Per una introduzione alla
filosofia analitica della religione.
Un testo di Mario Micheletti
di Hagar
Spano
In
un volume di recente pubblicazione Michael Dummett ricostruisce
l’evoluzione della filosofia analitica nel contesto
della riflessione filosofica degli ultimi due secoli.
Egli suggerisce di individuarne il carattere distintivo
nel presupposto secondo cui è propriamente mediante
una considerazione filosofica del linguaggio che si
può rendere conto filosoficamente del pensiero.
In tal senso, la stessa espressione “filosofia
analitica della religione” non può che
riferirsi alla totalità delle tendenze teoretiche
che hanno applicato strumenti analitici al discorso
religioso, che ne hanno cioè organizzato la comprensione
attraverso l’analisi di quegli enunciati in cui
la credenza di fatto si deposita. In una prospettiva
filosofico-religiosa di tipo analitico, nota giustamente
Mario Micheletti, rientrano conseguentemente “la
considerazione dell’uso specifico dei termini
negli enunciati religiosi e delle relazioni logiche
fra le asserzioni religiose e fra queste e altri tipi
di asserzioni, la valutazione critica della possibilità
di interpretare le asserzioni religiose come fattuali
o […] come puramente espressive di atteggiamenti
estetici o morali, la valutazione dei limiti e della
legittimità stessa di tali rigide distinzioni
in rapporto alla complessità della forma di vita
in cui i concetti e le espressioni religiose trovano
la loro applicazione”.
Nondimeno è ormai lontano il
tempo in cui tema privilegiato di discussione era il
mero status logico della credenza religiosa, da determinare
con riguardo ai criteri fissati dall’argomento
verificazionistico (secondo il quale per il fatto di
sottrarsi alla verifica empirica, le asserzioni teologiche
non sono asserzioni “fattuali”, vale a dire
capaci di verità o falsità). E l’autore
di questa agile e ben documentata trattazione ha buon
gioco nel ricondurre il rinnovato interesse maturato
in ambito analitico per gli argomenti teistici e i temi
della teologia naturale proprio al superamento di certune
premesse “dogmatiche” dell’analisi
filosofica, quelle per intenderci derivate dal positivismo
logico o più generalmente dal moderno fondazionalismo
epistemologico. Beninteso, ovviamente la tipologia di
analisi filosofica qui tematizzata è quella introdotta
dal neoempirismo logico e applicata al discorso religioso
da Alfred J. Ayer (Language, Truth and Logic,
1936) sulla scorta di Rudolf Carnap (Ueberwindung
der Metaphysik durch logische Analyse der Sprache,
1932): gli enunciati religiosi non sono significativi
sotto il profilo cognitivo perché non rientrano
nelle uniche due categorie di enunciati accettabili,
quelli verificabili empiricamente e quelli afferenti
alle proposizioni analitiche della logica e della matematica.
Ma Micheletti non tralascia di considerare in un quadro
argomentativo unitario e coerente anche gli sviluppi
successivi del dibattito analitico sul religioso, quelli
che propriamente testimoniano del passaggio dall’iniziale
e ampiamente aporetico argomento verificazionistico
alla cosiddetta “obiezione falsificazionistica”
di Antony Flew (la falsificabilità di un asserto
è garanzia di significanza cognitiva).
E tuttavia la ricostruzione prospettata
in questo volume, lungi dal configurarsi in chiave puramente
storiografica, indaga con rigore e singolare capacità
di sintesi i più significativi plessi concettuali
del dibattito logico-epistemologico sul religioso, proponendone
penetranti interpretazioni. Così, valutando per
es. il decisivo contributo di Flew, l’Autore non
si limita a prendere in considerazione le tesi esposte
nel celebre Theology and Falsification (1950); viceversa,
ne accompagna la lettura facendo costante riferimento
ai due cosiddetti “saggi retrospettivi”,
attraverso i quali soltanto può profilarsi una
intelligenza inedita della teoresi di Flew, basata cioè
sulla ritrattazione che questi ha praticato a motivo
delle puntuali obiezioni che da più parti gli
sono state mosse (in particolare da Heimbeck e Plantinga).
Fruttuosa si dimostra inoltre la scelta dell’Autore
di prendere le mosse dagli argomenti di maggiore critica
indirizzati al discorso religioso. Fioriti dapprima
nella più ampia cornice dell’interrogazione
neoempiristica intorno alla possibilità di senso
della metafisica e successivamente confluiti nella direzione
di quello scetticismo metateologico legato all’obiezione
falsificazionistica, essi intendono mettere radicalmente
in questione il contenuto assertivo degli enunciati
religiosi e teologici. Ma la consapevolezza del superamento
di queste posizioni ostili alimenta un interrogativo
attorno al quale ruota a ben vedere l’intera ricostruzione
di Micheletti: è difficile comprendere se la
neutralizzazione dell’originario scetticismo epistemologico
abbia prodotto la rapida fioritura di nuove tendenze
analitiche nel quadro del dibattito sul religioso, o
ne sia piuttosto una conseguenza.
L’interrogativo, che di fatto
permane sullo sfondo della trattazione, introduce l’esposizione
vera e propria di queste nuove tendenze, che l’Autore
riconduce a tre distinti orientamenti teoretici (dei
quali fornisce una attenta comparazione, persuaso che
pur nella loro diversità essi condividano nondimeno
molti presupposti): l’approccio neo-wittgensteiniano,
sviluppato dai vari Rhees, Winch, Malcolm e Phillips,
secondo cui concetti e asserti religiosi devono essere
considerati unicamente a partire dal loro impiego nella
forma di vita in cui si radicano; la cosiddetta “epistemologia
riformata”, orientamento riconducibile a studiosi
della teoria della conoscenza di formazione teologica
calvinistica che fanno capo ai vari Plantinga, Alston
e Wolterstorff e considerano “basilare”
la credenza in Dio, ritenendo cioè che essa sia
perfettamente razionale indipendentemente da proposizioni
autoevidenti aggiuntive; la singolare fioritura di analisi
e (ri)formulazioni di argomenti teistici, registrata
negli ultimi decenni nel campo della teologia filosofica,
con particolare riguardo al contributo di autori quali
Swinburne, Kenny e Haldane.
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