Un ritratto di Vattimo
(alla luce di Pareyson)
di Pierfrancesco
Stagi
Non
è consuetudine, e per questo il volume che presentiamo
ha un valore aggiunto, che l'universo di lingua tedesca
dedichi attenzione a quanto avviene "filosoficamente"
di là dalle Alpi. È forse appena il caso
di notare come alcuni dei più importanti filosofi
italiani del nostro secolo siano quasi sconosciuti fuori
dal nostro paese: un autore, ad esempio, del livello
di Luigi Pareyson è noto in Germania soprattutto
come studioso dell'Idealismo Tedesco, ma è ignorato
come filosofo originale (a testimonianza di ciò
è citato in Verità e metodo di
Gadamer solo per i suoi studi sull'estetica idealista,
e inoltre la sua ermeneutica dell'inesauribile è
pressoché ignota e il pensiero tardo che tanto
clamore ha suscitato in Italia, la cosiddetta filosofia
della libertà, che oltretutto si richiama a un
pensatore decisivo della tradizione filosofica tedesca
come Schelling, non è affatto conosciuta e urge
senza dubbio la necessità di una sua più
ampia diffusione).
Per quanto riguarda Vattimo bisogna
tuttavia fare il discorso inverso, in quanto i suoi
lavori sono da molti anni tradotti e conosciuti nelle
principali nazioni filosofiche, e la sua fama internazionale
è legata a quella di alcuni tra i più
importanti pensatori contemporanei: Derrida, Rorty,
Habermas. Purtroppo, come accade in questi casi, si
sono rivolte al pensiero di Vattimo una confusa molteplicità
d'aspettative, che non sempre hanno aiutato a cogliere
la sua specificità e singolarità; è
forse soltanto il caso di citare due circostanze: il
complesso fenomeno del "postmoderno", che
ha avuto in Vattimo uno dei suoi più rilevanti
interpreti e che senza dubbio trova in lui uno dei suoi
principali ispiratori (l'indebolimento delle pretese
veritative dei "grandi racconti" storico-emancipativi),
ma che non può pretendere di esaurire quanto
ha da dire nella riflessione sulla contemporaneità
(quella ontologia della attualità, che è
indubbiamente il fulcro di una più ampia meditazione
sul destino dell'Occidente); e neppure la definizione
di "pensiero debole" per indicare la "sua"
filosofia è del tutto esaustiva, se la si mette
in rapporto a un eterogeneo insieme di pensatori (da
Eco a Ferraris, da Rovatti a Dal Lago) che negli anni
successivi avrebbero preso le vie più disparate,
e che in alcuni casi avrebbero realizzato più
che delle svolte delle "capriole" filosofiche,
che li avrebbe portati su strade allora del tutto inaspettate.
Da questo punto di vista il "debolismo"
come corrente filosofica non è mai esistita e
crediamo che lo stesso Vattimo se ne rallegri, sebbene
il senso del pensiero debole sia ancora tutto da investigare
e scoprire nelle sue potenzialità. Il volume
di Weiss si segnala per la completezza della analisi
e la ricchezza dell'argomentazione, che tiene in considerazione
l'intero percorso filosofico di Vattimo, che partendo
dal confronto con Nietzsche ed Heidegger arriva all'elaborazione
di una teoria della interpretazione in rapporto all'ermeneutica
dell'inesauribile di Pareyson e al confronto con le
problematiche del cristianesimo e di un'etica "debole"
radicata nel concetto di pietas. Inoltre l'impianto
del volume è ben articolato e si sofferma a considerare
alcune delle più importanti obiezioni che sono
state mosse alla filosofia di Vattimo (Viano, per es.);
in Appendice è riportata un'originale intervista
al filosofo torinese dal titolo Die Stärke
des schwachen Denkens. Forse l'unica mancanza di
un'opera peraltro pregevole consiste in un eccesso di
atteggiamento "museale" nei confronti d'un
pensiero che emerge per la quantità di soluzioni
originali e di interpretazioni innovative, piuttosto
che per la sistematicità dell'insieme. A questo
proposito non è inutile tracciare lo "stato
di famiglia" della filosofia di Vattimo nella consapevolezza
heideggeriana che "la provenienza rimane costantemente
futura". Egli ebbe un indiscusso maestro che già
dalle sue prime opere ne segnò in modo indelebile
il cammino: Luigi Pareyson. Con lui (e in seguito con
Gadamer) s'instaura un rapporto di debito intellettuale,
che rimane evidente nella maggior parte delle sue opere,
anche se spesso gli esiti a cui perviene sono distanti
dalle formulazioni del proprio maestro. Vattimo riceve
da Pareyson anzitutto, oltre alla attenzione per Heidegger,
l'interesse per i temi dell'estetica, della religione
e della filosofia della libertà. All'estetica
egli dedica molti dei suoi primi lavori, tanto da metterlo
in luce come uno dei principali studiosi di questa disciplina
in Italia, anche se l'interesse più ampiamente
teoretico non tarda a manifestarsi. Dell'estetica manterrà
sempre, da una parte, la predilezione per un "pensiero
scettico" e ironico che sulla scia dei movimenti
artistici del primo Novecento sappia diventare "critico"
nei confronti della società totalmente organizzata
e porsi come momento di rottura e emancipazione rispetto
a un orizzonte chiuso, frutto della razionalizzazione
della società industriale tardo moderna; dall'altra,
la scelta di una razionalità "debole"
e "artistica" che "mentre fa inventa
il modo e le regole del suo fare" secondo la definizione
che un tempo Pareyson aveva dato della produzione artistica,
che non è indirizzata da un ideale di bellezza
prefissato ma che inventa "sul momento" le
strade da prendere e le strategie migliori da mettere
in atto per raggiungere il proprio scopo.
Un altro dei temi che Vattimo eredita
da Pareyson è la centralità del fenomeno
del religioso nell’orizzonte della interpretazione
degli esiti moderni della storia filosofica dell'Occidente.
Per Pareyson la dissoluzione dello hegelismo dovuta
all'opera di filosofi impegnati nel dibattito religioso
come Feurerbach e Kierkegaard, permette la riscoperta
nel cuore della modernità di esperienze come
quella religiosa, che il razionalismo storicistico hegeliano
aveva ampiamente marginalizzato. Vattimo innesta proprio
qui la sua riconsiderazione della eredità religiosa
dell'Occidente cristiano: il tramonto delle ideologie
nel mondo tardo moderno non fa che proseguire quella
lunga marcia dissolutiva, che partita da lontano si
era notevolmente accelerata dalla metà del XIX
sec. (come non aggiungere anche il nome di Nietzsche,
uno dei suoi autori prediletti) e rende ormai il campo
sgombro da quell'insieme di pregiudizi e pregiudiziali
nei confronti della religione, che il razionalismo prima
storicista e poi marxista non avevano fatto che confermare.
Vattimo intende quindi l'esperienza religiosa in contrapposizione
a una sua interpretazione tragicista nell'orizzonte
liberale di una progressiva affermazione nella cultura
e nel pensiero occidentale del "principio cristiano
di secolarizzazione", ossia di quel movimento epocale
iniziato con Cristo stesso di progressiva riduzione
degli aspetti "minacciosi" e naturalisticamente
oppressivi del Dio di matrice veterotestamentaria (ma
anche greca se si pensa alla ferocia e all'arbitraria
violenza della divinità dei miti greci o arcaici).
In tal modo, la secolarizzazione del mondo moderno,
che ha ampiamente sostituito alle credenze religiose
uno stile di vita e di comportamento sociale molto vario
e decisamente meno influenzato da convinzioni di ogni
tipo politiche o religiose, non è il risultato
di un allontanamento "malvagio" da un'origine
buona e "salvifica" (che a livello storico
la Chiesa Cattolica ha sempre individuato nella Cristianità
medioevale e preriformata), ma è l'esito di un
processo che ha avuto come suo inizio la predicazione
dello stesso Gesù, che nell'amore per il prossimo
ha visto l'unica regola da seguire per dare seguito
alla sua attività religiosa e per raggiungere
la salvezza sperata.
In questo modo Vattimo raggiunge sebbene
partendo da un punto di vista molto differente gli stessi
esiti della teologia liberale (e da parte cattolica
"modernista") di inizio Novecento, che venne
forse ben presto travolta e crediamo ingiustamente soffocata
dall'onda della teologia "dialettica" di Barth,
che pure come ad esempio lo stesso Bultmann di quella
teologia erano stati allievi e prosecutori. All'essenza
della esperienza religiosa si collega una delle questioni
centrali negli scritti di Pareyson, come di Vattimo,
il problema della libertà. Pareyson sulla scia
di Schelling cerca di fondare la libertà radicata
nella scelta dell'individuo attraverso un processo ad
infinitum che individua in Dio l'origine della libertà.
Non solo Dio è l'origine della libertà,
ma la libertà stessa agisce fin dall'origine
in Dio, che si configura come scelta ab aeterno del
bene sul male. La libertà è per Pareyson
ancora più originaria quindi di Dio stesso, che
da questa originaria libertà esce per imporre
il trionfo del bene, ma che tuttavia non può
fare a meno anche soltanto per un istante di considerare
il male come una possibilità; e questo è
il discorso "temerario" del male in Dio. Vattimo
è sicuramente lontano per sensibilità
personale da tali scenari cosmici e apocalittici, ma
non si può affermare che lo sia dall'essenza
dei problemi qui messi in gioco: la libertà e
il male. Al contrario, in questo momento essi rappresentano
alcuni degli oggetti più costantemente al centro
della sua filosofia. Ma come intende Vattimo la libertà?
È possibile affermare che Vattimo non intende
la libertà, come vuole un certo pathos esistenzialistico,
come quell'incerto e instabile orizzonte su cui si staglia
la scelta del singolo; da questo punto di vista egli
è molto distante dall'esistenzialismo. Per lui
la libertà è da collocarsi inizialmente
sul piano di quella che Heidegger ha chiamato "storia
dell’essere" e va accostata come il correlato
di un processo di "emancipazione", che ha
il suo referente più vicino – come già
ricordato – nella critica alla società
totalitaria dei movimenti artistici del primo Novecento
(per es. Bloch) e nella rivolta studentesca del '68,
con Marcuse e la sua critica all'uomo "a una dimensione",
in cui si delinea la contrapposizione alla società
borghese tardo moderna che costringe gli individui in
ruoli già prefissati e impedisce l'espressione
della libera creatività personale. Come si conciliano
"storia dell’essere" e processo di emancipazione?
Questa sembra la sfida che da sempre si è posta
dinnanzi al pensiero di Vattimo, e il cui esito ne ha
fatto uno dei più lucidi interpreti del mondo
tardo moderno, in cui a istanze che spingono alla conservazione
della continuità culturale dell'Occidente si
assommano le aspettative di emancipazione di chi ai
margini dell'Occidente è sempre rimasto. Questa
è da sempre la sfida del pensiero di Vattimo,
che concilia continuità e discontinuità
in un insieme "dialettico" non in senso accrescitivo,
nessuna istanza supera e ingloba l'altra conservandola
(Hegel), ma "diminutivo" e kenotico (il tardo
Schelling), ogni istanza rinuncia alle sue pretese di
assolutezza per fare spazio all'altra, per lasciarla
parlare (Cristo). Decisiva nel quadro della elaborazione
del pensiero di Vattimo è l'interpretazione della
heideggeriana "storia dell’essere",
che viene liberata dalla sua lettura "romantica"
e passatista che ne vedeva un elogio del darsi aurorale
della verità nella filosofia greca presocratica
a discapito della sua trasposizione nel mondo cristiano
e moderno.
Vattimo, seguendo le stesse indicazioni
di Heidegger, interpreta la storia dell'essere a partire
dalla sua conclusione: la completa riduzione della differenza
ontologica nel mondo tecnico della società industriale,
che nella sua "enormità" svela le trame
dell'intera storia del pensiero occidentale pervasa
dalla volontà di ridurre l'essere all'ente nell'orizzonte
della mai sopita tensione al dominio della realtà
da parte dell'uomo. Nella tecnica il pensiero mostra
la sua natura violenta e dominante, aprendo in tal modo
la strada a un globale ripensamento della sua essenza
e del suo destino. In tal modo Vattimo legge la storia
dell'essere mostrando come il progressivo abbandono
delle origini greche del pensiero (e della identificazione
metafisica dell'essere con la natura come in Parmenide
o con il "valore" come in Platone) invece
di rappresentare un evento negativo e deiettivo incarna
il destino della metafisica e dell'Occidente che da
essa proviene. La storia dell'Occidente dalla Grecia
a oggi è interpretata come un lungo processo
di "presa di congedo" dalle origini violente
e metafisiche del pensiero verso una sempre maggiore
affermazione del "principio di libertà",
in cui la presenza impositiva dell'essere nel suo lento
dileguare lascia spazio alla molteplicità delle
manifestazioni "ontiche"; in tal modo la storia
dell'essere si trasforma in una storia dell'esser libero
dell'ente rispetto all'essere, dando vita a una ontologia
"storica" e concreta della libertà
che ancora è lontana dall'aver detto la sua ultima
parola. Se l'ontologia della libertà di Pareyson
dava alla libertà un rango superiore e più
originario rispetto all'essere, in Vattimo i due termini
diventano sinonimi essere/libertà, laddove l'essere
non lascia completamente il posto agli enti come per
es. in Derrida e Rorty, ma si "incarna" negli
enti, che rimangono in tal modo irrimediabilmente aperti
all'essere per una sorta di "marchio di fabbrica":
l'essere è quindi interpretato come quella "possibilità"
di libertà che sempre inerisce agli enti, che
nel caso in cui venissero completamente abbandonati
a se stessi rimarrebbero preda di un orizzonte chiuso
e totalizzante. L'essere in quanto "possibilità"
di libertà si avvicina a quella promesse de bonheur
che Adorno riferiva esclusivamente all'arte come possibilità
di intravedere un aldilà, uno spiraglio nel mondo
completamente organizzato. In tal modo l'essere rimane
come speranza, come "possibilità",
come quel "non ancora completamente" secolarizzato
di un mondo ampiamente secolarizzato; da questo punto
di vista la secolarizzazione è per Vattimo un
processo, un movimento piuttosto che un fatto compiuto:
la secolarizzazione rimane sempre "incompiuta",
è sempre in cammino... Lo stesso messaggio cristiano,
che ha incredibilmente velocizzato questo processo di
secolarizzazione, si può riassumere nell'invito
paolino a "vigliare" e "essere desti",
non essendo possibile calcolare né il giorno
né l'ora del ritorno del Signore.
È possibile chiedersi come
una filosofia così secolarizzata e secolarizzante,
che tuttavia non rigetta il suo legame con la tradizione
cristiana, anzi lo rivendica, si ponga di fronte ai
grandi interrogativi "religiosi" del nostro
tempo, ad esempio al problema del male, che è
sempre più attuale nella società e nel
pensiero del nostro tempo, tanto che si è parlato
in questi anni in diverse opere di una vera e propria
"attualità del male". Vattimo è
sicuramente molto sensibile al problema del male, anche
se la sua interpretazione non può che divergere
da quella che proviene da quel grandioso affresco cosmologico
e escatologico in cui è inserito nella speculazione
dell'ultimo Pareyson. Per Vattimo il male si lega alla
sua dimensione più propriamente storico-destinale,
prima che teologica e religiosa, e a quello che Heidegger
chiama l'oblio dell'essere. Il male è interpretato
quindi come espressione della volontà di fare
dell'essere un essere fondante, ossia il non cogliere,
il venir meno alla propria destinazione "epocale".
Il male resta in fondo la scelta di un orizzonte chiuso
di significati invece di un'apertura a una molteplicità
di sensi e interpretazioni e viene proiettato sullo
sfondo più ampio e meno tragico di un movimento
"epocale" di liberazione, che si tratta di
assecondare e approfondire piuttosto che impedire o
arginare. Nella sua "sdrammatizzazione" della
domanda sul male, tuttavia, Vattimo non è meno
cristiano, piuttosto interpreta radicalmente questo
messaggio, in cui la morte "sacrificale" di
Cristo toglie al male ogni aspetto doloroso e tragico,
anzi lo scavalca definitivamente nella promessa di una
finale liberazione dal male e dalla morte e nella apertura
di un orizzonte "gioioso", che non sembra
azzardato accostare alla dimensione della "vita
eterna" promessa dalla fede cristiana. In merito
a ciò è convincente quanto Vattimo afferma,
quando sostiene che un pensiero radicalmente cristiano
dovrebbe guardarsi bene dalla stessa riproposizione
della questione del male, che lo riporta a una concezione
della divinità vetero-testamentaria (il male
come punizione di Dio) e che quindi trascura la centralità
e il potenziale liberatorio della figura del Cristo
(è l'accusa principale che egli rivolge alla
ontologia tragica della libertà di Pareyson,
laddove ciò che viene contestato è appunto
l'uso dell'aggettivo "tragico", che in ambito
cristiano mostra tutta la sua paradossalità).
Anche qui emerge una delle istanze
principali della filosofia di Vattimo, ossia il desiderio
di essere "attuale", nel senso di "corrispondere"
ai cambiamenti epocali che avvengono nella società
nella consapevolezza hegeliana che il compito della
filosofia è quello di essere "il proprio
tempo espresso nel concetto", ovvero il proprio
tempo colto nella sua "spiritualità"
e non semplicemente nella sua dinamica economica o politica.
Forse ci si spinge troppo in là nel voler assegnare
a Vattimo una "filosofia dello spirito", anche
se senza dubbio il concetto di spirito gli appartiene,
sebbene nella sua versione con la "s" minuscola,
nel senso dello "spirito di iniziativa", o
forse anche di "battuta di spirito". Anzi
la progressiva "spiritualizzazione" della
realtà e il venir meno del carattere impositivo
della materia è riconosciuto da Vattimo come
uno dei tratti distintivi del nostro tempo, segnato
dall'esplodere della società della informazione
e dal delinearsi della nostra società in un orizzonte
postindustriale. In tal modo si avvicinano a Vattimo
alcuni autori, che forse per molto tempo gli erano stati
lontani, come ad esempio lo Schelling dei Weltalter,
dove è descritto proprio questo processo di un
progressivo abbandono del carattere "letterale"
della realtà verso una sua spiritualizzazione,
che nel mondo cristiano raggiunge il suo culmine, o
l'abate calabrese Gioacchino da Fiore, ma qui il richiamo
sembra meno pregnante visto il carattere troppo marcatamente
esegetico e visionario e meno filosofico di questi scritti.
La spiritualizzazione della realtà nella situazione
postmoderna nasce in particolare dagli esiti ultimi
della società della comunicazione di massa, dove
la quantità di informazioni e di interpretazioni
dei fatti si moltiplicano a dismisura, così da
dare l'impressione che i fatti stessi perdano la loro
solidità e quanto meno si volatilizzino sempre
più. Ciò è legato all’importanza
sempre crescente che l'interpretazione di un evento
si trova a ricoprire nella nostra società per
il tramite dei massmedia, che moltiplicano all'infinito
la singolarità e la particolarità di un
evento, che rimane relegato ai margini di una dialettica
interpretativa senza limite. La filosofia che prende
atto e si fa carico di questa centralità dell’interpretazione
è l'ermeneutica, con cui Vattimo entra in contatto
prima nella formulazione che Pareyson ne offre in Verità
e interpretazione nel 1957 e pochi anni dopo nella sua
sistematizzazione ad opera di Gadamer.
L'ermeneutica parte dal riconoscimento
del primato del concetto di interpretazione nella filosofia
posthegeliana che si sarebbe sempre più evoluta
in direzione del carattere poliedrico e multiforme della
verità, che non rimane più confinata all’interno
di un singolo atto di percezione ma che è il
risultato di un complesso processo interpretativo, in
cui perdendo della sua stabilità e ultimatività
acquista un carattere plurale e prospettico. L'ermeneutica
si candida così a diventare la filosofia del
nostro tempo, una "ontologia dell'attualità"
nel senso in cui l'intende Vattimo. L'ermeneutica con
la sua teoria dell’interpretazione e la sua ontologia
"linguistica" rappresenta l'impalcatura di
questo pensiero, che può essere definito anche
un'ontologia ermeneutica nichilista, che si distacca,
infatti, da una interpretazione eccessivamente conciliante
della contemporaneità tipica degli scritti di
Gadamer, ma che rimane ferma nel sostenere che "l'essere,
che può essere compreso, è linguaggio".
In tal modo si vede oggi la riflessione di Vattimo orientata
in due direzioni: per un verso, l'accentuazione di tematiche
religiose lo ha condotto a confrontarsi con alcuni aspetti
"oscuri" e meno facilmente secolarizzabili
della esperienza umana, come il male e la sofferenza,
che pongono domande difficili per una filosofia che
voglia essere "ontologia dell'attualità",
senza diventare semplicemente un elogio dell'attualità
(soprattutto dopo i tragici eventi legati alla ricomparsa
del terrorismo religioso e al conflitto interculturale
tra Occidente cristiano e Oriente arabo); per l'altro
si evidenzia il carattere già da sempre "politico"
di questa filosofia, che non si limita a osservare dall'alto
gli avvenimenti del nostro tempo con il malcelato desiderio
di guidarli, ma che sa diventare anche "prassi
politica", senza divenire una "semplice"
prassi ma rivendicando un bagaglio di idee e ispirazioni
nate altrove, ossia dal confronto con le istanze e le
aspirazioni di libertà che caratterizzano dal
profondo nella sua essenza l’uomo occidentale,
che fin dalla Antichità ha pensato la filosofia
come l'istanza di emancipazione per eccellenza.
|