I paradossi del senso
di Valerio
Burrascano
Aporie
e paradossi. Sono le nozioni che connoterebbero la cosiddetta
“anomalia paradigmatica” della filosofia
contemporanea: “Una sorta di inevitabile destino”
che investirebbe il pensare in quanto tale. È
da questa preliminare constatazione che Fabris parte
per un metaforico e impervio viaggio intorno alla irresolutezza
costitutiva del pensiero. Un primo passo verso un più
importante per quanto “non definitivo esito”:
la formulazione esplicita di una “dottrina dei
paradossi” – ben oltre i risultati della
riflessione ermeneutica, espressione anch’essa
di una “istanza che spinge a cercare un fondamento
ultimo”. Il libro veicola il tentativo di un “nuovo
pensiero” che non impone e non pro-pone un “andare
oltre”, un superamento a mo’ di vecchi storicismi:
è l’addio al “comune modo di pensare
filosofico” e che rintraccia la novitas
del pensare nella ambiguità del logos. “Un
modello di riflessione capace di approfondire i nodi
tradizionali della filosofia”, un lento scavo,
un “andare fino in fondo” a ciò che
– erroneamente – abbiamo creduto “saputo
e vissuto”.
La mèta dunque è un
diverso modo di pensare, che si concretizza lungo il
crinale difficile della coesistenza dei paradossi. I
nodi del pensiero rimangano tali: non sciolti. L’aporia
non si trasformi in euporia. È la fine della
ricerca di un'utopica stabilità: sia essa il
senso, il fondamento o anche la necessità dei
nessi causali ed esplicativi; la sicurezza, la stabilità
di una “dimora”, metaforica rassicurante
certezza lucidamente descritta nelle pagine centrali
del libro: inesausta ricerca dell’orientamento,
“in base al quale uniformare l’agire e il
pensare”. Ma se questo, come ritiene Aristotele,
è il compito del fare filosofia, ciò equivale
a “dissolvere la meraviglia”, rendendo abitabile
ciò che ci circonda, eliminando una volta per
sempre il timore che l’indifferente ci pone in
quanto non de-finito. Ma davvero, come pensa lo Stagirita,
tutto è dominabile, davvero è possibile
concepire lo scioglimento delle aporie, fino a renderle
innocue? Ricorda Fabris come già nella Epistola
a Diogneto, dunque all’interno di una prospettiva
cristiana, si affermi che ciò che costituisce
l’essere cristiano è la sua condizione
paradossale: essere straniero in patria, riverbero di
una condizione mai staticizzata, costantemente connotata
dalla ambiguità, dalla intuizione che mai siamo
o potremo sentirci come realmente a casa. Non tutto
ciò che ci circonda infatti ci è familiare;
così come, d’altro canto, l’alterità
che ci viene in-contro non è a noi assimilabile
attraverso un percorso che tenti di rendere ordinato,
ma anche ordinario, ciò che ci appare estraneo,
altro, alienante. E in realtà, dice l’autore,
certa filosofia ermeneutica, pur decretando la fine
della metafisica, si è aggrappata a precisi “elementi
platonici”: strutture, categorie trascendentali
che potessero rassicurare l’uomo, ente che si
interroga sull’essere. E d’altra parte l’universalità
dell’”essere come tale” heideggeriano
non è che “una verità alla quale
l’uomo non può altro che abbandonarsi”,
nell’evento del darsi dell’essere stesso.
Non è questo ancora un tentativo di trovare il
senso? Ricorda Fabris, come già Hannah Arendt
vide nel pensiero del maestro, Heidegger, una perversa
metafora filosofica del tutto simile a una tana, una
trappola.
Fabris ci invita invece a riconsiderare
il senso di una prospettiva che riparta dalle aporie,
comprensibili soltanto alla luce di una pensiero in
cui si riverbera come in un prisma l’ambiguità
del logos. Ambiguo è infatti il logos
che pur “accogliendo” la manifestatività
del fenomeno, la sua de-terminazione, rimane al contempo
apertura alla meraviglia, richiamo dell’indeterminato.
Fabris però non si ferma semplicemente al momento
dell’analisi. La sua vuole essere provocatoriamente
una proposta etica. Ma in che senso e, soprattutto,
in che maniera? Se senso non si dà una volta
per sempre, se dobbiamo abbandonare la metafora della
staticità dell’abitare la tranquilla casa
del pensare, bisognerà riconsiderare l’etica,
al di là dell’etimo della dimora, quale
consapevole, ardua gestione di ciò che è
in-gestibile: la possibilità di tenere insieme
distanza e collegamento, interno e esterno, differenza
e indifferenza, universale e particolare, familiare
e estraneo, continuo e discontinuo; è la rottura
degli schemi tranquillizzanti che non sanno guardare
alle continue oscillazioni che, se da un lato esaltano
la distinzione, al contempo richiamano all’indifferenza,
alla meraviglia, alla spaesamento e allo stupore. Etico
allora sarà, al di là della fissità
dei principi, il pieno coinvolgimento in un rapporto
con l’alterità, in cui non viene meno,
nonostante la legittimità della de-finizione,
la indifferenza che mi è di fronte, l’altro
a cui mi rapporto: una filosofia che sia “in grado
di abbandonare tanto la logica della costruzione quanto
la pratica della decostruzione”.
Anche in questo caso l’etica
ha a che fare con la libertà, cioè con
l’assunzione responsabile di una prospettiva piuttosto
che un’altra “a cui il paradosso rimanda”;
sempre “dentro e fuori, coinvolti e distaccati”
allo stesso tempo. Oscillanti testimoni di una verità
che si fa nel momento in cui il testimone diviene la
verità della sua stessa testimonianza, e dunque
“verità nel tempo”. È questo
un modo nuovo di dare voce alla ricerca filosofica,
intesa quale “intenzione di determinare l’indeterminabile
e, nel contempo, impossibilità a farlo fino in
fondo, se non a costo di unilaterali rinunce”.
E se l’etica allora è, per usare ancora
una volta la metafora della dimora, non un “ambito
già dato”, quanto piuttosto un luogo u-topico,
“spazio di oscillazione in cui è impossibile
abitare, a cui è inibito adeguarsi”, tentati
comunque di “dominare l’imprevedibile”
e disposti “a farsi sollecitare da esso”,
la filosofia rappresenta il recupero del significato
della meraviglia che, come in un’opera di Escher,
diviene al tempo stesso affermazione di sé quanto
sua stessa negazione. Come le figure di Escher, contemporaneamente
al di qua e al di là del limite.
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