Note su The Philosophy
of John Locke di Peter R. Anstey
di Hagar
Spano
Pubblicata
nella collana di Studies in Seventeenth-Century
Philosophy, questa agile raccolta di saggi rappresenta
il frutto di un importante simposio su John Locke tenutosi
nel luglio del 2001 presso l'Università di Sidney.
Come il Curatore rivela sin dalla Introduzione al volume,
l'interesse che la filosofia lockiana ha esercitato
in Australia è accresciuto in modo piuttosto
considerevole nel corso degli ultimi decenni. E a una
valutazione di tipo puramente quantitativo deve necessariamente
accompagnarsi, ci è suggerito, una attenta considerazione
della maniera estremamente diversificata in cui la riflessione
del Locke è stata valorizzata.
Questa silloge si propone di costituire
un esempio proprio in tal senso. La scomposizione dei
capitoli che compongono il volume rivela infatti la
precisa intenzione, coltivata da nuove generazioni di
interpreti di Locke, di ridiscutere l'intero orizzonte
della sua riflessione, dalle pagine di natura epistemologica
a quelle di argomento morale o politico o teologico,
e di estrapolarne temi di ineccepibile attualità
teoretica. Né si deve sottovalutare la precisa
scelta metodologica, praticata in particolare nel contributo
di James Hill e J.R. Milton nonché in quello
particolarmente interessante di Victor Nuovo, di attribuire
importanza – oltreché agli scritti editi
e per questo più noti – anche ai manoscritti
e al cospicuo lascito epistolare del filosofo inglese.
In tale ottica ermeneutica si muovono, come premesso,
Hill e Milton: il loro contributo inaugura la prima
delle tre sezioni del volume, quella dedicata al celebre
Essay di Locke del 1689 e più in generale alla
sua Natural Philosophy nel complesso, e intende far
luce sul complicato processo di gestazione del trattato
sull'intelletto umano. Ampio risalto viene dato per
questa via all'Abrégé dell'Essay,
ossia a quella sorta di abstract che nella primavera
del 1688 venne reso pubblico attraverso le pagine della
Bibliothèque universelle et historique
di Jean Le Clerc e che, come i due studiosi opportunamente
rimarcano, fino alla traduzione in francese dell'Essay
(pubblicata nel 1700) costituì il solo mezzo
di accesso al sistema lockiano di cui in Europa concretamente
disponevano quanti fossero a digiuno di inglese. Epperò
se questo contributo concerne in particolare il significativo
processo di evoluzione concettuale che sottende alla
realizzazione dell'Essay, gli altri due capitoli
che compongono questa prima sezione del volume non mancano
di dedicare il giusto risalto anche ad alcune delle
interpretazioni che il Saggio ha raccolto, alla sua
Wirkungsgeschichte per così dire (ancorché
soltanto contestualmente all'uso che dello scritto lockiano
fu fatto nella difesa della fisica newtoniana, nel caso
del contributo di Paul Schuurman; e in esplicito riferimento
a Robert Boyle e al condizionamento che questi potrebbe
aver esercitato su Locke, nel caso dell'intervento di
Peter R. Anstey).
Se la prima parte del volume è
prevalentemente dedicata all'impianto gnoseologico della
filosofia di Locke, la seconda si impegna perlopiù
a tracciare un riepilogo delle principali istanze di
filosofia morale e politica contenute nella sua riflessione.
L'intervento di Kiyoshi Shimokawa, oltre a testimoniare
l'interesse che negli ultimi decenni anche in Giappone
è andato concentrandosi intorno alla pagina lockiana,
offre di fatto una significativa chiave di lettura del
moral thought del filosofo inglese. Lo studioso suggerisce
infatti di analizzare la "complessa" (p. 62)
nozione lockiana di "giustizia", la quale
viene preliminarmente contestualizzata con riferimento
precipuo alla lezione aristotelica e groziana, a partire
dal concetto di "proprietà"; e propone
in particolare di privilegiare l'argomentazione che
in merito a tale nozione viene fornita nei due Treatises
on Government del 1690 piuttosto che altrove. E mentre
Duncan Ivison trasferisce efficacemente sul piano storico-concreto
il discorso di filosofia politica del Locke, considerando
a titolo di esempio le decisioni che nel 1992 l'Alta
Corte australiana assunse nel quadro del contenzioso
tra lo Stato del Queensland e il Mabo e proiettando
nondimeno la teoresi lockiana alla scaturigine del moderno
liberalismo, John Colman, il cui contributo conclude
di fatto la seconda sezione del volume, istituisce un
nexus effectivus tra la teoria della legge morale esposta
nei giovanili Essays on the Law of Nature del 1664 e
il complessivo profilo epistemologico di carattere empiristico
del più noto Saggio del 1690. Per questa via,
nella prospettiva più ampia di un "empirismo
della legge di natura" (p. 107), lo studioso intende
far convergere in un tutto organico e coerente le istanze
di filosofia morale del Locke e la sua epistemologia.
Con l'interessante contributo di Victor
Nuovo, intitolato significativamente Locke's Christology
as a key to understanding his philosophy, si apre
la terza e ultima sezione del volume: quella dedicata
al profilo teistico, filosofico-religioso della riflessione
lockiana. Beninteso, come rileva a più riprese
lo studioso (che prende le mosse da analoghe tesi sostenute
in precedenza da John Dunn e si colloca perciò
sulla medesima linea ermeneutica), quella teologica
è soltanto una tra le tante possibili chiavi
di lettura della filosofia del pensatore inglese –
e tuttavia è la principale. Locke viene perciò
letto da Nuovo a partire dal contesto storico-culturale
e di conseguenza anche religioso di cui la sua elaborazione
filosofica è espressione; ampio risalto viene
dato ai manoscritti in cui argomenti di carattere teistico
sono più diffusamente documentati; allo scritto
tardo sulla Reasonableness, ovviamente, nonché
alle pagine lockiane di filosofia politica che meglio
si prestano a una lettura di tipo teologico. Secondo
la tesi di Nuovo Locke è anzitutto un pensatore
da situare coerentemente all'interno della tradizione
cristiana; egli ha influenzato in larga misura le successive
generazioni di pensatori cristiani – donde l'invito
(p. 140 sgg.) a considerare la "cristologia"
del Nostro anche come una penetrante chiave di lettura
dello stesso Essay concerning Human Understanding.
Tuttavia, sebbene possa essere anche
interpretato in chiave teologica l'Essay rimane
fondamentalmente uno scritto di logica. Questa è
la posizione di Kenneth Winkler, autore di un contributo
in cui da un lato viene documentato il carattere particolarmente
innovativo dell'approccio epistemologico del Locke e
dall'altro è più generalmente presa in
considerazione la recezione dei suoi scritti: da Watts
a Bentham, da Duncan a Reid, Winkler denota di fatto
un comune sforzo teoretico finalizzato a coniugare l'intuizionismo
dell'Essay lockiano e la tradizione scientifica
e filosofica. Tradizione, stavolta principalmente religiosa,
dal confronto con la quale emergono molteplici interrogativi:
è questa di fatto la chiave di lettura che Nicholas
Jolley, autore dell'ultimo contributo del volume, utilizza
per decifrare la fisionomia del capitolo Sull'entusiasmo
che appare nell'Essay a partire dall'ultima
edizione dello scritto (pubblicata vivente Locke). Benché
lo studioso si impegni a documentare come questo capitolo
non costituisca affatto una aggiunta, un corpo estraneo
– per così dire – all'edificio già
concluso dell'Essay, ma rappresenti di là
dalle apparenze (p. 187) un elemento perfettamente integrato
nella sua ottica epistemologica, restano tuttavia da
considerare le ragioni storiche che hanno spinto il
filosofo inglese a redigerlo. Lo studioso ipotizza che
scopo di questo capitolo è anzitutto quello di
mitigare in qualche modo i toni particolarmente severi
con i quali nella precedente edizione dello scritto
Locke aveva esaminato le dottrine cattoliche della infallibilità
del Pontefice e della transustanziazione; e individua
il principale referente polemico di Locke, piuttosto
che in Malebranche come pure era stato suggerito da
alcuni interpreti, in quei fanatici – più
o meno organizzati in sètte – i quali ritengono
di aver avuto in dono una particolare rivelazione negata
ai più. Ecco dunque che sullo sfondo si affaccia
la decisiva questione del rapporto tra ragione e rivelazione,
e la relativa polemica illuministica contro la cosiddetta
Schwärmerei, che verrà più
diffusamente problematizzata di lì a poco nella
Aufklärung tedesca e che riscopre di fatto
in Locke un importante antesignano.
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