Non è consuetudine, e perciò il volume che presentiamo
ha un valore aggiunto, che l'universo di lingua tedesca dedichi
attenzione a quanto avviene "filosoficamente" di là
dalle Alpi. È forse appena il caso di notare come alcuni
dei più importanti filosofi italiani del nostro secolo
siano quasi sconosciuti fuori dal nostro paese: un autore per
es. del livello di Luigi Pareyson è noto in Germania soprattutto
come studioso dell'Idealismo tedesco ma è perlopiù
ignorato come filosofo originale. A testimonianza di ciò
è citato in Verità e metodo di Gadamer
soltanto per i suoi studi sull'estetica idealista; e inoltre,
la sua ermeneutica dell'inesauribile è pressoché
ignota e il suo pensiero tardo che tanto clamore ha suscitato
in Italia — la cosiddetta filosofia della libertà,
che oltretutto si richiama a un pensatore decisivo della tradizione
filosofica tedesca come Schelling — non è affatto
conosciuta e urge senza dubbio la necessità di una sua
più ampia diffusione.
Per quanto riguarda Vattimo bisogna tuttavia fare il discorso
inverso. I suoi lavori sono da molti anni tradotti e conosciuti
nelle principali "nazioni filosofiche" e la sua fama
internazionale è legata a quella di alcuni tra i più
importanti pensatori contemporanei: Derrida, Rorty, Habermas.
Purtroppo, come accade in questi casi, si sono rivolte al pensiero
di Vattimo una confusa molteplicità di aspettative, che
non sempre hanno aiutato a cogliere la sua specificità
e singolarità; è forse soltanto il caso di citare
due circostanze: il complesso fenomeno del "postmoderno",
che ha avuto in Vattimo uno dei suoi più rilevanti interpreti
e che senza dubbio trova in lui uno dei suoi principali ispiratori
(l'indebolimento delle pretese veritative dei "grandi
racconti" storico-emancipativi), ma che non può pretendere
di esaurire quanto ha da dire nella riflessione sulla contemporaneità
(quella ontologia della attualità, che è indubbiamente
il fulcro di una più ampia meditazione sul destino dell'Occidente);
e neppure la definizione di "pensiero debole" per indicare
la "sua" filosofia è del tutto esaustiva, se
la si mette in rapporto a un eterogeneo insieme di pensatori (da
Eco a Ferraris, da Rovatti a Dal Lago) che negli anni successivi
avrebbero preso le vie più disparate, e che in alcuni casi
avrebbero realizzato più che delle svolte delle "capriole"
filosofiche, che li avrebbe portati su strade allora del tutto
inaspettate.
Da questo punto di vista il "debolismo" come corrente
filosofica non è mai esistita e crediamo che lo stesso
Vattimo se ne rallegri, sebbene il senso del pensiero debole sia
ancora tutto da investigare e scoprire nelle sue potenzialità.
Il volume di Weiss si segnala per la completezza dell'analisi
e la ricchezza dell'argomentazione, che tiene in considerazione
l'intero itinerario intellettuale del filosofo torinese, che partendo
dal confronto con Nietzsche e Heidegger arriva all'elaborazione
di una teoria della interpretazione in rapporto all'ermeneutica
dell'inesauribile di Pareyson e al confronto con le problematiche
del cristianesimo e di un'etica "debole" radicata nel
concetto di pietas. Inoltre l'impianto del volume è
ben articolato e si sofferma a considerare alcune delle più
importanti obiezioni che sono state mosse alla filosofia di Vattimo
(Viano, per es.); in Appendice è riportata un'originale
intervista al Nostro, dal significativo titolo Die Stärke
des schwachen Denkens. Forse l'unica mancanza di un'opera
sì pregevole consiste in un eccesso di atteggiamento "museale"
nei confronti di un pensiero che emerge per la quantità
di soluzioni originali e di interpretazioni innovative, piuttosto
che per la sistematicità dell'insieme. A questo proposito
non è del tutto inutile tracciare lo "stato di famiglia"
della filosofia di Vattimo nella consapevolezza heideggeriana
che «la provenienza rimane costantemente futura».
Egli ebbe un indiscusso maestro che già dalle sue prime
opere ne segnò in modo indelebile il cammino: Luigi Pareyson.
Con lui (e in seguito con Gadamer) contrae un debito intellettuale
che rimane evidente nella maggior parte delle sue opere, ancorché
spesso gli esiti a cui egli perviene sono distanti dalle formulazioni
a cui si ispira. Vattimo riceve da Pareyson, oltre all'attenzione
per Heidegger, anzitutto l'interesse per le questioni dell'estetica,
della religione e della filosofia della libertà. All'estetica
egli dedica molti dei suoi primi lavori, tanto da metterlo in
luce come uno dei principali studiosi di questa disciplina in
Italia, anche se l'interesse più ampiamente teoretico non
tardi a manifestarsi. Dell'estetica manterrà sempre, da
una parte, la predilezione per un "pensiero scettico"
e ironico che sulla scia dei movimenti artistici del primo Novecento
sappia diventare "critico" nei confronti della società
totalmente organizzata e porsi come momento di rottura e emancipazione
rispetto a un orizzonte chiuso, frutto della razionalizzazione
della società industriale tardo moderna; dall'altra, la
scelta di una razionalità "debole" e "artistica"
che «mentre fa, inventa il modo e le regole del suo fare»
secondo la definizione che un tempo Pareyson aveva dato della
produzione artistica, che non è indirizzata da un ideale
di bellezza prefissato ma che inventa «sul momento»
le strade da prendere e le strategie migliori da mettere in atto
per raggiungere il proprio scopo.
Un altro dei temi che Vattimo eredita da Pareyson è la
centralità del fenomeno del religioso nell’orizzonte
della interpretazione degli esiti moderni della storia filosofica
dell'Occidente. Per Pareyson la dissoluzione dello hegelismo dovuta
all'opera di filosofi impegnati nel dibattito religioso come Feurerbach
e Kierkegaard permette la riscoperta nel cuore della modernità
di esperienze come quella religiosa, che il razionalismo storicistico
hegeliano aveva marginalizzato. Vattimo innesta proprio qui la
sua riconsiderazione della eredità religiosa dell'Occidente
cristiano: il tramonto delle ideologie nel mondo tardo moderno
non fa che proseguire quella lunga marcia dissolutiva, che partita
da lontano si era notevolmente accelerata dalla metà del
XIX sec. (come non aggiungere anche il nome di Nietzsche, uno
dei suoi autori prediletti?) e rende ormai il campo sgombro da
quell'insieme di pregiudizi e pregiudiziali nei confronti della
religione, che il razionalismo prima storicista e poi marxista
non avevano fatto altro che confermare. Vattimo intende quindi
l'esperienza religiosa in contrapposizione a una sua interpretazione
tragicista nell'orizzonte liberale di una progressiva affermazione
nella cultura e nel pensiero occidentale del «principio
cristiano di secolarizzazione», ossia di quel movimento
epocale iniziato con Cristo stesso di progressiva riduzione degli
aspetti "minacciosi" e naturalisticamente oppressivi
del Dio di matrice veterotestamentaria (ma anche greca se si pensa
alla ferocia e all'arbitraria violenza della divinità dei
miti greci o arcaici). In tal modo, la secolarizzazione del mondo
moderno, che ha ampiamente sostituito alle credenze religiose
uno stile di vita e di comportamento sociale molto vario e decisamente
meno influenzato da convinzioni di ogni tipo politiche o religiose,
non è il risultato di un allontanamento "malvagio"
da un'origine buona e salvifica (che storicamente la
Chiesa Cattolica ha sempre individuato nella Cristianità
medioevale e preriformata), ma è l'esito di un processo
che ha avuto come suo inizio la predicazione dello stesso Gesù,
che nell'amore per il prossimo ha visto l'unica regola da seguire
per dare seguito alla sua attività religiosa e per raggiungere
la salvezza sperata.
In questo modo, seppur partendo da un punto di vista molto differente,
Vattimo raggiunge gli stessi esiti della teologia liberale (e
da parte cattolica "modernista") di inizio Novecento,
la quale è stata forse troppo presto travolta e crediamo
ingiustamente soffocata dall'onda della teologia "dialettica"
di Barth, che pure — come per es. Bultmann — di quella
teologia erano stati allievi e prosecutori. All'essenza della
esperienza religiosa si collega una delle questioni centrali negli
scritti di Pareyson, come di Vattimo, il problema della libertà.
Pareyson sulla scia di Schelling cerca di fondare la libertà
radicata nella scelta dell'individuo attraverso un processo ad
infinitum che individua in Dio l'origine della libertà.
Non solo Dio è l'origine della libertà, ma la libertà
stessa agisce fin dall'origine in Dio, che si configura come scelta
ab aeterno del bene sul male. La libertà è
per Pareyson ancora più originaria quindi di Dio stesso,
che da questa originaria libertà esce per imporre il trionfo
del bene ma che tuttavia non può fare a meno anche soltanto
per un istante di considerare il male come una possibilità;
e questo è il discorso "temerario" del male in
Dio. Vattimo è sicuramente lontano per sensibilità
personale da tali scenari cosmici e apocalittici ma non si può
affermare che lo sia dall'essenza dei problemi qui messi in gioco:
la libertà e il male. Al contrario, in questo momento essi
rappresentano alcuni degli oggetti più costantemente al
centro della sua filosofia. Ma come intende Vattimo la libertà?
È possibile affermare che Vattimo non intende la libertà,
come vuole un certo pathos esistenzialistico, come quell'incerto
e instabile orizzonte su cui si staglia la scelta del singolo;
da questo punto di vista egli è molto distante dall'esistenzialismo.
Per lui la libertà è da collocarsi inizialmente
sul piano di quella che Heidegger ha chiamato "storia dell’essere"
e va accostata come il correlato di un processo di "emancipazione",
che ha il suo referente più vicino — come si è
già ricordato — nella critica alla società
totalitaria dei movimenti artistici del primo Novecento (per es.
Bloch) e nella rivolta studentesca del '68, con Marcuse e la sua
critica all'uomo "a una dimensione" (in cui si delinea
la contrapposizione alla società borghese tardo moderna
che costringe gli individui in ruoli già prefissati e impedisce
l'espressione della libera creatività personale).
Come si conciliano "storia dell’essere" e processo
di emancipazione? Questa sembra la sfida che da sempre si è
posta dinnanzi al pensiero di Vattimo e il cui esito ne ha fatto
uno dei più lucidi interpreti del mondo tardo moderno,
in cui a istanze che spingono alla conservazione della continuità
culturale dell'Occidente si assommano le aspettative di emancipazione
di chi ai margini dell'Occidente è sempre rimasto. Questa
è da sempre la sfida del pensiero di Vattimo, che concilia
continuità e discontinuità in un insieme "dialettico"
non in senso accrescitivo, nessuna istanza supera e ingloba l'altra
conservandola (Hegel), ma "diminutivo" e kenotico
(il tardo Schelling), ogni istanza rinuncia alle sue pretese di
assolutezza per fare spazio all'altra, per lasciarla parlare (Cristo).
Decisiva nel quadro dell'elaborazione del pensiero di Vattimo
è l'interpretazione della heideggeriana "storia dell’essere",
la quale viene liberata dalla sua lettura "romantica"
e passatista che ne vedeva un elogio del "darsi aurorale"
della verità nella filosofia greca presocratica a discapito
della sua trasposizione nel mondo cristiano e moderno. Seguendo
le stesse indicazioni di Heidegger, Vattimo interpreta la storia
dell'essere a partire dalla sua conclusione: la completa riduzione
della differenza ontologica nel mondo tecnico della società
industriale, che nella sua "enormità" svela le
trame dell'intera storia del pensiero occidentale pervasa dalla
volontà di ridurre l'essere all'ente nell'orizzonte della
mai sopita tensione al dominio della realtà da parte dell'uomo.
Nella tecnica il pensiero mostra la sua natura violenta e dominante,
aprendo in tal modo la strada a un globale ripensamento della
sua essenza e del suo destino. In tal modo Vattimo legge la storia
dell'essere mostrando come il progressivo abbandono delle origini
greche del pensiero (e della identificazione metafisica dell'essere
con la natura come in Parmenide o con il "valore" come
in Platone) invece di rappresentare un evento negativo e deiettivo
incarna vieppiù il destino della metafisica e dell'Occidente
che da essa proviene.
La storia dell'Occidente dalla Grecia a oggi è interpretata
come un lungo processo di "presa di congedo" dalle origini
violente e metafisiche del pensiero verso una sempre maggiore
affermazione del "principio di libertà", in cui
la presenza impositiva dell'essere nel suo lento dileguare lascia
spazio alla molteplicità delle manifestazioni "ontiche";
in tal modo la storia dell'essere si trasforma in una storia dell'esser
libero dell'ente rispetto all'essere, dando vita a una ontologia
"storica" e concreta della libertà che ancora
è lontana dall'aver detto la sua ultima parola. Se l'ontologia
della libertà di Pareyson dava alla libertà un rango
superiore e più originario rispetto all'essere, in Vattimo
i due termini diventano sinonimi essere/libertà, laddove
l'essere non lascia completamente il posto agli enti come per
es. in Derrida e Rorty ma si "incarna" negli enti, che
rimangono in tal modo irrimediabilmente aperti all'essere per
una sorta di "marchio di fabbrica": l'essere è
quindi interpretato come quella "possibilità"
di libertà che sempre inerisce agli enti, che nel caso
in cui venissero completamente abbandonati a se stessi rimarrebbero
preda di un orizzonte chiuso e totalizzante. L'essere in quanto
"possibilità" di libertà si avvicina a
quella promesse de bonheur che Adorno riferiva esclusivamente
all'arte come possibilità di intravedere un aldilà,
uno spiraglio nel mondo completamente organizzato. In tal modo
l'essere rimane come speranza, come "possibilità",
come quel "non ancora completamente" secolarizzato di
un mondo ampiamente secolarizzato; da questo punto di vista la
secolarizzazione è per Vattimo un processo, un movimento
piuttosto che un fatto compiuto: la secolarizzazione rimane sempre
"incompiuta", è sempre in cammino... Lo stesso
messaggio cristiano, che ha incredibilmente velocizzato questo
processo di secolarizzazione, si può riassumere nell'invito
paolino a "vigliare" e "essere desti", non
essendo possibile calcolare né il giorno né l'ora
del ritorno del Signore.
È possibile chiedersi come una filosofia così secolarizzata
e secolarizzante — che però non rigetta il suo legame
con la tradizione cristiana, anzi lo rivendica! — si ponga
di fronte ai grandi interrogativi "religiosi" del nostro
tempo, per es. a quel problema del male che è sempre più
attuale nella società e nel pensiero contemporaneo, tanto
che si è parlato in questi anni in diverse opere di una
vera e propria "attualità del male". Vattimo
è sicuramente molto sensibile al problema del male, anche
se la sua interpretazione non può che divergere da quella
che proviene da quel grandioso affresco cosmologico e escatologico
in cui è inserito nella speculazione dell'ultimo Pareyson.
Per Vattimo il male si lega alla sua dimensione più propriamente
storico-destinale, prima che teologica e religiosa, e a quello
che Heidegger chiama l'oblio dell'essere (Seinsvergessenheit).
Il male è interpretato quindi come espressione della volontà
di fare dell'essere un essere fondante, ossia il non cogliere,
il venir meno alla propria destinazione "epocale". Il
male resta in fondo la scelta di un orizzonte chiuso di significati
invece di un'apertura a una molteplicità di sensi e interpretazioni
e viene proiettato sullo sfondo più ampio e meno tragico
di un movimento "epocale" di liberazione, che si tratta
di assecondare e approfondire piuttosto che impedire o arginare.
Nella sua "sdrammatizzazione" della domanda sul male,
tuttavia, Vattimo non è meno cristiano, piuttosto interpreta
radicalmente questo messaggio, in cui la morte "sacrificale"
di Cristo toglie al male ogni aspetto doloroso e tragico, anzi
lo scavalca definitivamente nella promessa di una finale liberazione
dal male e dalla morte e nella apertura di un orizzonte "gioioso",
che non sembra azzardato accostare alla dimensione della "vita
eterna" promessa dalla fede cristiana. In merito a ciò
è convincente quanto Vattimo afferma, quando sostiene che
un pensiero radicalmente cristiano dovrebbe guardarsi bene dalla
stessa riproposizione della questione del male, che lo riporta
a una concezione della divinità vetero-testamentaria (il
male come punizione di Dio) e che quindi trascura la centralità
e il potenziale liberatorio della figura del Cristo (è
l'accusa principale che egli rivolge alla ontologia tragica della
libertà di Pareyson, laddove ciò che viene contestato
è appunto l'uso dell'aggettivo "tragico", che
in ambito cristiano mostra tutta la sua paradossalità).
Anche qui emerge una delle istanze principali della filosofia
di Vattimo: il desiderio di essere "attuale", nel senso
di corrispondere ai cambiamenti epocali che avvengono nella società
nella consapevolezza hegeliana che compito della filosofia sia
quello di essere «il proprio tempo espresso nel concetto»,
ovvero il proprio tempo colto nella sua "spiritualità"
e non semplicemente nella sua dinamica economica o politica. Forse
ci si spinge troppo in là nel voler assegnare a Vattimo
una "filosofia dello spirito", anche se senza dubbio
il concetto di spirito gli appartiene, sebbene nella sua versione
con la "s" minuscola, nel senso dello "spirito
di iniziativa" o forse anche di "battuta di spirito".
Anzi la progressiva "spiritualizzazione" della realtà
e il venir meno del carattere impositivo della materia è
riconosciuto da Vattimo come uno dei tratti distintivi del nostro
tempo, segnato dall'esplodere della società della informazione
e dal delinearsi della nostra società in un orizzonte postindustriale.
In tal modo si avvicinano a Vattimo alcuni autori, che forse per
molto tempo gli erano stati lontani, come per es. lo Schelling
dei Weltalter, scritto ove è tracciato proprio
questo processo di un progressivo abbandono del carattere "letterale"
della realtà verso una sua spiritualizzazione, che nel
mondo cristiano raggiunge il suo culmine, o l'abate calabrese
Gioacchino da Fiore, ma qui il richiamo sembra meno pregnante
visto il carattere troppo marcatamente esegetico e visionario
e meno filosofico di questi scritti. La spiritualizzazione della
realtà nella situazione postmoderna nasce in particolare
dagli esiti ultimi della società della comunicazione di
massa, dove la quantità di informazioni e di interpretazioni
dei fatti si moltiplicano a dismisura, così da dare l'impressione
che i fatti stessi perdano la loro solidità e quanto meno
si volatilizzino sempre più. Ciò è legato
all’importanza sempre crescente che l'interpretazione di
un evento si trova a ricoprire nella nostra società per
il tramite dei massmedia, che moltiplicano all'infinito la singolarità
e la particolarità di un evento, che rimane relegato ai
margini di una dialettica interpretativa senza limite. La filosofia
che prende atto e si fa carico di questa centralità dell’interpretazione
è l'ermeneutica, con cui Vattimo entra in contatto prima
nella formulazione che Pareyson ne offre in Verità
e interpretazione nel 1957 e pochi anni dopo nella sua sistematizzazione
a opera di Gadamer.
L'ermeneutica parte dal riconoscimento del primato del concetto
di interpretazione nella filosofia posthegeliana che si sarebbe
sempre più evoluta in direzione del carattere poliedrico
e multiforme della verità, che non rimane più confinata
all’interno di un singolo atto di percezione ma che è
il risultato di un complesso processo interpretativo, in cui perdendo
della sua stabilità e ultimatività acquista un carattere
plurale e prospettico. L'ermeneutica si candida così a
diventare la filosofia del nostro tempo, una "ontologia dell'attualità"
nel senso in cui l'intende Vattimo. L'ermeneutica con la sua teoria
dell’interpretazione e la sua ontologia "linguistica"
rappresenta l'impalcatura di questo pensiero, che può essere
definito anche un'ontologia ermeneutica nichilista, che si distacca
infatti da un'interpretazione eccessivamente conciliante della
contemporaneità qual è quella tipica degli scritti
di Gadamer, ma che rimane ferma nel sostenere che «l'essere,
che può essere compreso, è linguaggio». In
tal modo la riflessione di Vattimo si vede oggi orientata in due
direzioni: per un verso, l'accentuazione di tematiche religiose
lo ha condotto a confrontarsi con alcuni aspetti "oscuri"
e meno facilmente secolarizzabili della esperienza umana, come
il male e la sofferenza, che pongono domande difficili per una
filosofia che voglia essere "ontologia dell'attualità",
senza diventare semplicemente un elogio dell'attualità
(soprattutto dopo i tragici eventi legati alla ricomparsa del
terrorismo religioso e al conflitto interculturale tra Occidente
cristiano e Oriente arabo); per l'altro si evidenzia il carattere
già da sempre "politico" di questa filosofia,
che non si limita a osservare dall'alto gli avvenimenti del nostro
tempo con il malcelato desiderio di guidarli, ma che sa diventare
anche "prassi politica", senza divenire una "semplice"
prassi ma rivendicando un bagaglio di idee e ispirazioni nate
altrove, ossia dal confronto con le istanze e le aspirazioni di
libertà che caratterizzano dal profondo nella sua essenza
l’uomo occidentale, che fin dalla Antichità ha pensato
la filosofia come l'istanza di emancipazione per eccellenza.