Tra i diversi contributi volti a indagare il pensiero di Franz
Rosenzweig che sono stati presentati al pubblico internazionale
negli ultimi anni, quello recentemente pubblicato da Luca Bertolino
si segnala per aver utilizzato «il concetto di nulla quale
chiave di lettura per interpretare l’opus maius»
(p. 11) del filosofo. A partire da questa particolare angolazione
ermeneutica, Bertolino analizza i diversi luoghi e le diverse
accezioni con cui il nulla viene presentato nelle pagine della
Stella, mostrando come ogni significato attribuito al
nulla indichi un differente modo di intendere la filosofia. Da
questa precomprensione deriva «la precisa scelta di intendere
La stella della redenzione come opera essenzialmente
filosofica» (p. 14) che, pur propugnando un nuovo pensiero
e scegliendo categorie alternative rispetto a quelle dell’idealismo,
rimane pur sempre legata al pensiero tradizionale, cioè
ad un pensiero che si può definire, secondo l’interpretazione
data da Bertolino, come «filosofia del nulla» (p.
13).
Il presente testo, particolarmente ben documentato e bibliograficamente
ricco, è articolato in tre capitoli che seguono la scansione
dell’opera rosenzweighiana, dedicando particolare importanza
a Stern I, ossia al confronto di Rosenzweig con la «vecchia
filosofia», alla sua reductio ad absurdum e alla
sua riabilitazione. Dopo aver riproposto la decostruzione rosenzweighiana
della «filosofia del Tutto» nei suoi tre elementi
(Dio, mondo e uomo), l’autore si sofferma quindi ad analizzare
il concetto di nulla così come emerge da queste pagine
e, a partire dalla riflessione sulla morte, distingue due accezioni
di nulla, tra loro antitetiche: il nihil negativum e
il nihil positivum. La morte viene cioè indicata
da un lato come nihil negativum, ossia come quel nulla
che «nella prospettiva sistematica della filosofia del Tutto,
per la contraddittorietà del suo porsi, viene escluso dalla
totalità e ridotto a ens rationis» (p. 70); dall’altro
come nihil positivum, absolutum, ossia come «concetto
aporetico di nulla che sussiste problematicamente al di là
di qualsiasi sintesi del pensiero» (p. 70). L'A. mutua questa
distinzione da A. Fabris (Linguaggio della rivelazione. Filosofia
e teologia nel pensiero di Franz Rosenzweig, Genova 1990,
pp. 25-27), sottolineando tuttavia non tanto la dimensione assiologia
quanto piuttosto quella ontologica di tali concetti, con il risultato
di invertire il senso dei termini rispetto alla presentazione
di Fabris: il nihil positivum di Rosenzweig risulta dunque
essere realmente qualcosa, mentre il nihil negativum hegeliano
è insussistente, un puro ens rationis. L’identificazione
del nihil negativum con l’ens rationis
è utilizzata da Bertolino per evidenziare il carattere
ontologico, contraddittorio ma positivo, del nulla in Rosenzweig,
pur ponendosi coscientemente in contrasto con categorizzazioni
più tradizionali, come per es. quella kantiana. Il nihil
positivum, proprio perché «è» e
contemporaneamente è «nulla» (e qui Bertolino
si discosta dall’interpretazione del nulla in Rosenzweig
che danno Stéphane Mosès e Paola Ricci Sindoni i
quali, sulla scorta del concetto di «presque-rien»
mutuato da Jankélévitch, sottraggono al nulla il
suo specifico carattere di contraddittorietà), rappresenta
quella contraddizione reale che si annuncia nell’esperienza
della morte e che rompe la totalità hegeliana, ponendosi
come autentico principio della filosofia rosenzweighiana. Accanto
al nihil positivum connesso all’esperienza della
morte e al nihil negativum dell’idealismo, occorre
introdurre però anche il concetto di nulla particolare,
ossia di «nulla del concetto cercato»: rispettivamente
nulla di Dio, nulla del mondo e nulla dell’uomo. Tale nulla
particolare, il nulla-di-qualcosa, ha indubbiamente una valenza
gnoseologica (in quanto permette il passaggio al qualcosa del
sapere) ma, secondo l’interpretazione di Bertolino, ha anche
una valenza ontologica: il nulla particolare infatti, «in
quanto possibilità anche ontologica e non semplicemente
logica, è nulla che consente il costituirsi dei tre elementi
non soltanto nel senso della loro determinabilità gnoseologica,
ma anche in quello della loro configurazione essenziale, intendendo
con essa, però, la sola dimensione inerente all’essenza
e non quella relativa all’esistenza in atto» (p. 84).
Il nulla particolare di cui tratta Rosenzweig corrisponde al
differenziale matematico, la grandezza infinitesima di cui dà
conto Hermann Cohen nei suoi studi: il concetto di nulla —
che Rosenzweig mutua da Cohen in quanto nulla relativo a qualcosa
— ha una valenza prevalentemente gnoseologica, come viene
sottolineato tanto negli studi di Fiorato e Wiedebach, quanto
in quelli di Gibbs. Bertolino si spinge però più
oltre e, attraverso un accostamento dei Weltalter di
Schelling con la Prima Parte di Stern, mostra come Rosenzweig
risenta implicitamente dell’influsso schellinghiano per
quanto riguarda la portata ontologica del concetto di nulla: in
Rosenzweig come in Schelling infatti, secondo Bertolino, il non-essente
non è un nulla assoluto bensì un nulla relativo,
«è un non-essente solo rispetto a altro (oggettivamente),
ma in sé (soggettivamente) è un essente» (Schelling,
Die Weltalter. Bruchstück, in ID., Sämmtliche
Werke, Abt. I, Bd. 8, Stuttgaart/Augsburg 1861, p. 222).
Avendo constatato «che il concetto di nulla costituisce,
in quanto nihil positivum, la chiave di volta nella reductio
ad absurdum della vecchia filosofia e, nella sua accezione
di nulla particolare, il concetto metodico ausiliario del quale
avvalersi nel cammino verso la conoscenza» (pp. 115-116),
Bertolino ripercorre le due vie (dell’affermazione e quella
della negazione) che conducono dal nulla al qualcosa, per poi
descrivere le tre figure del paganesimo (Olimpo mitico, cosmo
plastico ed eroe tragico) raffigurate in Stern I. La
Parte Prima dell’opera viene così presentata dall'A.
come un esempio di filosofia del nulla, intesa sia come gnoseologia
negativa che come meontologia: i tre elementi, dedotti dai nulla
particolari, sono infatti più che semplici fattualità,
ma non sono ancora realtà effettivamente esistenti; «il
nulla particolare consente la determinazione della loro essenza,
non dell’esistenza» (p. 139).
Il secondo capitolo del volume è dedicato all'analisi
della Parte Seconda di Stern, ossia le relazioni
di creazione, rivelazione e redenzione che collegano tra loro
gli elementi, con particolare riguardo per la creazione, soprattutto
intesa come creazione dal nulla. La creazione del mondo da parte
di Dio è resa possibile dall’«inversione»
o dal «capovolgimento» (Umkehr, Umkehrung, Verkehrung)
del “sì” e del “no” dei due elementi:
la creazione non è infatti la necessaria conseguenza della
struttura elementare, bensì implica un capovolgimento attraverso
il quale Dio e uomo si aprono reciprocamente all’alterità.
Per quanto riguarda questa inversione, la fonte individuata da
Bertolino sono ancora una volta i Weltalter: il debito
di Rosenzweig nei confronti di Schelling, nonostante alcune discrepanze,
è evidente sia a livello terminologico (necessità
o natura, libertà e vitalità divine; “sì”
e “no”; affermazione e negazione) che descrittivo
(la libertà divina come fondamento che ha in se stesso
la propria necessità), oltre che per quanto attiene all’utilizzo
del metodo della filosofia narrante. D’altronde è
lo stesso filosofo di Kassel ad ammettere la propria dipendenza
da Schelling per ciò che riguarda la natura di Dio (Rosenzweig,
Der Stern der Erlösung, in Der Mensch und sein Werk.
Gesammelte Schriften, II, Den Haag 1976, p. 20, tr.it. di
G. Bonola, La stella della redenzione, Casale Monferrato
1985, p. 19). La creazione descritta da Rosenzweig è creazione
dal nulla, opposta quindi tanto alla logica idealistica, quanto
al concetto di produzione e emanazione; sulla scia di Schelling,
Rosenzweig riprende la tematica luriana dello tzimtzum:
la contrazione divina che precede l’atto creativo e lascia
uno spazio vuoto affinché possa esistere l’altro
da Dio. Qui dunque «si è in presenza di un atto che
suscita il nulla; da questa assoluta libertà creativa di
Dio, che equivale all’autolimitazione della sua infinita
pienezza, risulta il nulla» (p. 197). Procedendo oltre il
testo rosenzweighiano stesso, Bertolino utilizza l’immagine
dello tzimtzum in senso lato, per affermare che un processo
di contrazione è messo in atto sia da Dio, che dal mondo
e dall’uomo i quali si contrarrebbero in se stessi prima
di aprirsi alla realtà relazionale, sia essa creativa,
rivelativa o redentrice. L’analisi di Stern II
si chiude con la presentazione del Midrash filosofico-grammaticale
che Rosenzweig fa su Genesi 1, nonché con la sottolineatura
di un possibile parallelo tra l’ermeneutica dell’esperienza
religiosa descritta da Pareyson e lo Sprachdenken rosenzweighiano.
L’ultimo capitolo del volume si occupa della morte, avendo
lo scopo «di segnalare la presenza di un tema che appare
già nella Parte Prima e nella Parte Seconda dell’opera
di Rosenzweig, ma trova la propria conclusione soltanto nella
Parte Terza» (p. 231). La morte, intesa come nulla esistenziale,
viene presentata anzitutto per come appare nell’Introduzione
alla Parte Prima di Stern, che è posta
sotto il segno della morte come incipit philosophiae, per essere
poi descritta come il tratto negativamente costitutivo dell’umanità
e, contemporaneamente, nella positiva valenza di secondo e più
segreto giorno natale del “sé”. Nella Parte
Seconda del testo filosofico, poi, la morte viene letta come
completamento della creazione, secondo l’interpretazione
che ne danno il Bereshit Rabbah e, di conseguenza, Maimonide,
secondo cui il “molto buono” pronunciato da Dio il
sesto giorno della creazione si riferirebbe alla morte che dunque
assurgerebbe, nel sistema rosenzweighiano, a «chiave di
volta della creazione, che imprime, lei sola, a tutto il creato
il marchio incancellabile della creaturalità» (Der
Stern der Erlösung, cit. p. 174, trad. it. cit., p.
165). La morte si presenta però anche come profezia del
miracolo della rivelazione, che si palesa nell’amore di
Dio: quell’amore che è «forte come la morte»,
come attesta il Cantico dei cantici, e che rappresenta dunque
l’unica realtà capace di tener testa alla morte.
La morte è dunque il nocciolo problematico ineludibile
della ricerca filosofica e parlare filosoficamente della morte
costituisce, secondo Bertolino, lo specifico sforzo teoretico
di Rosenzweig, sebbene l’intera opera filosofica del pensatore
non costituisca un risultato raggiunto, bensì un libro
che si apre sulla vita, una filosofia esperiente che deve essere
confermata dalla vita stessa.