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Søren Kierkegaard.
L'itinerario di un cristiano nella cristianità

di Mauro Cinquetti

   Il testo presenta Kierkegaard non tanto come filosofo o teologo, ma innanzitutto come «cristiano», annodando costantemente gli aspetti essenziali del suo pensiero al suo itinerario esistenziale concreto di singolo. La tesi che si sostiene consiste nell’individuare un filo conduttore costante nello sforzo kierkegaardiano di diventare cristiano nella cristianità stabilita e nella realizzazione di quella che egli riteneva essere la vocazione autentica di ogni cristiano: suscitare e stimolare la responsabilità del singolo di fronte a Dio. Su questa continuità di fondo si staglia tutta la vita del danese che in forme diverse cerca di realizzare questo suo impegno.

   Nell’Introduzione l’autore chiarisce proprio l’approccio che caratterizza tutto il libro di un Kierkegaard cristiano o meglio «aspirante cristiano» impegnato nell’attività comunicativa verso il prossimo al fine di promuovere l’edificazione altrui, cioè lo sviluppo della soggettività singola che riconosca i propri limiti e si appropri di una «verità per me». Tale attività comunicativa si esplica da subito per il pensatore danese come inscindibilmente connessa con l’«esistenza in carattere» cioè la coerenza e l’appropriazione personale delle esigenze dell’etica che si vogliono risvegliare negli altri. Il primo capitolo, L’interpretazione del cristianesimo, rappresenta il presupposto per comprendere tutto il percorso successivo di Kierkegaard: proprio l’esigenza di risvegliare il «vero cristianesimo» accompagnerà tutta la sua esistenza. Nella prospettiva del danese il cristianesimo non è riducibile a mera dottrina e conoscenza oggettiva, ma richiede l’affidamento personale nell’intimità della propria soggettività, un rapporto personale con Dio, rapporto però non privato poiché il singolo è chiamato al servizio della comunità (senza che però questa diventi sinonimo di “pubblico” o “folla”). In questo contesto si evidenzia il complesso rapporto di Kierkegaard con la chiesa combattuta tra l’originario cristianesimo e la mistificazione della cristianità stabilita. Particolarmente sviluppato è il contrasto con la visione speculativa hegeliana del cristianesimo che ignora la singolarità appassionata e attribuisce alla storia la categoria della necessità.

   Il secondo capitolo, Il rapporto alla verità, chiarisce il concetto di verità proprio di Kierkegaard: una verità che richiede l’affidamento, contrapposta alla verità fredda e indifferente. Il soggetto che si rapporta alla verità è un esistente concreto e come tale è condannato a non avere una visione completa della verità perché situato nel tempo e sottoposto al divenire. Solo il regno della logica è necessario, l’esistenza è invece sempre incerta e non si lascia chiudere in un sistema. Siclari sottolinea come nella prospettiva kierkegaardiana tuttavia la fede non possa essere considerata irrazionale: essa infatti si pone in «relativa continuità» con la razionalità del procedimento ironico socratico che mette in discussione ogni indebita assolutizzazione della ragione e enuclea i limiti del finito. La socratica «passione dell’infinito» è infatti la premessa per fare spazio al «paradosso assoluto» di Cristo e per affidarsi a lui fino a «lasciarsi prendere» dalla verità stessa oppure scandalizzarsi. L’analisi si sofferma sul concetto di paradosso in antitesi con l’hegelismo che tutto vuole correggere e mediare mentre occorre «comprendere sempre più che non si può comprendere» poiché la ragione umana ha dei confini ed è razionale riconoscerli. Oltre la ragione allora non c’è il «nonsenso» ma solo «concetti negativi» che non possono essere chiariti, ma non sono contrari alla ragione. Il capitolo si chiude con uno sguardo sul rapporto con la metafisica, che vuole inutilmente astrarre la forma necessaria, mentre la realtà è appesa alla libertà. Il terzo capitolo, La fede e la testimonianza, ricostruisce in modo puntuale frammenti di vita di Kierkegaard, che consentono di cogliere la peculiarità del suo compito edificante e di risveglio delle coscienze all’interno del sistema di illusioni e ipocrisie della «cristianità».

Il suo ruolo «correttivo», in linea con Socrate, lo porterà alla critica dell’autosufficienza della «ragione terrestre» per condurre gli uomini all’«umorismo», confine tra l’uomo naturale e lo spirito religioso poiché sollecita l’autogiudizio e la scelta esistenziale, contrariamente a ogni conformismo, come ben illustrato nella Recensione letteraria del 1846. Il tema della testimonianza emerge bene a partire dal contrasto con «Corsaren»: Kierkegaard messo alla berlina rifiuta di reagire per non ergersi a «modello» da imitare poiché solo Cristo è il vero modello. Particolarmente significativa appare qui la distinzione tra «etica prima», cioè lo sforzo umano di adeguarsi all’eterno e sempre destinato allo scacco, ed «etica seconda» che è l’accettazione del cristianesimo come fede nella grazia e amore per il prossimo, che si concretizza nella diffusione del Vangelo e nello sviluppo della altrui responsabilità di fronte a Dio stesso. Il quarto capitolo, Seguire Cristo nella cristianità, chiarisce lo sviluppo del pensiero di Kierkegaard, che a partire dal ’47 accentua decisamente l’aspetto dell’esigenza cristiana della sequela di Cristo. In questo quadro si colloca la sempre più netta distinzione tra la vita saggia dell’uomo naturale e la religiosità che consiste nell’amore cristiano, frutto di una rivelazione (non di un comando della ragion pura pratica) che si compie solo in Cristo ma che inizia nella coscienza di ogni uomo. Il cristianesimo non ha nulla a che vedere con la dimensione umano-naturale e con la riduzione a mera dottrina scientifica, esso richiede la sequela in una dialettica di impegno e grazia che Lutero stesso ha trascurato, eliminando l’aspetto decisivo della «coscienza angustiata» vera condizione di possibilità del cristianesimo. Nel quinto capitolo, Le forme e i mezzi della testimonianza, si mette in luce il passaggio sempre più chiaro di Kierkegaard dalla maieutica alla testimonianza. Dopo la fase «estetica» fondata sulla «seduzione», dal ’51 il danese si esprime in termini sempre più polemici e diretti, persuadendosi, di fronte alla decadenza e all’ipocrisia della cristianità, della necessità della denuncia diretta delle responsabilità personali. La sua testimonianza vuole essere «al servizio della verità» in modo da suscitare nell’uomo il passaggio dall’animalità allo spirito, cioè dell’«esemplare», all’«individuo», fino al «singolo» che sa adeguarsi senza più riserve alla volontà divina nella piena coscienza del proprio peccato e della propria contraddittorietà insolubile. L’uomo autentico è dunque un uomo pienamente cosciente della propria responsabilità e quindi profondamente inquieto in uno sforzo continuo di onestà intellettuale che rifiuta l’addolcimento progressivo del cristianesimo.

   L’ultimo capitolo, L’attacco alla chiesa, si concentra sugli ultimi scritti di Kierkegaard, in particolare su L’istante e sulle ultime, estreme forme di testimonianza piena, pronta a sfidare l’ordine costituito fino a cercare il martirio della condanna pur di scuotere una cristianità ipocrita. All’attesa e alla provocazione misurata si sostituisce allora l’invettiva diretta e personale. Tale denuncia non impedisce a Kierkegaard di rimanere coerente e di non proporsi mai come «cristiano eccezionale», ma di chiedere soltanto l’onestà, il riconoscimento sincero della distanza tra il Vangelo e la cristianità stabilita ed edulcorata. L’ultimo Kierkegaard è quello di sempre che solo radicalizza la propria istanza irrinunciabile: stimolare il risveglio dell’autentico cristianesimo all’interno della cristianità.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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