Il piccolo volumetto (in tutto 130 pagine) di Xavier Tilliette
uscito per Morcelliana — Che cos'è cristologia
filosofica? — mostra già evidente nel titolo
l'intento dell'Autore. V'è però da notare che in
fondo, e essendo ben cosciente di ciò, Tilliette non riesce
a soddisfare la domanda, per lo meno nel senso che non mostra
né deduce una definizione unica e chiara di cosa sia in
realtà la cristologia filosofica. Tale tema, portato in
auge proprio dallo stesso Tilliette, è stato trattato dall'Autore
in maniera più approfondita nel famoso testo Il cristo
della filosofia, edito per il panorama editoriale italiano
sempre da Morcelliana nel 1997. Così, quest'ultima piccola
opera, è considerata dallo stesso Tilliette alla stregua
di una messa a punto e allo stesso tempo di una schematizzazione
generale di quel lavoro interpretativo che ha tentato di dispiegare
nell'arco di vari anni attraverso il succitato Il Cristo della
Filosofia, ma anche testi quali Filosofi davanti a Cristo
(1989) e La settimana santa dei filosofi (1992).
Sembrava che la proposta di Tilliette non avesse generato echi
nel panorama filosofico e teologico italiano, intesi come risposte
manifestanti accoglienza e accondiscendenza. Ma la pubblicazione
(avvenuta tra il 2000 e il 2002 presso l'editore San Paolo) dell'opera
in due volumi Cristo nella filosofia mostra quale traccia
abbia lasciato la "provocazione" del religioso francese
nella nostra riflessione filosofico-religiosa. L’opera,
curata da Silvano Zucal, si costituisce come antologia di testi
delle molteplici voci che hanno segnato l'Ottocento e il Novecento
filosofico, nel loro porsi di fronte alla figura di Cristo, e
il filo rosso che lega questo lavoro alla riflessione di Tilliette
è tanto evidente che se lo stesso Zucal, nell'Introduzione
al primo volume, riconosce quanto lavoro sia stato precedentemente
svolto da Tilliette; quest'ultimo dall'altro lato guarda a tale
opera anche come un rinnovare e approfondire la ricerca già
svolta nei suoi precedenti lavori, nulla togliendo allo splendido
impegno sostenuto da Zucal e da coloro che hanno contribuito alla
stesura dei due volumi suddetti. Per questi motivi, Tilliette
si può spingere a affermare nella Premessa che ormai il
tema è divenuto "moneta corrente". Allo stesso
tempo però è costretto a ricordare che, come abbiamo
già notato a proposito degli "echi mai giunti",
le reticenze iniziali incontrate dalla sua proposta non sono scomparse
completamente, in particolare quelle che riguardano la possibilità
stessa di una cristologia filosofica. Tale riconoscimento è
fondamentale perché costringe, e Tilliette ne è
ben cosciente, a un continuo ripensamento dei fondamenti e della
impostazione del proprio discorso.
Lo statuto della cristologia filosofica riporta in auge l'antico
e mai deposto problema dell'esistenza o meno di una filosofia
cristiana e di come essa sia realizzabile. Di fronte alla questione
della possibilità di una cristologia filosofica, quindi
di una cristologia elaborata nell'ambito della filosofia, pena
lo snaturarsi della filosofia, Tilliette è abbastanza diretto
nell'affermare tale possibilità in base al fatto che la
stessa filosofia, della quale si tenta di difendere la purezza,
non esiste allo stato puro. Essa è inseparabile dalla sua
storia, la quale ci dimostra che esistono solo "le filosofie"
e questo perché "la filosofia" è un'idea
che ogni pensiero filosofico, legato a un autore in particolare,
realizza solo in parte, addirittuta Tilliette la definisce come
«un asintoto che attira il filosofo». Lo stesso accade
quindi alla cristologia filosofica, essa esiste soltanto nei suoi
abbozzi, nei suoi tentativi. La sua legittimità non è
da ricercare, è per Tilliette innata, nel senso che il
Cristo è già quaestio per l'umana ragione,
lo è al pari di Dio e della Società, afferma lo
studioso francese che i problemi cristologici segnano la filosofia
in maniera indelebile. Questo lo si può riscontrare da
subito scorrendo un po' la storia della filosofia dove campeggiano
ritratti di Cristo dipinti dalla penna filosofica di vari autori,
quali Cusano, Spinoza, Fichte, fino allo stesso Nietzsche. Tali
tracce costituiscono per Tilliette la attestazione di una presenza,
con volto deformato, del Cristo nella filosofia. Questo sta a
confermare che tutto può ricadere sotto lo sguardo attento
e critico della filosofia. Il volto deformato, di cui parla Tilliette,
è costituito per lo più dalla differente posizione
che viene riconosciuta al Cristo, rispetto alla sua collocazione
teologica. Il problema filosofico in sé però non
è quello della possibilità da parte della filosofia
di accostarsi al Cristo, quanto quello della possibilità
da parte del Cristo, e quindi del cristianesimo, di fare il proprio
ingresso nell'ambito della speculazione filosofica. Non si tratta
più di effettuare una ricognizione storiografica riguardante
i ritratti del Cristo nell'ambito di una storia della filosofia,
bensì di concedergli o meno uno "spazio filosofico".
Questo, come ravvisa immediatamente Tilliette e come abbiamo già
rilevato sopra, solleva ancora una volta il tema della possibilità
stessa di una "filosofia cristiana": può davvero
esistere "la" filosofia cristiana? Tilliette reintroduce,
in tal modo, la disputa avvenuta intorno agli anni Trenta, nel
panorama filosofico francese, e che ebbe come conclusione (peraltro
non accettata da tutti) quella di scartare la definizione di "filosofia
cristiana" in quanto equivoca. Tale equivocità, quindi,
continua a toccare anche la cristologia filosofica. Eppure, e
questo è quello che Tilliette ritiene essere il vero risultato
della suddetta disputa, balza repentinamente agli occhi che la
filosofia moderna, senza la visitazione del cristianesimo, si
riduce a una ideologia che mostra in maniera evidente una mancanza
da colmare. La filosofia non può più fare a meno,
e qui Tilliette si richiama al Leibniz dei Discorsi di metafisica,
degli schemi cristiani e cristici.
In tale concezione della filosofia come "cristiana",
è possibile riconoscere un posto adeguato per la cristologia
filosofica: solo nel riconoscersi cristiano della filosofia v'è
la possibilità di una cristologia filosofica, che è
incontro con la persona del Cristo, e per questo non si identifica
pienamente con il binomio "filosofia cristiana". Pur
essendo entrambe elaborate dal filosofo e, quindi, dalla sua personalità,
la cristologia filosofica mettendo in atto un tipo di incontro
riservato generalmente alla spiritualità, autorizza a riconoscere
la possibilità di una cristologia strettamente filosofica,
non legata ai presupposti del cristianesimo. Se la filosofia cristiana
è culla naturale della cristologia filosofica, quest'ultima
non è completamente sussumibile sotto il binomio "filosofia
cristiana". Questo, per Tilliette, è possibile soprattutto
perché è la persona di Cristo, con le sue pretese,
a intrigare e interrogare i filosofi. Ed è proprio la persona
di Cristo a rendere indipendente la cristologia filosofica dalla
filosofia cristiana, quest'ultima infatti non si avvicina alla
persona ma alle sue idee, mentre la cristologia non può
fare a meno soprattutto della persona. In base alla persona, è
possibile, oltretutto, opporsi allo stesso ingresso di Cristo
nella filosofia, ricordando che non ha scritto nulla, eppure come
ben si sa anche Socrate vive negli scritti dei suoi discepoli.
Socrate, dunque, indica al Cristo una via d'accesso alla filosofia
e, come ben ravvisa Tilliette non poco è stato detto sul
parallelo Socrate-Gesù, basti pensare, tra i pensatori
più recenti, a Marcel e Jaspers. Così, Tilliette
dà il via a una sequenza di ritratti filosofici del Cristo,
eseguiti da illustri protagonisti della storia della filosofia:
il summus philosophus delineato da Spinoza e il dottore
della Scienza fichtiano, l'idea christi kantiana
nella quale va a radicarsi la proposta di una cristologia trascendentale
avanzata da Rahner portando con sé echi kierkegaardiani,
il tentativo di "filosofia cristologica" di Hegel dove
Cristo si mostra come Idea e la ripresa del doppio volto della
questione (Idea e vita intima) da parte di Blondel e Rosmini.
Tutto questo percorso che a eccezione delle pagine scritte su
Rosmini già era tracciato nell'opera precedente, Il
Cristo della filosofia, porta alla conclusione che problema
fondamentale, enigma e chiave, per la filosofia declinata come
cristologia filosofica, è quello della coscienza di Cristo.
Tale questione prefigura una fenomenologia del Cristo ancora,
come scrive Tilliette, «allo stato di desiderio nonostante
la magnifica penetrazione di Michel Henry». Infatti è
proprio gettando lo sguardo sugli sviluppi in campo fenomenologico,
di tale tentativo di analisi della coscienza del Cristo, che Tilliette
dà il via alle sue conclusioni. Conclusioni nelle quali
Tilliette non può fare a meno di ravvisare la dicotomia
ancora esistente tra il "filosofo supremo" e «la
metamorfosi sublime di un Cristo che è tutto e che sta
al posto della filosofia». Così come la stessa cristologia
soffre del fatto di essere filosofia de Christo e allo stesso
tempo ex Christo. È necessario saldare questi due livelli,
e per questo Tilliette suggerisce un percorso, ancora a venire
e da pensare, che tenga kierkegaardianamente conto dei paradossi
ma che riesca a interiorizzare l'Idea, il "sommo filosofo",
fino alle sue ultime potenzialità al punto che possa far
corpo con la persona e, allo stesso tempo, elevare, seguendo la
proposta rosminiana, il filosofo «alla Parola in carne e
ossa». Questo è possibile nella coscienza del Cristo,
suolo privilegiato, dunque, della cristologia filosofica. È
qui che Tilliette riconosce il valore del metodo fenomenologico
e invoca il suo aiuto, ricordando le ultime analisi di Jean Luc
Marion e Michel Henry. La cosa estremamente interessante su cui
si ferma, in conclusione, Tilliette è la necessità
di riportarsi al Cristo del pensiero, pensato nella sua carnalità
e divinità, incoraggiando la possibilità di una
"cristologia laica" che lo studioso francese vede già
abbozzata nell'ultima riflessione di Pareyson: non una cristologia
secolarizzata, bensì «il Cristo dei dolori eretto
a emblema universale», il Cristo del pensiero e della esistenza,
nel quale tutti possono riconoscersi. Tilliette delinea il quadro
di una ricerca iniziata ma della quale non si comprende bene a
che punto si è giunti, e se si potrà mai giungere
alla conclusione. Forse ricordando "l'asintoto filosofico",
di cui scriveva al principio del volumetto, si comprende come
il pensiero, intrigato dalla persona di Cristo, scandalizzato
dalle Sue dichiarazioni, può solo impegnarsi in un progetto
di tensione verso Colui che riconosce semplicemente, e quindi
problematicamente, come "l'uomo", ecce homo.