A proposito di Analytic
Philosophy of Religion di J.F. Harris
di Giacomo
C. Di Gaetano
Il
testo di Harris è completo sia da un punto di
vista sistematico e sia, in parte, da un punto di vista
storico (crediamo che il volume di Micheletti sia "maggiormente"
completo). È organizzato in dieci capitoli dei
quali il primo e l’ultimo fungono da introduzione
(The rise of Analytic Philosophy, pp. 1-27)
e da conclusione (pp. 413-426) mentre i restanti otto
affrontano in senso diacronico i maggiori campi di indagine
nei quali si frammenta la filosofia analitica della
religione: il problema del linguaggio religioso; la
natura di Dio e gli argomenti a favore o contrari alla
sua esistenza; l’esperienza e l’epistemologia
religiose; il rapporto tra religione e scienza; le sfide
contemporanee al teismo (soprattutto il naturalismo);
il rapporto tra etica e religione; il problema del pluralismo
religioso. Per ognuno di questi ambiti tematici per
i quali esiste ormai un'ampia bibliografia, Harris riesce
a segnalare il momento in cui, grazie a una particolare
opera o al pensiero di un autore, si attiva il dibattito
filosofico; in seguito egli riesce quasi sempre a ripercorre
schematicamente le principali tappe nelle quali si confrontano
soprattutto le posizioni teistiche e quelle ateistiche
o semplicemente non-teistiche. Ma al di là del
percorso che si dispiega per ognuno di questi temi rintracciati
da Harris, possiamo dire che guardando questi temi come
a un sistema generale, si rivela una precisa struttura
teoretica dell'autore articolata intorno ad alcune assunzioni
sia teoretiche sia storiografiche. Per quanto riguarda
la seconda assunzione, quella storiografica, il testo
di Harris non fa che confermare, per grandi linee, la
tesi generale di Micheletti, vale a dire l’importanza
della provocazione analitico-linguistica di Anthony
Flew. Pur se Harris discute il ruolo di Flew nel capitolo
esplicitamente dedicato al “problema del linguaggio
religioso” (pp. 28-76), a causa della importanza
attribuita da Harris alle vicende linguistiche nell’ambito
della filosofia analitica della religione, il tema della
falsicabilità o quanto meno della significatività
del linguaggio religioso pervade l’intera architettura
del libro.
Nel capitolo introduttivo lo studioso
americano getta luce sul nesso tra filosofia analitica
della religione e filosofia analitica tout court.
Egli sostiene che questo nesso sia riassumibile: 1)
storicamente, nella rivolta all’idealismo inglese
dell’ottocento con la conseguente enfasi empirica,
pragmatistica e di senso comune della filosofia del
primo novecento di area inglese e, 2) metodologicamente,
nella concezione della analisi linguistica come passaggio
obbligato sulla strada di una più ampia e completa
analisi concettuale: «L’idea è di
comprendere l’insieme comprendendo le parti più
gestibili, e anche in quei casi in cui l’intero
potrebbe essere più della somma delle sue parti,
un tale stato di fatto è riconosciuto e compreso
solo grazie a una attenta analisi delle parti»
(p. 4). Questo nesso è dunque assicurato dal
linguaggio e dall'analisi linguistica e fa sì
che in filosofia analitica della religione, il tema
del linguaggio religioso sia centrale. Harris censisce
le risposte alla sfida di Flew proprio sul senso del
linguaggio religioso e le cataloga in reazioni “conservatrici”
(da Mithcell al primo Hick, all’Alston filosofo
del linguaggio, all’essenzialismo linguistico
derivato dalla speculazione di Kripke) e in reazioni
“liberali” (R. Hare, I.A Ramsey, Soskice,
Mascall e soprattutto la filosofia della religione wittgensteiniana).
Il capitolo dedicato al linguaggio religioso si chiude
però con un tema, quello del riferimento di questo
linguaggio (pp. 70-76), che farà capolino dietro
diversi dei campi tematici della filosofia analitica
della religione.
La tesi centrale di Harris tende dunque a concepire
al centro della riflessione analitica della religione,
quasi come una sorta di orizzonte che le sue varie anime
e i suoi molteplici interessi non sono riusciti a superare,
il linguaggio. Alle origini della filosofia analitica
della religione, nel momento in cui si delineano i contorni
di questa disciplina sullo sfondo della svolta linguistica,
c’è il problema del senso e del significato
del linguaggio religioso; attualmente, in diversi campi
di indagine (indicativa la situazione per quanto concerne
l’esperienza religiosa e il problema del pluralismo)
il problema è ancora il linguaggio, ma sotto
le spoglie del tema del suo riferimento. Lo spostamento
dal senso al riferimento, nell’ambito del permanere
dell’orizzonte linguistico si sarebbe determinato
grazie alla svolta epistemologica avvenuta nel secondo
dopoguerra nella filosofia analitica, con la nascita
di una ricca epistemologia religiosa. Harris riconosce
questa svolta, ma il ritorno costante alle tematiche
linguistiche sembra far pensare che egli la consideri
incompleta o non completamente determinante: «Uno
dei maggiori temi che si è sviluppato a partire
dal rinnovato interesse per l’esperienza religiosa
è il grado in cui questa esperienza ha valore
epistemico. Ogni prosecuzione e ogni indagine su questo
valore epistemico deve affrontare il tema fondamentale
e cruciale del riferimento delle espressioni usate per
descrivere gli oggetti di tale esperienza, ed è
attraverso il problema del riferimento che ritroviamo
l’ultimo residuo e l’ultima influenza della
prima filosofia analitica e anche del positivismo logico»
(p. 423).
Questa ricostruzione, che potrebbe
essere accettata in linea generale, non impedisce però
il sorgere di un dubbio: il linguaggio filosofico, alle
origini della filosofia analitica, costituiva sicuramente
un problema che alimentava la stessa indagine filosofica;
esso però era problematico non di per se stesso
ma in combinazione con un altro punto focale della filosofia
analitica, vale a dire il valore della logica. Il tema
del significato del linguaggio religioso era il portato
di una precisa combinazione tra analisi linguistica
e logica scientifica. Dopo la svolta epistemologica
il linguaggio è sì presente come orizzonte
problematico della filosofia analitica e dunque anche
di una riflessione filosofico-religiosa, ma ora il linguaggio
è combinato con una aspettativa maggiormente
ontologica e metafisica. Il problema del riferimento
è un problema ontologico prima ancora di un problema
esclusivamente linguistico.
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