Rosenzweig. Il nulla e
la filosofia
di Claudia
Milani
Tra
i diversi contributi volti ad indagare il pensiero di
Franz Rosenzweig che sono stati presentati al pubblico
internazionale negli ultimi anni, quello recentemente
pubblicato da Luca Bertolino si segnala per aver utilizzato
«il concetto di nulla quale chiave di lettura
per interpretare l’opus maius»
(p. 11) del filosofo. A partire da questa particolare
angolazione ermeneutica, Bertolino analizza i diversi
luoghi e le diverse accezioni con cui il nulla viene
presentato nelle pagine della Stella, mostrando
come ogni significato attribuito al nulla indichi un
differente modo di intendere la filosofia. Da questa
precomprensione deriva «la precisa scelta di intendere
La stella della redenzione come opera essenzialmente
filosofica» (p. 14) che, pur propugnando un nuovo
pensiero e scegliendo categorie alternative rispetto
a quelle dell’idealismo, rimane pur sempre legata
al pensiero tradizionale, cioè ad un pensiero
che si può definire, secondo l’interpretazione
data da Bertolino, come «filosofia del nulla»
(p. 13).
Il presente testo, particolarmente
ben documentato e bibliograficamente ricco, è
articolato in tre capitoli che seguono la scansione
dell’opera rosenzweighiana, dedicando particolare
importanza a Stern I, ossia al confronto di
Rosenzweig con la «vecchia filosofia», alla
sua reductio ad absurdum e alla sua riabilitazione.
Dopo aver riproposto la decostruzione rosenzweighiana
della «filosofia del Tutto» nei suoi tre
elementi (Dio, mondo e uomo), l’autore si sofferma
quindi ad analizzare il concetto di nulla così
come emerge da queste pagine e, a partire dalla riflessione
sulla morte, distingue due accezioni di nulla, tra loro
antitetiche: il nihil negativum e il nihil
positivum. La morte viene cioè indicata
da un lato come nihil negativum, ossia come
quel nulla che «nella prospettiva sistematica
della filosofia del Tutto, per la contraddittorietà
del suo porsi, viene escluso dalla totalità e
ridotto a ens rationis» (p. 70); dall’altro
come nihil positivum, absolutum, ossia come
«concetto aporetico di nulla che sussiste problematicamente
al di là di qualsiasi sintesi del pensiero»
(p. 70). Bertolino mutua questa distinzione da Adriano
Fabris (cfr. A. Fabris, Linguaggio della rivelazione.
Filosofia e teologia nel pensiero di Franz Rosenzweig,
Genova 1990, pp. 25-27), sottolineando però non
tanto la dimensione assiologia, quanto piuttosto quella
ontologica di tali concetti, con il risultato di invertire
il senso dei termini rispetto alla presentazione di
Fabris: il nihil positivum di Rosenzweig risulta
dunque essere realmente qualcosa, mentre il nihil negativum
hegeliano è insussistente, un puro ens rationis.
L’identificazione del nihil negativum
con l’ens rationis è utilizzata
da Bertolino per evidenziare il carattere ontologico,
contraddittorio ma positivo, del nulla in Rosenzweig,
pur ponendosi coscientemente in contrasto con categorizzazioni
più tradizionali, come ad esempio quella kantiana.
Il nihil positivum, proprio perché «è»
e contemporaneamente è «nulla» (e
qui Bertolino si discosta dall’interpretazione
del nulla in Rosenzweig che danno Stéphane Mosès
e Paola Ricci Sindoni i quali, sulla scorta del concetto
di «presque-rien» mutuato da Jankélévitch,
sottraggono al nulla il suo specifico carattere di contraddittorietà),
rappresenta quella contraddizione reale che si annuncia
nell’esperienza della morte e che rompe la totalità
hegeliana, ponendosi come autentico principio della
filosofia rosenzweighiana. Accanto al nihil positivum
connesso all’esperienza della morte e al nihil
negativum dell’idealismo, però, occorre
introdurre anche il concetto di nulla particolare, ossia
di «nulla del concetto cercato»: rispettivamente
nulla di Dio, nulla del mondo e nulla dell’uomo.
Tale nulla particolare, il nulla-di-qualcosa, ha indubbiamente
una valenza gnoseologica (in quanto permette il passaggio
al qualcosa del sapere) ma, secondo l’interpretazione
di Bertolino, ha anche una valenza ontologica: il nulla
particolare, infatti, «in quanto possibilità
anche ontologica e non semplicemente logica, è
nulla che consente il costituirsi dei tre elementi non
soltanto nel senso della loro determinabilità
gnoseologica, ma anche in quello della loro configurazione
essenziale, intendendo con essa, però, la sola
dimensione inerente all’essenza e non quella relativa
all’esistenza in atto» (p. 84).
Il nulla particolare di cui tratta
Rosenzweig corrisponde al differenziale matematico,
la grandezza infinitesima di cui dà conto Hermann
Cohen nei suoi studi: il concetto di nulla, che Rosenzweig
mutua da Cohen in quanto nulla relativo a qualcosa,
ha una valenza prevalentemente gnoseologica, come viene
sottolineato tanto negli studi di Fiorato e Wiedebach,
quanto in quelli di Gibbs. Bertolino si spinge però
più oltre e, attraverso un accostamento dei Weltalter
di Schelling con la Prima Parte di Stern,
mostra come Rosenzweig risenta implicitamente dell’influsso
schellinghiano per quanto riguarda la portata ontologica
del concetto di nulla: in Rosenzweig come in Schelling
infatti, secondo Bertolino, il non-essente non è
un nulla assoluto, bensì un nulla relativo, «è
un non-essente solo rispetto ad altro (oggettivamente),
ma in sé (soggettivamente) è un essente»
(F.W.J. Schelling, Die Weltalter. Bruchstück,
in ID., Sämmtliche Werke, Abt. I, Bd.
8, Stuttgaart/Augsburg 1861, p. 222). Avendo constatato
«che il concetto di nulla costituisce, in quanto
nihil positivum, la chiave di volta nella reductio
ad absurdum della vecchia filosofia e, nella sua
accezione di nulla particolare, il concetto metodico
ausiliario del quale avvalersi nel cammino verso la
conoscenza» (pp. 115-116), Bertolino ripercorre
le due vie (quella dell’affermazione e quella
della negazione) che conducono dal nulla al qualcosa,
per poi descrivere le tre figure del paganesimo (Olimpo
mitico, cosmo plastico ed eroe tragico) raffigurate
in Stern I. La Parte Prima dell’opera
viene così presentata da Bertolino come un esempio
di filosofia del nulla, intesa sia come gnoseologia
negativa che come meontologia: i tre elementi, dedotti
dai nulla particolari, sono infatti più che semplici
fattualità, ma non sono ancora realtà
effettivamente esistenti; «il nulla particolare
consente la determinazione della loro essenza, non dell’esistenza»
(p. 139).
Il secondo capitolo del volume è
dedicato ad analizzare la Parte Seconda di
Stern, ossia le relazioni di creazione, rivelazione
e redenzione che collegano tra loro gli elementi, con
particolare riguardo per la creazione, soprattutto intesa
come creazione dal nulla. La creazione del mondo da
parte di Dio è resa possibile dall’«inversione»
o dal «capovolgimento» (Umkehr, Umkehrung,
Verkehrung) del “sì” e del “no”
dei due elementi: la creazione non è infatti
la necessaria conseguenza della struttura elementare,
bensì implica un capovolgimento attraverso il
quale Dio e uomo si aprono reciprocamente all’alterità.
Per quanto riguarda questa inversione, la fonte individuata
da Bertolino sono ancora una volta i Weltalter:
il debito di Rosenzweig nei confronti di Schelling,
nonostante alcune discrepanze, è evidente sia
a livello terminologico (necessità o natura,
libertà e vitalità divine; “sì”
e “no”; affermazione e negazione) che descrittivo
(la libertà divina come fondamento che ha in
se stesso la propria necessità), oltre che per
quanto attiene all’utilizzo del metodo della filosofia
narrante. D’altronde è lo stesso filosofo
di Kassel ad ammettere la propria dipendenza da Schelling
per ciò che riguarda la natura di Dio (cfr. F.
Rosenzweig, Der Stern der Erlösung, in
Der Mensch und sein Werk. Gesammelte Schriften,
II, Den Haag 19764, p. 20, trad. it. di G. Bonola, La
stella della redenzione, Casale Monferrato 1985,
p. 19). La creazione descritta da Rosenzweig è
creazione dal nulla, opposta quindi tanto alla logica
idealistica, quanto al concetto di produzione ed emanazione;
sulla scia di Schelling, Rosenzweig riprende la tematica
luriana dello tzimtzum: la contrazione divina
che precede l’atto creativo e lascia uno spazio
vuoto affinché possa esistere l’altro da
Dio. Qui, dunque, «si è in presenza di
un atto che suscita il nulla; da questa assoluta libertà
creativa di Dio, che equivale all’autolimitazione
della sua infinita pienezza, risulta il nulla»
(p. 197). Procedendo oltre il testo rosenzweighiano
stesso, Bertolino utilizza l’immagine dello tzimtzum
in senso lato, per affermare che un processo di contrazione
è messo in atto sia da Dio, che dal mondo e dall’uomo
i quali si contrarrebbero in se stessi prima di aprirsi
alla realtà relazionale, sia essa creativa, rivelativa
o redentrice. L’analisi di Stern II si
chiude con la presentazione del Midrash filosofico-grammaticale
che Rosenzweig fa su Genesi 1, nonché
con la sottolineatura di un possibile parallelo tra
l’ermeneutica dell’esperienza religiosa
descritta da Pareyson e lo Sprachdenken rosenzweighiano.
L’ultimo capitolo del volume
si occupa della morte, avendo lo scopo «di segnalare
la presenza di un tema che appare già nella Parte
Prima e nella Parte Seconda dell’opera
di Rosenzweig, ma trova la propria conclusione soltanto
nella Parte Terza» (p. 231). La morte, intesa
come nulla esistenziale, viene presentata anzitutto
per come appare nell’Introduzione alla
Parte Prima di Stern, che è
posta sotto il segno della morte come incipit philosophiae,
per essere poi descritta come il tratto negativamente
costitutivo dell’umanità e, contemporaneamente,
nella positiva valenza di secondo e più segreto
giorno natale del “sé”. Nella Parte
Seconda del testo filosofico, poi, la morte viene
letta come completamento della creazione, secondo l’interpretazione
che ne danno il Bereshit Rabbah e, di conseguenza,
Maimonide, secondo cui il “molto buono”
pronunciato da Dio il sesto giorno della creazione si
riferirebbe alla morte che dunque assurgerebbe, nel
sistema rosenzweighiano, a «chiave di volta della
creazione, che imprime, lei sola, a tutto il creato
il marchio incancellabile della creaturalità»
(F. Rosenzweig, Der Stern der Erlösung,
cit. p. 174, trad. it. cit., p. 165). La morte si presenta
però anche come profezia del miracolo della rivelazione,
che si palesa nell’amore di Dio: quell’amore
che è «forte come la morte», come
attesta il Cantico dei cantici, e che rappresenta dunque
l’unica realtà capace di tener testa alla
morte. La morte è dunque il nocciolo problematico
ineludibile della ricerca filosofica e parlare filosoficamente
della morte costituisce, secondo Bertolino, lo specifico
sforzo teoretico di Rosenzweig, sebbene l’intera
opera filosofica del pensatore non costituisca un risultato
raggiunto, bensì un libro che si apre sulla vita,
una filosofia esperiente che deve essere confermata
dalla vita stessa.
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