Lineamenti di pensiero
dialogico
di Valerio
Burrascano
1.
Nel panorama della filosofia contemporanea – dominato
dalla ermeneutica (o dalle ermeneutiche) – il
pensiero dialogico rappresenta una sorta di filone carsico:
Martin Buber, Franz Rosenzweig, Romano Guardini, Ferdinand
Ebner, hanno infatti in maniera diversa sottolineato
il rilievo della "svolta linguistica in filosofia".
In Lineamenti di pensiero dialogico Silvano
Zucal tenta di tracciare un filo rosso che unisca non
solo i dialogici tra loro, ma soprattutto questi a filosofi
di altra tradizione così come al pensiero teologico:
il libro tratta così oltre che della riflessione
teoretica dei "dialogici" Guardini e Ebner,
le influenze della riflessione teologica di Hans Urs
von Balthasar da un lato così come le affinità
teoretiche con il pensiero della filosofa María
Zambrano dall'altro. Proprio quest'ultima offre all'Autore
utili spunti di riflessione precedenti la sua analisi
del pensiero dialogico: la filosofa spagnola non offre
alcuna analisi teoretica intorno al rapporto relazionale
Io-Tu, né nella forma dell'immanenza, né
in quella di un dialogo in cui sia Dio a porsi quale
Tu dell'umanità. Il suo interesse è rivolto
principalmente alla elaborazione di una proposta filosofica
che "vede una fuoriuscita dalla caduta e dall'avvitamento
nichilistico della parola, un possibile itinerario per
la redenzione della parola", in un nuovo rapporto
tra quest'ultima e la ragione. Contro ogni forma di
immanentismo o esito nichilistico contemporaneo, contro
lo smarrimento causato anche da un atteggiamento "predatorio
e proprietario" della parola, la Zambrano invita
non solo a cambiare radicalmente il paradigma razionale
dominante, preferendo una ratio poetica a una ratio
filosofica, ma soprattutto a recuperare quella dimensione
trascendente e rivelativa, che caratterizza la parola
rispetto al linguaggio: "Il linguaggio, e ancor
più ogni lingua storica, infatti si ripiega su
ciò che è perituro e caduco, è
prigioniero delle circostanze e delle situazioni";
"La parola è nell'Aurora perenne; è
dunque rivelazione e non solo manifestazione".
Con tali ardite metafore la filosofa traccia i lineamenti
della trascendenza, esaltando "il senso non transitorio"
della parola.
2. Hans Urs Von Balthasar è
stato di certo teologo attento alle riflessioni e alle
influenze teoretiche del pensiero dialogico sulla teologia
del Logos cristico, e in special modo del pensiero di
due dei maggiori dialogici cristiani: Guardini e Ebner.
"Uno dei nuovi e più fecondi punti di partenza
della vita e del pensiero cristiano è il principio
dialogico"; l'evento biblico, "il patto tra
Dio e l'uomo", è esso stesso evento dia-logico
per eccellenza, fondato altresì su un dialogo
primario e principiante: quello intratrinitario, in
virtù del quale "l'uomo diventa il Tu di
Dio che lo chiama per nome e gli assegna quel nome che
lo rende davvero unico"; dunque ancora l'incontro
con il Tu divino fonda la relazione interumana, incapace,
da sola, di "restituirmi la mia vera identità
di Io". Balthasar ci ricorda che l'uomo deve affidarsi
alla Parola incarnata se vuole evitare il pericolo della
sua "derealizzazione spirituale (Entwerdung)",
"sorta di entropia ontologica sul terreno spirituale";
è infatti la Parola (das Wort) che "fonda
ogni darsi del tu tra gli uomini", Parola che procede
da Dio e da questi è donata all'uomo. È
la risposta cristiana al rischio delineato dalla Zambrano
di una pericolosa sclerosi sempre incombente sull'Io,
la sua inclinazione all'ipertrofia, l'auto-divinizzazione
dell'uomo. È in entrambi il rifiuto, sia pur
da prospettive diverse, con linguaggi diversi, di ogni
forma di Noità tutta immanente: la rivalorizzazione
della dimensione rivelativa a partire dal riconoscimento
della trascendenza. Come ricorda la Zambrano: "Nell'ordine
della creazione la parola è, tutta intera, il
principio al di sopra di tutto. Indiscutibile a-priori
del linguaggio stesso. Ma sarebbe ancor più,
in modo peculiare, la garanzia della sua trascendenza,
perché è garanzia di ogni altra trascendenza".
La scelta dunque di evidenziare la
rilevanza – all'interno di un libro che della
prospettiva dialogica tratta – della riflessione
di un teologo e di una filosofa della parola non è
casuale: l'Autore parte infatti dalla riflessione della
Zambrano intorno al senso del deperimento nichilistico
della valenza della parola, donatrice di senso al di
là della pura e semplice immanenza, per approdare
alla proposta teologica di Balthasar, il quale mette
in risalto l'apertura al Tu divino trascendente presente
nella prospettiva dialogica di Ebner e Guardini. Ebner
sottolinea come sia il Logos, la Parola capace di creare
lo sfondo per la tuità; il Logos divino infatti
si lega all'uomo, lo rende il suo Tu, Trascendenza incarnata
che gli permette di uscire dalla "solitudine dell'Io
[…] tentazione dell'attorcigliamento presuntuoso
del'Io su di sé, l'Icheinsamkeit". È
ancora grazie al dono della "parola-spirito-Pneuma"
che l'uomo ritrova la patria, l'Heimatland e il Vaterland
dialogici: il Cristo-Logos, parola del Padre, "fratello
dialogico-verbale" ci restituisce alla dimensione
della Dualità originaria prima dispersa. Sulla
scia di Balthasar, anche Zucal ritiene che la proposta
dialogica di Ebner sia una chiara presa di distanza
da una dialogica appiattita "entro una logica totalmente
intramondana, tutta risolta a pura e semplice tecnica
relazionale", una riflessione che di fatto "annulla
il sinolo tra Tu finito-umano e Tu-infinito divino".
Ebner al contrario, ricorda Zucal, è filosofo
sensibile alla dimensione pneumatologica, agli echi
di una "teologia dialogica"; echi presenti
anche in Guardini, da quest'ultimo riletti all’interno
di un codice e di un linguaggio teologico: "Il
mio essere Io consiste essenzialmente nel fatto che
Dio, l'assolutamente Altro da me, è divenuto
il mio Tu. In questo evento asimmetrico sta il valore
della persona". Guardini non è interessato
semplicemente a sottolineare il valore della autoappartenenza
dell'Io, che "sussiste in sé e dispone di
se stesso" o a fondare una ontologia relazionale-dialogica.
La persona, sostiene, non si fonda semplicemente nella
e in rapporto alla relazione con l'altro: ha bisogno
dell'altro per pervenire alla pienezza di sé,
ma "non sorge ontologicamente da tale rapporto".
Piuttosto, soltanto nella "parola autentica e dialogica
[…] con tale balbettante parlare e dialogare diventerà
imago Trinitatis, fragile immagine del dialogo archetipo
intratrinitario".
Il saggio di Zucal mira dunque a valorizzare
l'asse verticale del dialogo Dio-uomo, rispetto alla
relazionalità orizzontale proposta da altri dialogici,
sottolineando come nel linguaggio (che non è
semplicemente "una scatola degli attrezzi"),
spazio di senso storico-concreto, si innesti la Parola,
il Logos Theou. Non stupisce, a questo punto, che l'Autore
concluda il suo libro con un capitolo apparentemente
dissonante: una analisi dello stupore del liturgico
e la sua dimensione escatologica. Nella liturgia, in
cui è possibile un incontro con il Tu divino,
l'uomo che "è parola […] parla anche
quando vede e contempla stupito, anche quando in silenzio
è rapito da quel qualcosa che lo stupisce e che
lo lascia (letteralmente) senza parola". In ogni
evento liturgico qualcosa si rivela e l'uomo non può
"svelarlo fino al punto di riportarlo alla dimensione
consueta". Piuttosto deve lasciarlo "nella
sua non-evidenza satura di senso", affinché
nella manifestazione del divino, nella relazione con
la Parola, nello stupore dinanzi a essa, l'uomo sia
in grado di parlare al Tu di Dio, anche, con il silenzio. |