La filosofia di fronte
alla pluralità delle religioni
di Francesco
Marino
Il
convegno della AIFR tenutosi a Torino il 5 e 6 maggio
2006 ha posto al centro della riflessione uno dei problemi
più urgenti della situazione storico-culturale
attuale: il pluralismo religioso. Probabilmente –
e questo emerge anche qua e là nei documenti
di questo convegno – il pluralismo religioso è
problema assai di più che non il pluralismo genericamente
culturale; è sul piano specificamente religioso
che si pongono oggi le questioni più scottanti.
Scottanti innanzi tutto da un punto di vista sociale
e politico, ma urgenti anche poi sul piano teoretico:
cosa cambia o non cambia nel nostro modo di concepire
la verità, data l’attuale situazione, nella
quale molteplici e differenti affermazioni di verità
si presentano l’una di fronte all’altra
esigendo riconoscimento? Ma è qui, nel “luogo”
della verità che si comprende anche perché
oggi giunga alla filosofia la richiesta di far luce
su tali questioni: filosofia e religione si trovano
già unite nella comune domanda cui si sforzano
di dar risposta: la domanda di senso, cioè di
verità che anima la vita dell’uomo (questa
la concezione ripresa, tra gli altri, anche da Michael
Eckert). Ecco perché l’interessarsi della
filosofia e dei filosofi ai problemi della religione
ed ai problemi che il fatto religioso pone non sarà
mai un’intrusione. Quali, dunque, i problemi specifici
che il pluralismo religioso propone o impone alla riflessione
filosofica? Primo fra tutti, quello del conflitto e
della violenza; poi il rapporto tra politica e religione/i;
sul piano della risposta politica, la contrapposizione
tra il modello angloamericano e quello francese dell’integrazione,
entrambi ormai inadeguati, e l’esigenza di una
terza via; l’obsolescenza e l’intrinseca
violenza del concetto di tolleranza (Ravera). Ma quel
che risulta acquisito – e in questa pubblicazione
fortemente ribadito, almeno dagli interventi più
schiettamente filosofici – è il carattere
totalizzante dell’esperienza religiosa, il fatto
che questa non sia semplice esperienza accanto ad altre,
bensì tale che tutte le fonda (Paola Ricci Sindoni,
Sergio Sorrentino): questo fa sì che proprio
l’esperienza religiosa sia quella più problematica
ma anche la più significativamente ricca di possibilità
per il pluralismo ed il dialogo.
Si dimostra perciò anzitutto
necessaria un’intelligenza approfondita di cosa
sia la religione: riuscire a cogliere il vero nucleo
dell’esperienza religiosa significa porsi nella
possibilità poi di intendere bene donde provenga
la violenza veramente, ed anche di comprendere la verità
sia della propria che dell’altrui religione (Sorrentino).
Ciò significa anche che, allora, proprio già
all’interno delle stesse religioni, se autenticamente
intese anzi vissute, sarà possibile rintracciare
i motivi e le ragioni, le occasioni e le possibilità
per fondare un vero pluralismo. Ma pluralismo non potrà
significare mai né irenismo né relativismo,
proprio perché il compito che ci si prefigge
non può essere abbandonato alla superficialità
ed all’approssimazione, e perché le religioni
sono sempre pretese di verità, sicché
sul piano della verità dovranno anche confrontarsi
(Ricci Sindoni, Samonà). Coloro che, invece,
liquidano la questione semplicemente richiamando i credenti
delle varie religioni ad una maggiore tolleranza, magari
sulla base di un indebolimento o sfondamento dei principi
della loro fede, dimenticano proprio il fatto che la
fede sia «l’esperienza di un rapporto col
divino che tocca l’esistenza nelle sue profondità
e che genera pratiche molteplici» (pag. 14); si
dimentica che la religione (anche quella cristiana,
nonostante in questa prospettiva essa venga intesa come
non-religione) è sempre un’affermazione
di verità, avente pretesa di validità
universale. Il pensiero dell’indebolimento, del
resto, si prolunga anche in ambito teologico (Samonà).
Ora, la terza sfera o terza via tra il mero privato
ed il mero pubblico, entro la quale poter ridare efficacia
alla costitutiva energia eticizzante delle religioni,
evidentemente presupporrebbe proprio il contrario: intanto
sono capaci le religioni di sostenere eticamente lo
spazio della vita pubblica, in quanto continuano con
convinzione a dire la propria verità.
Uno dei maggiori meriti di molti di
questi saggi resta, poi, l’aver mostrato che non
solo l’identitarismo e comunitarismo religiosi
rischiano d’esser escludenti e incapaci di accettare
le differenze, ma anche il neutralismo laicista, perché
quest’ultimo vorrebbe fondare l’universalità
sull’indifferenza, cioè la non-differenza,
quindi non sull’accoglimento ma sulla cancellazione
delle differenze («indifferente convivenza di
valori stranieri tra loro», pag. 58). Più
discutibile è invece la tesi, ripresa in alcuni
interventi (Baccarini, Fischer), di una necessaria separazione
tra la fede e la religione – quest’ultima
quale istituzionalizzazione della prima. Certo, questa
sembrerebbe alla ragione filosofica la via più
semplice: ridurre l’istanza veritativa delle teologie,
e così ridurre il rischio di scontri ideologici.
Il problema è se, invece, proprio l’esigenza
di verità ch’è al fondo della stessa
esperienza personale di fede non comporti già
una richiesta d’assolutezza, e quindi l’esigenza
di una definizione “dottrinaria”. E infatti
è probabile che proprio la fede, prima ancora
che la religione (ammesso che una tale distinzione sia
possibile), comporti una verità irrinunciabile,
una “stoltezza” ed una caparbietà
che non ammettono aggiustamenti né mediazioni
“culturali” (Ricci Sindoni). Oltretutto,
può bene accadere che proprio in quanto non mediata
da una teologia – ch’è pur sempre
esercizio di logos e quindi possibilità di dia-logo
– l’esperienza del singolo prenda la strada
della presunzione e della violenza ideologica: non è
idea comune, ma si potrebbe anche pensare alle dottrine
istituzionalizzate come elementi di salvaguardia dalle
derive ideologiche, o almeno così le videro,
per esempio, i Padri della Chiesa. Purché, ovviamente,
quelle stesse istituzioni non prendano per l’esiziale
via che porta alla mistificazione di sé.
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