«Un benefattore del nostro tempo e della posterità:
noi tutti gli siamo grati […] per averci salvato dalle vergognose
catene dei pregiudizi e della superstizione». Queste sono
soltanto alcune delle parole con cui, in un saggio apparso su
un fascicolo del 1794 della "Berlinische Monatsschrift",
Friedrich Gedike celebrava Thomasius — autentico antesignano
nella lotta della ragione contro la superstizione — quale
artefice di una «seconda indispensabile Riforma» dopo
quella di Lutero. Prima di lui Denis Diderot aveva formulato su
Thomasius un giudizio simile nella voce della Encyclopédie
dedicata alla sua filosofia. Si tratta di testimonianze che sembrerebbero
riconoscere la perdurevole influenza esercitata nel quadro della
Aufklärung da questo autore che «non si trova
soltanto alle soglie dell’illuminismo europeo, bensì
avvia trasformazioni che troveranno in esso la loro più
importante espressione» e il cui contributo — dall’appello
a pensare con la propria testa che risuona nella Introductio
ad philosophiam aulicam (1688), alla riflessione sui limiti
della ragione umana, alla difesa del diritto di occuparsi di questioni
teologiche e dogmatiche — sembra senz'altro suggerire «futuri
sviluppi critici». Un'influenza del resto riconosciuta dallo
stesso Federico II, che di fatto saluterà la pubblicazione
della raccolta di dissertazioni di Thomasius ad opera di Johann
Ludwig Uhl (Frankfurt, 1773-80) paragonando il Nostro a Leibniz.
Nondimeno, come Francesco Tomasoni non si perita di indicare
nelle battute introduttive di Christian Thomasius. Spirito
e identità culturale alle soglie dell'illuminismo europeo,
ampio e documentato profilo intellettuale del filosofo e giurista
tedesco, il successo che Thomasius ottenne fu bensì assai
«grande, ma limitato nel tempo e nello spazio». E
forse in questo senso può essere di qualche utilità
proprio il paragone appena accennato con Leibniz. Di fatto il
confronto con questi, «che era stato allievo del padre di
Christian Thomasius, Jacob, è ricorrente nei giudizi storici».
Essi consentono di individuare un primissimo fattore distintivo
tra le due diverse vicende (e fortune) intellettuali nel fatto
che il grande filosofo e matematico di Lipsia, «col suo
atteggiamento irenico e cosmopolita ha travalicato i limiti nazionali
facendo sì che progressivamente il suo pensiero venisse
recepito e apprezzato in tutta Europa. Egli non ha esitato a usare,
accanto al latino, il francese, la lingua che allora si affermava
nel mondo della nobiltà e della cultura»; laddove
invece Thomasius — che pure «conobbe, tradusse e divulgò
opere delle cultura francese, olandese e inglese alimentando ampi
dibattiti» e rivendicò il termine "eclettico"
per la propria filosofia al fine di ribadirne l’autonomia
da particolari scuole o sètte — optò con coraggio
per il tedesco, pur «consapevole delle difficoltà
che gli si presentavano nell’esprimere concetti che erano
stati levigati da secoli in latino». Così facendo
egli ha da un lato contribuito in modo netto a originare il linguaggio
filosofico tedesco (affinando peraltro, con i Monatgespräche,
nuove tecniche comunicative che ricorreranno di fatto nel "giornalismo
filosofico" dei decenni successivi) e a incoraggiare allo
stesso tempo una più vasta diffusione e circolazione della
cultura presso tutti gli strati della popolazione (un'esigenza
che gli derivava dal confronto con la superiore cultura francese
del tempo), ma dall’altro ha altresì procurato il
contenimento nell’ambito dei confini nazionali dell’incidenza
della propria riflessione.
E nel merito specifico di quest’ultima — nel merito
cioè «della complessità e disarmonia della
sua elaborazione teoretica», che rivela una vocazione pluridisciplinare
e risente forse della scelta del metodo eclettico (in forma reattiva
rispetto all’appesantimento esercitato dalla tradizione
aristotelico-scolastica sulla riflessione filosofica del tempo)
— è dato di rilevare un secondo fattore di distinzione
riguardo alla Wirkungsgeschichte della pagina leibniziana.
Infatti, come osserva Tomasoni, è propriamente su questo
terreno, ossia sul terreno della elaborazione complessa e della
«forma occasionale, frammentaria e poco sistematica di molte
sue opere» e dunque non solo a causa del passaggio al tedesco,
che vanno individuate le ragioni che hanno cagionato l’oblio
della filosofia di Thomasius. Oblio al quale in ultima analisi
contribuirà anche il giudizio negativo formulato dallo
stesso Leibniz.
La parabola intellettuale di Thomasius evidentemente non fu del
tutto lineare. Tomasoni ha buon gioco nel sottolineare l’utilità
di una ricostruzione per fasi successive che nondimeno ne sottolinei
«la continuità di princìpi» e ponga
altresì in evidenza quell’aperto «orientamento
di Thomasius verso la prassi giuridica, morale e pedagogica […]
che gli assicurò un’efficacia più immediata
rispetto ai pensatori contemporanei, anche rispetto a Leibniz»
ma, come detto, assicurò alla sua pagina un respiro meno
ampio. Thomasius pose di fatto in evidenza «l’importanza
della filosofia per il diritto e collegò il suo impegno
per un cambiamento nella filosofia allo sforzo per una nuova morale
che fosse terapia degli affetti e a un diritto che guardasse alla
concretezza storica dell’uomo nelle sue consuetudini e nelle
sue istituzioni». Dal periodo giovanile trascorso nel segno
della polemica nei confronti della tradizione scolastica e segnatamente
nei confronti della scolastica teologica protestante; a quello
per così dire "mistico" contrassegnato dal problematico
rapporto, invero non ancora del tutto risolto in sede storiografica,
con August Hermann Francke e più in generale con l’ambiente
pietista di Halle; fino alla fase di maggiore critica nei confronti
del pietismo e di conseguente autonomia nei riguardi della religione;
si può forse trovare un comune denominatore nel progetto
di una «filosofia civile alternativa alla metafisica nella
sua formulazione scolastica». Una filosofia che scaturiva
dal suo «impegno per la creazione di una nuova identità
culturale, emancipata dalla filosofia e teologia scolastica, imperniata
sull’esperienza concreta dell’uomo, tesa verso un
cambiamento del vivere civile e una decisa tolleranza».
Sulla base di queste indicazioni preliminari conviene gettare
uno sguardo sulla articolazione di questa accurata ricostruzione
della riflessione di Thomasius, organizzata nei cinque densi capitoli
che compongono questo volume. L'A. dedica particolare attenzione
al "discorso intorno al metodo": la scelta del "metodo
eclettico" da parte di Christian Thomasius rivela infatti,
oltreché il carattere non dogmatico della sua filosofia,
la sua collocazione nel solco della tradizione di cui del resto
partecipò anche suo padre Jacob. Ma connessa a tale scelta
è anche la diffidenza del Nostro nei riguardi dell’intellettualismo,
diffidenza che toccherà il punto di maggiore tensione e
fecondità speculativa nel quadro della critica indirizzata
al cartesianesimo — a cui pure è dedicato un importante
capitolo del volume — e che si coniugherà con quel
rinnovato interesse per la mistica che è un utile filo
conduttore per penetrare la difficile questione dei rapporti tra
Thomasius e l’ambiente pietista. Di questo argomento e dell’avvicinamento
a certe posizioni del platonismo cantabrigense (segnatamente a
Henry More) pure si occupa Tomasoni, che vi ritorna ancora nei
capitoli conclusivi dedicati alle lunghe lotte civili condotte
da Thomasius — il suo illuminante intervento nel dibattito
sulla stregoneria e il ruolo determinante che egli ha avuto nei
processi alle streghe — e alla critica indirizzata agli
abusi del potere ecclesiastico che pure si agita sullo sfondo
di esse.