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Il grido di Franz Rosenzweig

di Hagar Spano

   L’agosto del 1918 rappresenta una tappa cruciale all’interno dell’itinerario biografico e intellettuale di Franz Rosenzweig. Ampiamente superata la crisi culturale e esistenziale che nell’arco di un lustro lo avrebbe dissuaso dallo studio della medicina a vantaggio della ricerca storico-filosofica e confermato nella propria adesione alla fede ebraica, messa radicalmente in discussione dal ponderato proposito di convertirsi al cristianesimo, il Nostro è finalmente pronto a porre mano alla stesura del proprio capolavoro filosofico.

   La Stella della Redenzione costituisce, com’è noto e come egli stesso ammette in una lettera del 1919 destinata a Martin Buber, l’autentica summa della sua esistenza intellettuale sicché “tutto ciò che seguirà più tardi sarà solo supplemento”. Ma è altresì noto che sulla redazione di questo scritto di eccezionale rilevanza filosofica, avviata nell’agosto del 1918 e completata nel febbraio successivo dopo il rientro in Germania a conclusione della guerra, ha fortemente inciso una intuizione che, afferente alla riabilitazione in prospettiva filosofica della nozione ebraica di rivelazione, ancor prima che nelle pagine della Stella si deposita in una significativa lettera scritta nel novembre del 1917. Indirizzata a Rudolf Ehrenberg, interlocutore privilegiato di Rosenzweig al pari dei coniugi Eugen e Margrit Rosenstock, essa costituisce un documento di straordinario interesse teoretico e storiografico ed è propriamente nota come Urzelle o “cellula originaria” della Stella della Redenzione.

   Ma tra il novembre del 1917 e l’agosto successivo, vale a dire tra la composizione della Urzelle e il cominciamento dell’opus filosofico vero e proprio, si situa un saggio che, sebbene non figuri nel quadro delle Gesammelte Schriften di Rosenzweig, si rivela nondimeno assai importante nell’economia di una puntuale comprensione della sua teoresi nel complesso. Si tratta dello scritto Von Einheit und Ewigkeit che, scoperto nel 1982 nell’ingente corpus di lettere dell’Autore, è stato pubblicato per la prima volta nel 1986 a cura di Bernhard Casper e tradotto successivamente in italiano da Francesco Paolo Ciglia, in un fascicolo della rivista “Humanitas” del dicembre 1998. Lo stesso Ciglia propone ora, per la prima volta in volume autonomo, una rinnovata traduzione del saggio accompagnata dal testo tedesco a fronte. Condotta sulla base del manoscritto originale, la traduzione è arricchita in questa nuova edizione da un solido apparato critico costituito da alcuni frammenti epistolari accuratamente selezionati, da un puntuale commentario e da una conclusiva appendice nella quale la proposta speculativa dell’Autore viene abilmente contestualizzata. Con particolare riguardo viene considerata la severa autocritica alla quale a più riprese Rosenzweig ha sottoposto il proprio scritto, e di cui il carteggio con i coniugi Rosenstock ci offre una suggestiva testimonianza.

   Ed è proprio attraverso il confronto con il denso epistolario rosenzweighiano che il Curatore matura il ponderato proposito di intitolare Il grido questa riedizione del saggio: in una lettera scritta il 22 agosto 1918 e destinata a Eugen Rosenstock, infatti, Rosenzweig afferma in maniera perentoria che “il titolo Unità ed eternità è certo assai confuso”; e aggiunge: “Se lo si volesse denominare in maniera più incisiva, bisognerebbe scegliere il punto più importante e chiamarlo: il grido”. Ma nella stessa lettera è presente tra gli altri un ulteriore elemento di interesse che, se per un verso giustifica lo scarso rilievo accordato a questo scritto nel quadro della Rezeptionsgeschichte della teoresi rosenzweighiana, ne autorizza di contro una riabilitazione vigile ed ermeneuticamente avvertita, quale è quella operata da Ciglia. Se è vero infatti che Rosenzweig definisce Il Grido “solo epos”, contrapponendolo così in chiave nettamente svalutativa all’opus che si accingeva a scrivere, è d’altra parte vero, come il Curatore non manca di considerare, che nell’importante saggio pubblicato nel 1925 e intitolato Das neue Denken lo stesso Rosenzweig riqualificherà il proprio capolavoro filosofico, la Stella della redenzione, esattamente nei termini “di un grande poema, anzi di un poema universale (Weltgedicht)”. In tal senso Ciglia ha buon gioco nell’inquadrare il significato storico e speculativo de Il Grido, e nel rimarcarne il ruolo centrale nell’erigenda prospettiva teoretica della Stella della redenzione, rielaborando una felice espressione di Casper e asserendo perciò che “esso può ben essere considerato come una singolare e originalissima anticipazione di carattere, per così dire, cameristico, di un’intuizione della verità che avrebbe trovato nella Stella la sua grandiosa versione orchestrale o sinfonica”.

   Ma quale problema propriamente viene tematizzato nelle pagine de Il grido? Come giustamente osserva Ciglia, “il testo abbozza con tratti estremamente rapidi e suggestivi una prima e provvisoria antropologia filosofica rosenzweighiana, che proietta la tradizionale tensione corpo-anima, riproposta ora in termini del tutto innovativi, sullo sfondo di un orizzonte speculativo caratterizzato da una fortissima intonazione messianica”. Di fatto il saggio di Rosenzweig ripropone in una forma letteraria sperimentale - esso è per sua stessa ammissione uno Schreib-Experiment - un problema ampiamente elaborato nell’ambito della tradizione filosofica e religiosa occidentale, quello della tensione dualistica di corpo ed anima nel quadro dell’esistenza umana. E tuttavia il dialogo tra corpo e anima si inserisce qui in una prospettiva fortemente condizionata da accenti escatologici, intrecciandosi invero con il tema della redenzione quale sarà più diffusamente argomentato nelle pagine della Stella. Prendendo le mosse dalla frattura irrisolta di corpo e anima nella cornice metaforica dell’avvicendamento di notte e giorno, Rosenzweig configura di fatto un dramma in tre atti: dalla presa di coscienza della scissione (compendiata da un suggestivo esergo che accompagnando il saggio ammonisce in via preliminare: “Vedi, si lamentano tutti i tuoi figli consapevoli da sempre del numero due”), alla sofferta ricostruzione della genesi di tale scissione; alla conclusiva e assai suggestiva risoluzione del problema, prospettata nella modalità della redenzione e immaginata come un “miracolo futuro sperabile sul fondamento del miracolo presente” rappresentato dal grido rivolto al Padre comune.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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