Figure e motivi della
contemplazione
nelle teologie medievali
di Cristina
Motta
Il
volume raccoglie sei studi – alcuni inediti, altri
pubblicati tra il 2005 e il 2006 – incentrati
sul tema della contemplazione di Dio nelle opere di
alcuni autori medievali e accomunati dall’intento
dell’autrice di far affiorare la straordinaria
complessità di un argomento dalle molteplici
implicazioni filosofiche e teologiche. Si tratta di
un lavoro estremamente originale, condotto con acume
e singolare acribia, espressione di una notevole familiarità
con testi afferenti a diverse tradizioni, anche molto
distanti tra loro. Sebbene infatti gli autori presi
in esame vivano tutti nel XIII secolo – con l’unica
eccezione di Gregorio di Nissa –, diversi sono
i loro ambienti di provenienza: come viene puntualizzato
nell’introduzione, essi sono “secolari,
Francescani, Domenicani, Certosini, uomini e donne,
perché sulla contemplazione in questo secolo
e dunque non solo nel XII […] hanno meditato e
riflettuto tutti: pubblicamente in università,
silenziosamente in convento, con diverse sensibilità
concettuali e spirituali, in contesti differenti, ma
con uguale impegno e determinazione” (p. 12).
Squarciando così il velo su una realtà
per lo più ancora inesplorata, l’autrice
sonda i percorsi delineati a partire dalla riscoperta
della Theologia Mystica di Dionigi ad opera di Tommaso
Gallo e sulla base dell’auctoritas di Agostino
e di sistemi concettuali di matrice peripatetica.
Nel primo capitolo, intitolato “Mosè
e Paolo: figure della contemplazione e del rapimento
nelle teologie del secolo XIII”, l’autrice
mette a confronto l’originalissima posizione di
Alberto Magno con quella di altri pensatori del tempo,
vale a dire Alessandro di Hales, Bonaventura da Bagnoregio,
Tommaso d’Aquino e Matteo d’Acquasparta.
Da tale raffronto emergono due linee interpretative
fondamentali. Mentre Alberto Magno, preceduto da Alessandro
di Hales e seguito da Bonaventura, considera la visione
di Mosè assiologicamente inferiore rispetto a
quella di Paolo rapito, poiché, a differenza
di quest’ultima, non coglie Dio nella sua essenza,
l’Aquinate, facendosi interprete della posizione
assunta da Agostino nel De Genesi ad litteram e nell’Epistula
147 (De videndo Deo) sulla base di Num. 12, 8, attribuisce
la visione immediata di Dio anche al legislatore biblico.
Barbara Faes individua la motivazione di questa scelta
ermeneutica nella precisa volontà del domenicano
di “sottolineare l’uguale autorità
dei due Testamenti attraverso il ruolo unico ed eminente
di queste due figure autoritative nei confronti delle
loro genti” (p. 41); più articolata, invece,
si rivela la posizione del francescano Matteo d’Acquasparta,
che, pur collocandosi sulla stessa linea di Tommaso,
assume un atteggiamento più cauto, e afferma
che, se a Mosè e a Paolo fu concesso il privilegio
della visione di Dio per essentiam, questo accadde non
solo per dimostrare l’eguale autorità dell’Antico
e del Nuovo Testamento, ma anche per portare consolazione
e sollievo agli uomini in via. Al contrario, Alberto,
saldamente ancorato a una prospettiva più filosofica
che teologica, sostiene sulla scorta della Theologia
Mystica la sostanziale irriducibilità della contemplazione
al fenomeno del raptus, alla luce di un confronto effettuato
“all’interno di una riflessione sulla teoria
della visione e delle sue modalità” (p.
48). Se Alessandro di Hales può considerarsi
un precursore di questa soluzione, nonostante faccia
appello ad auctoritates in parte differenti, del tutto
singolare si rivela la posizione di Bonaventura, che,
pur giungendo alla medesima conclusione, individua nella
visione di Dio in caligine, propria di viatori come
Mosè, un’esperienza di carattere più
affettivo che conoscitivo.
Nel secondo capitolo (“Vita
attiva e vita contemplativa in Guglielmo di Auxerre
e in Rolando di Cremona”), l’autrice si
propone di mostrare attraverso due illuminanti esempi
come il primo quarantennio del XIII secolo sia stato
determinante nella definizione delle nozioni di vita
attiva e vita contemplativa, configurandosi come una
sorta di cerniera tra la riflessione del XII secolo
e quella della seconda metà del secolo successivo,
decisamente più sistematica e strutturata. Gli
autori presi in esame sono Guglielmo di Auxerre, maestro
di teologia a Parigi, e il domenicano Rolando di Cremona,
che dell’analisi del primo assume molto e molto
rifiuta. Nella sua Summa aurea Guglielmo, attraverso
un uso teologico del Somnium Scipionis di Macrobio,
sancisce la superiorità della vita contemplativa,
simboleggiata dalla bella Rachele e propria dell’animo
purgato, rispetto alla vita attiva, rappresentata dalla
figura di Lia e considerata come preludio dello stato
contemplativo, in quanto finalizzata alla conoscenza
di Dio. Ciononostante, se le due forme di vita vengono
confrontate in base non al loro stato, ma alle opere
cui danno luogo in un soggetto dotato della medesima
carità, bisogna distinguere: mentre simpliciter
la vita contemplativa conserva il suo primato rispetto
alla vita attiva, in quanto consente di godere di Dio
in maniera immediata, da un punto di vista relativo,
la vita attiva, in alcune circostanze, per quanto indubbiamente
più pericolosa, può rivelarsi preferibile.
Rolando, al contrario di Guglielmo, conferisce alla
sua riflessione un’impronta marcatamente filosofica,
sulla base dell’autorità di Aristotele
e della tradizione arabo-agostiniana. E così,
per il domenicano “l’operazione della vita
contemplativa non è più soltanto di natura
teologica, ma anche filosofico-psicologica, ovvero non
è rivolta soltanto all’alto, alla visione
delle realtà superiori […], ma anche al
basso, a indirizzare e rettificare la ragione inferiore
o vita attiva” (p. 80). In questa prospettiva,
la vita attiva si configura come l’espressione
dell’intelletto, laddove la vita contemplativa,
collocata in una posizione di superiorità e di
dominio rispetto alla prima, viene presentata come l’attività
propria della potenza razionale. Infine, decisamente
più articolata e in parte divergente rispetto
a quella di Guglielmo si rivela l’indagine che
Rolando conduce intorno al valore della vita contemplativa
in rapporto a quello della vita attiva. A questo proposito,
particolarmente rilevante è la critica alla dottrina
guglielmina secondo la quale le opere della vita contemplativa
sono migliori di quella della vita attiva: secondo Rolando,
le opere, considerate in se stesse, sono del tutto indifferenti
e, dunque, né buone né cattive.
Nel terzo capitolo, intitolato “Et
audivit arcana verba, quae non licet homini loqui. Arcani,
segreti e misteri nella teologia all’inizio del
‘200: Roberto Grossatesta, Guglielmo d’Auxerre,
Rolando di Cremona”, l’autrice, dopo aver
analizzato il significato di queste nozioni nelle sacre
Scritture e in alcuni lessici della latinità
medievale, mette a confronto le interpretazioni che
di II Cor. 12, 2-4 danno alcuni pensatori contemporanei
con quelle elaborate nella prima metà del XIII
secolo, in particolare da Roberto Grossatesta, da Guglielmo
d’Auxerre e da Rolando di Cremona. Mentre gli
esegeti moderni sottolineano l’ineffabilità
del mistero rivelato all’Apostolo durante il rapimento,
o a causa della povertà del linguaggio e dei
concetti umani (Allo) o a causa della sacralità
dell’evento (Lincoln e Furnish), i pensatori medievali
tendono a porre l’accento sul problema della sua
comunicazione. Dopo aver messo in luce come l’audizione
di Paolo sia nell’interpretazione agostiniano-medievale
una forma di visione intellettuale e come gli arcana
da lui esperiti siano identificati ora con i segreti
riguardanti l’essenza di Dio (Guglielmo e Rolando),
ora anche con le eterne ragioni delle cose nella mente
divina visibili in sé nella loro purezza (Roberto),
l’autrice analizza la posizione di ogni autore
circa l’illiceità della diffusione di questi
misteri. Per Roberto la loro inesprimibilità
è dovuta alla corporeità dell’uomo,
che attrae a tal punto l’intelligenza da renderla
incapace di volgersi pienamente ad essi; secondo Guglielmo
le verità viste e udite dall’Apostolo rientrano
in quella categoria di arcana che non è opportuno
l’uomo conosca a causa della sua piccolezza; al
contrario, Rolando afferma che l’ineffabilità
riguarda non tanto ciò che Paolo ha visto e udito,
quanto piuttosto il modo in cui è stato reso
partecipe di tali segreti. E così l’Apostolo
da una parte subisce la visione degli arcani senza poterla
riferire ad alcuno, dall’altra comunica ciò
che ha visto attraverso il pur inadeguato linguaggio
verbale.
In “Piacere e dolore nella
contemplazione” si pone l’attenzione
sulla questione della dinamica piacere/dolore nell’ambito
della contemplazione. Dopo aver mostrato brevemente
come la tematica venga affrontata in una questione anonima
sulla profezia e nella riflessione albertina sul rapimento,
l’autrice si sofferma sulla trattazione tommasiana
dei piaceri della vita contemplativa, ordinati in una
gerarchia che, partendo dal godimento suscitato dalla
contemplazione in via della verità, culmina nella
somma gioia del beato in patria, non soltanto massimamente
intensa, ma anche stabile e definitiva. In ogni caso
è importante sottolineare che si tratta sempre
di un piacere particolarmente efficace, capace com’è,
in virtù del fenomeno della redundantia, di debordare
dalla parte superiore della mente, dove si origina,
nelle facoltà inferiori e di mitigare anche dolori
di carattere propriamente corporeo. Ma è nella
riflessione di Bonaventura che il tema del piacere acquista
un ruolo veramente centrale, in quanto strumento di
manuductio a Dio attraverso l’esercizio dei sensi
corporali e, a un livello più alto, di quelli
spirituali: nella sua prospettiva esemplarista, ogni
tappa dell’itinerario verso Dio, oggetto della
somma fruitio, non può che generare piacere,
nella misura in cui reca in sé l’impronta
del Creatore.
Il capitolo V, intitolato “Eventi
sonori ed esperienze mistiche in alcuni itinerari teologici
tardo-antichi e medievali” si divide in tre parti.
Nella prima e nella seconda sezione vengono analizzate
alcune interpretazioni dell’ascesa di Mosè
al Sinai, in particolare del suono del corno che accompagna
l’episodio biblico. Da questa analisi emerge come
sia nella riflessione degli autori tardo-antichi (Gregorio
di Nissa e Dionigi) sia nella lettura dei teologi medievali
(Roberto Grossatesta e Alberto Magno) l’evento
sonoro perda pressoché del tutto ogni connotato
reale a vantaggio di esegesi decisamente allegoriche:
se per Gregorio il suono di tromba si identifica ora
con il mistero dell’incarnazione, ora con l’insieme
dei cieli che testimoniano la gloria divina, per il
Grossatesta esso va letto come figura dei molteplici
significati delle Scritture, propedeutici all’immersione
nella caligine dell’ignoranza di dionisiana memoria,
mentre secondo Alberto esso non è altro che espressione
dei precetti divini. Al contrario, nella letteratura
visionaria, qui rappresentata dagli scritti di Gertrude
di Helfta e di Margherita da Cortona e oggetto della
terza sezione del capitolo in esame, gli eventi sonori,
per quanto rari, mantengono il loro carattere acustico-musicale:
in un contesto in cui i sensi vengono esaltati in quanto
strumenti di unione mistica con il Cristo Sposo, il
silenzio che connota gli itinerari spirituali cede il
passo alle lusinghe e al canto d’amore dell’amato,
chiaramente percepibili nella loro dolcissima concretezza
(Gertrude di Helfta).
Infine, in “Aspetti della dottrina
della contemplazione in Ugo di Balma”, l’autrice
esamina l’interpretazione che il priore certosino
fa della Theologia Mystica dionisiana alla luce della
lettura di Tommaso Gallo, fortemente declinata in senso
affettivo. E così, nel suo trattato Viae Sion
lugent (più noto come Theologia Mystica o De
triplici via), Ugo, mosso dall’intento di riformare
la vita dei religiosi, individua nella vera sapienza
il traguardo di un percorso di perfezionamento suddiviso
in tre vie. Nella prima, detta purgativa e tipica degli
incipientes, la mens si prepara ad accogliere la sapienza;
nella seconda, detta illuminativa e propria dei proficientes,
si infiamma d’amore mediante la cogitatio, intesa
“come meditazione sulle Scritture e come contemplazione
interiore delle realtà sopra celesti a opera
di un’intelligenza illuminata dall’alto”
(p. 150); nella via unitiva, infine, ormai libera da
ogni conoscenza, la mens è elevata da Dio sopra
ogni facoltà umana, in uno stato di totale passività
preceduto da un’elevazione dell’affetto
a ciò che l’intelletto non può conoscere.
Il modello dionisiano viene così presentato come
decisamente superiore sia a quello di Riccardo di San
Vittore, composto di sei tappe dall’inferiore
al superiore, sia a quello di Agostino, animato da un
movimento opposto (dalla luce divina alle creature):
esso, infatti, permette l’unione immediata con
Dio, nonché una vera e propria deificazione del
soggetto che solo il potere trasformativo dell’amore
garantisce. Nella via unitiva, dunque, viene abbandonata
ogni forma di contemplazione: innanzitutto la contemplazione
nelle realtà sensibili (rappresentata da Lia
e descritta da Riccardo); quindi, la contemplazione
delle cose celesti, che, raffigurata da Rachele, si
identifica con la contemplazione delle ragioni eterne
o realtà esistenti da un lato (secondo l’insegnamento
di Agostino e di Dionigi) e, dall’altro, del mistero
trinitario (o realtà inesistenti, così
definite da Ugo in quanto prive di un esemplare nel
mondo creaturale); infine, va abbandonata anche la contemplazione
dell’absolutum, ossia di ciò che, “avendo
un essere distinto, si conosce per la sua forma propria”
(p. 156). L’esito di questa ascesa per successivi
abbandoni si identifica con l’optima portio Mariae,
vale a dire l’apprensione attraverso la quale
ci si unisce intimamente a Dio.
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