Comprendere
l'intima congiuntura che lega il Kierkegaard pensatore
e il Kierkegaard scrittore significa entrare in possesso
della chiave per accedere a tutta la sua produzione.
Il libro di Umberto Regina, Kierkegaard. L'arte di esistere,
si muove in questa direzione. Ne
Il punto di vista
della mia attività di scrittore Kierkegaard,
prendendo in esame la propria opera e il suo significato,
afferma di essere stato fin da Enten-Eller (1843) uno
«scrittore religioso» (jeg er og var en
religioes Forfatter). Uno scrittore religioso che non
si considera né un pastore, perché una
cosa è la cristianità un'altra il cristianesimo
(e quest'ultimo non può essere insegnato), né
tanto meno un professore, visto che, come egli dice,
si è onestamente astenuto dal docere. La figura
del professore anzi esprime quella tendenza per la quale
la religione si riduce a una questione dotta; ma «il
Cristianesimo non è una dottrina, bensì
una comunicazione d'esistenza» e in quanto tale
va vissuto, sperimentato da ognuno in maniera specifica,
singolare, unica. Anche Heidegger, che in Essere e Tempo
attribuisce a Kierkegaard la qualifica di «filosofo
creativo», in Holzwege lo definisce non già
un filosofo bensì uno «scrittore religioso».
Tutta la produzione letteraria di Kierkegaard si sviluppa
infatti sotto questa luce: «Risvegliare l'attenzione
sul religioso, sul cristiano, ma senza autorità».
Da buon socratico egli è convinto, a ragione,
che la virtù non possa essere oggetto di insegnamento,
ancor di più se come «succede con i filosofi
(così con Hegel come con tutti gli altri) [...]
essi vivono in categorie diverse da quelle in cui speculano».
La dialettica di Kierkegaard è
tante dialettiche che, seppur mai concluse, si fanno
portatrici di una tensione verso il vero, di un procedere
maieutico che il "Socrate del Nord", come
scrive De Lubac, interpreta attraverso l'utilizzo della
serie degli pseudonimi, ognuno dei quali racchiude sì
una prospettiva ma, appunto per questo, volta a indicare
un possibile percorso d'esistenza. Ma non solo. Gli
pseudonimi non sono giochi letterari e non hanno nella
persona di Kierkegaard una ragione casuale. Essi hanno
«una ragione essenziale nella stessa produzione,
la quale a motivo dello stile della battuta, della varietà
psicologica delle differenze individuali, esigeva dal
punto di vista poetico la spregiudicatezza nel bene
e nel male» (S. Kierkegaard,
Postilla non
scientifica, a cura di Cornelio Fabro, Bologna
1962, vol. II, p. 423). Perché nel bene e nel
male l'ideale rimane pur sempre quello di «volere
una cosa sola»: tenersi alla presenza di Dio.
L'
Urskrift di Kierkegaard, scrive Regina, consiste
in una visione dell'uomo basata non sulla sua essenza,
bensì sulla uguaglianza di tutti gli uomini;
essere uomo significa infatti essere ugualmente e incondizionatamente
vicino a Dio. "Scrittura originaria dell'esistenza"
può allora essere inteso nella duplice accezione
del genitivo: soggettiva e oggettiva. Ossia la Scrittura
riguarda sì l'esistenza, ma le appartiene anche;
è proprio questa esistenza a richiedere d'esser
scritta e pensata nel suo significato originario e essenziale.
È inessenziale invece ogni verità che
non si prenda cura, non susciti «inter-esse»
nei confronti del mio stesso essere. La verità
intesa come Gegenstand o funzionalità, non trova
riscontro in colui che ha «sempre torto di fronte
a Dio». Le dimostrazioni della immortalità
dell'anima e dell'esistenza di Dio ricadono sotto la
petitio principi, fallacie che danno per dimostrata,
o assumono tra le premesse, la conclusione che si vorrebbe
dimostrare. Non si cade invece in argomentazioni circolari
lì dove a essere in gioco è la «verità
per me», «l'idea per la quale devo vivere
e morire».
Nella riflessione di Kierkegaard a
farne le spese è l'intera tradizione metafisica.
Il Logocentrismo, nella definizione di Derrida, ossia
il privilegio che la filosofia ha sempre attribuito
al logos come sede di verità e certezza, viene
strategicamente messo sotto scacco. In una significativa
pagina del Diario è scritto: «Non sono
le ragioni a fondare le convinzioni, ma le convinzioni
che fondano le ragioni. Tutto ciò che precede
non è che studio preparatorio, fase preliminare,
qualcosa che sfuma appena viene la convinzione che tutto
trasforma ovvero inverte la situazione. Altrimenti non
ci sarebbe alcun riposo nella convinzione. Perché
una convinzione a quel modo consisterebbe nel riflettere
continuamente sulle ragioni» (S.Kierkegaard,
Diario,
a cura di Cornelio Fabro, Milano 2000, pp. 323-324,
n. 1881). In quest'ottica allora spetta alla verità
prendersi cura del soggetto-uomo e disporlo nei confronti
del suo vero interesse.
Dall'interesse dell'uomo nei confronti
di se stesso emerge però qualcos'altro. L'uomo
rapportandosi a se stesso si rapporta a un Altro. Il
rapporto è di natura scambievole. La verità
dispone l'uomo nell'orizzonte entro cui essa stessa
può essere accolta dall'uomo. Ciò che
Umberto Regina sottolinea nel suo libro è questo:
l'uomo è e resta un rapporto, perché se
fosse una «sostanza» ogni rapportarsi sarebbe
«accidentale». Il riferimento costante,
in relazione al quale si struttura la certezza soggettiva,
è il soggetto stesso, il quale ha ricevuto da
Dio la «condizione» per rapportarsi a se
stesso e quindi all'altro da sé, al Trascendente.
In tal modo l'uomo si «rapporta assolutamente
al telos assoluto e relativamente ai teloi relativi».
Ciò significa che i "termini" relativi,
che possono essere per esempio le decisioni di cui ogni
individuo si fa carico nell'esercizio della propria
libertà, durante l'arco della propria esistenza,
assumono un senso solo alla luce del "termine"
assoluto, cioè di Dio. E il rapporto con il divino
qualifica e dà valore all'esistenza dell'uomo.
Anche la condizione, che l'uomo riceve da Dio, è
trascendente; essa cioè dovrà prima essere
data. L'uomo è posto nella condizione di ricevere
la verità perché Dio si è comunicato
all'uomo nella persona di Cristo. Kierkegaard mette
in rilievo l'importanza della condizione che permette
all'uomo (o al discepolo) di ricevere la verità,
poiché la condizione, la quale è essenziale,
consente un nuovo positivo rapporto alla verità.
«Il Maestro è allora Dio stesso, il quale
agendo come condizione fa sì che il discepolo
si ricordi ch'egli è la non-verità […]
Quindi il Maestro è Dio che dà la condizione
e dà la verità […] Come chiameremo
ora un siffatto maestro che dà la condizione
e con essa la verità? Chiamiamolo Salvatore,
poiché egli salva il discepolo dalla non-libertà,
lo libera da se stesso» (S. Kierkegaard,
Briciole
di filosofia, Bologna 1962, vol. I, pp. 105-106-107). Il
«Momento» (Øjeblikket) in cui Dio
si è manifestato all'uomo (e lo ha fatto non
per necessità ma per puro amore) è il
«rapportarsi nel tempo all'Eterno-nel-tempo».
È «l'invenzione impossibile per antonomasia»,
nella definizione di Regina. La realtà storica
del «Momento» non è solo qualcosa
di storico ma è ciò che soltanto in forza
dell'assurdo, ossia contro la propria natura, può
diventare storico: «Il fatto che il Figlio di
Dio si sia fatto uomo, è il supremo paradosso
metafisico e religioso». L'unica strada praticabile
per attingere il paradosso supremo è quella di
at blive Christen («diventare cristiani»).
E questo è il Total-Tanke (o «pensiero
totale») che il filosofo danese persegue fin dall'inizio
della sua opera.
Se il razionalismo neoscolastico ha
fallito nel suo tentativo di voler ricostruire i praeambula
fidei con una ragione del tutto indipendente dalla fede,
con una certezza puramente razionale, anche la teologia
hegeliana e liberale si arena nei confronti di un cristianesimo
che «non è una dottrina, ma esprime una
contraddizione». Contraddizione che vive sia del
«significato intelligibile del dato» che
«di quei significati che hanno a che fare con
il "senso offerto"» sul quale si compagina
l'esperienza religiosa (S. Sorrentino,
Realtà
del senso e universo religioso, Roma 2004,
p. 70). Questo non vuol dire che per Kierkegaard il
pensiero debba essere tagliato fuori dal rapportarsi
a Dio, anzi. Come rileva U. Regina «senza l'esperienza
di ciò che non può pensare, il pensiero
non potrebbe nemmeno amare se stesso» perché
«una ragione che ama pensare incontra in ciò
che non può pensare ciò che più
le dà da pensare». Ed è questa la
Tänkningens Lidenskab («passione
del pensiero»); pensiero che accetta il proprio
tramonto quando accetta l'"urto" (Anstödet)
del paradosso, della invenzione impossibile, del cristianesimo.
Di questi compiti, ma non solo, Søren Kierkegaard
ha reso ambasciatrice la propria Scrittura, che si pone,
nel suo esplorare l'uomo interiore, come punto di riferimento
obbligato per una Existenzerhellung dell'uomo contemporaneo.