Von Herrmann su Heidegger
e la (post)metafisica
di Stefano
Santasilia
Il
testo raccoglie la relazione tenuta dal prof. Friedrich-Wilhelm
von Herrmann presso la Facoltà di Filosofia della
Pontificia Università Lateranense, nell’ambito
del primo colloquio filosofico dedicato al tema “Ritorno
alla Metafisica e Pensiero Post-moderno”, e il
relativo dibattito ad essa seguito, rispettivamente
nei giorni 6 e 7 marzo 2003. Come precisa il curatore
del volume, Aniceto Molinaro, l’intervento del
prof. von Herrmann va ad inserirsi nell’ambito
di una ricerca che ha l’intento di confrontarsi
con i rappresentanti più significativi di quel
pensiero che si va definendo come “post-metafisico”,
al fine di comprendere lo spirito che muove ed alimenta
tali posizioni e quindi il rifiuto della metafisica.
Allo stesso tempo, tale indagine, va ad imporre alla
metafisica stessa il compito di una profonda riflessione
su se stessa, soprattutto «il compito di sottoporre
se stessa allo stimolo, che proviene dalla sollecitazione
rappresentata da queste ragioni o dallo spirito, che
le sottende» (p. 5). Rilevando che è nella
stessa storia della metafisica che essa si vada affermando
positivamente solo in virtù del superamento della
sua negazione, Molinaro può affermare che «in
assenza di questo superamento essa scade a semplice
opinione tra le tante, incapace di stare su se stessa
e di mostrare, imponendosi epistemicamente, la sua verità.
In questo senso la sua storia è costantemente
la storia di questo superamento» (p. 6). A maggior
ragione, allora, questo momento di crisi si rivela,
per la metafisica, come l’ultima tappa del suo
sforzo di confrontarsi con la sua negazione al fine
di individuare quale sia la concreta configurazione
di tale negazione onde verificare se tale negazione
abbia davvero una configurazione che le conferisca il
carattere di contrapposizione insuperabile. La metafisica
è dunque, di nuovo, chiamata ad indicare la forma
del superamento della sua negazione: «in questa
operazione, la cui portata è di estrema serietà
e si estende su un campo di vaste dimensioni, a noi
sembra di poter affermare che non è in gioco
la metafisica: quello che è in gioco è
la consapevolezza della sua incisività, della
sua capacità di persuasione e di convincimento»
(p. 6). Per comprendere, allora, meglio la questione
del superamento della metafisica non si poteva non partire
da Heidegger, «il filosofo che ne secolo scorso
ha dedicato tutta l’energia del suo pensiero al
problema della metafisica e che, con la sua tesi del
superamento della metafisica, ha aperto il campo a una
vasta proliferazione di interpretazioni accomunate dalla
convinzione che il significato di quella tesi comportasse
il distacco, l’abbandono e il congedo di ogni
metafisica» (p. 7).
Ed è proprio a partire dalla
questione del congedo di ogni metafisica che prende
l’avvio la relazione del prof. von Herrmann, il
quale da subito si interroga sul valore della critica
alla metafisica svolta da Heidegger, in quanto, come
lui stesso segnala, l’affermazione “superamento
della metafisica” è una delle parole che
caratterizzano il rapporto tra la riflessione heideggeriana
e il pensiero metafisico. Superamento, Verwindung (andar-oltre),
che secondo von Herrmann non è corretto considerare
come “un superare per abbandonare”: «
È vero che il pensiero di Heidegger si allontana
dalla metafisica – come una cosa da superare e,
quindi, da respingere – su entrambe le vie dell’elaborazione
della domanda sull’essere: sulla via dell’ontologia
fondamentale e su quella della storia dell’essere?»
(p. 11). Secondo l’autore, la scelta del termine
“superamento” è stata per Heidegger
una scelta infelice in quanto darebbe vita ad un’interpretazione
fuorviante, distogliendo dal vero rapporto intrattenuto
dal pensiero ontologico fondamentale e da quello appartenente
alla storia dell’essere con il pensiero metafisico.
Infatti, il proprium del pensiero di Heidegger non consisterebbe
nell’abbandono della metafisica attraverso il
suo superamento bensì «nella dedizione
entusiasta ad essa e alla sua essenza intima».
In tal senso, con sottolinea lo stesso von Herrmann,
«il pensiero ontologico-fondamentale e quello
appartenente alla storia dell’essere sarebbero
persino della stessa famiglia del pensiero che si chiama
(esplicitamente) “metafisica”» (p.
12). La riflessione heideggeriana, sviluppatasi secondo
le direttive sia del pensiero ontologico-fondamentale
sia di quello appartenente alla storia dell’essere
non potrebbe essere quello che sono senza ma metafisica
e le sue domande essenziali: secondo von Herrmann da
ciò risulta il fatto che essi starebbero «in
una essenziale coappartenenza con la metafisica»
(pp. 12-13). In questo caso, il superamento di cui parla
Heidegger sarebbe il «superamento della barriera
interna, che ha impedito alla metafisica di afferrare
radicalmente la sua propria tendenza interrogativa»
(p. 13). A questo punto von Herrmann si pone il problema
che se riguardo al pensiero ontologico-fondamentale
è già ravvisabile una prossimità
con la riflessione metafisica dato che esso stesso si
definisce come metafisica dell’esserci, per quanto
riguarda, invece, il pensiero appartenente alla storia
dell’essere questo sembra non darsi, in quanto
tale pensiero sembra trovare il suo compimento appunto
nell’abbandono di ogni impianto metafisico. A
tale problema von Herrmann risponde con un’altra
domanda: «questa obiezione trova una conferma
nel compendio sistematico del pensiero appartenente
alla storia dell’essere, cioè nei Contributi
alla filosofia (Dell’evento)?» (p.13).
Scorrendo il paragrafo 93, intitolato
Le grandi filosofie, dei succitati Contributi alla filosofia
[M. Heidegger, Beiträge zur Philosophie (vom Ereignis),
GA, vol. 65, a cura di F.-W. V. Herrmann, V. Klostermann,
Frankfurt a. M., 2ª edizione riveduta 1994, pp.
187s.], von Herrmann rilegge l’affermazione che
Heidegger fa a proposito dei grandi impianti metafisici
elaborati durante l’arco di tutta la storia della
filosofia: «sono montagne, che si ergono, incontaminate
e inaccessibili». Rifacendosi al testo di Heidegger,
von Herrmann continua affermando che se fossimo giunti
fino alla vetta di tali montagne, solo allora le avremmo
superate; eppure Heidegger stesso sottolinea che tali
vette non soltanto non sono state scalate fino ad ora
ma sono essenzialmente inaccessibili, quindi insuperabili.
È qui, a parere di von Herrmann, che si può
riscontrare da parte di Heidegger un chiaro apprezzamento
della metafisica «che non potrebbe essere più
alto». Seguendo il testo di Heidegger, l’autore
mostra le affermazioni per le quali la metafisica viene
considerato come il punto più alto della storia
umana e allo stesso tempo il punto più profondo,
perché, come afferma von Herrmann «formano
il punto direzionale e l’orizzonte visivo della
storia umana» (p. 15). Tali vette possono essere
interpretate solo se l’interpretazione è
in grado di svelare il loro intimo, l’intimo delle
grandi filosofie; in caso contrario, permangono velate,
«perdiamo il vero rapporto con la loro grandezza
intellettuale “se noi le abbiamo presumibilmente
ascese e scalate”, se le abbiamo – apparentemente
– sottomesse e domate». Sono pochi, dunque,
coloro che «attraverso il loro modo d’accesso,
sono capaci di sperimentare le grandi forme della metafisica
nell’altezza e profondità del suo pensiero».
Ora, secondo Heidegger, tali grandi filosofie incarnano
le posizioni metafisiche fondamentali nella storia della
domanda guida: la domanda guida della storia della metafisica
è “che cos’è l’ente?”,
che cerca il “che cos’è” in
quanto essere dell’ente, «è la domanda
metafisica sull’essere», dalla quale lo
stesso Heidegger estrapola la domanda più originaria
“che cos’è l’essere stesso?”,
da lui definita come la domanda fondamentale perché
in essa si fonda la domanda guida (p. 16). A partire
da questo punto, l’analisi di von Herrmann si
dispiega seguendole riflessioni compiute da Heidegger
riguardo il rapporto tra le “due domande”.
In primis, è fondamentale, per comprendere le
grandi filosofie, analizzare la domanda guida nelle
modalità in cui si dispiega, a partire dalla
domanda fondamentale sottaciuta, nelle grandi costruzioni
metafisiche.
È quindi decisivo sperimentare
la domanda fondamentale «a partire dalla domanda
guida, pienamente dispiegata, di una posizione metafisica
fondamentale, come quel fondo in cui si fonda».
In tale ottica, la posizione metafisica, permane come
«montagna tra montagne», stabile e che non
può essere definitivamente lasciata indietro
(p. 17). Oltre a questo passo, anche in altro paragrafi
dei Contributi alla filosofia, il 44 e il 34, è
possibile individuare altri apprezzamenti della metafisica:
nel primo le figure della metafisica vengono presentate
come vette del pensiero tanto elevate che respingono
da loro tutto ciò che è ordinario e ovvio;
nell’altro viene affermato che il dispiegamento
della domanda fondamentale dà il fondamento per
comprendere in senso più originario l’insieme
della storia della domanda guida e non per respingerla
in quanto cosa passata. Si nota, dunque, secondo von
Herrmann, che la metafisica non va affatto rifiutata
bensì compresa nel suo senso più originario
e questo va considerato come una «singolare “riabilitazione
della metafisica” secondo la quale essa mantiene
la sua verità storica intoccabile». Rifacendosi
poi al paragrafo 85, von Herrmann mostra come Heidegger
va delineando l’originaria unità in cui
si trovano l’inizio della storia dell’essere
inaugurato dalla domanda metafisica e quello inaugurato
dalla domanda sull’essere appartenente alla storia
dell’essere (p. 18). L’appartenersi nella
comune origine mostra come la metafisica abbia un valore
irrefutabile: «per il pensiero appartenente alla
storia dell’essere come pensiero trapassante,
che passa dalla domanda guida alla domanda fondamentale,
“non si tratta di un’opposizione alla metafisica
[…], ma di un oltrepassamento della metafisica
a partire dal suo fondamento». È qui che,
secondo von Herrmann, viene chiarito il senso del termine
“oltrepassamento”: si tratta dell’oltrepassamento
della domanda guida, quella riguardante l’essere
dell’ente, a partire dal suo proprio fondamento,
che viene ricercato dalla domanda fondamentale, quella
che interroga a proposito dell’essenza dell’essere.
In tal modo, ribadisce von Herrmann, si nota che «la
domanda fondamentale è in debito verso la domanda
guida metafisica e che è la domanda fondamentale
che libera la metafisica per ciò che, ultimamente,
ha sempre inteso».
La domanda fondamentale, dunque, non dovrebbe mai lasciarsi
alle spalle la domanda guida in quanto suo compito è
“oltrepassarla” radicalizzandola o, per
utilizzare la stessa affermazione di Heidegger, «coglierla
nella sua essenza e lasciarla agire, in quanto cambiata,
nella verità dell’essere». Fine della
metafisica non significa affatto, allora, che la filosofia
abbia chiuso i propri conti con la metafisica (p. 19).
In un altro paragrafo, il 92, von Herrmann rileva infine
che Heidegger non considera affatto opposti i due inizi,
quello della domanda guida e quello della domanda fondamentale,
ma anzi afferma che il secondo aiuta il primo «ad
ottenere la verità della sua storia in una nuova
originalità». Di fronte a quanto detto,
von Herrmann afferma che il significato del “superamento”
viene, da quanto Heidegger ha scritto, liberato da ogni
tendenza anti-metafisica, ma sta anzi ad indicare che
solo adesso la metafisica diviene riconoscibile nella
sua essenza (p. 20). Come già detto prima, von
Herrmann rileva la prossimità tra pensiero metafisico
e ontologia fondamentale, in quanto, basandosi quest’ultima
sulla costituzione ontologica dell’esser-ci, si
va delineando come una metafisica dell’esser-ci,
come ricerca del suo fondamento. Pertanto, anche l’ontologia
fondamentale non fa che cercare la fondazione della
metafisica, scoprendo con la costituzione ontologica
dell’esser-ci anche il fondamento dell’ontologia
e della metafisica dell’essere dell’ente
(p. 24). Mostrando alcune analogie e riferimenti alla
lettura che di Kant fa Heidegger, von Herrmann mostra
come l’ontologia fondamentale, delineandosi come
metafisica dell’esser-ci implica l’attuarsi
dell’accadere metafisico «sempre già
in esercizio nell’esplicitezza tematica»
(p. 25). Così, von Herrmann può affermare
che «la rivelazione ontologico-fondamentale della
costituzione ontologica dell’esser-ci come trascendente
e dotato di comprensione dell’essere, cioè
il rilevamento della meta-fisica (trascendenza), che
accade come esser-ci, è la risposta più
originaria di Heidegger alla domanda di Kant: come è
possibile una metafisica come disposizione naturale?»
(p. 26). Con la rinuncia al modo di vedere comune, caratteristica
del pensiero che pensa la storicità della verità
dell’essere, però, la differenza tra la
domanda fondamentale appartenente alla storia dell’essere
e domanda guida metafisica si fa sempre più evidente.
Eppure, ribadisce von Herrmann, «rimane l’inseparabile
riferimento della domanda appartenente alla storia dell’essere
a quella metafisica». È l’evento
(Ereignis) ad essere il fondamento per la domanda metafisica
sull’essere dell’ente, «un fondamento
che la metafisica non esperisce come il proprio fondamento,
che, però anche se non esperito, lascia sorgere
da sé la domanda sull’essere dell’ente».
La metafisica si delinea come il preludio dell’evento.
Secondo von Herrmann, è nel definire la metafisica
come “primo inizio” che Heidegger mette
in luce «la coappartenenza inscindibile di metafisica
e pensiero appartenente alla storia dell’essere»
(p. 29). Infatti sia il primo che l’altro inizio,
sono entrambi appartenenti all’unica storia onnicomprendente
dell’essere, «ciò che sottende la
differenza dei due inizi e li tiene insieme sin dal
principio è l’unità della storia
dell’essere». La metafisica è, sottolinea
von Herrmann, il primo inizio nel quale è già
salvato l’altro inizio come possibilità
storica, secondo al primo solo per calcolo: «l’altro
inizio è l’altro solo nel rapporto con
il primo inizio, cosicché la metafisica appartiene
alla tematica del pensiero compresa nella storia dell’essere
che, da parte sua, non può staccarsi dalla metafisica»
(p. 30).
Nell’ultima parte della sua
relazione, von Herrmann si interroga riguardo la domanda
su Dio. Secondo Heidegger, la metafisica pensa l’enticità
dell’ente (sarebbe a dire l’ente come tale
nella sua totalità) in due modi possibili: «la
totalità dell’ente come tale per quanto
riguarda le sue caratteristiche più generali
e la totalità dell’ente come tale per quanto
riguarda l’Ente massimo e divino». Questo
sta ad indicare che la domanda su Dio, posta dalla metafisica,
appartiene alla domanda guida metafisica. Se però,
come abbiamo visto, la domanda guida viene ripresa a
partire dalla domanda fondamentale, chiaramente vi dovrà
essere anche un mutamento per quanto riguarda la domanda
sul divino (p. 31). Il primo passo consiste nel mutamento
stesso della domanda, infatti mentre la domanda su Dio
«cerca di comprendere Dio nell’orizzonte
della domanda guida metafisica appoggiandosi all’enticità
dell’ente di cui egli è il sommo grado,
la domanda fondamentale dell’ontologia fondamentale
e – come vedremo – della storia dell’essere
vede una differenza essenziale tra Dio e la verità
dell’essere» (p. 33). Il divino, va ora
pensato solo a partire da se stesso senza appoggiarsi
all’essere dell’ente; il pensiero deve rinunciare
al dio come causa sui per essere più vicino al
Dio divino (p. 34). Il pensiero appartenente alla storia
dell’essere «si tiene aperto per l’apparire
del Dio divino e, pensando l’evento, prepara a
lui lo spazio d’apparizione». Ma tale Dio
è altro rispetto al dio finora considerato, anche
rispetto a quello della tradizione ebraica e cristiana,
considerato ancora appartenente alla domanda metafisica
sull’essere (p. 35). Lo stesso von Herrmann, però,
solleva il dubbio che Heidegger trascuri la differenza
tra rivelazione divina e sua interpretazione filosofico-ontologica.
Infatti, aprendosi anche alla fatticità della
rivelazione divina il Dio divino sarebbe il Dio rivelato
(p. 36). Concludendo il suo intervento, von Herrmann
giunge ad affermare che «non abbiamo bisogno di
un pensiero post-metafisico, perché un tale modo
di parlare include l’allontanamento dalla metafisica,
mentre il pensiero appartenente alla storia dell’essere,
come pensiero dell’altro inizio, rimane nella
sua essenza, riferito al pensiero metafisico del primo
inizio della domanda sull’essere» ed aggiunge
che in ogni caso una “dedizione” alle grandi
forme della metafisica occidentale «si impone
altamente da sé» (p. 37), come ritorno
alla «fonte inesauribile della significatività
della vita, sia nel campo dell’esperienza, sia
in quello del pensiero», da salvaguardare in quella
che von Herrmann definisce come «età del
declino nichilistico del senso» (p. 38).
La seconda parte del testo si compone
degli interventi e delle domande di altri professori
(João Piedade, Pietro De Vitiis, Leonrdo V. Distaso,
Gennaro Cicchese, Jeroen Buve, Gaspare Mura) e delle
relative risposte del prof. von Herrmann. Tra questi
interventi vale la pena di segnalare quello del prof.
De Vitiis che propone la lettura del rapporto tra domanda
fondamentale e domanda guida della metafisica alla luce
non più solo dei Contributi alla filosofia, bensì
anche della conferenza Tempo ed Essere riportando l’attenzione
sull’affermazione heideggeriana di abbandonare
la metafisica a se stessa. Lo stesso prof. De Vitiis
sottolinea anche come nella Lettera sull’umanismo
Heidegger mostri, nei confronti della rivelazione divina,
un altro atteggiamento fondato sul rispetto per i limiti
del pensiero, che implica il pensare l’essenza
del sacro a partire dalla verità dell’essere
(pp. 49-58). Interessante anche la domanda posta del
prof. Cicchese riguardo la il fatto che la stessa domanda,
in Heidegger, costituisce la filosofia (pp. 63-67).
Illuminante anche l’ultimo intervento, del prof.
Mura, riguardo la possibile influenza del paradigma
biblico della Parola sulla concezione dell’essere
sviluppata da Heidegger, secondo quella che potrebbe
essere definita come uno stretto legame tra linguaggio
ed essere, «fino a identificare l’Essere
con il Dire originario (…), in analogia al Logos
della rivelazione giovannea» (pp. 73-77). A tutte
le domande, il prof. von Herrmann risponde in maniera
soddisfacente, riportando le questioni a quanto già
esplicitato nella sua relazione. Sicuramente, come afferma
anche il Molinaro nella presentazione, questa interpretazione
rappresenta un’indiscutibile novità nel
panorama delle esegesi del pensiero di Heidegger, aprendo
nuove vie per la comprensione del pensiero di questo
importante filosofo. Eppure, un dubbio credo permanga
non sciolto, in conclusione alla profonda analisi portata
a termine dal prof. von Herrmann: nell’ambito
della ri-valutazione della metafisica effettuata da
Heidegger nei testi a noi presentati, davvero il pensiero
metafisico ne esce valorizzato? O piuttosto esso, pur
mantenendo il proprio carattere di vetta inaccessibile,
pur permanendo stabile come montagna, e pur rappresentando
l’elaborazione della domanda guida che è
il primo inizio della storia dell’essere, non
rimane come punto “troppo fermo” nello svolgersi
estatico-orizzontale di tale storia? Il fatto che il
pensiero debba attraversare tali catene montuose seguendo
la radicalizzazione della domanda guida, per penetrare
la velatezza delle sue vette, di certo implica la sua
importanza, per lo stesso svolgersi del pensiero appartenente
alla storia dell’essere. Allo stesso tempo, però,
sottolinea il fatto che la domanda guida non indica
la radicale interrogazione sul fondamento, e che pur
permanendo perché indissociabile dalla domanda
fondamentale, essa rischia di incarnare il mero ruolo
di epifenomeno storico, di una domanda radicale obliata,
o sottaciuta, durante lo svolgimento di buona parte
della storia della filosofia. Questa la problematica
che sembra rimanere al fondo, ma che invita di sicuro
il pensiero metafisico a riprendere, approfondendo,
la riflessione sulla propria fondatezza e validità.
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