inevitabile di un margine
di libertà che gli estensori delle singole voci avranno.
C'è però la possibilità di compensare questo
margine di libertà nella stesura della bibliografia ragionata.
Nel caso di Hughes, la rassegna bibliografica (pp. 557-561) non
fa che replicare l'andamento generale della voce stessa: vengono
presentate opere che discutono gli argomenti a favore o contrari
all'esistenza di Dio (argomento cosmologico, ontologico, teleologico).
In un solo paragrafo viene segnalata una piccola lista di libri
scritti da autori che sostengono la non necessità di giustificare
la credenza nell'esistenza di Dio. Queste opere, ad avviso di
Hughes, prendono spunto e discutono il saggio «volutamente
provocatorio» di Alvin Plantinga Reason and Belief in
God (1983). Le direttive dei curatori del volume non sono
dunque responsabili della riduzione del campo della filosofia
della religione operata da Hughes.
Questa premessa ci permette di passare al secondo punto nel quale
verifichiamo se Hughes ha la consapevolezza della complessità
del panorama della filosofia analitica della religione. Qui la
risposta non può che essere positiva! Hughes elenca cinque
diversi modi in cui la filosofia analitica della religione è
praticata: si tratta di capire meglio concetti e credenze religiose;
di cercare di dire in cosa consiste la verità di una proposizione
religiosa o di giustificare una credenza religiosa; di proporre
e valutare argomenti a favore o contrari alla verità di
tali proposizioni (secondo Hughes questo è il cuore della
filosofia analitica della religione); di capire meglio le proprie
convinzioni teologiche (fides quaerens intellectum);
infine di fare delle valutazioni all'interno di questo approfondimento
della fede cristiana (p. 390). A livello storico Hughes ritiene
poi che la filosofia analitica si colleghi in maniera diretta
con la teologia filosofica medievale, ma è anche consapevole
che «nella prima parte del secolo, i temi teologici venivano
affrontati per lo più soltanto da specialisti. A quell'epoca,
per via dell'influsso determinante dell'empirismo, e successivamente
del neopositivismo, i filosofi analitici della religione tendenzialmente
trascuravano quei problemi che avevano un sapore fortemente metafisico,
sviluppavano e difendevano o criticavano argomenti di matrice
humeana contro la teologia naturale, e si occupavano del problema
della significatività o meno degli enunciati religiosi».
Ma «nella seconda parte del secolo, un numero discreto di
filosofi che hanno dato contributi notevoli in metafisica e in
epistemologia, tra cui Alvin Plantinga, William Alston, Robert
Adams, Peter Van Inwagen, hanno iniziato a occuparsi di filosofia
della religione» (pp. 392 e 424).
Con il terzo punto ci permettiamo di valutare il quadro presentato
da Hughes. Egli sceglie di presentare la contemporanea filosofia
analitica della religione attenendosi quasi esclusivamente alla
descrizione e al commento delle principali argomentazioni a favore
o contrarie all'affermazione positiva dell'esistenza di Do o di
altre verità religiose. Ma proprio questa problematica
rientrava all'interno di quella materia filosofica che all'inizio
del secolo novecento era considerata insignificante. Hughes non
dice niente su ciò che ha permesso questo cambiamento,
e tutto ciò che è assente nella sua descrizione
sembra non godere della sua considerazione. Nell'ambito delle
quattro sezioni in cu si articola la presentazione di Hughes:
la teologia naturale, e l'argomento cosmologico (pp, 392-400),
l'ateologia naturale e il problema del male (pp. 401-412), corpo,
anima e vita oltre la morte (419-424) ci sono dei punti in cui
l'articolarsi delle argomentazioni «in base a qualche ragionamento
sottilissimo» (p.400) o a qualche «confutazione decisiva»
(p. 412) o «schema di ragionamento» (p. 412) è
insufficiente a una piena rendicontazione del fenomeno in esame,
e lo stesso Hughes deve ammetterlo. Vediamo qualche esempio. Nella
prima sezione lo studioso inglese recensisce una serie di argomentazioni
a favore o contrarie alla dipendenza degli esseri contingenti
da una causa ultima e necessaria. Il problema maggiormente carico
di implicazioni filosofiche è espresso dal concetto di
ente «radicalmente contingente» (pp. 397-400). Dopo
aver passato in rassegna le varie posizioni Hughes ammette: «molti
filosofi e non filosofi stentano a credere che un essere radicalmente
contingente possa, per così dire, librarsi nel nulla. Accettano
dunque la tesi secondo cui ogni essere radicalmente contingente
è dipendente (DRC) non in base a qualche ragionamento sottilissimo,
ma perché gli pare intrinsecamente plausibile. Questo atteggiamento
non è chiaramente irragionevole: sarebbe molto difficile
fare filosofia senza prima o poi accettare qualche proposizione
semplicemente in base alla sua apparente plausibilità intrinseca»
(p. 400). Nella seconda sezione, dedicata all'analisi del problema
del male e del modo in cui questo problema possa rendere inconsistente
o improbabile, da un punto di vista logico l'esistenza di Dio,
Hughes deve concludere segnalando, anche se non discutendo, il
modo in cui la credenza in un Dio perfetto venga sostenuta da
una serie di fattori quali l'esperienza religiosa.
La sua conclusione è molto eloquente: «Oggigiorno,
per via degli sforzi di Alvin Plantinga e altri, sarebbe più
difficile trovare filosofi della religione analitici di questo
parere (credere che l'argomento dal male costituisca una confutazione
decisiva dell'esistenza di Dio, ndt.). Si è fatta
strada l'idea che il mondo è in qualche misura ambiguo,
di modo che una persona ragionevole e ben informata possa credere
o non credere in Dio (o in un Dio perfetto) indifferentemente,
a seconda delle sue esperienza religiose e intuizioni metafisiche»
(p. 412). Questi esempi mostrano chiaramente l'impossibilità
di mantenere la filosofia analitica della religione nell'ambito
di un dibattito esclusivamente logico-linguistico. La svolta epistemologica
della filosofia analitica, peraltro segnalata nel saggio introduttivo
di Franca D'Agostini come una possibile chiave interpretativa
della stessa filosofia analitica, almeno a partire da un preciso
momento della sua storia (filosofia della giustificazione), viene
completamente ignorata da Hughes.