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Su The Philosophy of John Locke
di Peter R. Anstey
di Hagar Spano

Pubblicata nella collana di Studies in Seventeenth-Century Philosophy, questa agile raccolta di saggi — intitolata The Philosophy of John Locke: new Perspectives, Routledge, London 2003 — rappresenta il frutto di un importante simposio su John Locke tenutosi nel luglio del 2001 presso l'Università di Sidney. Come il Curatore ammette sin dalla Introduzione al volume, l'interesse che la filosofia lockiana ha esercitato in Australia è accresciuto in modo piuttosto considerevole nel corso degli ultimi decenni. E a una valutazione di tipo puramente quantitativo deve necessariamente accompagnarsi, ci è suggerito, una attenta considerazione della maniera estremamente diversificata in cui la riflessione del Locke è stata recepita e valorizzata. Questa silloge si propone di costituire un esempio proprio in tal senso.

La scomposizione dei capitoli che compongono il volume rivela la precisa intenzione, coltivata da nuove generazioni di interpreti di Locke, di ridiscutere l'intero orizzonte della sua riflessione, dalle pagine di matrice epistemologica a quelle di argomento morale o politico o ancora teologico, e di estrapolarne temi di ineccepibile attualità teoretica. Né si deve sottovalutare la precisa scelta metodologica, praticata in particolare nel contributo di James Hill e J.R. Milton nonché in quello assai interessante di Victor Nuovo, di attribuire importanza, oltreché agli scritti editi e per questo certamente più noti, anche ai manoscritti e al cospicuo lascito epistolare del filosofo inglese. In tale ottica ermeneutica si muovono, come premesso, Hill e Milton: il loro contributo inaugura la prima delle tre sezioni del volume — dedicata al celebre Essay di Locke del 1689 e più in generale alla sua Natural Philosophy nel complesso — e intende far luce sul complicato processo di gestazione del trattato sull'intelletto umano. Ampio risalto viene dato per questa via all'Abrégé dell'Essay, ossia a quella sorta di abstract che nella primavera del 1688 venne reso pubblico attraverso le pagine della Bibliothèque universelle et historique di Jean Le Clerc e che, come i due studiosi opportunamente rimarcano, fino alla traduzione in francese dell'Essay (pubblicata nel 1700) costituì il solo mezzo di accesso al sistema lockiano di cui in Europa concretamente disponevano quanti fossero a digiuno di inglese. Ebbene, se questo contributo concerne in particolare il significativo processo di evoluzione concettuale che sottende alla realizzazione dell'Essay, gli altri due capitoli che compongono questa prima sezione del volume non mancano di dedicare il giusto risalto anche a talune delle interpretazioni che il Saggio ha raccolto, alla sua Wirkungsgeschichte per così dire (ancorché soltanto contestualmente all'uso che dello scritto lockiano fu fatto nella difesa della fisica newtoniana, nel caso del contributo di Paul Schuurman; e in esplicito riferimento a Robert Boyle e al condizionamento che questi potrebbe aver esercitato su Locke, nel caso dell'intervento del Curatore, Peter R. Anstey).

Se la prima parte del volume è prevalentemente dedicata all'impianto gnoseologico della filosofia di Locke, la seconda si impegna perlopiù a tracciare un riepilogo delle principali istanze di filosofia morale e politica contenute nella sua riflessione. L'intervento di Kiyoshi Shimokawa oltre a testimoniare l'interesse che negli ultimi decenni anche in Giappone è andato concentrandosi intorno alla pagina lockiana offre di fatto una significativa chiave di lettura del moral thought del filosofo inglese. Lo studioso suggerisce infatti di analizzare la «complessa» (p. 62) nozione lockiana di "giustizia" — preliminarmente contestualizzata con riferimento precipuo alla lezione aristotelica e groziana — a partire dal concetto di "proprietà"; e propone in particolare di privilegiare l'argomentazione che in merito a tale nozione viene fornita nei due Treatises on Government del 1690 piuttosto che altrove. E mentre Duncan Ivison trasferisce efficacemente sul piano storico-concreto il discorso di filosofia politica del Locke, considerando a titolo di esempio le decisioni che nel 1992 l'Alta Corte australiana assunse nel quadro del contenzioso tra lo Stato del Queensland e il Mabo e proiettando nondimeno la teoresi lockiana alla scaturigine del moderno liberalismo, John Colman, il cui contributo conclude di fatto la seconda sezione del volume, istituisce un nexus effectivus tra la teoria della legge morale esposta nei giovanili Essays on the Law of Nature del 1664 e il complessivo profilo epistemologico di carattere empiristico del più noto Saggio del 1690. Per questa via, nella prospettiva più ampia di un "empirismo della legge di natura" (p. 107), lo studioso intende far convergere in un tutto organico e coerente le istanze di filosofia morale del Locke e la sua epistemologia.

Con l'interessante contributo di Victor Nuovo, intitolato significativamente Locke's Christology as a key to understanding his philosophy, si apre la terza e ultima sezione del volume: quella dedicata al profilo teistico, filosofico-religioso della riflessione lockiana. Beninteso, come rileva a più riprese lo studioso (che prende le mosse da analoghe tesi sostenute in precedenza da John Dunn e si colloca perciò sulla medesima linea interpretativa), quella teologica è soltanto una tra le tante possibili chiavi di lettura della filosofia del pensatore inglese — e tuttavia ne è la principale. Locke viene pertanto letto da Nuovo a partire dal contesto storico-culturale nonché religioso di cui la sua elaborazione filosofica è espressione; ampio risalto è dato ai manoscritti in cui argomenti di carattere teistico sono più diffusamente documentati; allo scritto tardo sulla Reasonableness, ovviamente, nonché alle pagine lockiane di filosofia politica che meglio si prestano a una lettura di tipo teologico. Secondo la tesi di Nuovo, Locke è anzitutto un pensatore da situare coerentemente all'interno della tradizione cristiana; egli ha influenzato in larga misura le successive generazioni di pensatori cristiani — donde l'invito (p. 140 sgg.) a considerare la "cristologia" del Nostro anche come una penetrante chiave di lettura dello stesso Essay concerning Human Understanding.

Tuttavia, sebbene possa essere anche interpretato in chiave teologica l'Essay rimane fondamentalmente uno scritto di logica. Questa è la posizione di Kenneth Winkler, autore di un contributo in cui da un lato viene documentato il carattere particolarmente innovativo dell'approccio epistemologico del Locke e dall'altro viene più generalmente presa in considerazione la recezione dei suoi scritti: da Watts a Bentham, da Duncan a Reid, Winkler denota un comune sforzo teoretico finalizzato a coniugare l'intuizionismo dell'Essay lockiano e la tradizione scientifica e filosofica. Tradizione, stavolta principalmente religiosa, dal confronto con la quale emergono molteplici interrogativi: è questa di fatto la chiave di lettura che Nicholas Jolley, autore dell'ultimo contributo del volume, utilizza per decifrare la fisionomia del capitolo Sull'entusiasmo che appare nell'Essay a partire dall'ultima edizione dello scritto (pubblicata ancora vivente Locke). Benché lo studioso si impegni a documentare come questo capitolo non costituisca affatto una aggiunta, un corpo estraneo per così dire all'edificio già concluso dell'Essay, ma rappresenti invece e di là dalle apparenze (p. 187) un elemento perfettamente integrato nella sua ottica epistemologica, restano tuttavia da considerare le ragioni storiche che hanno spinto il filosofo inglese a redigerlo. Lo studioso ipotizza che scopo di questo capitolo sia anzitutto quello di mitigare in qualche modo i toni particolarmente severi con i quali nella precedente edizione dello scritto Locke aveva esaminato le dottrine cattoliche della infallibilità del Pontefice e della transustanziazione; e individua il principale referente polemico di Locke, piuttosto che in Malebranche come pure era stato suggerito da alcuni interpreti, in quei fanatici (più o meno organizzati in sètte) i quali ritenevano di aver avuto in dono una particolare rivelazione negata ai più. Ecco dunque che sullo sfondo si affaccia la decisiva questione del rapporto tra ragione e rivelazione, e la relativa polemica illuministica contro la cosiddetta Schwärmerei, che verrà più diffusamente problematizzata di lì a poco nella Aufklärung tedesca e che riscopre di fatto in Locke un importante antesignano.

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