Paul Celan tra poesia
e religione
di Claudio
Belloni
In
questo libro Francesco Camera raccoglie i frutti di
una lunga e approfondita riflessione sul significato
della parola poetica di Paul Celan. Il lavoro, accuratissimo,
si segnala anche come punto di riferimento nella letteratura
italiana a proposito di un poeta che, da noi, continua
a non essere preso in considerazione come ormai da tempo
avviene all’estero. La ricerca di Camera ha il
merito di mettere a fuoco uno snodo a dir poco fondamentale
dell’opera di Celan: quello che va a incrociare
il significato e la possibilità stessa della
parola poetica con la domanda di senso propria della
religione. Il libro «intende verificare in che
misura nell’epoca del nichilismo e della crisi
delle fedi lo spazio aperto dalla parola poetica offra
ancora la possibilità di invocare un senso radicale
e ultimo che, pur profilandosi al di là di tutte
le possibili risposte offerte dalle religioni storiche,
mantenga aperto il rapporto con la trascendenza»
(p. 21). Si tratta di un tema che non solo ha accompagnato
l’intera storia della filosofia, ma, ben più
radicalmente, ha segnato l’identità profonda
dell’ermeneutica contemporanea. Nel caso di Celan,
inoltre, la ricerca di senso si scontra con la tragedia
della storia, tanto da costituire un continuo sfibrante
corpo a corpo con un drammatico domandare, estremo,
mai completamente risolto, come un’ostinata Grundfrage
che mai si distende né concede una tregua, domanda
abissale in cui il nulla, più che essere un’ipotetica
inquietante possibilità, si mostra con il volto
beffardo e ineluttabile del reale. È proprio
questa sfida, durata una vita, fino alla morte, a fare
di Celan un autentico “martire”, la cui
parola, sommamente poetica, merita di essere fatta oggetto
di quell’attenzione che il poeta ha sempre coltivato.
Non a caso pensatori del calibro di Adorno, Blanchot,
Derrida, Gadamer, Heidegger, Levinas si sono misurati
proprio con questa parola.
Il libro di Camera può essere
letto come una doppia, ben argomentata replica ad Adorno.
Secondo il filosofo, infatti, dopo Auschwitz non sarebbe
più possibile scrivere versi, ma l’intera
opera di Celan costituisce la più clamorosa smentita
di questa opinione (Camera, peraltro, precisa come lo
stesso Adorno abbia ritrattato, in seguito, la sua interdizione,
riformulandola, però, in modo ancora più
radicale, ovvero chiedendosi se fosse ancora possibile
“vivere” dopo Auschwitz: a ulteriore
conferma della profonda comprensione che il filosofo
ebbe del dramma dei sopravvissuti e dello stesso Celan).
In secondo luogo, Adorno interpreta l’opera del
poeta come l’estrema evoluzione del linguaggio
ermetico che supera sé stesso fino al vicolo
cieco di una lingua senza vita, che ammutolisce. Certo,
è Celan stesso a dire che il poema rivela innegabilmente
una forte inclinazione ad ammutolire, ma Camera sottolinea
tutta la forza di una parola che, lungi dall’ammutolire,
s’innalza come una sfida verso il cielo. Il poema,
infatti, è costituito di parole umane e terrene,
condensazione di esperienze individuali e collettive,
come scrive il poeta a proposito di Mandelstamm: «Il
luogo del poema è un luogo umano […]. Il
poema rimane, con tutti i suoi orizzonti, un fenomeno
sublunare, terrestre, creaturale. È lingua di
un singolo individuo divenuta figura, ed essa possiede
oggettività, oggettualità, presenza, presenzialità.
Essa si protende nel tempo» (p. 28). La parola
poetica di Celan si protende dalla terra verso il cielo,
dal tempo verso l’eterno, chiedendo conto della
storia e del suo senso. Questa poesia, dice Camera,
è autentica preghiera e il poeta è un
nuovo Giobbe. È noto come l’opera di Celan
nel suo complesso sia programmaticamente dialogica,
alla ricerca di un interlocutore; oltre a questo carattere
generale «Sono presenti contenuti tipici della
teodicea jobica, ovvero “momenti teodicali”
carichi di pietas religiosa, in cui l’“io
lirico” si rivolge ad un “tu” trascendente
e lontano ed impreca sulle ingiustizie subite, chiedendone
la ragione e il senso. In questo contesto la categoria
ermeneutica del “poeta religioso” cede il
posto a quella più precisa di “poeta biblico”
o di “poeta jobico” che ci parla della sua
sofferta ricerca del divino nell’epoca delle diaspora
e del nichilismo, ricorrendo ad espressioni linguistiche
e metaforiche in cui si intrecciano elementi messianici,
profetici e mistici» (p. 29).
L’uomo di fronte a Dio perde
ogni caratterizzazione religiosa o confessionale e la
poesia, nella preghiera di protesta, eleva la vittima
fino a un’estrema vicinanza con il divino, quasi
un’identificazione in cui è Dio stesso
a pregare, come Cristo morente sulla croce si rivolge
al Padre (Cfr. p. 62). Passando attraverso l’“antipreghiera”
della rivolta antimetafisica, la parola poetica sembra
trovare il suo interlocutore e la sua pace: «il
naufragare negli “infiniti spazi” e “sovrumani
silenzi” del nulla non elimina la preghiera. Il
silenzio, in cui la voce della preghiera si spegne,
non va infatti confuso con il mero ammutolire; si tratta
piuttosto dell’esperienza religiosa di una “profondissima
quiete” che si identifica con la forma più
alta e più pura di preghiera: la preghiera del
silenzio, segno di abbandono e di apertura al mistero»
(pp. 73s.). Ma il percorso di Celan non è affatto
«lineare e scontato […] né tanto
meno permette al linguaggio poetico di raggiungere una
catarsi simile ad una “poetodicea” superficialmente
consolatoria» (p. 80). Dopo questo rilevante lavoro
ermeneutico sul significato complessivo dell’opera
di Celan, Camera approfondisce alcune tematiche in cui
riemerge tutta la drammaticità del confronto
serrato con il male e il non senso.
Avvalendosi del prezioso contributo
di Gadamer, l’autore sottopone a un’approfondita
analisi ermeneutica una delle raccolte più importanti
– il ciclo Atemkristall – in cui
il poeta si concentra sulla ricerca della “parola
vera”. Al termine di un lungo pellegrinaggio di
ascesa attraverso il linguaggio, si giunge a scoprire
la parola pura portatrice del vero, quel cristallo di
fiato tanto perfetto e tanto fragile che dà il
titolo alla raccolta. «Si evidenzia così
la strutturale contraddizione che segna alla radice
la parola poetica. Essa si trova in una “terra
di nessuno” sospesa tra essere e nulla, si “impone”
e si “espone” nella durata luminosa dell’attimo.
Solo così può essere parola di verità,
testimonianza che dice il vero, in quanto nomina insieme
la presenza assoluta del senso e l’orizzonte del
negativo e del nulla che costantemente la minaccia»
(p. 105). Il più importante pellegrinaggio dal
punto di vista poetico e simbolico Celan lo compì,
effettivamente, andando a Gerusalemme nel suo ultimo
anno di vita. Le poesie legate a questa esperienza per
certi aspetti messianica sono state definite “il
diario poetico di un viaggio e di un amore”; rimpiangendo
Gerusalemme, Celan scrive agli amici che lo avevano
ospitato: «Sarebbe bello, come poco tempo fa,
salire per la strada, passare per Kikar Dania e giungere
alla vostra casa ospitale. Invece percorro nuovamente
le vie […] della fredda città di Parigi.
Ma forse […] vengo di nuovo a Gerusalemme. Sicuramente
torno di nuovo e certo non da solo, proprio perché
ho ancora molte cose da vedere. Io ho bisogno di Gerusalemme»
(p. 156).
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