Il volume La metafisica nel pensiero di Heidegger (UUP,
Roma 2004) raccoglie la relazione tenuta da Friedrich-Wilhelm
von Herrmann presso la Facoltà di Filosofia della Pontificia
Università Lateranense nell’ambito del primo colloquio
filosofico dedicato al tema “Ritorno alla Metafisica e Pensiero
Post-moderno”, nonché il dibattito a essa seguito,
rispettivamente nei giorni 6 e 7 marzo 2003. Come precisa
il curatore del volume, Aniceto Molinaro, l’intervento del
prof. von Herrmann va a inserirsi nell’ambito di una ricerca
che ha l’intento di confrontarsi con i rappresentanti più
significativi di quel pensiero che si va definendo come “post-metafisico”,
al fine di comprendere lo spirito che muove e alimenta tali posizioni
e quindi il rifiuto della metafisica. Allo stesso tempo tale indagine
va a imporre alla metafisica stessa il compito di una profonda
riflessione su se stessa, soprattutto «il compito di sottoporre
se stessa allo stimolo, che proviene dalla sollecitazione rappresentata
da queste ragioni o dallo spirito, che le sottende» (p.
5). Rilevando che è nella stessa storia della metafisica
che essa si va affermando positivamente solo in virtù del
superamento della sua negazione, Molinaro può facilmente
affermare che «in assenza di questo superamento essa scade
a semplice opinione tra le tante, incapace di stare su se stessa
e di mostrare, imponendosi epistemicamente, la sua verità.
In questo senso la sua storia è costantemente la storia
di questo superamento» (p. 6). A maggior ragione, allora,
questo momento di crisi si rivela, per la metafisica, come l’ultima
tappa del suo sforzo di confrontarsi con la sua negazione al fine
di individuare quale sia la concreta configurazione di tale negazione
onde verificare se tale negazione abbia davvero una configurazione
che le conferisca il carattere di contrapposizione insuperabile.
La metafisica è dunque, di nuovo, chiamata a indicare
la forma del superamento della sua negazione: «In questa
operazione, la cui portata è di estrema serietà
e si estende su un campo di vaste dimensioni, a noi sembra di
poter affermare che non è in gioco la metafisica: quello
che è in gioco è la consapevolezza della sua incisività,
della sua capacità di persuasione e di convincimento»
(p. 6). Per comprendere allora meglio la questione del superamento
della metafisica non si poteva non partire da Heidegger, «il
filosofo che nel secolo scorso ha dedicato tutta l’energia
del suo pensiero al problema della metafisica e che, con la sua
tesi del superamento della metafisica, ha aperto il campo a una
vasta proliferazione di interpretazioni accomunate dalla convinzione
che il significato di quella tesi comportasse il distacco, l’abbandono
e il congedo di ogni metafisica» (p. 7). E proprio
a partire dalla questione del congedo di ogni metafisica prende
l’avvio la relazione di von Herrmann, il quale da subito
si interroga sul valore della critica alla metafisica svolta da
Heidegger, in quanto, come lui stesso segnala, l’affermazione
“superamento della metafisica” è una delle
parole che caratterizzano il rapporto tra la riflessione heideggeriana
e il pensiero metafisico. Superamento, Verwindung (andar-oltre),
che secondo von Herrmann non è corretto considerare come
“un superare per abbandonare”. «È vero
che il pensiero di Heidegger si allontana dalla metafisica —
come una cosa da superare e, quindi, da respingere — su
entrambe le vie della elaborazione della domanda sull’essere:
sulla via dell’ontologia fondamentale e su quella della
storia dell’essere?» (p. 11). Secondo l’Autore,
la scelta del termine “superamento” è stata
per Heidegger una scelta infelice in quanto dà vita a un’interpretazione
fuorviante, distogliendo dal vero rapporto intrattenuto dal pensiero
ontologico fondamentale e da quello appartenente alla storia dell’essere
con il pensiero metafisico. Infatti il proprium del pensiero
di Heidegger non consisterebbe nell’abbandono della metafisica
tramite il suo superamento bensì «nella dedizione
entusiasta a essa e alla sua essenza intima». In tal senso,
con sottolinea lo stesso von Herrmann, «il pensiero ontologico-fondamentale
e quello appartenente alla storia dell’essere sarebbero
persino della stessa famiglia del pensiero che si chiama (esplicitamente)
“metafisica”» (p. 12).
La riflessione heideggeriana, sviluppatasi secondo le direttive
sia del pensiero ontologico-fondamentale sia di quello appartenente
alla storia dell’essere non potrebbe essere quello che è
senza una metafisica e le sue domande essenziali: secondo von
Herrmann da ciò risulta il fatto che essi starebbero «in
una essenziale coappartenenza con la metafisica» (pp. 12-13).
In questo caso, il superamento di cui parla Heidegger sarebbe
il «superamento della barriera interna, che ha impedito
alla metafisica di afferrare radicalmente la sua propria tendenza
interrogativa» (p. 13). A questo punto von Herrmann si pone
il problema che se riguardo al pensiero ontologico-fondamentale
è già ravvisabile una prossimità con la riflessione
metafisica dato che esso stesso si definisce come metafisica dell’esserci,
per quanto riguarda, invece, il pensiero appartenente alla storia
dell’essere questo sembra non darsi, in quanto tale pensiero
sembra trovare il suo compimento appunto nell’abbandono
di ogni impianto metafisico. A tale problema von Herrmann risponde
con un’altra domanda: «questa obiezione trova una
conferma nel compendio sistematico del pensiero appartenente alla
storia dell’essere, cioè nei Contributi alla filosofia
(Dell’evento)?» (p.13).
Scorrendo il paragrafo 93, intitolato Le grandi filosofie,
dei succitati Contributi alla filosofia [M. Heidegger,
Beiträge zur Philosophie (vom Ereignis), GA, vol.
65, cur. di F.-W. von Herrmann, V. Klostermann, Frankfurt a.M.,
2ª ed. riv. 1994, pp. 187s.], egli rilegge l’affermazione
che Heidegger fa a proposito dei grandi impianti metafisici elaborati
durante l’arco della storia della filosofia: «Sono
montagne che si ergono incontaminate e inaccessibili». Rifacendosi
al testo di Heidegger, von Herrmann continua affermando che se
fossimo giunti fino alla vetta di tali montagne, solo allora le
avremmo superate; eppure Heidegger stesso sottolinea che tali
vette non soltanto non sono state scalate fino ad ora ma sono
essenzialmente inaccessibili, quindi insuperabili. È qui,
a parere di v. Herrmann, che si può riscontrare da parte
di Heidegger un chiaro apprezzamento della metafisica «che
non potrebbe essere più alto». Seguendo il testo
di Heidegger, l’Autore mostra le affermazioni per le quali
la metafisica viene considerato come il punto più alto
della storia umana e allo stesso tempo il punto più profondo,
perché, come afferma lo studioso e interprete tedesco,
«formano il punto direzionale e l’orizzonte visivo
della storia umana» (p. 15). Tali vette possono essere interpretate
solo se l’interpretazione è in grado di svelare il
loro intimo, l’intimo delle grandi filosofie; in caso contrario,
permangono velate, «perdiamo il vero rapporto con la loro
grandezza intellettuale “se noi le abbiamo presumibilmente
ascese e scalate”, se le abbiamo — apparentemente
— sottomesse e domate». Sono pochi dunque coloro che
«attraverso il loro modo d’accesso, sono capaci di
sperimentare le grandi forme della metafisica nell’altezza
e profondità del suo pensiero». Ora, secondo Heidegger,
tali grandi filosofie incarnano le posizioni metafisiche fondamentali
nella storia della domanda guida: la domanda guida della storia
della metafisica è «che cos’è l’ente?»,
che cerca il «che cos’è» in quanto essere
dell’ente, «è la domanda metafisica sull’essere»,
dalla quale lo stesso Heidegger estrapola la domanda più
originaria “che cos’è l’essere stesso?”,
da lui definita come domanda fondamentale perché in essa
si fonda la domanda guida (p. 16).
A partire da questo punto, l’analisi di von Herrmann si
dispiega seguendole riflessioni compiute da Heidegger riguardo
il rapporto tra le “due domande”. In primis è
fondamentale per comprendere le grandi filosofie analizzare la
domanda guida nelle modalità in cui si dispiega, a partire
dalla domanda fondamentale sottaciuta, nelle grandi costruzioni
metafisiche. È quindi decisivo sperimentare la domanda
fondamentale «a partire dalla domanda guida, pienamente
dispiegata, di una posizione metafisica fondamentale, come quel
fondo in cui si fonda». In tale ottica, la posizione metafisica,
permane come «montagna tra montagne», stabile e che
non può essere definitivamente lasciata indietro (p. 17).
Oltre a questo passo, anche in altro paragrafi dei Contributi
alla filosofia, il 44 e il 34, è possibile individuare
altri apprezzamenti della metafisica: nel primo le figure della
metafisica vengono presentate come vette del pensiero tanto elevate
che respingono da loro tutto ciò che è ordinario
e ovvio; nell’altro viene affermato che il dispiegamento
della domanda fondamentale dà il fondamento per comprendere
in senso più originario l’insieme della storia della
domanda guida e non per respingerla in quanto cosa passata. Si
nota dunque, secondo von Herrmann, che la metafisica non va affatto
rifiutata bensì compresa nel suo senso più originario
e questo va considerato come una «singolare “riabilitazione
della metafisica” secondo la quale essa mantiene la sua
verità storica intoccabile». Rifacendosi poi al paragrafo
85, egli mostra come Heidegger vada delineando l’originaria
unità in cui si trovano l’inizio della storia dell’essere
inaugurato dalla domanda metafisica e quello inaugurato dalla
domanda sull’essere appartenente alla storia dell’essere
(p. 18). L’appartenersi nella comune origine mostra come
la metafisica abbia un valore irrefutabile: «Per il pensiero
appartenente alla storia dell’essere come pensiero trapassante,
che passa dalla domanda guida alla domanda fondamentale, “non
si tratta di un’opposizione alla metafisica […], ma
di un oltrepassamento della metafisica a partire dal suo fondamento».
È qui che, secondo von Herrmann, viene chiarito il senso
del termine “oltrepassamento”: si tratta dell’oltrepassamento
della domanda guida, quella riguardante l’essere dell’ente,
a partire dal suo proprio fondamento, che viene ricercato dalla
domanda fondamentale, quella che interroga a proposito dell’essenza
dell’essere. In tal modo, ribadisce von Herrmann, si nota
che «la domanda fondamentale è in debito verso la
domanda guida metafisica e che è la domanda fondamentale
che libera la metafisica per ciò che, ultimamente, ha sempre
inteso».
La domanda fondamentale non dovrebbe dunque mai lasciarsi alle
spalle la domanda guida, poiché suo compito è “oltrepassarla”
radicalizzandola o, per utilizzare la stessa affermazione di Heidegger,
«coglierla nella sua essenza e lasciarla agire, in quanto
cambiata, nella verità dell’essere». Fine della
metafisica non significa affatto, allora, che la filosofia abbia
chiuso i propri conti con la metafisica (p. 19). In un altro paragrafo,
il 92, von Herrmann rileva infine che Heidegger non considera
affatto opposti i due inizi, quello della domanda guida e quello
della domanda fondamentale, anzi! Egli afferma che il secondo
aiuta il primo «a ottenere la verità della sua storia
in una nuova originalità». Di fronte a quanto detto
von Herrmann afferma che il significato del “superamento”
viene — da quanto Heidegger ha scritto — liberato
da ogni tendenza anti-metafisica, ma sta anzi a indicare che solo
ora la metafisica diviene riconoscibile nella sua essenza (p.
20). Come già detto prima, von Herrmann rileva la prossimità
tra pensiero metafisico e ontologia fondamentale, in quanto, basandosi
quest’ultima sulla costituzione ontologica dell’esser-ci,
si va delineando come una metafisica dell’esser-ci, come
ricerca del suo fondamento. Pertanto, anche l’ontologia
fondamentale non fa che cercare la fondazione della metafisica,
scoprendo con la costituzione ontologica dell’esser-ci anche
il fondamento dell’ontologia e della metafisica dell’essere
dell’ente (p. 24). Mostrando alcune analogie e riferimenti
alla lettura che di Kant fa Heidegger, von Herrmann mostra come
l’ontologia fondamentale, delineandosi come metafisica dell’esser-ci
implica l’attuarsi dell’accadere metafisico «sempre
già in esercizio nell’esplicitezza tematica»
(p. 25). Così, egli può affermare che «la
rivelazione ontologico-fondamentale della costituzione ontologica
dell’esser-ci come trascendente e dotato di comprensione
dell’essere, cioè il rilevamento della meta-fisica
(trascendenza), che accade come esser-ci, è la risposta
più originaria di Heidegger alla domanda di Kant: come
è possibile una metafisica come disposizione naturale?»
(p. 26). Con la rinuncia al modo di vedere comune, caratteristica
del pensiero che pensa la storicità della verità
dell’essere, però, la differenza tra la domanda fondamentale
appartenente alla storia dell’essere e domanda guida metafisica
si fa sempre più evidente. Eppure, ribadisce von Herrmann,
«rimane l’inseparabile riferimento della domanda appartenente
alla storia dell’essere a quella metafisica». È
l’evento (Ereignis) a essere il fondamento per
la domanda metafisica sull’essere dell’ente, «un
fondamento che la metafisica non esperisce come il proprio fondamento,
che, però anche se non esperito, lascia sorgere da sé
la domanda sull’essere dell’ente». La metafisica
si delinea come il preludio dell’evento. Secondo von Herrmann
è nel definire la metafisica come “primo inizio”
che Heidegger mette in luce «la coappartenenza inscindibile
di metafisica e pensiero appartenente alla storia dell’essere»
(p. 29). Infatti sia il primo che l’altro inizio, sono entrambi
appartenenti all’unica storia onnicomprendente dell’essere,
«ciò che sottende la differenza dei due inizi e li
tiene insieme sin dal principio è l’unità
della storia dell’essere». La metafisica è,
sottolinea von Herrmann, il primo inizio nel quale è già
salvato l’altro inizio come possibilità storica,
secondo al primo solo per calcolo: «L’altro inizio
è l’altro solo nel rapporto con il primo inizio,
cosicché la metafisica appartiene alla tematica del pensiero
compresa nella storia dell’essere che, da parte sua, non
può staccarsi dalla metafisica» (p. 30).
Nell’ultima parte della sua relazione von Herrmann si interroga
riguardo la domanda su Dio. Secondo Heidegger, la metafisica pensa
l’enticità dell’ente (sarebbe a dire l’ente
come tale nella sua totalità) in due modi possibili: «La
totalità dell’ente come tale per quanto riguarda
le sue caratteristiche più generali e la totalità
dell’ente come tale per quanto riguarda l’Ente massimo
e divino». Questo sta a indicare che la domanda su Dio,
posta dalla metafisica, appartiene alla domanda guida metafisica.
Se però, come abbiamo visto, la domanda guida viene ripresa
a partire dalla domanda fondamentale, chiaramente vi dovrà
essere anche un mutamento per quanto riguarda la domanda sul divino
(p. 31). Il primo passo consiste nel mutamento stesso della domanda,
infatti mentre la domanda su Dio «cerca di comprendere Dio
nell’orizzonte della domanda guida metafisica appoggiandosi
all’enticità dell’ente di cui egli è
il sommo grado, la domanda fondamentale dell’ontologia fondamentale
e — come vedremo — della storia dell’essere
vede una differenza essenziale tra Dio e la verità dell’essere»
(p. 33). Il divino, va ora pensato solo a partire da se stesso
senza appoggiarsi all’essere dell’ente; il pensiero
deve rinunciare al dio come causa sui per essere più
vicino al Dio divino (p. 34). Il pensiero appartenente alla storia
dell’essere «si tiene aperto per l’apparire
del Dio divino e, pensando l’evento, prepara a lui lo spazio
d’apparizione». Ma tale Dio è altro rispetto
al dio finora considerato, anche rispetto a quello della tradizione
ebraica e cristiana, considerato ancora appartenente alla domanda
metafisica sull’essere (p. 35). Lo stesso von Herrmann però
solleva il dubbio che Heidegger trascuri la differenza tra rivelazione
divina e sua interpretazione filosofico-ontologica. Infatti, aprendosi
anche alla fatticità della rivelazione divina il Dio divino
sarebbe il Dio rivelato (p. 36). Concludendo il suo intervento,
von Herrmann giunge a affermare che «non abbiamo bisogno
di un pensiero post-metafisico, perché un tale modo di
parlare include l’allontanamento dalla metafisica, mentre
il pensiero appartenente alla storia dell’essere, come pensiero
dell’altro inizio, rimane nella sua essenza, riferito al
pensiero metafisico del primo inizio della domanda sull’essere»
e aggiunge che in ogni caso una “dedizione” alle grandi
forme della metafisica occidentale «si impone altamente
da sé» (p. 37), come ritorno alla «fonte inesauribile
della significatività della vita, sia nel campo dell’esperienza,
sia in quello del pensiero», da salvaguardare in quella
che von Herrmann definisce come «età del declino
nichilistico del senso» (p. 38).
La seconda parte del testo si compone degli interventi e delle
domande di altri professori (João Piedade, Pietro De Vitiis,
Leonardo V. Distaso, Gennaro Cicchese, Jeroen Buve, Gaspare Mura)
e delle relative risposte del prof. von Herrmann. Tra questi interventi
vale la pena di segnalare quello del prof. De Vitiis che propone
la lettura del rapporto tra domanda fondamentale e domanda guida
della metafisica alla luce non più solo dei Contributi
alla filosofia, bensì anche della conferenza Tempo ed Essere
riportando l’attenzione sull’affermazione heideggeriana
di abbandonare la metafisica a se stessa. Lo stesso De Vitiis
sottolinea anche come nella Lettera sull’umanismo
Heidegger mostri nei confronti della rivelazione divina un altro
atteggiamento fondato sul rispetto per i limiti del pensiero,
che implica il pensare l’essenza del sacro a partire dalla
verità dell’essere (pp. 49-58). Illuminante anche
l’ultimo intervento, del prof. Mura, riguardo la possibile
influenza del paradigma biblico della Parola sulla concezione
dell’essere sviluppata da Heidegger, secondo quella che
potrebbe essere definita come uno stretto legame tra linguaggio
e essere, «fino a identificare l’Essere con il Dire
originario (…), in analogia al Logos della rivelazione giovannea»
(pp. 73-77). A tutte le domande, il prof. von Herrmann risponde
in maniera soddisfacente, riportando le questioni a quanto già
esplicitato nella sua relazione. Sicuramente, come afferma anche
il Molinaro nella presentazione, questa interpretazione rappresenta
un’indiscutibile novità nel panorama delle esegesi
del pensiero di Heidegger, aprendo nuove vie per la comprensione
del pensiero di questo importante filosofo. Eppure, un dubbio
credo permanga non sciolto, in conclusione della profonda analisi
portata a termine dal prof. von Herrmann: nell’ambito della
ri-valutazione della metafisica effettuata da Heidegger nei testi
a noi presentati, davvero il pensiero metafisico ne esce valorizzato?
O piuttosto esso, pur mantenendo il proprio carattere di vetta
inaccessibile, pur permanendo stabile come montagna, e pur rappresentando
l’elaborazione della domanda guida che è il primo
inizio della storia dell’essere, non rimane come punto “troppo
fermo” nello svolgersi estatico-orizzontale di tale storia?
Il fatto che il pensiero debba attraversare tali catene montuose
seguendo la radicalizzazione della domanda guida, per penetrare
la velatezza delle sue vette, di certo implica la sua importanza,
per lo stesso svolgersi del pensiero appartenente alla storia
dell’essere. Allo stesso tempo però sottolinea il
fatto che la domanda guida non indica la radicale interrogazione
sul fondamento, e che pur permanendo perché indissociabile
dalla domanda fondamentale, essa rischia di incarnare il mero
ruolo di epifenomeno storico, di una domanda radicale obliata,
o sottaciuta, durante lo svolgimento di buona parte della storia
della filosofia. Questa la problematica che sembra rimanere al
fondo, ma che invita di sicuro il pensiero metafisico a riprendere,
approfondendo, la riflessione sulla propria fondatezza e validità.