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La modernità della Parola.
Paolo De Benedetti legge Qohelet

di Claudia Milani

   Nel serrato colloquio con Gabriella Caramore, realizzato originariamente per la trasmissione di cultura religiosa "Uomini e Profeti" di Radio Tre, Paolo De Benedetti ripercorre, con la profondità di lettura e la leggerezza d'espressione che gli sono consuete, il testo biblico di Qohelet. Attraverso gli influssi ellenistici, sumerico-babilonesi, egiziani, fenici, mesopotamici che si addensano nella pagina biblica, De Benedetti ricostruisce la nascita del testo (datata intorno al 200-300 a.e.v.) e le lunghe dispute, concentratesi tra il I e il II secolo e.v., intorno alla opportunità di inserirlo nel Canone ebraico.

   Coadiuvato dagli interventi di Brunetto Salvarani, Piero Stefani, Rosanna Virgili, Salvatore Natoli e Abramo Levi, l'attenzione dell'Autore è però focalizzata prevalentemente sulla modernità di Qohelet, perché se è vero che "non tutti i libri parlano a tutti gli uomini in tutti i tempi" (p. 34), Qohelet parla all'uomo di oggi e lo fa toccando temi che gli sono particolarmente affini, quali la solitudine, la "casualità" dell'agire divino, la caducità della vita umana. Diventa allora possibile affermare, con Brunetto Salvarani, che Qohelet "è un testo di crisi per un'epoca di crisi; un testo di contaminazioni culturali, in un'epoca di contaminazioni culturali" (p. 23). O, come rileva De Benedetti stesso, che "Qohelet è un libro che si dispiega nella sua pienezza nei momenti di crisi del credere, delle sicurezze, della autocoscienza dell'uomo", che poi "sono tutte le crisi che si intrecciano pure nel nostro tempo" (p. 81). La crisi più profonda cui il lettore della Bibbia può andare incontro è proprio la crisi della fede, la messa in dubbio delle proprie certezze religiose. È appunto a questo tipo di lettore che Qohelet sembra rivolgersi, perché "c'è un credente che si appaga « come un bambino in braccio a sua madre », delle parole del Dio parlante, e c'è un credente il quale ha bisogno che la parola di Dio gli venga avvolta di dubbio" (p. 61). Ma anche per questo tipo di credente tormentato, dubbioso, c'è spazio tra le pagine bibliche e allora, si chiede Gabriella Caramore nella Premessa, "se la Parola di Dio contiene dentro di sé anche la narrazione di un uomo che, estenuato, non riesce ad amare, a sperare, a desiderare, chi mai potrà essere escluso da quella Parola?" (pp. 7-8). È per questo motivo che Salvatori Natoli può affermare: "Il libro della Bibbia che sento più vicino e che mi ha portato dentro il testo sacro è proprio Qohelet" (p. 79), in quanto testo pensato, non tanto da chi l'ha scritto, quanto piuttosto da chi l'ha inserito nel Canone, come un conforto per chi è pieno di dubbi, malinconie, nostalgie, angosce. Allora "c'è chi attraverso questo testo può entrare nella Bibbia e c'è anche chi sente di dover uscire dal testo sacro attraverso il Qohelet. È comunque bello che questa porta sia aperta nei due sensi, e che quindi la Bibbia non abbia la pretesa di imporre delle credenze assolute, inalterabili per ogni uomo" (p. 83).

   Al contrario, la libertà di entrare e uscire dalla Bibbia, libertà di cui Qohelet rappresenta "l'oggettivazione letteraria" (p. 87), non costituisce un tradimento del testo sacro, bensì quella libertà che si attua nel "mondo adulto" di cui Bonhoeffer ci dà testimonianza. Una libertà che si realizza anche nella possibilità di pensare una fede diversa, che non trova necessariamente una risposta agli interrogativi umani ("Non c'è una risposta, ma un interrogativo. Anche questo è molto ebraico. Per noi è importante porsi domande, non è così importante avere delle risposte, ma chi non si pone domande in qualche modo non è un uomo" [p. 47]) e che presenta un Dio laico, raggiungibile attraverso vie laiche: non è un caso, infatti, che in Qohelet non compaia neppure una volta il tetragramma ineffabile, ossia il Nome rivelato di Dio. Ma un Dio in Qohelet c'è comunque: è un Dio insondabile, che non parla all'uomo e che interviene nella storia umana in modo del tutto imprevedibile, quasi casuale, anche se non maligno. Un Dio irraggiungibile e impenetrabile, che si trova assolutamente distante dall'uomo, ma che è così ingombrante che non si può fare a meno di pensare a Lui e di credere nella Sua esistenza. Ecco allora che, usando le parole di Enzo Bianchi, possiamo parlare di "scetticismo fedele" a proposito di Qohelet.

   Un ultimo tema su cui la lettura di De Benedetti si concentra è quello della concezione del tempo che emerge in Qohelet: un tempo che è insieme ciclico e lineare. Il tempo naturale viene infatti presentato come tempo ciclico ("Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole" [Qo 1,9]), non però secondo la concezione greca per cui il moto circolare è quello perfetto, bensì a partire dalla idea che la circolarità neghi la storia, il progresso e la novità. Alla conoscibilità di questo tempo naturale che fa da fondale all'azione umana, si contrappone il tempo lineare, segmentato, della vita del singolo. Esso è un tempo imprevedibile, non dominato da alcuna legge, irripetibile. Nel succedersi apparentemente irrazionale dei momenti (o dei "punti" temporali, come magistralmente traduce De Luca) è anche possibile che l'uomo "inciampi nel momento giusto" (p.38) e allora ha il dovere di goderne, di cogliere la fugacità del momento sapendo che, se tutto è vanità, anche il dolore è destinato ad essere superato. Qui emerge dunque un altro elemento di grande modernità di Qohelet, ossia l'idea che l'intera vita umana si giochi su questa terra, in questa vita, e che sia dunque necessario vivere nel "qui ed ora", avendo però la consapevolezza che è sempre Dio, e mai l'uomo, a determinare l'avvicendarsi dei momenti.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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