Su Ebraismo, Bildung
e filosofia della vita
di Franz Rosenzweig
di Claudio
Belloni
Sotto
questo titolo sono raccolti nove scritti piuttosto diversi
e di carattere in senso lato “pedagogico”
del celebre filosofo Franz Rosenzweig (1886-1929). Non
traspare, dalle pagine di questo libro, lo spessore
filosofico-teoretico del pensiero dell’autore,
ma, non per questo, il volume risulta meno interessante,
soprattutto se opportunamente collocato nel contesto
dell’opera nel suo insieme. Per capire come i
testi qui tradotti possano appartenere al medesimo autore
della Stella della redenzione, è necessario riandare
alla celebre lettera a Friedrich Meinecke del 1920.
In quell’occasione – cercando di giustificare
presso il vecchio maestro la scelta di non proseguire
la promettente carriera accademica brillantemente intrapresa
– Rosenzweig scrive: "Semplicemente, la scienza
non possiede più, per me, il significato centrale.
La piccola, spesso piccolissima esigenza del quotidiano,
il dibattersi, così logorante e insignificante
e pur necessario, con uomini e situazioni, questo, non
più scrivere libri, è divenuto per me
il contenuto proprio della vita. Il conoscere, per me,
non è più fine a se stesso. È diventato
un servizio. Un servizio all’uomo. La curiosità
scientifica e l’avidità estetica oggi non
mi soddisfano più. Ormai interrogo soltanto dove
vengo interrogato. Interrogato dall’uomo, non
dagli studiosi, non dalla scienza". Da allora,
infatti, Rosenzweig dedica una parte significativa della
propria vita all’insegnamento e al confronto,
soprattutto nell’ambito del Freies Jüdisches
Lehrhaus di Francoforte, da lui voluto e fondato.
Il presente volume, dunque, ha il
merito di rendere noto al pubblico italiano un aspetto
rilevante di un autore noto finora come traduttore (soprattutto
della Bibbia, insieme a Martin Buber), storico e filosofo,
non certo come educatore e insegnante. Prima di entrare
nel merito dei testi qui presentati, è bene precisare
che la cura di Giancarla Sola mostra alcuni limiti:
il saggio introduttivo, infatti, è strutturato
in modo piuttosto generico e a tratti confuso, ma, soprattutto,
riporta parecchie imprecisioni e qualche errore. A parte
questo, l’intento della selezione di testi qui
raccolti è quello di evidenziare, fin dal titolo,
la peculiare concezione rosenzweighiana di Bildung.
Si tratta di un ideale di alto profilo; nato, certo,
dallo spirito tedesco, ma adottato con entusiasmo forse
maggiore dal mondo ebraico dell’emancipazione.
Così il filosofo definisce la Bildung: "È
forza d’agire, è capacità di capire,
non è mai la sostanza stessa, ma sempre sopra
alla sostanza, sempre personale, sempre l’uomo
stesso, mai meramente da esso 'avuta'. Non è
mai un sapere di cose, è ovunque 'senso' per
esse. Ma, essendo ciò, agisce e appunto ciò
che essa fa è sempre quello che essa proprio
non è: appunto perché rimane sopra la
sostanza, essa riesce a farla propria. Questo, però,
questa vera prova di sé della Bildung, pertiene
alla vita; alla scuola spetta soltanto la preoccupazione
della Bildung stessa" (p. 186).
L’altro elemento tutt’altro
che scontato che viene messo in luce fin dal titolo
del volume è il rapporto della filosofia con
la vita. L’avversione di Rosenzweig per la Lebensphilosophie
è nota e dichiarata; qui si tratta – come
emerge chiaramente anche dalla lettera a Meinecke –
della necessità di vivere e filosofare insieme.
Non vi è alcun rifiuto della filosofia in questa
immersione nella vita e, in proposito, «la tendenza
è antimistica, non antintellettualistica»,
precisa Rosenzweig all’amico Hans Ehrenberg. L’ebraismo,
poi, rappresenta l’ambito privilegiato ed il destinatario
principale dello sforzo filosofico e formativo di Rosenzweig.
La preoccupazione di fondo è infatti quella dell’educazione
dell’uomo ebreo, della formazione di un adulto
credente, sapiente e responsabile: verso di sé,
i suoi, la comunità, il mondo, e Dio. La raccolta,
dunque, si apre con una riflessione su L’uomo
ebreo nell’epoca dell’emancipazione e sulle
sue conseguenze: innanzitutto l’assimilazione
e la dispersione della comunità ebraica, precedentemente
raccolta nel suo spazio angusto, ma vitale: il ghetto.
Rosenzweig si pone il problema dell’ingresso,
recente, dell’ebreo nel mondo esterno, definendo
le tre questioni cui è chiamato a dare risposta:
"1) ti inserisci nell’ordinamento che trovi
oppure devi sconvolgerlo per trovarvi posto? 2) mantieni
fedeltà alla tua provenienza oppure vuoi rinnegarla?
3) pensi di poter ingegnarti qua e là con la
complessità dello spirito, oppure vuoi prendere
la vita semplicemente così com’essa è?"
(pp. 55s.). Nella risposta a tali questioni l’uomo
ebreo non può prescindere dalle proprie origini,
pur rinnegate. Così, si evidenzia quella struttura
di complessità irriducibile – a tratti
decisamente contraddittoria – dell’animo
ebraico che, per esempio, quanto alla prospettiva politico-sociale,
è definito da Rosenzweig “aristocratico
e rivoluzionario”, erede, cioè, della tradizione
monarchica e profetica della Bibbia. Affascina questa
comprensione dell’uomo ebreo come intimamente
contraddittorio, comprensione che affonda le proprie
radici nella fede del popolo d’Israele e che non
può essere superata, pena la sopravvivenza dell’identità
ebraica stessa: "qui la fede e il dubbio sono suddivise
tra due persone e perciò il dubbio è diventato
solamente distruttivo (Heine, Börne) e la fede
solamente cieca: quello è diventato scherno,
questa ottusità. E se questi due tipi dovessero
continuare a vivere nella loro separatezza, allora sarebbe
veramente finis judaeae" (p. 67).
La preoccupazione per il rilancio
della vita ebraica si esprime in una cura e in una visione
“pastorali” nelle lettere a Eduard Strauss
(Bildung e nessuna fine, pp. 97-113) e a Hermann Cohen
(È tempo…, pp. 115-147). In quest’ultima,
Rosenzweig sottopone al maestro la propria proposta
organizzativa e i programmi dettagliati per la formazione
ebraica delle giovani generazioni, tenendo conto, da
un lato delle diverse opportunità e correnti
presenti nel mondo ebraico tedesco, dall’altro
degli spazi offerti dalla scuola pubblica tedesca (emergono
qui – tra l’altro – elementi di forte
attualità per il recente dibattito italiano circa
il rapporto tra formazione e istituti pubblici e privati).
La prospettiva, sistematicamente strutturata a partire
dai primi anni di scuola, si compie in un ambizioso
disegno di rinnovamento degli studi di “scienza
dell’ebraismo”, esigenza presente anche
in La scienza e la vita (pp. 153-161). Rosenzweig sostiene
fortemente la necessità di una “teologia
ebraica” che sia scientifica e che possa confrontarsi
alla pari con quella cristiana. Si tratta di dare forza
e consapevolezza scientifiche all’identità
e alla fede ebraiche, raccogliendo le menti migliori
al fine di inaugurare una scuola in grado di produrre
un vasto pubblico colto e una più ristretta,
ma vitale, cerchia di ricercatori. Questo senza peraltro
venire meno a un’idea di ampio respiro di Bildung
in cui la ricerca scientifica non sia mai idolatricamente
fine a sé stessa, ma che sia "infinitamente
di più di tutte quelle danze di Baal davanti
alle immagini degli idoli della perfezione, della compiutezza,
dell’esattezza" (p. 154). Nei brevi scritti
a proposito del già citato Freies Jüdisches
Lehrhaus Rosenzweig declina ulteriormente la propria
feconda concezione di Bildung, affermando che "il
compito è liberare la forza docente in coloro
che si ritengono soltanto allievi" (p. 149).
Una panoramica globale e non più
soltanto ebraica è invece quella dello scritto
Volksschule e Reichsschule (pp. 171-226). Qui Rosenzweig
si propone di ridisegnare l’intero percorso di
formazione scolastica statale tedesca. La prospettiva
è ancora una volta quella dell’educazione,
della formazione ad ampio respiro, piuttosto che di
un’istruzione focalizzata sui contenuti. Quella
della forma, infatti, è una scommessa promettente,
quella dei contenuti è persa in partenza: "Lo
spirito rimane quello giusto; è anche l’unico
che dà dei risultati. La brutale educazione utilitaria
non raggiunge mai i propri scopi. Nel migliore dei casi,
essa ammaestra solamente per questo o quel compito e
lascia tanto più il suo allievo in balia di tutti
gli altri; la vita, però, che rimane pur sempre
futuro anche per l’educatore utilitario, ha la
sfrontata capacità di non lasciarsi prevedere
ed esaminerà lo scolaro, con la massima probabilità,
proprio nelle materie che 'non ha avuto'" (p. 175).
Dopo aver affrontato brevemente i
livelli della scuola di base, Rosenzweig propone un
curriculum di studi molto dettagliato per le scuole
superiori. Largo spazio è dato alla linguistica.
Con essa l’autore intende uno studio comparato
e molto esteso delle lingue antiche e moderne, dei loro
ceppi e delle relative evoluzioni. Si tratta della necessità
di impadronirsi della "essenza della lingua"
(p. 188), ovvero delle sue strutture profonde, di quegli
strumenti etimologici e glottologici che consentono
all’allievo non certo la padronanza effettiva
di una qualche lingua straniera, ma la capacità
di affrontare agilmente lo studio di una qualunque di
esse. Il secondo gruppo di materie preso in considerazione
è quello scientifico. Emblematico, in proposito,
è il giudizio espresso sull’insegnamento
della matematica (è forse bene ricordare che
Rosenzweig, come tanti suoi coetanei ebrei, aveva intrapreso
gli studi scientifici di base della facoltà di
medicina): "La matematica è una materia
senza valore formativo (Bildungswert)" (p. 200).
L’idea, in netto contrasto con una tradizione
che risale fino a Platone, è giustificata dal
fatto che "bisogna esercitarsi di meno e capire
di più" (ivi). Anche in ambito scientifico
naturale, dunque, non contano tanto le conoscenze tecniche
e le relative abilità, quanto piuttosto la comprensione
profonda e interiorizzata delle leggi fondamentali.
Il terzo pilastro della Bildung rosenzweighiana è,
hegelianamente, quello storico. Di notevole interesse
– e, è bene osservare, in anticipo sui
tempi – è una concezione della storia non
nozionistica e celebrativa, ma ampia e comprensiva che
sembra preludere a quella francese della scuola degli
Annales, che si sarebbe affermata da li a poco. "L’insegnamento
della storia – scrive Rosenzweig – abbraccerà
anche questioni storico-agrarie, storico-industriali,
perfino storico-finanziarie e tenterà di fornire
i mezzi teorici generali indispensabili per la comprensione
di tali questioni" (p. 206). La proposta programmatica
si conclude concentrandosi sull’importanza di
esperienze di lavoro professionale al di fuori della
scuola (lo stage) e, soprattutto, sul ruolo dell’insegnante:
"Scuola e scolari hanno bisogno dell’insegnante
che abbia tempo libero: che eserciti il suo passatempo,
che abbia la sua serata per il quartetto, che coltivi
la sua letteratura scientifica come fosse uno studente
più anziano, che lavori altresì per riviste,
che vada di pomeriggio un’oretta o due al café,
che vi legga i giornali e che chiacchieri col regista
di teatro o col critico del quotidiano… e non
il burbero pedante che, stanco da innumerevoli ore,
corregga ancora fino a mezzanotte 'saggi' o 'improvvisazioni'.
Questo nuovo docente ginnasiale (…) rafforzerà
quel ceto, in termini borghesi più decente e
più soddisfatto, ma pur sempre Bohème,
che compone nelle nostre città il corpo docente
delle università e delle accademie artistiche.
Infatti, la scuola si coordinerà a quelle istituzioni
e dopo più di mezzo secolo di degenerazione,
(…) sarà nuovamente quello che non avrebbe
dovuto cessare mai di essere: luogo di Bildung"
(p. 226).
Una menzione a parte merita, infine,
il breve scritto Credere e sapere (pp. 75-96), una vera
e propria perla. Si tratta di un ciclo di lezioni redatto
a Kassel, città natale di Rosenzweig, nel 1920.
Il tema, secondo l’orientamento generale già
ampiamente descritto, viene affrontato al di fuori di
ogni possibile restrizione disciplinare o anche religiosa:
"Invece di filosofia della religione, credere e
sapere. (Nauseanti sia 'religione' sia 'filosofia' perché
di qualcosa che riguarda tutti, appunto credere e sapere,
ne fanno una 'faccenda privata' o, meglio, una 'disciplina
specialistica'.) Infatti, l’uomo vive di entrambe
le cose ed ogni uomo. Ognuno crede e ognuno sa che "il
giusto vivrà per la sua fede" ed il sapere
(Wissen) e la coscienza (Gewissen) di Fichte. La vita
consiste di queste due metà, di essere desti
e dormire… si può fare troppo entrambe
le cose, ed è certo più facile destarsi
a morte che sopirsi a morte" (p. 75). Dopo aver
presentato, fin dall’apertura, il tema dell’inseparabilità
nell’uomo delle due dimensioni – ma, anche,
il pericolo prevalente – Rosenzweig ne analizza
la vivente relazione. La fede è dono, dunque
ha qualcosa di inaccessibile muovendo dal sapere, mentre
invece è possibile il percorso inverso: "A
partire dal credere è afferrabile il sapere:
per esempio, la legge di natura a partire dal miracolo
della creazione" (p. 76). Il sapere viene presentato
dal filosofo come l’elemento eminentemente critico
dell’uomo: il sapere, di per sé, dubita.
Per questo la fede gli può dare la materia di
cui dubitare, se non proprio una qualche fiduciosa certezza.
Il sapere consuma, erode astrattamente i suoi oggetti;
il credere, invece, realizza il sapere, lo rende reale,
gli fornisce elementi di concretezza. Insieme, credere
e sapere coprono ogni cosa, dal fondamento al compimento:
"La verità della fine, quella spiegabile,
presuppone la verità dell’inizio, quella
inspiegabile; la compiutezza del sapere presuppone l'In
principio della fede. La fine è spiegabile solamente
perché l’inizio è inspiegabile"
(p. 80). Dopo quest’illuminazione teoretica della
questione, Rosenzweig ne declina alcuni aspetti, quali
il sapere scientifico e quello storico, politico e sociale,
etico e artistico. Partendo da una concezione del rapporto
uomo-donna nel matrimonio come base del tessuto sociale
e civile, il pensiero utopico del filosofo ebreo si
manifesta nella fedeltà e nell’attaccamento
alla vita reale, al luogo dato piuttosto che al non-luogo
che dovrebbe darsi. "Dove si trova, allora, il
rimedio per la civiltà malata? Non nell’utopia
negatrice (essa stessa è solamente un sintomo
della situazione malata; Rousseau, Tolstoj, il bolscevismo
sono dottori, se non addirittura ciarlatani, che sono
chiamati al letto del moribondo, ma che non sono essi
stessi il processo di guarigione). Bensì l’utopia
realizzatrice, auto-realizzatrice. L’utopia che
sa che il suo 'in nessun luogo' non sta da qualche parte,
ma… qui. (…) Non il fatto che gli ebrei
sperino nel Messia, bensì che lo attendano (cioè
conducano una vita di speranza), questo rende il loro
'messianismo' più di un ismo, questo lo rende
un credere, un vivere" (p. 86). In questo contesto
Rosenzweig reinterpreta alla radice la libera azione
dell’uomo: essa non attinge la propria giustizia,
dignità ed efficacia da una virtualità
arbitraria, ipotetica e astratta, ma dalla concretezza
vincolante di relazioni personali con l’altro,
e con Dio. Analogamente alla relazione coniugale, "l’azione
non è l’opera di una 'libertà',
di una moralità e di simili famosi e non ancora
veduti animali fiabeschi di una mitologia neopagana,
bensì l’adempimento di una preghiera. (…)
Non c’è una preghiera più completa
di questa: nessuna parola formulata può dire
di più di quanto dice questa muta speranza che
non è estranea a nessuno. (…) Nel mezzo
c’è l’abbandono connesso al desiderio.
Ma alla fine c’è l’adempimento"
(p. 91).
L’ultima provocazione è
quella della forma. Qui Rosenzweig ribadisce la sua
nota avversione per ogni sorta di forme astratte dalla
vita reale, siano esse spirituali, intellettuali, etiche
o artistiche. Il mondo della pura contemplazione o dei
cosiddetti "ideali" è il luogo ideale
della facile fuga dal reale, non-luogo del sottrarsi
dell’uomo alla sua propria responsabilità.
"La differenza del regno dei cieli rispetto agli
“ideali” è appunto che esso non sta
di fronte alla vita, bensì dalla parte della
vita e soltanto perciò esso sembra così
meno lindamente lavato degli ideali sempre puliti perché
mai venuti in contatto con la vita. [Il regno dei cieli]
possiamo ancora riconoscerlo benissimo nella vita e
tuttavia rimane nostro compito di rivitalizzarlo continuamente.
Come? Vivendo. E rimane sempre compito di Dio produrlo
(come? donandoci la vita), del Dio che non si lega ad
alcuna forma, neppure alla propria" (p. 96).
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