Quando qualche anno fa Girard in un colloquio-intervista con
Pierpaolo Antonello, suo amico e collega a Stanford, poi pubblicata
in italiano col titolo Origine della cultura e fine della
storia, confessava l'intenzione di scrivere un saggio sul
sacrificio nella tradizione vedica, manifestava il suo interesse
crescente nei confronti della cultura sacrificale induista. Era
conscio tuttavia della difficoltà costitutiva di una tale
impresa, dovuta soprattutto all'enorme mole di testi da analizzare.
Nonostante il progetto risultasse addirittura improbo, Girard
— la cui forza e persuasività, com'è noto,
riposano anche nella semplificazione dei dettagli e su una lettura
che procede per salti temporali comprendendo al proprio interno
dalle questioni etologiche e evolutive agli scenari politici odierni
— vi si è misurato attraverso alcuni testi di indianisti
francesi, tra i quali spicca La doctrine du sacrifice dans
les Brahmanas di Sylvain Lévi: si tratta perciò
di un'incursione minima oltre i confini della cultura occidentale,
una lettura circostanziata e limitata ai testi principali dei
Brahmana atta a mostrare come anche nella cultura vedica il sacrificio
abbia ricoperto un ruolo centrale nella società umana e,
conseguentemente, come la teoria mimetica possa diventare un utile
strumento ermeneutico nella comprensione del sacro anche al di
là dei confini della cultura occidentale. Il risultato
è il breve saggio Le sacrifice (dallo Scrivente
tradotto in it. con il titolo Il sacrificio, cur. di
P. Antonello, Raffaello Cortina, Milano 2004), tratto da una serie
di conferenze che Girard ha tenuto presso la Biblioteca Nazionale
di Francia nell'ottobre 2002.
Si tratta di un progetto ancora in fieri, non certo
di una sistematizzazione di ampio respiro, ma senza dubbio di
un sentiero che la teoria mimetica sta percorrendo e percorrerà
nei prossimi anni: «Seppur nella preliminarità di
alcune sue formulazioni, il presente scritto si impone subito
per il suo assoluto interesse e per la sua potenziale fecondità.
Si tratta infatti di un passaggio importante nella comprensione
della ritualità sacrificale delle origini e del rapporto
tra le religioni del sacro e il processo di desacralizzazione
anti-vittimaria imposto dalla tradizione giudaico-cristiana».
Decidere di leggere i testi vedici come fa Girard significa confrontarsi
con una tradizione che pone il sacrificio al centro di una complessa
cosmogonia simbolica, al punto tale che, caso unico in tutte le
tradizioni mitiche del pianeta, è al sacrificio stesso
che vengono offerte oblazioni: «Con il sacrificio gli dèi
sacrificarono al sacrificio: tali furono i primi ordinamenti»
(Rg-Veda, 1, 164, 50). Tutto nella tradizione vedica
sembra convergere verso il principio primo della vittima immolata,
avvalorando l'ipotesi del meccanismo vittimario come motore e
origine della cultura umana. Questo è il significato della
analisi girardiana dell'Inno a Purusha: dal sacrificio
originario nasce ogni parte dell'universo, dalla religione al
cibo, alla architettura, ai versi stessi che narrano i riti sacrificali.
Se si tiene conto delle ben più vaste analisi che Girard
ha condotto ne La violenza e il sacro, una lettura dei
testi vedici come quella intentata in questo saggio non può
che suggerire una filiazione genetico-evolutiva dei sistemi religiosi
indoeuropei in chiave sacrificale e vittimaria, raccogliendo e
proseguendo l'eredità di Dumézil e Benveniste, che
ipotizzavano una matrice indoeuropea comune della mitologia e
delle strutture sociali a essa connesse.
In questo saggio Girard mostra anche come dai testi vedici emerga
il profondo interesse del mondo indiano antico per il desiderio.
Nel Rg-Veda, in una sequenza sorprendentemente concatenata,
i due inni dedicati alla creazione parlano di due cose molto note
al pensatore avignonese: desiderio e sacrificio. Se il desiderio
è infatti la forza originaria che mette in moto l'universo,
è il primo «seme e germe della mente», il sacrificio
tesserà il mondo con le sue regole e i suoi modelli di
comprensione, costituendo il complicatissimo sistema rituale vedico.
In particolare, i Veda sottolineano la dimensione acquisitiva
del desiderio: è questo il significato per es. della rivalità
tra i deva e gli asura o del breve interludio
dedicato alla dea Vac, esempio di quella cocquetterie
di cui molti secoli dopo Proust sarà abile descrittore.
L'altro punto teorico essenziale de Il sacrificio conduce
a una rilettura del sacro arcaico in una prospettiva meno negativa
di quanto Girard abbia mai fatto nelle opere precedenti. Se anche
nelle scritture vediche è rinvenibile una quantomeno parziale
comprensione della violenza persecutoria, che in alcuni testi
si trasforma addirittura in invettiva contro la strumentalizzazione
rituale dei sacrifici divenuti ormai mezzo di arricchimento per
le caste di sacerdoti, allora il messaggio anti-sacrificale sarebbe
operante, sebbene in forma incoativa, ben prima delle Scritture
giudaico-cristiane. La consapevolezza anti-vittimaria che culmina
nel cristianesimo si innesterebbe allora su un processo di lento
affrancamento della cultura umana dalle sue radici violente, laddove
anche il pre-biblico (vedi appunto le scritture vediche) comporterebbe
un cammino di consapevolezza progressiva ancorché surrettizia.
È lo stesso Girard ad avvallare questa ipotesi: «Le
religioni arcaiche sono state le prime educatrici dell'umanità,
l'hanno condotta lontano dalla violenza arcaica. Dopodiché
Dio si fa vittima per liberare l'uomo dalla illusione del Dio
violento, che deve essere sostituito in favore della conoscenza
che Cristo ha di suo Padre. Si possono leggere le religioni arcaiche
come uno dei primi passi della rivelazione progressiva che culmina
con la venuta di Cristo». Questa nuova ipotesi sembra stemperare
lo iato che vedeva radicalmente separati sacro arcaico e rivelazione
biblica: se nei testi girardiani maggiori la linea di demarcazione
che separa i due mondi culturali è ben visibile, ne Il
sacrificio Girard sembra optare per una linea progressiva
che dalle religioni sacrificali conduce gradualmente — e
includendo in questa progressione anche elementi non giudaico-cristiani,
come nel caso delle scritture vediche — all'affrancamento
dal meccanismo vittimario.
Questa ammissione di continuità tra pre-biblico e biblico
non deve tuttavia ingannare e far concludere che Girard torni
sui suoi passi negando alla rivelazione cristiana l'originalità
e l'unicità che ha sempre posto al centro del suo pensiero
almeno a partire da Delle cose nascoste. Le differenze
permangono e sono notevoli. Per Girard, laddove si muove nella
direzione della soppressione del motore primo dell'individuo nel
tentativo di liberare l'uomo dal desiderio acquisitivo, l'induismo
perviene alla deresponsabilizzazione più totale nei confronti
del mondo e degli altri, introducendo un'etica del distacco. Già
in Vedo Satana cadere come la folgore Girard è
chiaro su questo punto: il cristianesimo è più "mondano"
delle religioni orientali, non cerca di sopprimere il desiderio
ma di reindirizzarlo verso l'unico modello che non diviene skandalon,
ossia Cristo. «Gesù non propone nessun ideale di
vita ascetica, la maniera migliore di prevenire la violenza non
è proibire gli oggetti o lo stesso desiderio rivalitario,
bensì fornire agli uomini il modello che, anziché
trascinarli nelle rivalità mimetiche, li protegga da esse».
L'ulteriore e indiscusso merito di questo agile volumetto che
reca in sé le più recenti prospettive della teoria
mimetica è senza dubbio quello di incoraggiare il dialogo
interreligioso basato sulla discussione aperta attorno ai temi
centrali per tutte le religioni mondiali e che Girard ci ripropone
attraverso la lente della propria teoria: il ruolo del desiderio
nella cultura umana e le persecuzioni violente che ne conseguono,
la riflessione sulla possibilità di un'etica personale
e sociale non-violenta, la cura nei confronti delle vittime della storia