È luogo comune l’affermazione che il tempo è
inafferrabile. Ma a quale tempo si pensa quando ne si afferma
l’inafferrabilità? Il passato è irrecuperabile
piuttosto che inafferrabile, dal momento che non possiamo più
entrarne in possesso se non nella forma del ricordo o della rimemorazione,
ma mai nella forma della presenza originaria. Il futuro d’altro
cantoè sempre incerto, è protensione, aspettativa,
speranza, attesa, e esclude a priori ogni possibilità d'essere
afferrato, poiché in tal caso smetterebbe tout court
d'essere futuro. È dunque al presente che ci si rivolge
quando si pensa all’inafferrabilità del tempo. Infatti,
proprio il presente in cui esistiamo sembra scivolare inesorabilmente
tra le nostre mani: è ciò che sembra innanzitutto
a portata di mano, è sempre là, coglibile istantaneamente,
ma che proprio nel tentativo di afferrarlo si estingue, scivola
irrimediabilmente in un passato non presentificabile. «Il
presente è una soglia decisiva per l’esistenza finita,
la soglia in cui passato e futuro si incrociano e possono mettere
capo a un orizzonte di senso vivibile. Dilatare il presente, assicurargli
una sensata chance di esistere, è compito cui chiamare
la filosofia». Questo l’intento del volume di Ugo
Perone, Il presente possibile, Napoli, Guida 2005. Si
presenta come analisi serrata del problema del tempo nella filosofia
contemporanea, nella forma di un pensiero narrativo che essa non
ha mai davvero abbandonato e che vuole qui tornare a fare del
tempo l’oggetto primo delle parole. Nella modernità
non si può che cominciare dal cogito. Ma questa apoditticità
del punto iniziale, diversamente da quanto sperava Cartesio, non
è anche il fondamento ultimo del sapere ma un luogo finito
e precario capace soltanto di attestare la propria costitutiva
insufficienza.
Nell’atto stesso dell’appoggiarmi a esso si aprono
abissi non padroneggiabili: nel cogito si può abitare,
è un luogo sicuro, ma non ci si può davvero vivere,
perché è un luogo sterile, il riparo che offre non
è sufficiente alla vita. Sporgendocisi oltre, si profila
una crescente destabilizzazione che sfocia — proprio come
in Cartesio — nella coincidenza tra essenza e esistenza:
Dio e la prova ontologica. Non già nel senso che il cogito
provi l’esistenza di Dio ma nel senso che soltanto Dio può
sorreggere il cogito, soltanto la prova ontologica rende possibile
il cogito, anche se quest’ultimo resta in ultima analisi
l’unica via d’accesso a Dio. L’inizio e il fondamento
restano separati: soltanto in ciò che la prova ci dice
si potrebbe vivere ma là non ci è possibile abitare.
La certezza del cogito e la verità di Dio si danno sempre
nella forma della non-coincidenza. L’ulteriore difficoltà
risiede nel fatto che questi luoghi fondamentali non sono che
artifici: tuttavia essi permettono di pensare e dire tutto ciò
che si trova tra l’uno e l’altro, di concepire questo
interstizio tra ciò che è inabitabile e ciò
che è sterile. Questo inframmezzo è il luogo in
cui l’esistenza si mette in gioco, è lo spazio della
finitezza, è ciò che la filosofia deve tentare di
portare alla parola. «Si tratta di incorporare al discorso
questo luogo non dell’assoluto, questo luogo dove tutto
accade, ma mai nella forma simultanea e plastica della totalità.
Portare al discorso questo mondo dell’inframmezzo significa
incorporare nella filosofia, come sua trama essenziale, il tempo,
ossia la non coincidenza, che è però intreccio;
la non simultaneità che si fa però racconto»
(p. 10).
Entro queste due colonne del pensiero si profila così
il discorso, ciò che vuole essere detto. In sintonia con
un’ermeneutica della finitezza — che Perone, notoriamente
formatosi alla scuola di Luigi Pareyson, conduce sin dai suoi
primi saggi, tra i quali vanno ricordati in particolare In
lotta con l’angelo, Le passioni del finito
e Nonostante il soggetto — il presente scritto
interroga in primo luogo il tempo, ciò che costitutivamente
sfugge o perché nella forma dell’essere stato o perché
in quella del non essere ancora, o ancora perché si dà
come ciò che è già stato ma che ancora non
è, ossia in quella particolarissima forma di temporalità
che è il presente. L’intento dell’Autore è
quello di «individuare nel tempo un fenomeno di soglia e
lavorare a darvi consistenza. Il presente, insicuro e instabile,
è tuttavia questa soglia. È un presente possibile,
sia perché ci è possibile, sia perché ci
dà delle possibilità. Nel presente si dispiega la
voce del tempo; lì trova modo, e spazio, e agio, per arrischiare
una consistenza, in quella forma che è propria alla temporalità
e al finito. Per questo il tempo è indagato nella sua estasi
presente e per questo si cerca di ripensare le relazioni dell’esistenza
a partire dal presente: perché presso il finito si intende
indugiare, facendolo essere quell’inframmezzo presso cui
è bene stare» (p. 11).
Come già sottolineato, il terreno della filosofia è
l’inframmezzo, la soglia, la cavità interstiziale
tra la certezza sterile del cogito e l’inabitabilità
della verità di Dio. Il racconto, che non è soltanto
abilità stilistica o tecnica narrativa, di contro a una
certa filosofia contemporanea che tende a dissolvere la nozione
stessa di verità in quella di stile, è senza dubbio
il modo per articolare quell’unica cosa che vuole poter
essere detta. Il cogito, identico a sé e conchiuso nella
propria certezza apodittica, è bensì stabile, ma
è anche inutile, poiché l’esperienza lo ha
più volte calpestato e disperso sottraendolo a se stesso.
Come dire allora l’io che vuole venire a se stesso, se non
ripercorrendo ermeneuticamente le tappe della sua ricerca e dei
suoi smarrimenti? Così la filosofia si fa racconto, in
quanto tenta di dire ciò che è semplicissimo, la
Verità, che in tale semplicità non si lascia né
esprimere né pensare ma che necessita di essere dispiegata
e articolata in argomenti, considerazioni, ossia nello strumento
più proprio — e anche l’unico — di cui
lo spazio, l’inframmezzo della finitezza umana può disporre: la parola.