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Sulla cristologia filosofica di Xavier Tilliette

di Stefano Santasilia

   Il piccolo volumetto (in tutto 130 pagine) pubblicato da Xavier Tilliette presso l'editore Morcelliana mostra già evidente nel titolo l'intento dell'Autore. V'è però da notare che in fondo, ed essendo ben cosciente di ciò, Tilliette non riesce a soddisfare la domanda, per lo meno nel senso che non mostra né deduce una definizione unica e chiara di cosa sia in realtà la cristologia filosofica. Tale tema, portato in auge proprio dallo stesso Tilliette, è stato trattato dall'Autore in maniera più approfondita nel famoso testo Il cristo della filosofia, edito, per il panorama editoriale italiano, sempre da Morcelliana nel 1997. Così, quest'ultima piccola opera, è considerata dallo stesso Tilliette alla stregua di una messa a punto e allo stesso tempo di una schematizzazione generale di quel lavoro interpretativo che ha tentato di dispiegare nell'arco di vari anni attraverso il su citato Il Cristo della Filosofia, ma anche testi quali Filosofi davanti a Cristo (Queriniana, 1989) e La settimana santa dei filosofi (Morcelliana, 1992). Nonostante sembrasse che la proposta di Tilliette non avesse generato echi nel panorama filosofico e teologico italiano, intesi come risposte manifestanti accoglienza e condiscendenza, la pubblicazione (avvenuta tra il 2000 e il 2002 presso l'editore San Paolo) dell'opera in due volumi, Cristo nella filosofia, mostra invece quale traccia abbia lasciato la "provocazione" del religioso francese nella nostra riflessione filosofico-religiosa. L’opera curata da Silvano Zucal si costituisce come un'antologia di testi delle molteplici voci che hanno segnato l'Ottocento e il Novecento filosofico, nel loro porsi di fronte alla figura di Cristo, ed è tanto evidente il filo rosso che lega questo lavoro alla riflessione di Tilliette che se lo stesso Zucal, nell'introduzione al primo volume, riconosce quanto lavoro sia stato precedentemente svolto da Tilliette, quest'ultimo dall'altro lato guarda a tale opera anche come un rinnovare e approfondire la ricerca già svolta nei suoi precedenti lavori, nulla togliendo allo splendido impegno sostenuto da Zucal e da coloro che hanno contribuito alla stesura dei due volumi suddetti. Per questi motivi, Tilliette si può spingere a affermare nella Premessa che ormai il tema è divenuto "moneta corrente". Allo stesso tempo però è costretto a ricordare che, come abbiamo già notato a proposito degli "echi mai giunti", le reticenze iniziali incontrate dalla sua proposta non sono scomparse completamente, in particolare quelle che riguardano la possibilità stessa di una cristologia filosofica. Tale riconoscimento è fondamentale, perché costringe, e Tilliette ne è ben cosciente, a un continuo ripensamento dei fondamenti e della impostazione del proprio discorso.

   Lo statuto della cristologia filosofica riporta in auge l'antico e mai deposto problema dell'esistenza o meno di una filosofia cristiana, e di come essa sia realizzabile. Di fronte alla questione della possibilità di una cristologia filosofica, quindi di una cristologia elaborata nell'ambito della filosofia, pena lo snaturarsi della filosofia, Tilliette è abbastanza diretto nell'affermare tale possibilità in base al fatto che la stessa filosofia, della quale si tenta di difendere la purezza, non esiste allo stato puro. Essa è inseparabile dalla sua storia, la quale ci dimostra che esistono solo "le filosofie" e questo perché "la filosofia" è un'idea che ogni pensiero filosofico, legato a un autore in particolare, realizza soltanto in parte, addirittuta Tilliette la definisce come "un asintoto che attira il filosofo". Lo stesso, quindi, accade alla cristologia filosofica, essa esiste soltanto nei suoi abbozzi, nei suoi tentativi. La sua legittimità non è da ricercare, è per Tilliette innata, nel senso che il Cristo è già quaestio per l'umana ragione, lo è al pari di Dio e della Società, afferma lo studioso francese che i problemi cristologici segnano la filosofia in maniera indelebile. Questo lo si può riscontrare da subito scorrendo un po' la storia della filosofia dove campeggiano ritratti di Cristo dipinti dalla penna filosofica di vari autori, quali Cusano, Spinoza, Fichte, fino allo stesso Nietzche. Tali tracce costituiscono per Tilliette la attestazione di una presenza, con volto deformato, del Cristo nella filosofia. Questo sta a confermare che tutto può ricadere sotto lo sguardo attento e critico della filosofia. Il volto deformato, di cui parla Tilliette, è costituito per lo più dalla differente posizione che viene riconosciuta al Cristo, rispetto alla sua collocazione teologica. Il problema filosofico in sé, però, non è quello della possibilità da parte della filosofia di accostarsi al Cristo, quanto quello della possibilità da parte del Cristo, e quindi del cristianesimo, di fare il prorpio ingresso nell'ambito della speculazione filosofica. Non si tratta più di effettuare una ricognizione storiografica riguardante i ritratti del Cristo nell'ambito di una storia della filosofia, bensì di concedergli o meno uno "spazio filosofico". Questo, come ravvisa immediatamente Tilliette e come abbiamo già rilevato sopra, solleva ancora una volta il tema della possibilità stessa di una "filosofia cristiana": può davvero esistere "la" filosofia cristiana? Tilliette reintroduce, in tal modo, la disputa avvenuta intorno agli anni Trenta, nel panorama filosofico francese, e che ebbe come conclusione (peraltro non accettata da tutti) quella di scartare la definizione di "filosofia cristiana" in quanto equivoca. Tale equivocità, quindi, continua a toccare anche la cristologia filosofica. Eppure, ed è questo quello che Tilliette ritiene essere il vero risultato della suddetta disputa, balza repentinamente agli occhi che la filosofia moderna, senza la visitazione del cristianesimo, si riduce a una ideologia che mostra in maniera evidente una mancanza da colmare. La filosofia non può più fare a meno, e qui Tilliette si richiama al Leibniz dei Discorsi di metafisica, degli schemi cristiani e cristici.

   In tale concezione della filosofia come "cristiana", è possibile riconoscere un posto adeguato per la cristologia filosofica: solo nel riconoscersi cristiano della filosofia v'è la possibilità di una cristologia filosofica, che è incontro con la persona del Cristo, e per questo non si identifica pienamente con il binomio "filosofia cristiana". Pur essendo entrambe elaborate dal filosofo e, quindi, dalla sua personalità, la cristologia filosofica mettendo in atto un tipo di incontro riservato generalmente alla spiritualità, autorizza a riconoscere la possibilità di una cristologia strettamente filosofica, non legata ai presupposti del cristianesimo. Se la filosofia cristiana è culla naturale della cristologia filosofica, quest'ultima non è completamente sussumibile sotto il binomio "filosofia cristiana". Questo, per Tilliette, è possibile soprattutto perché è la persona di Cristo, con le sue pretese, a intrigare e interrogare i filosofi. Ed è proprio la persona di Cristo a rendere indipendente la cristologia filosofica dalla filosofia cristiana, quest'ultima infatti non si avvicina alla persona ma alle sue idee, mentre la cristologia non può fare a meno soprattutto della persona. In base alla persona, è possibile, oltretutto, opporsi allo stesso ingresso di Cristo nella filosofia, ricordando che non ha scritto nulla, eppure come ben si sa anche Socrate vive negli scritti dei suoi discepoli. Socrate, dunque, indica al Cristo una via d'accesso alla filosofia e, come ben ravvisa Tilliette non poco è stato detto sul parallelo Socrate-Gesù, basti pensare, tra i pensatori più recenti, a Marcel e Jaspers. Così, Tilliette dà il via a una sequenza di ritratti filosofici del Cristo, eseguiti da illustri protagonisti della storia della filosofia: il summus philosophus delineato da Spinoza e il dottore della Scienza fichtiano, l'idea christi kantiana nella quale va a radicarsi la proposta di una cristologia trascendentale avanzata da Rahner portando con sé echi kierkegaardiani, il tentativo di "filosofia cristologica" di Hegel dove Cristo si mostra come Idea e la ripresa del doppio volto della questione (Idea e vita intima) da parte di Blondel e Rosmini.

   Tutto questo percorso che, ad eccezione delle pagine scritte su Rosmini già era tracciato nell'opera precedente, Il Cristo della filosofia, porta alla conclusione che problema fondamentale, enigma e chiave, per la filosofia declinata come cristologia filosofica, è quello della coscienza di Cristo. Tale questione prefigura una fenomenologia del Cristo ancora, come scrive Tilliette, "allo stato di desiderio nonostante la magnifica penetrazione di Michel Henry". Infatti è proprio gettando lo sguardo sugli sviluppi in campo fenomenologico, di tale tentativo di analisi della coscienza del Cristo, che Tilliette dà il via alle sue conclusioni. Conclusioni nelle quali Tilliette non può fare a meno di ravvisare la dicotomia ancora esistente tra il "filosofo supremo" e "la metamorfosi sublime di un Cristo che è tutto e che sta al posto della filosofia". Così come la stessa cristologia soffre del fatto di essere filosofia de Christo e allo stesso tempo ex Christo. È necessario saldare questi due livelli, e per questo Tilliette suggerisce un percorso, ancora a venire e da pensare, che tenga kierkegaardianamente conto dei paradossi ma che riesca a interiorizzare l'Idea, il "sommo filosofo", fino alle sue ultime potenzialità al punto che possa far corpo con la persona e, allo stesso tempo, elevare, seguendo la proposta rosminiana, il filosofo "alla Parola in carne ed ossa". Questo è possibile nella coscienza del Cristo, suolo privilegiato, dunque, della cristologia filosofica. È qui che Tilliette riconosce il valore del metodo fenomenologico e invoca il suo aiuto, ricordando le ultime analisi di Jean Luc Marion e Michel Henry. La cosa estremamente interessante su cui si ferma, in conclusione, Tilliette è la necessità di riportarsi al Cristo del pensiero, pensato nella sua carnalità e divinità, incoraggiando la possibilità di una "cristologia laica" che lo studioso francese vede già abbozzata nell'ultima riflessione di Pareyson: non una cristologia secolarizzata, bensì "il Cristo dei dolori eretto a emblema universale", il Cristo del pensiero e della esistenza, nel quale tutti possono riconoscersi. Tilliette delinea il quadro di una ricerca iniziata ma della quale non si comprende bene a che punto si è giunti, e se si potrà mai giungere alla conclusione. Forse ricordando "l'asintoto filosofico", di cui scriveva al principio del volumetto, si comprende come il pensiero, intrigato dalla persona di Cristo, scandalizzato dalle Sue dichiarazioni, può solo impegnarsi in un progetto di tensione verso Colui che riconosce semplicemente, e quindi problematicamente, come "l'uomo", ecce homo.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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