Il testo di Harris — Analytic Philosophy of Religion,
Kluwer Academic Press, Dordrecht 2002 — è completo
sia da un punto di vista sistematico sia, in parte, sotto il profilo
storico (crediamo che questo
volume di Micheletti lo sia "maggiormente"). È
organizzato in dieci capitoli dei quali il primo e l’ultimo
fungono rispettivamente da introduzione (The rise of Analytic
Philosophy, pp. 1-27) e da conclusione (pp. 413-426), mentre
i restanti otto affrontano in senso diacronico i maggiori campi
di indagine nei quali si frammenta la filosofia analitica della
religione: il problema del linguaggio religioso; la natura di
Dio e gli argomenti a favore o contrari alla sua esistenza; l’esperienza
e l’epistemologia religiose; il rapporto tra religione e
scienza; le sfide contemporanee al teismo (soprattutto il naturalismo);
il rapporto tra etica e religione; il problema del pluralismo
religioso. Per ognuno di questi ambiti tematici, per i quali esiste
ormai una vasta bibliografia, Harris riesce a segnalare il momento
in cui, grazie a uno specifico scritto oppure all'opera di un
determinato autore, si attiva il dibattito filosofico; in seguito
egli riesce quasi sempre a ripercorre schematicamente le principali
tappe nelle quali si confrontano soprattutto le posizioni teistiche
e quelle ateistiche o semplicemente non-teistiche. Ma di là
del percorso che si dispiega per ognuno di questi temi rintracciati
da Harris, possiamo dire che guardando questi temi come a un sistema
generale, si rivela una precisa struttura teoretica dell'Autore
articolata intorno a alcune assunzioni sia teoretiche sia storiografiche.
Per quanto riguarda la seconda assunzione, quella storiografica,
il testo di Harris non fa che confermare per grandi linee la tesi
generale di Micheletti, vale a dire l’importanza della provocazione
analitico-linguistica di Anthony Flew. Pur se Harris discute il
ruolo di Flew nel capitolo esplicitamente dedicato al “problema
del linguaggio religioso” (pp. 28-76), a causa della importanza
attribuita da Harris alle vicende linguistiche nell’ambito
della filosofia analitica della religione, il tema della falsicabilità
o quantomeno della significatività del linguaggio religioso
pervade l’intera architettura del libro.
Nel capitolo introduttivo lo studioso americano fa luce sul nesso
tra filosofia analitica della religione e filosofia analitica
tout court. Egli sostiene che questo nesso sia riassumibile:
1) storicamente, nella rivolta all’idealismo inglese dell’ottocento
con la conseguente enfasi empirica, pragmatistica e di senso comune
della filosofia del primo novecento di area inglese; 2) metodologicamente,
nella concezione della analisi linguistica come passaggio obbligato
sulla strada di una più ampia e completa analisi concettuale:
«L’idea è di comprendere l’insieme comprendendo
le parti più gestibili, e anche in quei casi in cui l’intero
potrebbe essere più della somma delle sue parti, un tale
stato di fatto è riconosciuto e compreso solo grazie a
una attenta analisi delle parti» (p. 4). Questo nesso è
dunque assicurato dal linguaggio e dall'analisi linguistica e
fa sì che in filosofia analitica della religione, il tema
del linguaggio religioso sia centrale. Harris censisce le risposte
alla sfida di Flew proprio sul senso del linguaggio religioso
e le cataloga in reazioni “conservatrici” (da Mithcell
al primo Hick, all’Alston filosofo del linguaggio, all’essenzialismo
linguistico derivato dalla speculazione di Kripke) e in reazioni
“liberali” (R. Hare, I.A Ramsey, Soskice, Mascall
e soprattutto la filosofia della religione wittgensteiniana).
Il capitolo dedicato al linguaggio religioso si chiude però
con un tema, quello del riferimento di questo linguaggio (pp.
70-76), che farà capolino dietro diversi dei campi tematici
della filosofia analitica della religione.
La tesi centrale di Harris tende dunque a concepire al centro
della riflessione analitica della religione, quasi come una sorta
di orizzonte che le sue varie anime e i suoi molteplici interessi
non sono riusciti a superare, il linguaggio. Alle origini della
filosofia analitica della religione, nel momento in cui si delineano
i contorni di questa disciplina sullo sfondo della svolta linguistica,
c’è il problema del senso e del significato del linguaggio
religioso; attualmente, in diversi campi di indagine (indicativa
la situazione per quanto concerne l’esperienza religiosa
e il problema del pluralismo) il problema è ancora il linguaggio,
ma sotto le spoglie del tema del suo riferimento. Lo spostamento
dal senso al riferimento, nell’ambito del permanere dell’orizzonte
linguistico si sarebbe determinato grazie alla svolta epistemologica
avvenuta nel secondo dopoguerra nella filosofia analitica, con
la nascita di una ricca epistemologia religiosa. Harris riconosce
questa svolta, ma il ritorno costante alle tematiche linguistiche
sembra far pensare che egli la consideri incompleta o non completamente
determinante: «Uno dei maggiori temi che si è sviluppato
a partire dal rinnovato interesse per l’esperienza religiosa
è il grado in cui questa esperienza ha valore epistemico.
Ogni prosecuzione e ogni indagine su questo valore epistemico
deve affrontare il tema fondamentale e cruciale del riferimento
delle espressioni usate per descrivere gli oggetti di tale esperienza,
ed è attraverso il problema del riferimento che ritroviamo
l’ultimo residuo e l’ultima influenza della prima
filosofia analitica e anche del positivismo logico» (p. 423).
Questa ricostruzione, che potrebbe essere accettata in linea
generale, non impedisce però il sorgere di un dubbio: il
linguaggio filosofico, alle origini della filosofia analitica,
costituiva sicuramente un problema che alimentava la stessa indagine
filosofica; esso però era problematico non di per se stesso
ma in combinazione con un altro punto focale della filosofia analitica,
vale a dire il valore della logica. Il tema del significato del
linguaggio religioso era il portato di una precisa combinazione
tra analisi linguistica e logica scientifica. Dopo la svolta epistemologica
il linguaggio è sì presente come orizzonte problematico
della filosofia analitica e dunque anche di una riflessione filosofico-religiosa,
ma ora il linguaggio è combinato con una aspettativa maggiormente
ontologica e metafisica. Il problema del riferimento è
un problema ontologico prima ancora di un problema esclusivamente linguistico.