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La città: angoscia e possibilità

di Andrea Serra

   Nel volume Dalla città accogliente alla città aperta, Carlo Maria Martini, Dionigi Tettamanzi, Franco Riva e Saverio Xeres si confrontano sul tema attualissimo dello statuto storico, etico e antropologico della città. Viviamo infatti nell'epoca della crisi, che è anzitutto la crisi del con-vivere e del dialogo sociale. Oggi la città è abitata da profonde ambiguità e innegabili contraddizioni. Più che luogo della vita, del lavoro e della accoglienza, essa oscilla tra paure e aspirazioni, chiusure e espansionismi, povertà laceranti e promesse di benessere.

   Nell'Introduzione, significativamente intitolata La città e i volti, Franco Riva mette in moto una vera e propria fenomenologia della città, che attraversa e articola tutti i temi toccati dagli interventi del volume. La città appare solcata da una ambiguità senza precedenti. Da luogo di civiltà sembra essere diventata luogo di paure ancestrali. Dietro le immagini suadenti e floride che essa propone si celano conflitti irriducibili e angosce silenziose. La violenza, la criminalità e il terrore sembrano aver preso dimora nella città, che è sempre stata invece protezione contro gli abusi e le prevaricazioni. L'insicurezza profonda che si agita nei tessuti urbani elimina di fatto la responsabilità, per cui ognuno rinuncia al proprio impegno in nome di una impersonalità diffusa, e dal punto di vista collettivo le istituzioni riducono a casi individuali e eccezionali problematiche strutturali e costitutive. Così si registra la fuga dalle città e, insieme, l'aumento di una cultura della rivalità mascherata da buone intenzioni di dialogo e di intesa. Ciò che emerge è l'ingiustizia, che prolifera nelle diverse forme del violento, e può agire indisturbata. Riva rileva come la città potrà essere di nuovo di tutti solo a due condizioni: essere davvero per tutti e essere partecipata da tutti. Una città per tutti è una città che accoglie il diverso, il molteplice, tutto il contrario dell'omologazione. Non si tratta infatti di una semplice accoglienza generale e astratta, per tutti e per nessuno. Accogliere significare dare a ciascuno un posto, uno spazio. Un'accoglienza vera è mossa dalla responsabilità e dalla giustizia e il cittadino appare come volto, come individualità non generalizzabile e omologabile. Con-vivere è stare tra i volti, davanti ai volti. Accogliere i volti significa nello stesso tempo accogliere i luoghi. I volti sono luoghi e i luoghi sono volti. Una città impersonale è senza luoghi e senza volti. La responsabilità dell'accoglienza si apre di fronte ai suoi luoghi e ai suoi volti. Questa è l'unica risposta possibile, l'unica testimonianza. Perché la verità non appartiene a nessuno e testimoniare la verità significa aprirsi ai volti degli altri. Significa accoglierli.

   La Parte prima intitolata La città dell'uomo per l'uomo raccoglie gli interventi dei cardinali Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi, uniti dal comune intento di mettere in rilievo il versante antropologico ed etico inerente al convivere della città. Il cardinal Martini rileva la debolezza della città contemporanea, minacciata da nemici esterni e interni oscuri e devastatori. La città, che sembra disgregarsi e perdersi, è invece un patrimonio dell'umanità, e l'idea di città non può perire perché coessenziale all'uomo. Essa è luogo di incrocio tra una identità e una alterità originarie: un'identità che si ricostruisce continuamente a partire dal nuovo e dal diverso. Ma questa apertura oggi rischia di essere destituita di fondamento e spersonalizzata profondamente. Avviene così che l'apertura, disarticolandosi, non arricchisce più l'identità e l'identità, parcellizzandosi, non dà senso alla città. La crisi della città è la crisi del suo ruolo di identità-apertura, dialetticamente intrecciate. Come appare evidente riguardo al tema dell'accoglienza: quando si accoglie solo chi è simile a noi, si ha paura del diverso perché la nostra stessa identità è assente. Invece l'ospite generoso non teme il diverso perché è forte della propria identità. Il vero problema della città è relativo alla insicurezza della propria identità.

   Il cardinale Tettamanzi opera un confronto tra la città contemporanea e la Gerusalemme biblica. Nel Vangelo, Gesù parla, dialoga, invoca e si scontra con la sua città, perché essa sarà il luogo in cui donerà se stesso, e il luogo che uccide i profeti perchè ha dimenticato la via della pace. Nella vicenda biblica emerge un intreccio radicale tra la vita di Gesù e Gerusalemme, come se la sua vicenda prendesse senso dal radicamento di Gesù nel tessuto sociale ed etico di Gerusalemme. La parola radicamento guida la lettura di Tettamanzi. Il ruolo di identità e apertura insieme della città può darsi solo dal radicamento nella città di tutti i suoi abitanti. La città non può vivere senza radici. La stessa crisi del nostro tempo può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città, che significa la chiusura solipsistica dell'individuo, mentre la città è cifra dell'apertura all'altro e del con-essere costitutivo dell'uomo. Da qui si sviluppa un pensiero sulla città come luogo o possibilità di luoghi: in una città deve esserci posto per tutti. Il proprio posto, il proprio luogo, è la radice di cui si parlava prima, che segna una autentica con-divisione. Tettamanzi si richiama a più riprese a Giorgio La Pira, che aveva già ricordato l'importanza del radicamento in luoghi deputati all’abitazione, alla salute, alla cultura, al lavoro. Il modello ideale è la Gerusalemme celeste, la città santa che Dio prepara per l'umanità in cui non ci sarà più spazio per le lacrime, la morte, il lutto e l'affanno, ma sarà invece un luogo di amore e pace. La città deve diventare lo spazio in cui i luoghi della vita si trasformano in luoghi di vita. Il modello ideale deve essere incarnato concretamente e quotidianamente. Ora viviamo nel tempo della paura di uscire da se stessi, di stare soli di fronte a Dio. In questo senso la città può diventare il luogo in cui Dio rischia di non avere posto, nonostante le mille chiese, e sembra che Dio stesso si sia ritirato di fronte ai drammi che la scuotono. Ma forse, dietro questo vuoto e questa assenza, si cela un annuncio nuovo, un appello più profondo. Se la città deve tornare ad essere luogo di tutti, si apre la possibilità di incontrare veramente il mistero del completamente Altro, che può essere accolto solo nel luogo che si fa apertura e accoglienza.

   La Parte seconda raccoglie i saggi di Franco Riva e Saverio Xeres, che affrontano rispettivamente il problema dell'origine naturale o storica della città e il rapporto tra Chiesa e città nella storia occidentale. Riva intende interrogarsi sulla questione decisiva circa l'origine della città, in quanto entra in gioco il rapporto tra individuo e cittadino. Sono identificabili? O tra loro sussiste uno scarto, anche minimo? Si tratta del problema della nascita della città. Se essa è uno sviluppo naturale a cui l'uomo giunge spontaneamente, avremo una perfetta corrispondenza tra uomo e cittadino; se invece è una costruzione artificiale, storica, allora il cittadino è un abito che l'uomo ha deciso di indossare o al quale è stato costretto. Riva sviluppa un interessante gioco di confronti tra la tradizione greca classica e quella biblica. Nella mitologia greca la città viene fondata dagli dèi o da semidei, nella Bibbia Dio non fonda alcuna città, che è invece legata alla storia dell'uomo. Nel racconto biblico compaiono diversi luoghi originari dell'uomo, come il giardino o il deserto. E la città emerge all’interno di una visione tragica, sempre minacciata dal male sotto tutte le sue forme. La religione greca sembra una religione locale e cittadina, mentre i testi biblici presentano un Dio universale, del tutto in contrasto con l'idea della città antica. Ma in realtà si presentano paradossi, intrecci e ribaltamenti continui tra le due prospettive.

   In Aristotele la città emerge dall’affermazione sull'uomo come "animale politico", che naturalmente giunge alla polis. Origine naturale della città. Ma Protagora, all'interno della stessa tradizione, parla invece di artificialità della città, grazie ad un'arte donata all'uomo da un dio. Il discorso di Aristotele è reattivo e il riferimento alla naturalità della città è da intendersi come oggettivazione del legame tra natura e leggi. In Aristotele non è del tutto esclusa la nascita storica della città. In più, un altro intreccio con il racconto biblico è dato dall'idea che la città sia uno spazio umano, anche se, per la Bibbia, macchiato dal peccato originale. Addirittura neanche Gerusalemme si salva, perché uccide i propri profeti e non è in grado di accogliere il Dio di Israele. La prima città viene fondata da Caino, il fratricida (Abele era un pastore, non un cittadino). La città come luogo umano della maledizione? Ma a ben guardare ad essere condannata non è la città in sé ma l'idolatria, l'orgoglio. Come nel caso di Abramo o di Lot, l'uomo giusto salva la città. La giustizia salva la città. Il luogo della maledizione è la città ingiusta, che rinvia dialetticamente alla possibilità di una città giusta. In questo senso si profila una storia alternativa della città, che nasce con la creazione dell'uomo e si inserisce in essa. È la città del dialogo, del pluralismo. Innanzitutto dell'uomo e della donna. Dio non vuole lasciare da solo l'uomo, e pensa in origine il sociale, l'interumano. Questa visione in tutta la sua carica simbolica e drammatica sembra allontanarsi dal logos greco che non include il dramma. Ma un comune filo rosso è il tema della giustizia, che compare in tutte e due le tradizioni di pensiero: Aristotele, Protagora e i testi biblici. La città come luogo umano della giustizia, tra e oltre le differenze. Ultima questione: quale città? Universale o ristretta? Polis greca o Gerusalemme? Nella Bibbia troviamo una critica all'universalismo allargato: Babele è la città dell'anonimato e dell’impersonale perché tutti comunicano con la stessa lingua e allo stesso modo. L'alternativa tra universalismo e particolarismo è inesatta. Il problema è piuttosto la declinazione etica della città, universale o particolare che sia. Il rapporto tra uomo e città non è dato una volta per tutte, e va guadagnato continuamente attraverso un esercizio critico e un'attenzione ai volti, ossia agli altri in quanto altri.

   Saverio Xeres ripercorre invece la storia del rapporto tra città e Chiesa dalla nascita del cristianesimo a oggi. In origine i cristiani non erano ben accetti nelle città romane, e le prime sedi delle comunità cristiane venivano edificate sempre ai margini dell'antico nucleo urbano. Il cristiano infatti vive per raggiungere la città celeste e è consapevole di non appartenere a quella terrena. Intorno al IV secolo compaiono le Chiese "patriarcali", costruite al di sopra dei complessi urbani, in quanto il martirio degli apostoli, prima di tutti di Pietro, porterà a segnare un legame profondo tra città e chiesa. Con la svolta di Costantino il cristianesimo diventa religione ufficiale e la stessa vita commerciale e lavorativa inizia a essere scandita dalle festività cristiane. In reazione a questa identificazione nasce il movimento monastico, il cui esempio più importante sarà il cenobitismo benedettino, vera matrice della civiltà medioevale. Nel medioevo abbiamo una identificazione totale tra Chiesa e città, sia grazie ai monasteri che diventano il luogo della vita sociale, sia successivamente grazie ai comuni in cui la cattedrale è collocata al centro del tessuto urbano quasi a significarne il ruolo di guida. Ma insieme, con il comune inizia anche una divaricazione che porterà a una completa rottura. Infatti il proliferare di chiese nelle città moderne sembra quasi il segno di un’inquietudine che vuole lasciare traccia di sé in un mondo che rimane indifferente. Con la Rivoluzione francese e la scristianizzazione delle città si raggiunge il punto di massimo conflitto. I nostri giorni invece ci restituiscono un pluralismo religioso per cui la città vede affiancate moschee e chiese di ogni confessione, che appaiono spesso goffe e pesanti. Mentre gli edifici del lavoro, delle imprese e delle banche si elevano verso il cielo, come a imitare la verticalità delle cattedrali e delle chiese antiche. Sembra che nella città di oggi non ci sia più posto per la Chiesa. E comunque essa non ha più un suo luogo. Ma ripensando alla vicenda evangelica di Cristo, non si può non ricordare come la nascita del Salvatore sia avvenuta fuori dalle città, perché non qui c'era posto alcuno. Quasi che, lo sradicamento e l'assenza di luoghi nella città presagisca l'avvento di una nuova accoglienza, di una nuova con-vivenza aperta e solidale.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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