«Mi sono proposto in questo libro semplicemente di illustrare
alcune delle principali tendenze recenti nell’ambito della
filosofia analitica della religione, mostrando lo sfondo concettuale
da cui storicamente sono emerse». Con queste parole Mario
Micheletti introduce il suo lavoro — Filosofia analitica
della religione. Un'introduzione storica, Morcelliana, Brescia
2002 — dedicato a una delle frontiere della filosofia contemporanea,
la filosofia della religione praticata nell'ambito della cultura
filosofica di lingua inglese nota anche con il qualificativo di
filosofia "analitica". Il libro di Micheletti colma
alcune lacune negli studi italiani di filosofia della religione
o, più in generale, di filosofia contemporanea. Generalmente,
nelle sintesi italiane sulla filosofia della religione alla fine
del XX secolo prevalevano gli indirizzi filosofici di carattere
ermenutico-fenomenologico, con una attenzione esclusiva per l’area
culturale tedesca. Una attenzione per l’area culturale angloamericana
era sostanzialmente ferma ai contributi di Franco Restaino (Filosofia
e post-filosofia in America. Rorty, Bernstein, MacIntyre,
Franco Angeli, Milano 1990) e Dario Antiseri (Filosofia analitica
e semantica del linguaggio religioso, Queriniana, Brescia,
4a ed., 1991). Unica eccezione a questo stato di cose erano i
lavori dello stesso Micheletti, risalenti agli inizi degli anni
’80, nonché la presenza di alcuni filosofi analitici
della religione (R. Swinburne, A. Plantinga, D.Z. Phillips) ai
colloqui romani “E. Castelli” i cui interventi erano
poi pubblicati sulle pagine della rivista “Archivio di filosofia”.
La seconda lacuna coperta dal libro di Micheletti si trova nei
lavori di filosofi italiani che si sono interessati alla distinzione
tra filosofia analitica e filosofia contemporanea. In questi lavori
la filosofia analitica o era semplicemente filosofia del linguaggio
oppure era filosofia linguistica che tentava di superare se stessa,
filosofia post-analitica. L'assenza di interesse per la rinascita
della filosofia analitica della religione da parte dei filosofi
italiani era un elemento che non faceva giustizia al concreto
stato di fatto. L'avvertimento generale che sottende l'indagine
di Micheletti e che avvia la sua “rassegna schematica”
(p. 163), potrebbe essere una indicazione delle ragioni di questa
disattenzione; Micheletti segnala come il clima intellettuale
della filosofia analitica della religione sia mutato rispetto
ai tempi in cui il problema dominante era quello dello status
logico della credenza religiosa da determinare all’interno
dei criteri posti dal verificazionismo o dall’obiezione
falsificazionistica. In questo nuovo clima è possibile
intravedere tre tendenze principali del dibattito filosofico-religioso
angloamericano. Queste tre tendenze sono: la filosofia della religione
neowittgensteiniana (cap. 2), l'epistemologia riformata (cap.
3) e la rinascita della teologia filosofica (cap. 4). Esse nascono
dall'implosione del contesto filosofico e culturale da cui la
stessa indagine di Micheletti prende le mosse, un contesto segnato
dal criterio di significanza verificazionistico e dalla obiezione
falsificazionistica rivolta alle proposizioni teologiche: «È
difficile rendere conto storicamente di quegli sviluppi [le tre
tendenze indicate — nda] senza considerare le ragioni intrinseche
del declino di tali argomenti critici, le difficoltà che
si opponevano a una formulazione convincente e non meramente stipulativa
del criterio di significanza fattuale, i problemi strutturali
presenti nell’impianto logico-epistemologico dell’argomento
di Flew, nonché il rischio di fraintendimento riguardo
alla struttura essenziale della natura della credenza religiosa
insito in quei tentativi di analisi» (p. 14). Il problema
storiografico identificato da Micheletti è questo: storicamente,
la rinascita della filosofia analitica della religione che si
verifica a partire dalla fine degli anni ’60 (le tre opere
che caratterizzano le tre tendenze sono tutte più o meno
contemporanee: God and Other Minds di Plantinga è
del 1967, The Concept of Prayer di Phillips è
del 1965, The Five Ways di Kenny è del 1969),
fa seguito alla scomparsa del clima filosofico dominato dal verificazionismo
e dal falsificazionismo.
Tuttavia, dal punto di vista storiografico questa successione
non è chiara. Le tre tendenze in cui la rinascita della
filosofia della religione prende forma sono la causa del crollo
del precedente clima filosofico, o ne sono piuttosto la conseguenza?
Le principali componenti del clima che impediva una filosofia
della religione erano «l’applicazione al linguaggio
religioso del principio della verificabilità empirica»
(pp. 23-28) e l’obiezione falsificazionistica alla proposizione
teistica (pp. 31-35). Come l'Autore illustra (cap. 1), queste
due componenti erano complicate da altri tentativi di inquadramento
filosofico delle credenze religiose: l'applicazione al linguaggio
religioso della distinzione tra linguaggio assertivo e linguaggio
emotivo (pp. 11-12), la riflessività del problema di Dio
così come questo tema si configura nell’opera di
John Wisdom (pp. 28-31) e si prolunga nella filosofia della religione
neowittgensteiniana, e la reinterpretazione in chiave etica della
credenza religiosa, soprattutto R.R. Braithwaite (pp. 34ss.).
Nel paragrafo terzo del primo capitolo, dal titolo “Il declino
dell’obiezione falsificazionistica e gli sviluppi recenti
dell’epistemologia religiosa”, Micheletti presenta
lo spaccato delle dinamiche storiche e filosofiche intorno alle
quali si avviluppa il quesito storiografico. Contro il breve ma
influente scritto di Anthony Flew, Theology and Falsification
(1950-1955), si pronunciano infatti i filosofi che poi ritroviamo
a rappresentare la tre tendenze principali della filosofia analitica
della religione: Plantinga, Phillips, Kenny. L’importanza
di questo piccolo scritto è dovuta alla portata generale
del ragionamento che Flew vi sviluppa, vale a dire: «La
pretesa di pervenire a conclusioni rilevanti riguardo all’intelligibilità
del teismo muovendo da comuni regole logiche concernenti l’asserzione
ed escludendo una generale teoria del significato (o un criterio
generale di significanza cognitiva)» (p. 38). Le tre tendenze
dell’attuale filosofia analitica della religione rappresentano
allora una graduale risposta a questo tentativo di svuotare di
senso la riflessione filosofica sulla religione riconducendola
totalmente sul piano delle articolazioni logiche e linguistiche.
Nell'epistemologia riformata, proposta da Wolterstorff, Alston
e soprattutto da Plantinga (pp. 93-124), è evidente la
presenza sia di una apologetica negativa, volta a sminuire il
potere decisionale delle analisi logico-formali, sia di una parte
più costruttiva nella quale si tenta di imporre all’attenzione
della filosofia analitica contemporanea, anche solo restando sul
piano de jure del dibattito filosofico (razionalità
o meno della credenza religiosa), l'importanza della dimensione
de facto — verità e consistenza —
della credenza e delle convinzioni religiose. Nella filosofia
della religione wittgensteiniana, soprattutto in colui che è
considerato il suo rappresentante più insigne, D.Z. Phillips
(pp. 55-92), è preponderante l’attenzione per la
genesi dei concetti della filosofia della religione e in questa
attenzione è fondamentale l’impegno a denunciare
tutte le infrazioni alla peculiarità dell’ambito
religioso in cui nasce e si consolida la credenza. Nella tendenza
indicata da Micheletti come “teologia filosofica”
(pp. 125-162) è chiaro che l’atteggiamento di fondo
delle analisi su Dio e sui suoi attributi, una analisi dai toni
chiaramente metafisici, si situa agli antipodi dell’obiezione
di Flew.
La rassegna fatta da Micheletti ricostruisce senz'altro le vicende
intellettuali dei singoli pensatori e delle tre tendenze, ma segnala
puntualmente anche le critiche e le obiezioni che si levano all’interno
di queste tre tendenze e indica le possibili alternative interpretative
che possono essere avanzate sul loro significato generale. La
descrizione della terza tendenza, di là dalla descrizione
dell'opera del filosofo che maggiormente la esprime — l'inglese
Richard Swinburne — presenta un interessante paragrafo sulle
relazioni tra la rinascita di teologia filosofica e le altre due
tendenze, apparentemente tese a screditare e impedire un discorso
su Dio e sui suoi attributi completamente avulso da dimensioni
non proposizionali e condotto con metodi di analisi che sembrano
tornare indietro nel tempo. Nel paragrafo a cui facciamo riferimento,
"Il concetto di Filosofia della religione" (pp. 134-141),
Micheletti analizza queste tensioni nella prospettiva del dibattito
terminologico con il quale si tende a riassumere l'intero panorama
della riflessione filosofica sulla religione in ambito analitico.
Si tratta cioè di una semplice "teologia filosofica",
il cui statuto e la cui rilevanza sono da accertare, oppure il
concetto di "filosofia della religione" è un
concetto maggiormente comprensivo che riesce meglio a contenere
tutto il fenomeno? Giustamente il paragrafo ha un carattere descrittivo,
anche in ragione di alcune difficoltà oggettive riscontrabili
nella storia delle idee. Sulla comprensività del concetto
di "filosofia della religione" troviamo leggiamo: «Nella
contemporanea filosofia analitica della religione è difficile
tuttavia rintracciare un significato univoco di "filosofia
della religione"» (p. 134). Sottoscrivendo in pieno
questa precauzione, possiamo però dire che potrebbe essere
intravista una articolazione abbastanza netta tra filosofia della
religione e teologia filosofica. L'articolazione è evidente
allorquando la prima, a differenza della seconda, riflette maggiormente,
mediante l'analisi della credenza religiosa e della genesi della
concettualità religiosa, sul senso in cui lo stesso pensiero
filosofico debba rapportarsi alla religione, a una religione positiva
come il cristianesimo e perfino alla dimensione più proposizionale
del cristianesimo, il suo "credo". La teologia filosofica,
intesa come analisi degli attributi di Dio, sembra godere dello
spazio nuovo che la filosofia della religione ha aperto a questo
tipo di indagine dopo che ha segnalato la liceità di una
filosofia che arriva a costruirsi avendo già in sé
delle presupposizioni. In questa interpretazione filosofia della
religione, ovviamente, deve essere intesa nel senso della preminenza
del genitivo oggettivo.