La filosofia della religione
secondo Chris Hughes
di Giacomo
Carlo Di Gaetano
In
questa rassegna prendiamo in considerazione, del pregevole
lavoro di N. Vassallo e F. D'Agostini, il solo contributo
di Cristopher Hughes. Rifacendoci alle lacune segnalate
all'inizio di questa rassegna, il saggio sembrerebbe
reiterare alcune forme di disattenzione nei confronti
della ricchezza della filosofia analitica della religione
contemporanea. In particolare, in esso si assiste a
una riduzione storiografica che contraddice l'assunto
generale dell'opera di Micheletti: rendere conto della
«complessa dimensione diacronica» che caratterizza
la filosofia analitica (p. 10). Lo studioso londinese,
in pratica, sembra imporre una semplificazione eccessiva
e al limite incomprensibile, di questa filosofia: la
sua presentazione si appunta su quella che sempre Micheletti,
chiama: «Analisi dei predicati divini, della loro
compatibilità reciproca, e con gli stati di cose
accertabili, e delle indagini filosofiche sulla struttura
degli argomenti teistici» (p. 20).
Cercando di comprendere le ragioni
di questa riduzione, rendiamo conto del lungo saggio
di Hughes in tre punti. Nel primo ci chiediamo se lo
studioso inglese abbia rispettato le direttive dei curatori
del volume (pp. VIII - IX) e, se la risposta è
positiva, ci chiediamo se siano queste direttive ad
avere indotto una limitazione così forte nella
descrizione della filosofia analitica della religione.
Secondo le intenzioni dei curatori, gli estensori delle
singole voci avevano l'obbligo di indagare, in virtù
del fatto che la filosofia analitica «ha la esclusiva
e tipica caratteristica di occuparsi di problemi specifici»,
dai tre ai cinque problemi più caratteristici.
Oltre a raccomandare la storicità di questa presentazione,
i curatori mettono in conto di accettare la presenza
inevitabile di un margine di libertà che gli
estensori delle singole voci avranno. C'è però
la possibilità di compensare questo margine di
libertà nella stesura della bibliografia ragionata.
Nel caso di Hughes, la rassegna bibliografica (pp. 557-561)
non fa che replicare l'andamento generale della voce
stessa: vengono presentate opere che discutono gli argomenti
a favore o contrari all'esistenza di Dio (argomento
cosmologico, ontologico, teleologico). In un solo paragrafo
viene segnalata una piccola lista di libri scritti da
autori che sostengono la non necessità di giustificare
la credenza nell'esistenza di Dio. Queste opere, ad
avviso di Hughes, prendono spunto e discutono il saggio
«volutamente provocatorio» di Alvin Plantinga
Reason and Belief in God (1983). Le direttive
dei curatori del volume non sono dunque responsabili
della riduzione del campo della filosofia della religione
operata da Hughes.
Questa premessa ci permette di passare
al secondo punto nel quale verifichiamo se Hughes ha
la consapevolezza della complessità del panorama
della filosofia analitica della religione. Qui la risposta
non può che essere positiva! Hughes elenca cinque
diversi modi in cui la filosofia analitica della religione
è praticata: si tratta di capire meglio concetti
e credenze religiose; di cercare di dire in cosa consiste
la verità di una proposizione religiosa o di
giustificare una credenza religiosa; di proporre e valutare
argomenti a favore o contrari alla verità di
tali proposizioni (secondo Hughes questo è il
cuore della filosofia analitica della religione); di
capire meglio le proprie convinzioni teologiche (fides
quaerens intellectum); infine di fare delle valutazioni
all'interno di questo approfondimento della fede cristiana
(p.390). A livello storico Hughes ritiene poi che la
filosofia analitica si colleghi in maniera diretta con
la teologia filosofica medievale, ma è anche
consapevole che «nella prima parte del secolo,
i temi teologici venivano affrontati per lo più
soltanto da specialisti. A quell'epoca, per via dell'influsso
determinante dell'empirismo, e successivamente del neopositivismo,
i filosofi analitici della religione tendenzialmente
trascuravano quei problemi che avevano un sapore fortemente
metafisico, sviluppavano e difendevano o criticavano
argomenti di matrice humeana contro la teologia naturale,
e si occupavano del problema della significatività
o meno degli enunciati religiosi». Ma «nella
seconda parte del secolo, un numero discreto di filosofi
che hanno dato contributi notevoli in metafisica e in
epistemologia, tra cui Alvin Plantinga, William Alston,
Robert Adams, Peter Van Inwagen, hanno iniziato a occuparsi
di filosofia della religione» (p.392 e 424).
Con il terzo punto ci permettiamo
di valutare il quadro presentato da Hughes. Egli sceglie
di presentare la contemporanea filosofia analitica della
religione attenendosi quasi esclusivamente alla descrizione
e al commento delle principali argomentazioni a favore
o contrarie all'affermazione positiva dell'esistenza
di Do o di altre verità religiose. Ma proprio
questa problematica rientrava all'interno di quella
materia filosofica che all'inizio del secolo novecento
era considerata insignificante. Hughes non dice niente
su ciò che ha permesso questo cambiamento, e
tutto ciò che è assente nella sua descrizione
sembra non godere della sua considerazione. Nell'ambito
delle quattro sezioni in cu si articola la presentazione
di Hughes: la teologia naturale, e l'argomento cosmologico
(pp, 392-400), l'ateologia naturale e il problema del
male (pp. 401-412), corpo, anima e vita oltre la morte
(419-424) ci sono dei punti in cui l'articolarsi delle
argomentazioni «in base a qualche ragionamento
sottilissimo» (p.400) o a qualche «confutazione
decisiva» (p. 412) o «schema di ragionamento»
(p. 412) è insufficiente a una piena rendicontazione
del fenomeno in esame, e lo stesso Hughes deve ammetterlo.
Vediamo qualche esempio. Nella prima sezione lo studioso
inglese recensisce una serie di argomentazioni a favore
o contrarie alla dipendenza degli esseri contingenti
da una causa ultima e necessaria. Il problema maggiormente
carico di implicazioni filosofiche è espresso
dal concetto di ente «radicalmente contingente»
(pp. 397-400). Dopo aver passato in rassegna le varie
posizioni Hughes ammette: «molti filosofi e non
filosofi stentano a credere che un essere radicalmente
contingente possa, per così dire, librarsi nel
nulla. Accettano dunque la tesi secondo cui ogni essere
radicalmente contingente è dipendente (DRC) non
in base a qualche ragionamento sottilissimo, ma perché
gli pare intrinsecamente plausibile. Questo atteggiamento
non è chiaramente irragionevole: sarebbe molto
difficile fare filosofia senza prima o poi accettare
qualche proposizione semplicemente in base alla sua
apparente plausibilità intrinseca» (p.
400). Nella seconda sezione, dedicata all'analisi del
problema del male e del modo in cui questo problema
possa rendere inconsistente o improbabile, da un punto
di vista logico l'esistenza di Dio, Hughes deve concludere
segnalando, anche se non discutendo, il modo in cui
la credenza in un Dio perfetto venga sostenuta da una
serie di fattori quali l'esperienza religiosa.
La sua conclusione è molto
eloquente: «Oggigiorno, per via degli sforzi di
Alvin Plantinga e altri, sarebbe più difficile
trovare filosofi della religione analitici di questo
parere (credere che l'argomento dal male costituisca
una confutazione decisiva dell'esistenza di Dio, ndt.).
Si è fatta strada l'idea che il mondo è
in qualche misura ambiguo, di modo che una persona ragionevole
e ben informata possa credere o non credere in Dio (o
in un Dio perfetto) indifferentemente, a seconda delle
sue esperienza religiose e intuizioni metafisiche»
(p. 412). Questi esempi mostrano chiaramente l'impossibilità
di mantenere la filosofia analitica della religione
nell'ambito di un dibattito esclusivamente logico-linguistico.
La svolta epistemologica della filosofia analitica,
peraltro segnalata nel saggio introduttivo di Franca
D'Agostini come una possibile chiave interpretativa
della stessa filosofia analitica, almeno a partire da
un preciso momento della sua storia (filosofia della
giustificazione), viene completamente ignorata da Hughes.
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