Nelle pagine del volume Dalla città accogliente alla
città aperta, Carlo M. Martini, Dionigi Tettamanzi,
Franco Riva e Saverio Xeres si confrontano sul tema attualissimo
dello statuto storico, etico e antropologico della città.
Viviamo infatti nell'epoca della crisi, che è anzitutto
la crisi del con-vivere e del dialogo sociale. Oggi la città
è abitata da profonde ambiguità e innegabili contraddizioni.
Più che luogo della vita, del lavoro e dell'accoglienza,
essa oscilla tra paure e aspirazioni, chiusure e espansionismi,
povertà laceranti e varie promesse di benessere.
Nell'Introduzione, significativamente intitolata La città
e i volti, Franco Riva sviluppa una vera e propria fenomenologia
della città, la quale attraversa e articola tutti i temi
toccati dagli interventi del volume. La città appare solcata
da una ambiguità senza precedenti. Da luogo di civiltà
sembra essere diventata luogo di paure ancestrali. Dietro le immagini
suadenti e floride che essa propone si celano infatti conflitti
irriducibili e angosce silenziose. La violenza, la criminalità
e il terrore sembrano aver preso dimora nella città, che
è sempre stata invece protezione contro gli abusi e le
prevaricazioni. L'insicurezza profonda che si agita nei tessuti
urbani elimina di fatto la responsabilità, per cui ognuno
rinuncia al proprio impegno in nome di una impersonalità
diffusa, e dal punto di vista collettivo le istituzioni riducono
a casi individuali e eccezionali problematiche strutturali e costitutive.
Così si registra la fuga dalle città e, insieme,
l'aumento di una cultura della rivalità mascherata da buone
intenzioni di dialogo e di intesa. Ciò che emerge è
l'ingiustizia, che prolifera nelle diverse forme del violento
e può agire indisturbata. Riva rileva come la città
potrà essere di nuovo di tutti soltanto a due condizioni:
essere davvero per tutti e essere partecipata da
tutti. Una città per tutti è una città che
accoglie il diverso, il molteplice, tutto il contrario
della omologazione. Non si tratta infatti di una semplice accoglienza
generale e astratta, per tutti e per nessuno. Accogliere significa
dare a ciascuno un posto, uno spazio. Un'accoglienza vera è
mossa dalla responsabilità e dalla giustizia e il cittadino
appare come volto, come individualità non generalizzabile
e omologabile. Con-vivere è stare tra i volti, davanti
ai volti. Accogliere i volti significa nello stesso tempo accogliere
i luoghi. I volti sono luoghi e i luoghi sono volti. Una città
impersonale è senza luoghi e senza volti. La responsabilità
dell'accoglienza si apre di fronte ai suoi luoghi e ai suoi volti.
Questa è l'unica risposta possibile, l'unica testimonianza.
Perché la verità non appartiene a nessuno e testimoniare
la verità significa aprirsi ai volti degli altri. Significa
accoglierli.
La Parte prima — intitolata La città dell'uomo
per l'uomo — raccoglie i saggi dei cardinali Carlo
Maria Martini e Dionigi Tettamanzi, uniti dal comune intento di
mettere in rilievo il versante antropologico e etico inerente
al convivere della città. Il cardinal Martini rileva la
debolezza della città contemporanea, minacciata da nemici
esterni e interni oscuri e devastatori. La città, che sembra
disgregarsi e perdersi, è invece un patrimonio dell'umanità,
e l'idea di città non può perire perché coessenziale
all'uomo. Essa è luogo di incrocio tra una identità
e una alterità originarie: un'identità che si ricostruisce
continuamente a partire dal nuovo e dal diverso. Ma questa apertura
oggi rischia di essere destituita di fondamento e spersonalizzata
profondamente. Avviene così che, disarticolandosi, la apertura
non arricchisce più l'identità e l'identità,
parcellizzandosi, non dà senso alla città. La crisi
della città è la crisi del suo ruolo di identità-apertura,
dialetticamente intrecciate. Come appare evidente riguardo al
tema dell'accoglienza: quando si accoglie solo chi è simile
a noi, si ha paura del diverso perché la nostra stessa
identità è assente. Invece l'ospite generoso non
teme il diverso perché è forte della propria identità.
Il vero problema della città è relativo alla insicurezza
della propria identità.
Il cardinale Tettamanzi opera invece un confronto tra la città
contemporanea e la Gerusalemme biblica. Nel Vangelo Gesù
parla, dialoga, invoca e si scontra con la sua città, perché
essa sarà il luogo in cui donerà se stesso, e il
luogo che uccide i profeti perchè ha dimenticato la via
della pace. Nella vicenda biblica emerge un intreccio radicale
tra la vita di Gesù e Gerusalemme, come se la sua vicenda
prendesse senso dal radicamento di Gesù nel tessuto sociale
e etico di Gerusalemme. La parola radicamento guida la lettura
di Tettamanzi. Il ruolo di identità e apertura insieme
della città può darsi solo dal radicamento nella
città di tutti i suoi abitanti. La città non può
vivere senza radici. La stessa crisi del nostro tempo può
essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico
della città, che significa la chiusura solipsistica dell'individuo,
mentre la città è cifra dell'apertura all'altro
e del con-essere costitutivo dell'uomo. Da qui si sviluppa un
pensiero sulla città come luogo o possibilità di
luoghi: in una città deve esserci posto per tutti. Il proprio
posto, il proprio luogo, è la radice di cui si parlava
prima, che segna un'autentica con-divisione. Tettamanzi si richiama
a più riprese a Giorgio La Pira, il quale aveva già
ricordato l'importanza del radicamento in luoghi deputati all’abitazione,
alla salute, alla cultura, al lavoro. Il modello ideale è
la "Gerusalemme celeste", la città santa che
Dio prepara per l'umanità in cui non ci sarà più
spazio per le lacrime, la morte, il lutto e l'affanno, ma sarà
invece un luogo di amore e pace. La città deve diventare
lo spazio in cui i luoghi della vita si trasformano in luoghi
di vita. Il modello ideale deve essere incarnato concretamente
e quotidianamente. Ora viviamo nel tempo della paura di uscire
da se stessi, di stare soli di fronte a Dio. In questo senso la
città può diventare il luogo in cui Dio rischia
di non avere posto, nonostante le mille chiese, e sembra che Dio
stesso si sia ritirato di fronte ai drammi che la scuotono. Ma
forse dietro a questo vuoto e a questa assenza si cela un annuncio
nuovo, un appello più profondo. Se la città deve
tornare a essere luogo di tutti, si apre la possibilità
di incontrare veramente il mistero del completamente Altro, che
può essere accolto solo nel luogo che si fa apertura e
accoglienza.
La Parte seconda raccoglie i saggi di Franco Riva e Saverio Xeres,
che affrontano rispettivamente il problema dell'origine naturale
o storica della città e il rapporto tra Chiesa e città
nella storia occidentale. Riva intende interrogarsi sulla questione
decisiva circa l'origine della città, in quanto entra in
gioco il rapporto tra individuo e cittadino. Sono identificabili?
O tra loro sussiste uno scarto, anche minimo? Si tratta del problema
della nascita della città. Se essa è uno sviluppo
naturale a cui l'uomo giunge spontaneamente, avremo una perfetta
corrispondenza tra uomo e cittadino; se invece è una costruzione
artificiale, storica, allora il cittadino è un abito che
l'uomo ha deciso di indossare o al quale è stato costretto.
Riva sviluppa un interessante gioco di confronti tra la tradizione
greca classica e quella biblica. Nella mitologia greca la città
viene fondata dagli dèi o da semidei, nella Bibbia Dio
non fonda alcuna città, che è invece legata alla
storia dell'uomo. Nel racconto biblico compaiono diversi luoghi
originari dell'uomo, come il giardino o il deserto. E la città
emerge all’interno di una visione tragica, sempre minacciata
dal male sotto tutte le sue forme. La religione greca sembra una
religione locale e cittadina, mentre i testi biblici presentano
un Dio universale, del tutto in contrasto con l'idea della città
antica. Ma in realtà si presentano paradossi, intrecci
e ribaltamenti continui tra le due prospettive.
In Aristotele la città emerge dall’affermazione
sull'uomo inteso come "animale politico" che naturalmente
giunge alla polis. Origine naturale della città.
Tuttavia Protagora, all'interno della stessa tradizione, parla
di artificialità della città, grazie a un'arte donata
all'uomo da un dio. Il discorso di Aristotele è reattivo
e il riferimento alla naturalità della città è
da intendersi come oggettivazione del legame tra natura e leggi.
In Aristotele non è del tutto esclusa la nascita storica
della città. In più, un altro intreccio con il racconto
biblico è dato dall'idea che la città sia uno spazio
umano, anche se, per la Bibbia, macchiato dal peccato originale.
Addirittura neanche Gerusalemme si salva, perché uccide
i propri profeti e non è in grado di accogliere il Dio
di Israele. La prima città viene fondata da Caino, il fratricida
(Abele era un pastore, non un cittadino). La città come
luogo umano della maledizione? Ma a ben guardare a essere condannata
non è la città in sé bensì l'idolatria,
l'orgoglio. Come nel caso di Abramo o di Lot, l'uomo giusto salva
la città. La giustizia salva la città. Il luogo
della maledizione è la città ingiusta, che rinvia
dialetticamente alla possibilità di una città giusta.
In questo senso si profila una storia alternativa della città,
che nasce con la creazione dell'uomo e si inserisce in essa. È
la città del dialogo, del pluralismo. Innanzitutto dell'uomo
e della donna. Dio non vuole lasciare da solo l'uomo, e pensa
in origine il sociale, l'interumano. Questa visione in tutta la
sua carica simbolica e drammatica sembra allontanarsi dal logos
greco che non include il dramma. Ma un comune filo rosso è
il tema della giustizia, che compare in tutte e due le tradizioni
di pensiero: Aristotele, Protagora e i testi biblici. La città
come luogo umano della giustizia, tra e oltre le differenze. Ultima
questione: quale città? Universale o ristretta? Polis
greca o Gerusalemme? Nella Bibbia troviamo una critica all'universalismo
allargato: Babele è la città dell'anonimato e dell’impersonale
perché tutti comunicano con la stessa lingua e allo stesso
modo. L'alternativa tra universalismo e particolarismo è
inesatta. Il problema è piuttosto la declinazione etica
della città, universale o particolare che sia. Il rapporto
tra uomo e città non è dato una volta per tutte,
e va guadagnato continuamente attraverso un esercizio critico
e un'attenzione ai volti, ossia agli altri in quanto altri.
Saverio Xeres ripercorre invece la storia del rapporto tra città
e Chiesa dalla nascita del cristianesimo a oggi. In origine i
cristiani non erano ben accetti nelle città romane, e le
prime sedi delle comunità cristiane venivano edificate
sempre ai margini dell'antico nucleo urbano. Il cristiano infatti
vive per raggiungere la città celeste, è consapevole
di non appartenere a quella terrena. Intorno al IV sec. compaiono
le Chiese "patriarcali", costruite al di sopra dei complessi
urbani, in quanto il martirio degli apostoli, prima di tutti di
Pietro, porterà a segnare un legame profondo tra città
e chiesa. Con la svolta di Costantino il cristianesimo diventa
religione ufficiale e la stessa vita commerciale e lavorativa
inizia a essere scandita dalle festività cristiane. In
reazione a questa identificazione nasce il movimento monastico,
il cui esempio più importante sarà il cenobitismo
benedettino, autentica matrice della civiltà medioevale.
Nel Medioevo abbiamo una identificazione totale tra Chiesa e città,
sia grazie ai monasteri che diventano il luogo della vita sociale,
sia successivamente grazie ai comuni nei quali la cattedrale è
collocata al centro del tessuto urbano quasi a significarne il
ruolo di guida. Ma insieme, con il comune inizia anche una divaricazione
che porterà a una completa rottura. Infatti il proliferare
di chiese nelle città moderne sembra quasi il segno di
una inquietudine che vuole lasciare traccia di sé in un
mondo che rimane indifferente. Con la Rivoluzione francese e la
scristianizzazione delle città si raggiunge il punto di
massimo conflitto. I nostri giorni invece ci restituiscono
un pluralismo religioso per cui la città vede affiancate
moschee e chiese di ogni confessione, che appaiono spesso goffe
e pesanti. Mentre gli edifici del lavoro, delle imprese e delle
banche si elevano verso il cielo, come a imitare la verticalità
delle cattedrali e delle chiese antiche. Sembra che nella città
di oggi non ci sia più posto per la Chiesa. E comunque
essa non ha più un suo luogo. Ma ripensando alla vicenda
evangelica di Cristo, non si può non ricordare come la
nascita del Salvatore sia avvenuta fuori dalle città, perché
non qui c'era posto alcuno. Quasi che, lo sradicamento e l'assenza
di luoghi nella città presagisca l'avvento di una nuova
accoglienza, di una nuova con-vivenza aperta e solidale.