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René Girard, Il sacrificio

di Claudio Tarditi

   Quando qualche anno fa René Girard, in un colloquio-intervista con Pierpaolo Antonello - suo amico e collega a Stanford - poi pubblicata in italiano col titolo Origine della cultura e fine della storia, confessava l'intenzione di scrivere un saggio sul sacrificio nella tradizione vedica, manifestava il suo interesse crescente nei confronti della cultura sacrificale induista, conscio tuttavia della difficoltà costitutiva di una tale impresa, dovuta soprattutto all'enorme mole di testi da analizzare. Nonostante il progetto risultasse addirittura improbo, Girard - la cui forza e persuasività, com'è noto, riposano anche nella semplificazione dei dettagli e su una lettura che procede per salti temporali comprendendo al proprio interno dalle questioni etologiche e evolutive agli scenari politici odierni - vi si è misurato attraverso alcuni testi di indianisti francesi, tra i quali spicca La doctrine du sacrifice dans les Brahmanas di Sylvain Lévi: si tratta perciò di un'incursione minima oltre i confini della cultura occidentale, una lettura circostanziata e limitata ai testi principali dei Brahmana atta a mostrare come anche nella cultura vedica il sacrificio abbia ricoperto un ruolo centrale nella società umana e, conseguentemente, come la teoria mimetica possa diventare un utile strumento ermeneutico nella comprensione del sacro anche al di là dei confini della cultura occidentale. Il risultato è il breve saggio Le sacrifice (da me tradotto in italiano con il titolo Il sacrificio), tratto da una serie di conferenze che Girard ha tenuto presso la Biblioteca Nazionale di Francia nell'ottobre 2002.

   Si tratta di un progetto ancora in fieri, non certo di una sistematizzazione di ampio respiro, ma senza dubbio di un sentiero che la teoria mimetica sta percorrendo e percorrerà nei prossimi anni: "Seppur nella preliminarità di alcune sue formulazioni, il presente scritto si impone subito per il suo assoluto interesse e per la sua potenziale fecondità. Si tratta infatti di un passaggio importante nella comprensione della ritualità sacrificale delle origini e del rapporto tra le religioni del sacro e il processo di desacralizzazione anti-vittimaria imposto dalla tradizione giudaico-cristiana". Decidere di leggere i testi vedici come fa Girard significa confrontarsi con una tradizione che pone il sacrificio al centro di una complessa cosmogonia simbolica, al punto tale che - caso unico in tutte le tradizioni mitiche del pianeta - è al sacrificio stesso che vengono offerte oblazioni: "Con il sacrificio gli dèi sacrificarono al sacrificio: tali furono i primi ordinamenti" (Rg-Veda, 1, 164, 50). Tutto nella tradizione vedica sembra convergere verso il principio primo della vittima immolata, avvalorando l'ipotesi del meccanismo vittimario come motore e origine della cultura umana. Questo è il significato dell'analisi girardiana dell'Inno a Purusha: dal sacrificio originario nasce ogni parte dell'universo, dalla religione al cibo, alla architettura, ai versi stessi che narrano i riti sacrificali. Se si tiene conto delle ben più vaste analisi che Girard ha condotto ne La violenza e il sacro, una lettura dei testi vedici come quella intentata in questo saggio non può che suggerire una filiazione genetico-evolutiva dei sistemi religiosi indoeuropei in chiave sacrificale e vittimaria, raccogliendo e proseguendo l'eredità di Dumézil e Benveniste, che ipotizzavano una matrice indoeuropea comune della mitologia e delle strutture sociali ad essa connesse.

   In questo saggio Girard mostra anche come dai testi vedici emerga il profondo interesse del mondo indiano antico per il desiderio. Nel Rg-Veda, in una sequenza sorprendentemente concatenata, i due inni dedicati alla creazione parlano di due cose molto note al pensatore avignonese: desiderio e sacrificio. Se il desiderio è infatti la forza originaria che mette in moto l'universo, è il primo "seme e germe della mente", il sacrificio tesserà il mondo con le sue regole e i suoi modelli di comprensione, costituendo il complicatissimo sistema rituale vedico. In particolare, i Veda sottolineano la dimensione acquisitiva del desiderio: è questo il significato, ad esempio, della rivalità tra i deva e gli asura o del breve interludio dedicato alla dea Vac, esempio di quella "cocquetterie" di cui molti secoli dopo Proust sarà abile descrittore.

   L'altro punto teorico essenziale de Il sacrificio conduce a una rilettura del sacro arcaico in una prospettiva meno negativa di quanto Girard abbia mai fatto nelle opere precedenti. Se anche nelle scritture vediche è rinvenibile una quantomeno parziale comprensione della violenza persecutoria, che in alcuni testi si trasforma addirittura in invettiva contro la strumentalizzazione rituale dei sacrifici divenuti ormai mezzo di arricchimento per le caste di sacerdoti, allora il messaggio anti-sacrificale sarebbe operante, sebbene in forma incoativa, ben prima delle Scritture giudaico-cristiane. La consapevolezza anti-vittimaria che culmina nel cristianesimo si innesterebbe allora su un processo di lento affrancamento della cultura umana dalle sue radici violente, laddove anche il pre-biblico (vedi appunto le scritture vediche) comporterebbe un cammino di consapevolezza progressiva ancorché surrettizia. È lo stesso Girard ad avvallare questa ipotesi: "[..] le religioni arcaiche sono state le prime educatrici dell'umanità, l'hanno condotta lontano dalla violenza arcaica. Dopodiché Dio si fa vittima per liberare l'uomo dalla illusione del Dio violento, che deve essere sostituito in favore della conoscenza che Cristo ha di suo Padre. Si possono leggere le religioni arcaiche come uno dei primi passi della rivelazione progressiva che culmina con la venuta di Cristo". Questa nuova ipotesi sembra stemperare lo iato che vedeva radicalmente separati sacro arcaico e rivelazione biblica: se nei testi girardiani maggiori la linea di demarcazione che separa i due mondi culturali è ben visibile, ne Il sacrificio Girard sembra optare per una linea progressiva che dalle religioni sacrificali conduce gradualmente - e includendo in questa progressione anche elementi non giudaico-cristiani, come nel caso delle scritture vediche - all'affrancamento dal meccanismo vittimario.

   Questa ammissione di continuità tra pre-biblico e biblico non deve tuttavia ingannare e far concludere che Girard torni sui suoi passi negando alla rivelazione cristiana l'originalità e l'unicità che ha sempre posto al centro del suo pensiero almeno a partire da Delle cose nascoste. Le differenze permangono, e sono notevoli. Secondo Girard, laddove si muove nella direzione della soppressione del motore primo dell'individuo nel tentativo di liberare l'uomo dal desiderio acquisitivo, l'induismo perviene alla più totale deresponsabilizzazione nei confronti del mondo e degli altri, introducendo un'etica del distacco. Già in Vedo Satana cadere come la folgore, Girard è chiaro su questo punto: il cristianesimo è più "mondano" delle religioni orientali, non cerca di sopprimere il desiderio ma di reindirizzarlo verso l'unico modello che non diviene skandalon, ossia Cristo. "Gesù non propone nessun ideale di vita ascetica, la maniera migliore di prevenire la violenza non è proibire gli oggetti o lo stesso desiderio rivalitario, bensì fornire agli uomini il modello che, anziché trascinarli nelle rivalità mimetiche, li protegga da esse". L'ulteriore e indiscusso merito di questo agile volumetto che reca in sé le più recenti prospettive della teoria mimetica è senza dubbio quello di incoraggiare il dialogo interreligioso basato sulla discussione aperta attorno ai temi centrali per tutte le religioni mondiali e che Girard ci ripropone attraverso la lente della propria teoria: il ruolo del desiderio nella cultura umana e le persecuzioni violente che ne conseguono, la riflessione sulla possibilità di un'etica personale e sociale non-violenta, la cura nei confronti delle vittime della storia.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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