Sotto questo titolo sono raccolti nove scritti piuttosto diversi
e di carattere in senso lato “pedagogico” del celebre
filosofo Franz Rosenzweig (1886-1929). Dalle pagine di questo
libro non traspare lo spessore filosofico-teoretico del pensiero
dell’autore ma, non per questo, il volume risulta meno interessante,
soprattutto se opportunamente collocato nel contesto dell’opera
nel suo insieme. Per capire come i testi qui tradotti possano
appartenere al medesimo autore della Stella della redenzione
è necessario tornare alla nota lettera a Friedrich
Meinecke del 1920. In quell’occasione — cercando di
giustificare presso il vecchio maestro la scelta di non proseguire
la promettente carriera accademica brillantemente intrapresa —
Rosenzweig scrive: «Semplicemente, la scienza non possiede
più, per me, il significato centrale. La piccola, spesso
piccolissima esigenza del quotidiano, il dibattersi, così
logorante e insignificante e pur necessario, con uomini e situazioni,
questo, non più scrivere libri, è divenuto per me
il contenuto proprio della vita. Il conoscere, per me, non è
più fine a se stesso. È diventato un servizio. Un
servizio all’uomo. La curiosità scientifica e l’avidità
estetica oggi non mi soddisfano più. Ormai interrogo soltanto
dove vengo interrogato. Interrogato dall’uomo, non dagli
studiosi, non dalla scienza». Da allora infatti Rosenzweig
dedica una parte significativa della propria vita all’insegnamento
e al confronto, soprattutto nell’ambito del Freies Jüdisches
Lehrhaus di Francoforte, da lui voluto e fondato.
Il presente volume ha dunque il merito di rendere noto al pubblico
italiano un aspetto rilevante di un autore noto finora come traduttore
(soprattutto della Bibbia, insieme a Martin Buber), storico e
filosofo, non certo come educatore e insegnante. Prima di entrare
nel merito dei testi qui presentati è bene precisare che
la cura di Giancarla Sola mostra alcuni limiti: il saggio introduttivo
infatti è strutturato in modo piuttosto generico e a tratti
confuso ma, soprattutto, riporta parecchie imprecisioni e qualche
errore. A parte questo, l’intento della selezione di testi
qui raccolti è quello di evidenziare, fin dal titolo, la
peculiare concezione rosenzweighiana di Bildung. Si tratta
di un ideale di alto profilo; nato, certo, dallo spirito tedesco
ma adottato con entusiasmo forse maggiore dal mondo ebraico dell’emancipazione.
Così il filosofo definisce la Bildung: «È
forza d’agire, è capacità di capire, non è
mai la sostanza stessa, ma sempre sopra alla sostanza, sempre
personale, sempre l’uomo stesso, mai meramente da esso "avuta".
Non è mai un sapere di cose, è ovunque "senso"
per esse. Ma, essendo ciò, agisce e appunto ciò
che essa fa è sempre quello che essa proprio non è:
appunto perché rimane sopra la sostanza, essa riesce a
farla propria. Questo, però, questa vera prova di sé
della Bildung, pertiene alla vita; alla scuola spetta soltanto
la preoccupazione della Bildung stessa» (p. 186).
L’altro elemento, tutt’altro che scontato, che viene
messo in luce fin dal titolo del volume è il rapporto della
filosofia con la vita. L’avversione di Rosenzweig per la
Lebensphilosophie è nota e dichiarata; qui si
tratta — come emerge chiaramente anche dalla lettera a Meinecke
— della necessità di vivere e filosofare insieme.
Non vi è alcun rifiuto della filosofia in questa immersione
nella vita e, in proposito, «la tendenza è antimistica,
non antintellettualistica», precisa Rosenzweig all’amico
Hans Ehrenberg. L’ebraismo, poi, rappresenta l’ambito
privilegiato e il destinatario principale dello sforzo filosofico
e formativo di Rosenzweig. La preoccupazione di fondo è
infatti quella dell’educazione dell’uomo ebreo, della
formazione di un adulto credente, sapiente e responsabile: verso
di sé, i suoi, la comunità, il mondo, e Dio. La
raccolta dunque si apre con una riflessione su L’uomo
ebreo nell’epoca dell’emancipazione e sulle sue conseguenze:
innanzitutto l’assimilazione e la dispersione della comunità
ebraica, precedentemente raccolta nel suo spazio angusto ma vitale:
il ghetto. Rosenzweig si pone il problema dell’ingresso,
recente, dell’ebreo nel mondo esterno, definendo le tre
questioni cui è chiamato a dare risposta: «1) ti
inserisci nell’ordinamento che trovi oppure devi sconvolgerlo
per trovarvi posto? 2) mantieni fedeltà alla tua provenienza
oppure vuoi rinnegarla? 3) pensi di poter ingegnarti qua e là
con la complessità dello spirito, oppure vuoi prendere
la vita semplicemente così com’essa è?»
(p. 55ss.). Nella risposta a tali questioni l’uomo ebreo
non può prescindere dalle proprie origini, pur rinnegate.
Così, si evidenzia quella struttura di complessità
irriducibile — a tratti decisamente contraddittoria —
dell’animo ebraico che per es. quanto alla prospettiva politico-sociale,
è definito da Rosenzweig «aristocratico e rivoluzionario»,
erede cioè della tradizione monarchica e profetica della
Bibbia. Affascina questa comprensione dell’uomo ebreo come
intimamente contraddittorio, comprensione che affonda le proprie
radici nella fede del popolo d’Israele e che non può
essere superata, pena la sopravvivenza dell’identità
ebraica stessa: «Qui la fede e il dubbio sono suddivise
tra due persone e perciò il dubbio è diventato solamente
distruttivo (Heine, Börne) e la fede solamente cieca: quello
è diventato scherno, questa ottusità. E se questi
due tipi dovessero continuare a vivere nella loro separatezza,
allora sarebbe veramente finis judaeae» (p. 67).
La preoccupazione per il rilancio della vita ebraica si esprime
in una cura e in una visione “pastorali” nelle lettere
a Eduard Strauss (Bildung e nessuna fine, pp. 97-113)
e a Hermann Cohen (È tempo…, pp. 115-147).
In quest’ultima, Rosenzweig sottopone al maestro la propria
proposta organizzativa e i programmi dettagliati per la formazione
ebraica delle giovani generazioni, tenendo conto, da un lato delle
diverse opportunità e correnti presenti nel mondo ebraico
tedesco, dall’altro degli spazi offerti dalla scuola pubblica
tedesca (emergono qui, tra l’altro, elementi di forte attualità
per il recente dibattito italiano circa il rapporto tra formazione
e istituti pubblici e privati). La prospettiva, sistematicamente
strutturata a partire dai primi anni di scuola, si compie in un
ambizioso disegno di rinnovamento degli studi di “scienza
dell’ebraismo”, esigenza presente anche in La
scienza e la vita (pp. 153-161). Rosenzweig sostiene fortemente
la necessità di una “teologia ebraica” che
sia scientifica e che possa confrontarsi alla pari con quella
cristiana. Si tratta di dare forza e consapevolezza scientifiche
all’identità e alla fede ebraiche, raccogliendo le
menti migliori al fine di inaugurare una scuola in grado di produrre
un vasto pubblico colto e una più ristretta, ma vitale,
cerchia di ricercatori. Questo senza peraltro venire meno a un’idea
di ampio respiro di Bildung in cui la ricerca scientifica
non sia mai idolatricamente fine a se stessa, ma che sia «infinitamente
di più di tutte quelle danze di Baal davanti alle immagini
degli idoli della perfezione, della compiutezza, dell’esattezza»
(p. 154). Nei brevi scritti a proposito del già citato
Freies Jüdisches Lehrhaus Rosenzweig declina ulteriormente
la propria feconda concezione di Bildung, affermando
che «il compito è liberare la forza docente in coloro
che si ritengono soltanto allievi» (p. 149).
Una panoramica globale e non più soltanto ebraica è
invece quella dello scritto Volksschule e Reichsschule
(pp. 171-226). Qui Rosenzweig si propone di ridisegnare l’intero
percorso di formazione scolastica statale tedesca. La prospettiva
è ancora una volta quella dell’educazione, della
formazione ad ampio respiro, piuttosto che di un’istruzione
focalizzata sui contenuti. Quella della forma è infatti
una scommessa promettente, quella dei contenuti è persa
in partenza: «Lo spirito rimane quello giusto; è
anche l’unico che dà dei risultati. La brutale educazione
utilitaria non raggiunge mai i propri scopi. Nel migliore dei
casi, essa ammaestra solamente per questo o quel compito e lascia
tanto più il suo allievo in balia di tutti gli altri; la
vita, però, che rimane pur sempre futuro anche per l’educatore
utilitario, ha la sfrontata capacità di non lasciarsi prevedere
ed esaminerà lo scolaro, con la massima probabilità,
proprio nelle materie che "non ha avuto"» (p.
175).
Dopo aver affrontato brevemente i livelli della scuola di base,
Rosenzweig propone un curriculum di studi molto dettagliato
per le scuole superiori. Largo spazio è dato alla linguistica.
Con essa l’autore intende uno studio comparato e molto esteso
delle lingue antiche e moderne, dei loro ceppi e delle relative
evoluzioni. Si tratta della necessità di impadronirsi della
«essenza della lingua» (p. 188), ovvero delle sue
strutture profonde, di quegli strumenti etimologici e glottologici
che consentono all’allievo non certo la padronanza effettiva
di una qualche lingua straniera, ma la capacità di affrontare
agilmente lo studio di una qualunque di esse. Il secondo gruppo
di materie preso in considerazione è quello scientifico.
Emblematico, in proposito, è il giudizio espresso sull’insegnamento
della matematica (è forse bene ricordare che Rosenzweig,
come tanti suoi coetanei ebrei, aveva intrapreso gli studi scientifici
di base della facoltà di medicina): «La matematica
è una materia senza valore formativo (Bildungswert)»
(p. 200). L’idea, in netto contrasto con una tradizione
che risale fino a Platone, è giustificata dal fatto che
«bisogna esercitarsi di meno e capire di più»
(ivi). Anche in ambito scientifico naturale dunque non contano
tanto le conoscenze tecniche e le relative abilità, quanto
piuttosto la comprensione profonda e interiorizzata delle leggi
fondamentali. Il terzo pilastro della Bildung rosenzweighiana
è, hegelianamente, quello storico. Di notevole interesse
— e, è bene osservare, in anticipo sui tempi! —
è una concezione della storia non nozionistica e celebrativa,
ma ampia e comprensiva che sembra preludere a quella francese
della scuola degli Annales, che si sarebbe affermata
da li a poco. «L’insegnamento della storia —
scrive Rosenzweig — abbraccerà anche questioni storico-agrarie,
storico-industriali, perfino storico-finanziarie e tenterà
di fornire i mezzi teorici generali indispensabili per la comprensione
di tali questioni» (p. 206). La proposta programmatica si
conclude concentrandosi sull’importanza di esperienze di
lavoro professionale al di fuori della scuola (lo stage) e, soprattutto,
sul ruolo dell’insegnante: «Scuola e scolari hanno
bisogno dell’insegnante che abbia tempo libero: che eserciti
il suo passatempo, che abbia la sua serata per il quartetto, che
coltivi la sua letteratura scientifica come fosse uno studente
più anziano, che lavori altresì per riviste, che
vada di pomeriggio un’oretta o due al café, che vi
legga i giornali e che chiacchieri col regista di teatro o col
critico del quotidiano… e non il burbero pedante che, stanco
da innumerevoli ore, corregga ancora fino a mezzanotte "saggi"
o "improvvisazioni". Questo nuovo docente ginnasiale
(…) rafforzerà quel ceto, in termini borghesi più
decente e più soddisfatto, ma pur sempre Bohème,
che compone nelle nostre città il corpo docente delle università
e delle accademie artistiche. Infatti, la scuola si coordinerà
a quelle istituzioni e dopo più di mezzo secolo di degenerazione,
(…) sarà nuovamente quello che non avrebbe dovuto
cessare mai di essere: luogo di Bildung» (p. 226).
Una menzione a parte merita infine il breve scritto Credere
e sapere (pp. 75-96), una vera e propria perla. Si tratta
di un ciclo di lezioni redatto nel 1920 a Kassel, città
natale di Rosenzweig. Secondo l’orientamento generale già
ampiamente descritto il tema viene affrontato al di fuori di ogni
possibile restrizione disciplinare o anche religiosa: «Invece
di filosofia della religione, credere e sapere. (Nauseanti sia
"religione" sia "filosofia" perché
di qualcosa che riguarda tutti, appunto credere e sapere, ne fanno
una "faccenda privata" o, meglio, una "disciplina
specialistica"). Infatti, l’uomo vive di entrambe le
cose e ogni uomo. Ognuno crede e ognuno sa che "il giusto
vivrà per la sua fede" e il sapere (Wissen)
e la coscienza (Gewissen) di Fichte. La vita consiste
di queste due metà, di essere desti e dormire… si
può fare troppo entrambe le cose, ed è certo più
facile destarsi a morte che sopirsi a morte» (p. 75). Dopo
aver presentato, fin dall’apertura, il tema dell’inseparabilità
nell’uomo delle due dimensioni — ma anche il pericolo
prevalente — Rosenzweig ne analizza la vivente relazione.
La fede è dono, ha dunque qualcosa di inaccessibile muovendo
dal sapere, mentre invece è possibile il percorso inverso:
«A partire dal credere è afferrabile il sapere: per
es. la legge di natura a partire dal miracolo della creazione»
(p. 76). Il sapere viene presentato dal filosofo come l’elemento
eminentemente critico dell’uomo: il sapere, di per sé,
dubita. Per questo la fede gli può dare la materia di cui
dubitare, se non proprio una qualche fiduciosa certezza. Il sapere
consuma, erode astrattamente i suoi oggetti; il credere, invece,
realizza il sapere, lo rende reale, gli fornisce elementi di concretezza.
Insieme, credere e sapere coprono ogni cosa, dal fondamento al
compimento: «La verità della fine, quella spiegabile,
presuppone la verità dell’inizio, quella inspiegabile;
la compiutezza del sapere presuppone l'In principio della fede.
La fine è spiegabile solamente perché l’inizio
è inspiegabile» (p. 80). Dopo quest’illuminazione
teoretica della questione, Rosenzweig ne declina alcuni aspetti,
quali il sapere scientifico e quello storico, politico e sociale,
etico e artistico. Partendo da una concezione del rapporto uomo-donna
nel matrimonio come base del tessuto sociale e civile, il pensiero
utopico del filosofo ebreo si manifesta nella fedeltà e
nell’attaccamento alla vita reale, al luogo dato piuttosto
che al non-luogo che dovrebbe darsi.
«Dove si trova allora il rimedio per la civiltà
malata? Non nell’utopia negatrice (essa stessa è
solamente un sintomo della situazione malata; Rousseau, Tolstoj,
il bolscevismo sono dottori, se non addirittura ciarlatani, che
sono chiamati al letto del moribondo, ma che non sono essi stessi
il processo di guarigione). Bensì l’utopia realizzatrice,
auto-realizzatrice. L’utopia che sa che il suo "in
nessun luogo" non sta da qualche parte, ma… qui. (…)
Non il fatto che gli ebrei sperino nel Messia, bensì che
lo attendano (cioè conducano una vita di speranza), questo
rende il loro "messianismo" più di un ismo, questo
lo rende un credere, un vivere» (p. 86). In questo contesto
Rosenzweig reinterpreta alla radice la libera azione dell’uomo:
essa non attinge la propria giustizia, dignità e efficacia
da una virtualità arbitraria, ipotetica e astratta, ma
dalla concretezza vincolante di relazioni personali con l’altro,
e con Dio. Analogamente alla relazione coniugale, «l’azione
non è l’opera di una 'libertà', di una moralità
e di simili famosi e non ancora veduti animali fiabeschi di una
mitologia neopagana, bensì l’adempimento di una preghiera.
(…) Non c’è una preghiera più completa
di questa: nessuna parola formulata può dire di più
di quanto dice questa muta speranza che non è estranea
a nessuno. (…) Nel mezzo c’è l’abbandono
connesso al desiderio. Ma alla fine c’è l’adempimento»
(p. 91).
L’ultima provocazione è quella della forma. Qui
Rosenzweig ribadisce la sua nota avversione per forme astratte
dalla vita reale, siano esse spirituali, intellettuali, etiche
o artistiche. Il mondo della pura contemplazione o dei cosiddetti
"ideali" è il luogo ideale della facile fuga
dal reale, non-luogo del sottrarsi dell’uomo alla sua propria
responsabilità. «La differenza del regno dei cieli
rispetto agli “ideali” è appunto che esso non
sta di fronte alla vita, bensì dalla parte della vita e
soltanto perciò esso sembra così meno lindamente
lavato degli ideali sempre puliti perché mai venuti in
contatto con la vita. [Il regno dei cieli] possiamo ancora riconoscerlo
benissimo nella vita e tuttavia rimane nostro compito di rivitalizzarlo
continuamente. Come? Vivendo. E rimane sempre compito di Dio produrlo
(come? donandoci la vita), del Dio che non si lega ad alcuna forma,
neppure alla propria» (p. 96).