Aporie e paradossi. Sono le nozioni che connoterebbero la cosiddetta
“anomalia paradigmatica” della filosofia contemporanea:
«Una sorta di inevitabile destino» che investirebbe
il pensare in quanto tale. È da questa preliminare constatazione
che Fabris parte per un metaforico e impervio viaggio intorno
alla irresolutezza costitutiva del pensiero. Un primo passo verso
un più importante per quanto «non definitivo esito».
La formulazione esplicita di una «dottrina dei paradossi»
— ben oltre i risultati della riflessione ermeneutica, espressione
anch’essa di una «istanza che spinge a cercare un
fondamento ultimo». Il libro veicola il tentativo di un
“nuovo pensiero” che non impone e non pro-pone un
«andare oltre», un superamento a mo’ di vecchi
storicismi: è l’addio al «comune modo di pensare
filosofico» e che rintraccia la novitas del pensare
nella ambiguità del logos. «Un modello di riflessione
capace di approfondire i nodi tradizionali della filosofia»,
un lento scavo, un «andare fino in fondo» a ciò
che — erroneamente — abbiamo creduto «saputo
e vissuto».
La mèta dunque è un diverso modo di pensare, che
si concretizza lungo il crinale difficile della coesistenza dei
paradossi. I nodi del pensiero rimangano tali: non sciolti. L’aporia
non si trasformi in euporia. È la fine della ricerca di
un'utopica stabilità: sia essa il senso, il fondamento
o anche la necessità dei nessi causali e esplicativi; la
sicurezza, la stabilità di una “dimora”, rassicurante
certezza metaforica lucidamente descritta nelle pagine centrali
del libro: inesausta ricerca dell’orientamento, «in
base al quale uniformare l’agire e il pensare». Ma
se questo, come ritiene Aristotele, è il compito del fare
filosofia, ciò equivale a «dissolvere la meraviglia»,
rendendo abitabile ciò che ci circonda, eliminando una
volta per sempre il timore che l’indifferente ci pone in
quanto non de-finito. Ma davvero, come pensa lo Stagirita, tutto
è dominabile? davvero è possibile concepire lo scioglimento
delle aporie, fino a renderle innocue? Ricorda Fabris come già
nella Epistola a Diogneto, dunque all’interno di
una prospettiva cristiana, si affermi che ciò che costituisce
l’essere cristiano è la sua condizione paradossale:
essere straniero in patria, riverbero di una condizione mai staticizzata,
costantemente connotata dalla ambiguità, dalla intuizione
che mai siamo o potremo sentirci come realmente a casa. Non tutto
ciò che ci circonda infatti ci è familiare; così
come, d’altro canto, l’alterità che ci viene
in-contro non è a noi assimilabile attraverso un percorso
che tenti di rendere ordinato, ma anche ordinario, ciò
che ci appare estraneo, altro, alienante. E in realtà,
dice l’Autore, certa filosofia ermeneutica, pur decretando
la fine della metafisica, si è aggrappata a precisi «elementi
platonici»: strutture, categorie trascendentali che potessero
rassicurare l’uomo, ente che si interroga sull’essere.
E d’altra parte l’universalità dell’«essere
come tale» heideggeriano non è che «una verità
alla quale l’uomo non può altro che abbandonarsi»,
nell’evento del darsi dell’essere stesso. Non è
questo ancora un tentativo di trovare il senso? Ricorda Fabris,
come già Hannah Arendt vide nel pensiero del maestro, Heidegger,
una perversa metafora filosofica del tutto simile a una tana,
una trappola.
Fabris ci invita invece a riconsiderare il senso di una prospettiva
che riparta dalle aporie, comprensibili soltanto alla luce di
una pensiero in cui si riverbera come in un prisma l’ambiguità
del logos. Ambiguo è infatti il logos
che pur “accogliendo” la manifestatività del
fenomeno, la sua de-terminazione, rimane al contempo apertura
alla meraviglia, richiamo dell’indeterminato. Fabris però
non si ferma semplicemente al momento dell’analisi. La sua
vuole essere provocatoriamente una proposta etica. Ma in che senso
e, soprattutto, in che maniera? Se senso non si dà una
volta per sempre, se dobbiamo abbandonare la metafora della staticità
dell’abitare la tranquilla casa del pensare, bisognerà
riconsiderare l’etica, al di là dell’etimo
della dimora, quale consapevole, ardua gestione di ciò
che è in-gestibile: la possibilità di tenere insieme
distanza e collegamento, interno e esterno, differenza e indifferenza,
universale e particolare, familiare e estraneo, continuo e discontinuo;
è la rottura degli schemi tranquillizzanti che non sanno
guardare alle continue oscillazioni che, se da un lato esaltano
la distinzione, al contempo richiamano all’indifferenza,
alla meraviglia, alla spaesamento e allo stupore. Etico allora
sarà, al di là della fissità dei principi,
il pieno coinvolgimento in un rapporto con l’alterità,
in cui non viene meno, nonostante la legittimità della
de-finizione, la indifferenza che mi è di fronte, l’altro
a cui mi rapporto: una filosofia che sia «in grado di abbandonare
tanto la logica della costruzione quanto la pratica della decostruzione».
Anche in questo caso l’etica ha a che fare con la libertà,
cioè con l’assunzione responsabile di una prospettiva
piuttosto che un’altra «a cui il paradosso rimanda»;
sempre «dentro e fuori, coinvolti e distaccati» allo
stesso tempo. Oscillanti testimoni di una verità che si
fa nel momento in cui il testimone diviene la verità della
sua stessa testimonianza, e dunque «verità nel tempo».
È questo un modo nuovo di dare voce alla ricerca filosofica,
intesa quale «intenzione di determinare l’indeterminabile
e, nel contempo, impossibilità a farlo fino in fondo, se
non a costo di unilaterali rinunce». E se l’etica
allora è, per usare ancora una volta la metafora della
dimora, non un «ambito già dato», quanto piuttosto
un luogo u-topico, «spazio di oscillazione in cui è
impossibile abitare, a cui è inibito adeguarsi»,
tentati comunque di «dominare l’imprevedibile»
e disposti «a farsi sollecitare da esso», la filosofia
rappresenta il recupero del significato della meraviglia che,
come in un’opera di Escher, diviene al tempo stesso affermazione
di sé quanto sua stessa negazione. Come le figure di Escher,
contemporaneamente al di qua e al di là del limite.