Sulla soglia del presente
di Claudio
Tarditi
È
luogo comune l’affermazione che il tempo è
inafferrabile. Ma a quale tempo si pensa quando ne si
afferma l’inafferrabilità? Il passato è
irrecuperabile piuttosto che inafferrabile, dal momento
che non possiamo più entrarne in possesso se
non nella forma del ricordo o della rimemorazione, ma
mai nella forma della presenza originaria. Il futuro,
d’altro canto, è sempre incerto, è
protensione, aspettativa, speranza, attesa, ed esclude
a priori ogni possibilità di essere afferrato,
poiché in tal caso smetterebbe tout court
di essere futuro. È dunque al presente che ci
si rivolge quando si pensa all’inafferrabilità
del tempo. Infatti, proprio il presente in cui esistiamo
sembra scivolare inesorabilmente tra le nostre mani:
è ciò che sembra innanzitutto a portata
di mano, è sempre là, coglibile istantaneamente,
ma che proprio nel tentativo di afferrarlo si estingue,
scivola irrimediabilmente in un passato non presentificabile.
“Il presente è una soglia decisiva per
l’esistenza finita, la soglia in cui passato e
futuro si incrociano e possono mettere capo a un orizzonte
di senso vivibile. Dilatare il presente, assicurargli
una sensata chance di esistere, è compito cui
chiamare la filosofia”. Questo l’intento
del bel volume di Ugo Perone, Il presente possibile,
Napoli, Guida 2005. Il saggio si presenta come una analisi
serrata del problema del tempo nella filosofia contemporanea,
nella forma di un pensiero narrativo che essa non ha
mai davvero abbandonato e che vuole qui tornare a fare
del tempo l’oggetto primo delle parole. Nella
modernità non si può che cominciare dal
cogito. Ma questa apoditticità del punto iniziale,
diversamente da quanto sperava Cartesio, non è
anche il fondamento ultimo del sapere, ma un luogo finito
e precario capace soltanto di attestare la propria costitutiva
insufficienza.
Nell’atto stesso dell’appoggiarmi
ad esso, si aprono abissi non padroneggiabili: nel cogito
si può abitare, è un luogo sicuro, ma
non ci si può davvero vivere, perché è
un luogo sterile, il riparo che offre non è sufficiente
alla vita. Sporgendocisi oltre, si profila una crescente
destabilizzazione che sfocia – proprio come accade
in Cartesio – nella coincidenza tra essenza ed
esistenza: Dio e la prova ontologica. Non nel senso
che il cogito provi l’esistenza di Dio, ma nel
senso che solo Dio può sorreggere il cogito,
solo la prova ontologica rende possibile il cogito,
anche se quest’ultimo resta in ultima analisi
l’unica via d’accesso a Dio. L’inizio
e il fondamento restano separati: solo in ciò
che la prova ci dice si potrebbe vivere, ma là
non ci è possibile abitare. La certezza del cogito
e la verità di Dio si danno sempre nella forma
della non-coincidenza. L’ulteriore difficoltà
risiede nel fatto che questi luoghi fondamentali non
sono che artifici: tuttavia essi permettono di pensare
e dire tutto ciò che si trova tra l’uno
e l’altro, di concepire questo interstizio tra
ciò che è inabitabile e ciò che
è sterile. Questo inframmezzo è il luogo
in cui l’esistenza si mette in gioco, è
lo spazio della finitezza, è ciò che la
filosofia deve tentare di portare alla parola. “Si
tratta di incorporare al discorso questo luogo non dell’assoluto,
questo luogo dove tutto accade, ma mai nella forma simultanea
e plastica della totalità. Portare al discorso
questo mondo dell’inframmezzo significa incorporare
nella filosofia, come sua trama essenziale, il tempo,
ossia la non coincidenza, che è però intreccio;
la non simultaneità che si fa però racconto”
(p. 10).
Entro queste due colonne del pensiero
si profila così il discorso, ciò che vuole
essere detto. In sintonia con un’ermeneutica della
finitezza - che Perone, notoriamente formatosi alla
scuola di Luigi Pareyson, conduce sin dai suoi primi
saggi, tra i quali vanno ricordati in particolare In
lotta con l’angelo, Le passioni del finito
e Nonostante il soggetto – il presente
saggio interroga in primo luogo il tempo, ciò
che costitutivamente sfugge o perché nella forma
dell’essere stato o perché in quella del
non essere ancora, o ancora perché si dà
come ciò che è già stato ma che
ancora non è, ossia in quella particolarissima
forma di temporalità che è il presente.
L’intento dell’Autore è quello di
“individuare nel tempo un fenomeno di soglia e
lavorare a darvi consistenza. “Il presente, insicuro
e instabile, è tuttavia questa soglia. È
un presente possibile, sia perché ci è
possibile, sia perché ci dà delle possibilità.
Nel presente si dispiega la voce del tempo; lì
trova modo, e spazio, e agio, per arrischiare una consistenza,
in quella forma che è propria alla temporalità
e al finito. Per questo il tempo è indagato nella
sua estasi presente e per questo si cerca di ripensare
le relazioni dell’esistenza a partire dal presente:
perché presso il finito si intende indugiare,
facendolo essere quell’inframmezzo presso cui
è bene stare” (p. 11).
Come già sottolineato, il terreno
della filosofia è l’inframmezzo, la soglia,
la cavità interstiziale tra la certezza sterile
del cogito e l’inabitabilità della verità
di Dio. Il racconto, che non è soltanto abilità
stilistica o tecnica narrativa, di contro a una certa
filosofia contemporanea che tende a dissolvere la nozione
stessa di verità in quella di stile, è
senza dubbio il modo per articolare quell’unica
cosa che vuole poter essere detta. Il cogito, identico
a sé e conchiuso nella propria certezza apodittica,
è bensì stabile, ma è anche inutile,
poiché l’esperienza lo ha più volte
calpestato e disperso sottraendolo a se stesso. Come
dire allora l’io che vuole venire a se stesso,
se non ripercorrendo ermeneuticamente le tappe della
sua ricerca e dei suoi smarrimenti? Così la filosofia
si fa racconto, in quanto tenta di dire ciò che
è semplicissimo, la Verità, che in tale
semplicità non si lascia né esprimere
né pensare ma che necessita di essere dispiegata
e articolata in argomenti, in considerazioni, ossia
nello strumento più proprio – e anche l’unico
– di cui lo spazio, l’inframmezzo della
finitezza umana può disporre: la parola.
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