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La decisione finale.
Filosofia e teologia in Ladislaus Boros

di Diego Giordano

   «Polvere tu sei e in polvere tornerai!» (kafar ’attah we’el¯‘afar tašûbh : [Gen 3, 19]), questa la proposizione divina dal sapore dionisiaco. Perché Dioniso, come asserisce Nietzsche, « ci obbliga a riconoscere che tutto ciò che nasce dev’essere preparato a un doloroso tramonto ». Eppure la morte non è solo il non della vita, la fine dell’uomo naturale. Essa è fondatrice di storia in quanto non puro fatto biologico, ma destino fallimentare dell'uomo (cfr. Rm 5, 12-21). Nella concezione soteriologica di Paolo la morte prende senso dalla storia della salvezza che ha coinvolto l'uomo in senso negativo e positivo, ossia dialetticamente. Nemmeno Adamo, se non avesse peccato, avrebbe potuto vivere in eterno. Ma è con il peccato (he hamartía) che la morte irrompe nel mondo assumendo il carattere della separazione. La morte non è un fatto che l'uomo può modificare, perché lo precede. Possiamo considerarla al pari di un concetto, che sussiste poiché possiede delle proprietà. Bisognerebbe andare all'inizio dei tempi e fare in modo che Adamo non pecchi, per dare alla morte tutt'altro senso. Oppure? Oppure alla fine, nel momento ultimo, nella morte stessa. È in questo orizzonte che si dischiude l'ipotesi che Ladislaus Boros avanza.

   Il libro di Pierluigi Plata è volto a fare chiarezza nella proposta di cui Boros si fa interprete, proposta problematica e effettivamente difficile da metabolizzare perché così lontana dal contesto filosofico che la modernità è andata imponendo. La morte apre all'uomo la possibilità dell'ultima decisione. Della Endentscheidung. Come se l'uomo compisse un balzo negli eoni del tempo e si trovasse, alla fine, nella possibilità di togliersi dal peccato originale attraverso una esplicita e libera decisione, rifiutando quel peccato che ha dovuto sopportare ma che solo gli ha permesso l'autentica scelta.

   « La morte non è soltanto punizione, espressione e manifestazione del peccato, essa è anche segno di una prima predilezione misericordiosa di Dio verso l'uomo peccatore… La morte, grazie al suo carattere di separazione, ci rende possibile di uscire dallo spazio esistenziale del peccato originale e sfuggire così a qualsiasi legame con la comunità peccatrice » (cfr. Ladislaus Boros, Mysterium mortis, Brescia 1969). Sebbene l'ipotesi avanzata da Boros riecheggi in diversi punti la concezione platonica, è necessario focalizzare l'attenzione soprattutto sul valore esistenziale che la morte assume per il teologo ungherese. La morte tutto trasforma. In essa infatti non solo si dispiega, a misura di come si è vissuti, il senso della vita nuova, come vita dopo la morte, ma della vita intera, che in sé assomma ogni temporalità, ogni prima e ogni dopo: della Vita eterna. L'intento di Boros non è quello di dire quanto avviene all’anima dopo che si sia staccata dal corpo, ma di indagare ulteriormente sull'opzione finale, sul momento ultimo come punto nevralgico di una decisione in funzione della quale il destino dell’uomo può cambiare. La morte non è né un fatto neutrale che l'uomo accetta passivamente, né un passaggio automatico da un modo di esistere a un altro, piuttosto « il primo atto pienamente personale dell'uomo, e quindi il luogo privilegiato in forza della stessa natura dell'essere, del divenire della coscienza, della libertà, dell'incontro con Dio e della decisione sul destino eterno » (cfr. Ladislaus Boros, op.cit.).

   Nella decisione finale dunque è possibile una ri-comprensione definitiva dello stato raggiunto dopo la morte. Si potrebbe a questo punto muovere l'obiezione seguente: della libertà mediante la quale l'uomo decide della propria esistenza terrena che ne è? Non avrebbe più valore tenersi, durante la vita, «alla presenza di Dio», come Kierkegaard auspicava? La salvezza o condanna dell'uomo, di fronte a Cristo e nel pieno possesso delle sue forze, sarebbe quindi demandata esclusivamente alla decisione finale? In quest’ottica avrebbe ragione Adrian Leverkühn che, nel Doctor Faustus di T. Mann, obietta all'«angelo del veleno» che anche una vita di dannazione può, nel punto ultimo, essere investita dalla contrizione necessaria per la salvezza e giungere a ottenere la Grazia della redenzione. In riferimento a questo punto Boros non sembra in grado di offrire una analisi convincente, sebbene abbia indicato la morte come elemento su cui far convergere l'attenzione per una corretta impostazione del problema escatologico. Altre difficoltà sono poi ingenerate dall'utilizzo dei termini "morte" e "morire" alla stregua di sinonimi. La figura della morte appare nella esistenza vivente in quanto parte integrante di essa. Ma l'esistenza è sempre quella del singolo. Non si dà un'esistenza di cui possa dirsi qualcosa in generale e che poi si individui, si specifichi. Così non possono esistere punti di intersezione tra la morte del singolo e le esperienza di morte che si incontrano. Lo sguardo profondo sulla morte non accetta suggerimenti. La morte non si ricostruisce "in riferimento a…", ma si pensa nella sua radicale appartenenza al singolo uomo, che è l'uomo che istituisce un privilegiato e intimo rapporto con Dio.

   La ricerca che Plata conduce è interessante, d'altra parte, per l'ampio spazio concesso alla analisi del dibattito che l'Endentscheidung ha aperto nell'ambito teologico contemporaneo. Vengono infatti scandagliate le reazioni suscitate in teologi e studiosi appartenenti alle cinque principali aree linguistiche europee, con maggiore attenzione rivolta alla figura di Karl Rahner, del quale Boros fu allievo, e alla questione di una eventuale attribuzione di paternità dell'ipotesi della decisione finale. Concludiamo dicendo che la proposta di Boros, che veste i panni di una ipotesi ma che suscita interrogativi con i quali è necessario cimentarsi, si svolge alla luce di una convinzione cardine: quella per la quale la morte non è problema ma mistero in quanto situazione eminentemente sacramentale. Intesa in questo modo allora la morte è il cielo, il punto d'arrivo a partire dal quale l'uomo va compreso, poiché « il mondo comincia soprattutto nel momento in cui l'uomo fa il suo ingresso nel cielo. Noi non "viviamo" ancora nel vero senso della parola. La nostra vita è in continuo divenire in vista del cielo. La vita non è ancora presente. La nostra vita e la nostra essenza più autentiche sono ancora davanti al nostro sguardo ».
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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