Il pensiero di Franz Rosenzweig costituisce una delle proposte
teoriche più rilevanti della prima metà del Novecento.
La tradizione egemone del pensiero occidentale trova nell’autore
uno dei critici più avvertiti del multiforme idealismo
che l’ha caratterizzata, rinvenibile a suo giudizio dai
Presocratici al primo Ottocento, ovvero «dalla Jonia a Jena».
Se l’idealismo aveva manifestato la pretesa di non avere
alcun presupposto estraneo alla filosofia e di pervenire alla
contemplazione atemporale del Tutto, il nuovo pensiero
di Rosenzweig riconosce i presupposti dai quali parte, ammettendo
di prendere avvio da un determinato punto di vista, quello del
filosofo che è innanzitutto un uomo che ha “nome
e cognome”. Allorché il giovane Franz si interroga
sulla sua vocazione filosofica, il pensiero, come egli stesso
scrive, ha dinanzi a sé un cumulo di macerie e, per riprendere
il suo cammino, ha bisogno di un criterio di orientamento che
non può chiedere più alla filosofia: bisogna ricercarlo
altrove. L’autore lo rinviene nell’orizzonte di comprensione
dischiuso dalla fede ebraica, nell’inesauribile riserva
di senso custodita dalle “vecchie parole ebraiche”.
Tra queste, è la rivelazione a offrire il punto
archimedeo di un pensiero che sia realmente nuovo. Proprio
a partire dalla rivelazione, al “punto di vista” del
filosofo si dischiude un àmbito di visibilità altrimenti
inattingibile, e talmente ampio da abbracciare la storia dell’universo
dalla creazione alla redenzione. Il nuovo pensiero pertanto
accoglie e trasfonde in una geniale prospettiva filosofica le
sollecitazioni che gli provengono dal pensare ebraicamente
non meno che dalla riflessione filosofica e teologica elaborata
in Europa a partire dalla grecità.
All’interno dell’ingente mole della letteratura secondaria
è ormai notevole la mole di scritti che vertono sul debito
intellettuale contratto dalla filosofia esperiente di Rosenzweig
nei confronti della cultura tedesca e, in particolare, di autori
quali Goethe, Schelling e Cohen. Si situa proprio in tale contesto
il libro del giovane studioso Claudio Belloni, già autore
di svariati articoli riguardanti l’opera di Rosenzweig.
Il volume — intitolato Filosofia e rivelazione. Rosenzweig
nella scia dell’ultimo Schelling — intende porre
in rilievo i nuclei tematici del nuovo pensiero riguardo ai quali
il debito speculativo dell’autore della Stella
nei confronti del filosofo di Leonberg è incontestabilmente
rilevante. Lo studio di Belloni è caratterizzato da un
apprezzabile ordine espositivo, si avvale di un apparato critico
senz’altro ragguardevole e cura con rigore il riscontro
delle consonanze e delle divergenze tra i due autori. Il volume
documenta una assidua frequentazione del pensiero di Schelling
e, per quanto riguarda Rosenzweig, se l’opera più
citata è comprensibilmente la Stella, sono frequenti
i riscontri testuali relativi a saggi quali Das neue Denken,
'Urzelle' des Stern der Erlösung e Das Büchlein
vom gesunden und kranken Menschenverstand (nelle tradd. itt.,
rispettivamente, Il nuovo pensiero, Cellula originaria
de La Stella della redenzione e Dell’intelletto
comune sano e malato) nonché di altri meno noti, raccolti
nelle Kleinere Schriften, e delle lettere. Tra queste
ultime sono di particolare rilevanza quelle inviate a Hans e Rudolf
Ehrenberg e a Eugen Rosenstock-Huessy. Inoltre, nel volume è
senz’altro importante il confronto con la letteratura critica
e, in particolare, con studiosi Xavier Tilliette, Walter Kasper,
Massimo Cacciari, Franco Camera, Francesco Paolo Ciglia, Heinz-Jürgen
Görtz e Stephane Mosès.
All’interno del libro si colgono congrui riferimenti alla
fortuna filosofica dei nuclei teorici che, pur con diversità
di accenti, si riscontrano in entrambi gli autori, fra i quali
il rapporto tra rivelazione, religione e mito nonché tra
esperienza religiosa e linguaggio simbolico. Nella seconda metà
del Novecento tali temi saranno ripresi, in una prospettiva innegabilmente
originale, dalla filosofia di Luigi Pareyson, particolarmente
nella sua espressione più matura, l’ontologia
della libertà. Lo studio di Belloni, pur rilevando
talora il debito intellettuale contratto da Rosenzweig nei confronti
di altri filosofi tedeschi, situa l’autore «nella
scia dell’ultimo Schelling». Lo stesso Rosenzweig,
nell’Introduzione della Stella, afferma di procedere
proprio nella scia della Spätphilosophie schellinghiana.
Nella Premessa del libro — una pagina particolarmente
pregevole anche sul piano stilistico — Belloni osserva che
il «mettersi in scia» è un’espressione
tipica delle discipline sportive «in cui conta la velocità,
ma che può risultare vincente soprattutto laddove chi compie
lo sforzo del movimento è l’uomo con le sue limitate
forze. Nel ciclismo, per esempio, mettersi nella scia di un avversario
permette di percorrere un tratto di strada sfruttandone la velocità
e lo sforzo necessario a aprire un varco nell’aria, una
"scia" appunto. Chi cerca le scie, insomma, risparmia
energie» (p. 9).
Per lo studioso Rosenzweig ha scelto lo Schelling dei Weltalter
[Le età del mondo] e della Spätphilosophie
quale valido alleato nell'elaborazione di un pensiero volto a
fare valere «le istanze della realtà contro l’autosufficienza
della ragione idealistica, dall’altro, contro la deriva
nichilista, un riferimento forte a una verità certa, seppur
indisponibile a essere afferrata nella sua interezza» (p.
15). Dalla filosofia positiva di Schelling, Rosenzweig
trae alcune delle «linee portanti della svolta, ovvero:
il ricorso all’esperienza di contro alle pretese autarchiche
della ragione, la relazione intersoggettiva "passiva"
contrapposta al solipsismo produttivo idealista, infine la storicità
intesta come carattere costitutivo del conoscere in opposizione
alla pretesa atemporalità dell’essenza tipica della
sistematica idealistica» (p. 30). Lo Schelling che attrae
l’attenzione di Rosenzweig è soprattutto il filosofo
che accoglie le cospicue sollecitazioni a affrancarsi dal superbo
procedere della ragione idealistica che gli provengono da istanze
extrafilosofiche, come la teologia, la mistica di Jakob Böhme
e la qabbalah, in particolare per quanto attiene alla
dottrina dello tzimtzum, la “contrazione di Dio”
senza la quale non avrebbe potuto avere luogo la creazione, il
“venire all’essere” di ciò che è
altro da Dio. Tuttavia, e fondatamente, Belloni pone in rilievo
come le stesse incertezze e le oscillazioni rinvenibili nella
Spätphilosophie attestino che pure nella tarda maturità
Schelling resta, in qualche misura, partecipe dell’idealismo.
Rosenzweig pertanto lo può senz’altro «superare
in volata», grazie al souffle printanier arrecato
alla filosofia dalla rivelazione, che gli consente di proporre
una riflessione sulla temporalità, sul linguaggio e sulla
relazione dialogica — tale è, innanzitutto, la stessa
rivelazione — che Schelling non aveva neppure presagito.