Il testo presenta Kierkegaard non tanto come filosofo o teologo,
ma innanzitutto come «cristiano», annodando costantemente
gli aspetti essenziali del suo pensiero al suo itinerario esistenziale
concreto di singolo. La tesi che si sostiene consiste nell’individuare
un filo conduttore costante nello sforzo kierkegaardiano di diventare
cristiano nella cristianità stabilita e nella realizzazione
di quella che egli riteneva essere la vocazione autentica di ogni
cristiano: suscitare e stimolare la responsabilità del
singolo di fronte a Dio. Su questa continuità di fondo
si staglia tutta la vita del danese che in forme diverse cerca
di realizzare questo suo impegno.
Nell’Introduzione l’Autore chiarisce proprio
l’approccio che caratterizza tutto il libro di un Kierkegaard
cristiano o meglio «aspirante cristiano» impegnato
nell’attività comunicativa verso il prossimo al fine
di promuovere l’edificazione altrui, cioè lo sviluppo
della soggettività singola che riconosca i propri limiti
e si appropri di una «verità per me». Tale
attività comunicativa si esplica da subito per il pensatore
danese come inscindibilmente connessa con l’«esistenza
in carattere» cioè la coerenza e l’appropriazione
personale delle esigenze dell’etica che si vogliono risvegliare
negli altri. Il primo capitolo, L’interpretazione del
cristianesimo, rappresenta il presupposto per comprendere
tutto il percorso successivo di Kierkegaard: proprio l’esigenza
di risvegliare il «vero cristianesimo» accompagnerà
tutta la sua esistenza. Nella prospettiva del Danese il cristianesimo
non è riducibile a mera dottrina e conoscenza oggettiva
ma richiede l’affidamento personale nell’intimità
della propria soggettività, un rapporto personale con Dio,
rapporto però non privato poiché il singolo è
chiamato al servizio della comunità (senza che però
questa diventi sinonimo di “pubblico” o “folla”).
In questo contesto si evidenzia il complesso rapporto di Kierkegaard
con la Chiesa combattuta tra l’originario cristianesimo
e la mistificazione della cristianità stabilita. Particolarmente
sviluppato è il contrasto con la visione speculativa hegeliana
del cristianesimo che ignora la singolarità appassionata
e attribuisce alla storia la categoria della necessità.
Il secondo capitolo, Il rapporto alla verità,
chiarisce il concetto di verità proprio di Kierkegaard:
una verità che richiede l’affidamento, contrapposta
alla verità fredda e indifferente. Il soggetto che si rapporta
alla verità è un esistente concreto e come tale
è condannato a non avere una visione completa della verità
perché situato nel tempo e sottoposto al divenire. Solo
il regno della logica è necessario, l’esistenza è
invece sempre incerta e non si lascia chiudere in un sistema.
Siclari sottolinea come nella prospettiva kierkegaardiana tuttavia
la fede non possa essere considerata irrazionale: essa infatti
si pone in «relativa continuità» con la razionalità
del procedimento ironico socratico che mette in discussione ogni
indebita assolutizzazione della ragione e enuclea i limiti del
finito. La socratica «passione dell’infinito»
è infatti la premessa per fare spazio al «paradosso
assoluto» di Cristo e per affidarsi a lui fino a «lasciarsi
prendere» dalla verità stessa oppure scandalizzarsi.
L’analisi si sofferma sul concetto di paradosso in antitesi
con l’hegelismo che tutto vuole correggere e mediare mentre
occorre «comprendere sempre più che non si può
comprendere» poiché la ragione umana ha dei confini
ed è razionale riconoscerli. Oltre la ragione allora non
c’è il «nonsenso» ma solo «concetti
negativi» che non possono essere chiariti, ma non sono contrari
alla ragione. Il capitolo si chiude con uno sguardo sul rapporto
con la metafisica, che vuole inutilmente astrarre la forma necessaria,
mentre la realtà è appesa alla libertà. Il
terzo capitolo, La fede e la testimonianza, ricostruisce
in modo puntuale frammenti di vita di Kierkegaard, che consentono
di cogliere la peculiarità del suo compito edificante e
di risveglio delle coscienze all’interno del sistema di
illusioni e ipocrisie della «cristianità».
Il suo ruolo «correttivo», in linea con Socrate,
lo porterà alla critica dell’autosufficienza della
«ragione terrestre» per condurre gli uomini all’«umorismo»,
confine tra l’uomo naturale e lo spirito religioso poiché
sollecita l’autogiudizio e la scelta esistenziale, contrariamente
a ogni conformismo, come ben illustrato nella Recensione letteraria
del 1846. Il tema della testimonianza emerge bene a partire dal
contrasto con «Corsaren»: Kierkegaard messo alla berlina
rifiuta di reagire per non ergersi a «modello» da
imitare poiché solo Cristo è il vero modello. Particolarmente
significativa appare qui la distinzione tra «etica prima»
— lo sforzo umano di adeguarsi all’eterno e sempre
destinato allo scacco — e «etica seconda» che
è l’accettazione del cristianesimo come fede nella
grazia e amore per il prossimo, che si concretizza nella diffusione
del Vangelo e nello sviluppo della altrui responsabilità
di fronte a Dio stesso. Il quarto capitolo, Seguire Cristo
nella cristianità, chiarisce lo sviluppo del pensiero
di Kierkegaard, che a partire dal ’47 accentua decisamente
l’aspetto dell’esigenza cristiana della sequela di
Cristo. In questo quadro si colloca la sempre più netta
distinzione tra la vita saggia dell’uomo naturale e la religiosità
che consiste nell’amore cristiano, frutto di una rivelazione
(non di un comando della ragion pura pratica) che si compie solo
in Cristo ma che inizia nella coscienza di ogni uomo. Il cristianesimo
non ha nulla a che vedere con la dimensione umano-naturale e con
la riduzione a mera dottrina scientifica, esso richiede la sequela
in una dialettica di impegno e grazia che Lutero stesso ha trascurato,
eliminando l’aspetto decisivo della «coscienza angustiata»
vera condizione di possibilità del cristianesimo. Nel quinto
capitolo, Le forme e i mezzi della testimonianza, si
mette in luce il passaggio sempre più chiaro di Kierkegaard
dalla maieutica alla testimonianza. Dopo la fase «estetica»
fondata sulla «seduzione», dal ’51 il danese
si esprime in termini sempre più polemici e diretti, persuadendosi,
di fronte alla decadenza e all’ipocrisia della cristianità,
della necessità della denuncia diretta delle responsabilità
personali. La sua testimonianza vuole essere «al servizio
della verità» in modo da suscitare nell’uomo
il passaggio dall’animalità allo spirito, cioè
dell’«esemplare», all’«individuo»,
fino al «singolo» che sa adeguarsi senza più
riserve alla volontà divina nella piena coscienza del proprio
peccato e della propria contraddittorietà insolubile. L’uomo
autentico è dunque un uomo pienamente cosciente della propria
responsabilità e quindi profondamente inquieto in uno sforzo
continuo di onestà intellettuale che rifiuta l’addolcimento
progressivo del cristianesimo.
L’ultimo capitolo, L’attacco alla Chiesa,
si concentra sugli ultimi scritti di Kierkegaard, in particolare
su L’istante e sulle ultime, estreme forme di testimonianza
piena, pronta a sfidare l’ordine costituito fino a cercare
il martirio della condanna pur di scuotere una cristianità
ipocrita. All’attesa e alla provocazione misurata si sostituisce
allora l’invettiva diretta e personale. Tale denuncia non
impedisce a Kierkegaard di rimanere coerente e di non proporsi
mai come «cristiano eccezionale», ma di chiedere soltanto
l’onestà, il riconoscimento sincero della distanza
tra il Vangelo e la cristianità stabilita ed edulcorata.
L’ultimo Kierkegaard è quello di sempre che solo
radicalizza la propria istanza irrinunciabile: stimolare il risveglio
dell’autentico cristianesimo all’interno della cristianità.