Nel panorama della filosofia contemporanea — dominato dalla
ermeneutica (o dalle ermeneutiche) — il pensiero dialogico
è una sorta di filone carsico: Martin Buber, Franz Rosenzweig,
Romano Guardini, Ferdinand Ebner, hanno infatti in maniera diversa
sottolineato il rilievo della "svolta linguistica in filosofia".
In Lineamenti di pensiero dialogico Silvano Zucal tenta
di tracciare un filo rosso che unisca non solo i dialogici tra
loro, ma soprattutto questi a filosofi di altra tradizione così
come al pensiero teologico. Il libro tratta così oltre
che della riflessione teoretica dei "dialogici" Guardini
e Ebner, le influenze della riflessione teologica di Hans Urs
von Balthasar da un lato così come le affinità teoretiche
con il pensiero della filosofa María Zambrano dall'altro.
Proprio quest'ultima offre all'A. utili spunti di riflessione
precedenti la sua analisi del pensiero dialogico. La filosofa
spagnola non offre alcuna analisi teoretica intorno al rapporto
relazionale Io-Tu, né nella forma dell'immanenza né
in quella di un dialogo in cui sia Dio a porsi quale Tu dell'umanità.
Il suo interesse è rivolto principalmente alla elaborazione
di una proposta filosofica che «vede una fuoriuscita dalla
caduta e dall'avvitamento nichilistico della parola, un possibile
itinerario per la redenzione della parola», in un nuovo
rapporto tra quest'ultima e la ragione. Contro ogni forma di immanentismo
o esito nichilistico contemporaneo, contro lo smarrimento causato
anche da un atteggiamento «predatorio e proprietario»
della parola, la Zambrano invita non soltanto a cambiare radicalmente
il paradigma razionale dominante, preferendo una ratio
poetica a una ratio filosofica, ma soprattutto a recuperare
quella dimensione trascendente e rivelativa che caratterizza la
parola rispetto al linguaggio. «Il linguaggio, e ancor più
ogni lingua storica, infatti si ripiega su ciò che è
perituro e caduco, è prigioniero delle circostanze e delle
situazioni»; «La parola è nell'Aurora perenne;
è dunque rivelazione e non solo manifestazione».
Con tali ardite metafore la filosofa traccia i lineamenti della
trascendenza, esaltando «il senso non transitorio»
della parola.
Hans Urs Von Balthasar è stato di certo teologo attento
alle riflessioni e alle influenze teoretiche del pensiero dialogico
sulla teologia del Logos cristico, e in special modo
del pensiero di due dei maggiori dialogici cristiani: Guardini
e Ebner. «Uno dei nuovi e più fecondi punti di partenza
della vita e del pensiero cristiano è il principio dialogico»;
l'evento biblico, "il patto tra Dio e l'uomo", è
esso stesso evento dia-logico per eccellenza, fondato altresì
su un dialogo primario e principiante: quello intratrinitario,
in virtù del quale «l'uomo diventa il Tu di Dio che
lo chiama per nome e gli assegna quel nome che lo rende davvero
unico»; dunque ancora l'incontro con il Tu divino fonda
la relazione interumana, incapace, da sola, di «restituirmi
la mia vera identità di Io». Balthasar ci ricorda
che l'uomo deve affidarsi alla Parola incarnata se vuole evitare
il pericolo della sua «derealizzazione spirituale (Entwerdung)»,
«sorta di entropia ontologica sul terreno spirituale»;
è infatti la Parola (das Wort) che «fonda
ogni darsi del tu tra gli uomini», Parola che procede da
Dio e da questi è donata all'uomo. È la risposta
cristiana al rischio delineato dalla Zambrano di una pericolosa
sclerosi sempre incombente sull'Io, la sua inclinazione all'ipertrofia,
l'auto-divinizzazione dell'uomo. È in entrambi il rifiuto,
sia pur da prospettive diverse, con linguaggi diversi, di ogni
forma di Noità tutta immanente: la rivalorizzazione della
dimensione rivelativa a partire dal riconoscimento della trascendenza.
Come ricorda la Zambrano: «Nell'ordine della creazione la
parola è, tutta intera, il principio al di sopra di tutto.
Indiscutibile a-priori del linguaggio stesso. Ma sarebbe ancor
più, in modo peculiare, la garanzia della sua trascendenza,
perché è garanzia di ogni altra trascendenza».
La scelta dunque di evidenziare la rilevanza — all'interno
di un libro che della prospettiva dialogica tratta — della
riflessione di un teologo e di una filosofa della parola non è
casuale. L'Autore parte infatti dalla riflessione della Zambrano
intorno al senso del deperimento nichilistico della valenza della
parola, donatrice di senso al di là della pura e semplice
immanenza, per approdare alla proposta teologica di Balthasar,
il quale mette in risalto l'apertura al Tu divino trascendente
presente nella prospettiva dialogica di Ebner e Guardini. Ebner
sottolinea come sia il Logos, la Parola capace di creare
lo sfondo per la tuità; il Logos divino
infatti si lega all'uomo, lo rende il suo Tu, Trascendenza incarnata
che gli permette di uscire dalla «solitudine dell'Io […]
tentazione dell'attorcigliamento presuntuoso del'Io su di sé,
l'Icheinsamkeit». È ancora grazie al dono
della "parola-spirito-Pneuma" che l'uomo ritrova la
patria, lo Heimatland e il Vaterland dialogici:
il Cristo-Logos, parola del Padre, «fratello dialogico-verbale»
ci restituisce alla dimensione della Dualità originaria
prima dispersa. Sulla scia di Balthasar, anche Zucal ritiene che
la proposta dialogica di Ebner sia una chiara presa di distanza
da una dialogica appiattita «entro una logica totalmente
intramondana, tutta risolta a pura e semplice tecnica relazionale»,
una riflessione che di fatto «annulla il sinolo tra Tu finito-umano
e Tu-infinito divino». Ebner al contrario, ricorda Zucal,
è filosofo sensibile alla dimensione pneumatologica, agli
echi di una "teologia dialogica"; echi presenti anche
in Guardini, da quest'ultimo riletti all’interno di un codice
e di un linguaggio teologico: «Il mio essere Io consiste
essenzialmente nel fatto che Dio, l'assolutamente Altro da me,
è divenuto il mio Tu. In questo evento asimmetrico sta
il valore della persona». Guardini non è interessato
semplicemente a sottolineare il valore della autoappartenenza
dell'Io, che «sussiste in sé e dispone di se stesso»
o a fondare un'ontologia relazionale-dialogica. La persona, sostiene,
non si fonda semplicemente nella e in rapporto alla relazione
con l'altro: ha bisogno dell'altro per pervenire alla pienezza
di sé, ma «non sorge ontologicamente da tale rapporto».
Piuttosto, soltanto nella «parola autentica e dialogica
[…] con tale balbettante parlare e dialogare diventerà
imago Trinitatis, fragile immagine del dialogo archetipo
intratrinitario».
Il saggio di Zucal mira dunque a valorizzare l'asse verticale
del dialogo Dio-uomo, rispetto alla relazionalità orizzontale
proposta da altri dialogici, sottolineando come nel linguaggio
(che non è semplicemente «una scatola degli attrezzi»),
spazio di senso storico-concreto, si innesti la Parola, il Logos
Theou. Non stupisce così che l'A. concluda il suo
libro con un capitolo apparentemente dissonante: un'analisi dello
stupore del liturgico e la sua dimensione escatologica. Nella
liturgia, in cui è possibile un incontro con il Tu divino,
l'uomo che «è parola […] parla anche quando
vede e contempla stupito, anche quando in silenzio è rapito
da quel qualcosa che lo stupisce e che lo lascia (letteralmente)
senza parola». In ogni evento liturgico qualcosa si rivela
e l'uomo non può «svelarlo fino al punto di riportarlo
alla dimensione consueta». Piuttosto deve lasciarlo «nella
sua non-evidenza satura di senso», affinché nella
manifestazione del divino, nella relazione con la Parola, nello
stupore dinanzi a essa, l'uomo sia in grado di parlare al Tu di
Dio, anche, con il silenzio.