1. Nonostante una confusa ripresa di temi, soggetti e pratiche
religiose, non possiamo certamente affermare che una parola antica
come rivelazione conservi ancora oggi il medesimo significato
o l'originaria rilevanza religiosa. Basti qui ricordare a quale
torsione semantica viene sottoposto tale concetto nell'analisi
heideggeriana del nostro tempo: età della compiuta immagine
del mondo, fatta di simulacri, in cui, come afferma A. Fabris,
«non c'è più nulla da rivelare. Non già
perché tutto è pienamente manifesto, ma perché
si scopre che non c'è nulla oltre il semplice gioco dei
riflessi" e in cui tutto, "manifestazione e apparenza,
apparenza e apparizione risultano indistinguibili fra loro».
Nonostante ciò la riflessione contemporanea, lasciatasi
alle spalle più o meno felicemente tanto l'entusiasmo laicistico
del moderno quanto l'estetismo nichilistico del tardo novecento,
contestando quella che sembrava una inevitabile tendenza all'appiattimento
sull'immanente e dunque il sostanziale annichilimento dell'evento
rivelativo, sta recuperando, anche se talvolta contraddittoriamente,
tale antica nozione originata da un codice strettamente religioso
(in particolare quello ebraico-cristiano) e nel tempo divenuta
fondamentale, oltre che da un punto di vista strettamente teologico,
sul piano della riflessione filosofica. Proprio intorno al significato
e alla rinnovata rilevanza di questa nozione si discute nel volume
Il prisma della rivelazione. Una nozione alla prova di religioni
e saperi, in cui da differenti punti di vista culturali e
religiosi si recupera e analizza la ricchezza semantico-simbolica
di una parola così carica di rimandi e di echi lontani,
qui giustamente definita "prismatica" nella sua essenza
profonda e originaria e scandagliata, come si diceva sopra, da
prospettiva filosofica oltre che teologica. Prospettive che si
incrociano intorno al dilemma ragione/rivelazione, declinato non
solo sul piano di una analisi del rapporto tra fede e laicità,
ma anche nel risvolto più propriamente teoretico che vede
tra loro intrecciarsi ciò che è originario a ciò
che invece è semplicemente positum.
2. Tra Otto e Novecento la teologia liberale aveva ridotto pericolosamente
il concetto ebraico-cristiano di rivelazione a eticità
e storicità, facendo del Cristo semplicemente l'esempio
altissimo della natura umana. Niente più dissidi tra soprannaturale
e naturale, tra rivelazione e ragione: la fede aveva senso soltanto
all'interno di rassicuranti "recinti razionali" che
si traducevano nelle letture storico-critiche della vita di Gesù
e dei Vangeli. Al di fuori di ciò altro non era che irrazionalismo
superstizioso. La filosofia con Hegel aveva, d'altra parte, radicalmente
immanentizzato il nucleo della rivelazione cristiana: «La
religione rivelata è la religione manifesta, poiché
in essa Dio è divenuto interamente manifesto; non c'è
più nulla di misterioso in Dio». Ricondotta alle
categorie della astratta razionalità logica, all'idea evidente
a se stessa, luce in grado di disperdere qualsiasi oscurità,
la rivelazione viene così deprivata del suo essere annuncio
di un'alterità assoluta, semplicisticamente riportata alla
manifestazione della razionalità del reale — Offenbarung
e non più re-velatio — esaltazione, infine,
del pensiero dell'identità, in cui il differente viene
dialetticamente superato, in-concepibile se non posto in essere
dallo Spirito: nulla di estraneo rispetto alla ragione, alla filosofia,
la sola in grado di porre in essere i propri oggetti. Nessun posto
dunque per la gratuità, il novum, quel senso ultimo
della rivelazione, già tematizzato dalla riflessione teologica
medievale, che sottolineava come la mente umana si trovi di fronte
alla "inaccessibilità" dell’essere di Dio:
e se per Tommaso i soli strumenti della ragione umana sono fallaci
e insufficienti e dunque necessitano dell'intervento della grazia
infusa per comprendere qualcosa del divino, Lutero parla delle
due nature di Cristo come di una res incomprehensibilis, respingendo
altresì gli argomenti sillogistici e astrattamente razionali
intorno la natura di Dio: di fronte alla impossibilità
di comprenderlo, la teologia deve riconsiderare il proprio linguaggio
se vuole parlare di Dio; serve una nuova grammatica, parole nuove,
diverse da quelle naturali (Työrinoja). È in virtù
della novitas dell'evento rivelativo — filosoficamente,
il suo non essere posto ma essere il presupposto (tematizzato
già da Schelling nel suo rifiuto della astrazione identitaria
hegeliana) — che la contemporaneità recupera il rapporto
asimmetrico con l'Altro. Dio ridiventa lo sconosciuto, l’assolutamente
Altro di Barth, che irrompe nella storia e nella vita di
ciascuno di noi, irriducibile primum. Siamo di fronte
a una nuova dialettica, senza sintesi, tra rivelazione e ragione,
tra «posto e trovato, razionale e positivo, rivelazione
e comprensione» (Perone). Una dialettica anti-hegeliana
che con Heidegger giunge fino alle estreme conseguenze di una
rivelazione secolarizzata. La verità, etimologicamente
a-letheia, è certamente disvelamento ma anche
nuovo velamento, ripetuto nascondimento dell'essere che si dona
instancabilmente all'ente. Ancora una volta, contra Hegel, verità
che è presupposta: «Non siamo noi a presupporre la
verità... È la verità che rende possibile
qualcosa come il presupporre».
3. Nell'atto rivelativo il Differente si contrappone alla identità
astratta del soggetto, novitas che nella prospettiva
di fede si offre concretamente e storicamente da un lato nelle
multiformi interpretazioni religiose, dall'altro nell'esperienza
di ciascun credente che si apre al dialogo con Dio nella preghiera.
Dunque nella differenza dell'evento rivelativo il credente è
innanzi al Silenzio abissale di Dio che, nell'occultamento, si
fa prossimo all'uomo attraverso la sua parola. Come scrive Neher,
l'assoluta staticità metafisica dell'Essere oscilla così
verso il Forse, profezia contemporanea della rinuncia al prometeico
tentativo di de-finire Dio, che ritorna a essere teologicamente
l'eccedenza, la hyperochè (Vitiello). In quanto
mediata dal concretum della storia, ogni nozione di Dio
rimane dunque provvisoria, frutto di una asimmetrica dialettica
tra il logos umano e il theou-logos. È
quest'ultimo la fonte viva in grado di offrire alla astratta dimensione
interpretativa del dato scritturistico la concretezza noetico-simbolica
del vissuto religioso; incarnazione storica della Differenza,
origine della continua, perenne dialettica tra il dono della rivelazione
e la verità che si sviluppa in una «dissimetria tra
l'atto del rivelare, che appartiene al pensiero, e ciò
che si rivela» (Perone). La realtà divina, non più
intesa metafisicamente come accadeva nella tradizione onto-teologica,
impossibile e riduttivo approccio noetico al Mistero, appare finalmente
per quella che è: libertà, gratuità, in cui
la asimmetria tra rivelazione e rivelato assume ben altro spessore
teoretico rispetto alle limitate prospettive critico-esegetiche
di certo teologismo liberale di inizio secolo: la verità,
scriveva Pareyson, non si dà che nell’interpretazione,
e non si dà interpretazione che della verità: «Rischio
costante dell'insuccesso, in cui la rivelazione è ottenuta
solo come vittoria sulla minaccia sempre attuale dell'occultamento».
All'interno di questo gioco fra due libertà, quella di
Dio e quella dell'uomo, «Dio non offre adito a una sua aseità,
ma si offre come il partner dell’essere umano» (Rostagno).
Rivelazione dunque nel senso di un rapporto vivo con Dio, rapporto
in cui la dimensione rivelativa si coniuga in particolare alla
dimensione escatologica e soteriologica dell’annuncio.
4. Rileggere la rivelazione e la fede nell'ottica di una esperienza
di libertà, di svelamento e ri-velamento di Dio, non vuol
dire aver evitato il carattere tendenzialmente esclusivo in cui
spesso l’esperienza di fede monoteistica incorre. Per quanto
inaccessibile, «Dio si rivela soltanto ai suoi eletti»
oppure il suo logos è comunicazione per «ogni
persona indipendentemente dal suo credo»? (Rostagno). Se
l'uomo non è semplicemente oggetto passivo di una comunicazione
noetica da parte del divino, possiamo concludere che la rivelazione
si dà soltanto e in quanto risposta a Dio, che a noi ad-viene
quale «sorgente di fronte alla quale sta l'uomo»:
una umana risposta che nel tempo però tende a divenire
immanente decifrazione dell'indecifrabile, formalizzata nelle
codifiche dogmatiche e nelle strutture istituzionalizzate. D'altra
parte al di là di possibili, spesso inevitabili sclerotizzazioni
del dato scritturistico e/o dottrinario, la rivelazione è,
e rimane, donum offerto all'uomo che attraverso essa
può entrare in comunicazione con il divino, con la sua
promessa escatologica di salvezza. In realtà a questo punto
siamo di fronte a un dilemma. È certamente vero che ogni
singola vicenda esistenziale può essere permeata da un
sensum religioso, al di là di codifiche umane
del trascendente. Ma possiamo affermare forse che ogni esperienza
umana che si appelli a Dio è comunque autentica esperienza
di fede? Qualsiasi prospettiva è legittimata ai nostri
occhi, testimoni impotenti di un piatto relativismo religioso?
Come verificare l'autenticità teoretica delle diverse soggettività
religiose? Abbiamo già visto che non è sufficiente
evidenziare il nucleo noetico per ritenere autentico il rapporto
comunicativo tra Dio e l'uomo, un elemento che tende tra l'altro
storicamente a divenire fissità rappresentativa del messaggio
di salvezza, non di rado venata di esclusivismo, integralismo
e fondamentalismo scritturistico; un fenomeno sociale cui paradossalmente
si accompagna la recente tendenza delle società post-moderne
alla riduzione a un minimalismo esistenziale, in cui si concretizza
un rapporto che diviene esclusivo tra l'io e la sua personale
percezione di Dio.
Come evitare tali asfittiche esperienze della religiosità?
Illuminante ci sembra in tal senso l'intervento di Sergio Sorrentino:
in primis, ciò che può legittimamente fondare l'esperienza
di fede rivelata è proprio l'essere frutto di una "struttura
di mediazione" (l'evento del Sinai, il dono del Corano) attraverso
cui la comunicazione col divino si offre nelle forme di un continuum
«che è insieme temporale, storico e culturale»,
e mai evento meramente puntuale, in sé conclusivo. Ma ciò
non basta. Rivelandosi attraverso una «distanza incolmabile,
tanto sul piano critico della temporalità storica quanto
sul piano simbolico e su quello noetico», Dio si comunica
all'umano nelle forme trascendenti di un'offerta di salvezza (dimensione
soterica della rivelazione) che è al contempo anche offerta
di senso. È proprio in virtù di questo nucleo fondante
— afferma ancora Sergio Sorrentino — che ci è
concesso di tenere insieme due dimensioni apparentemente contraddittorie:
«L'assolutezza assiologica della comunicazione rivelativa"
e la prismatica, multiforme relativizzazione delle differenti
esperienze religiose. L'evento religioso, fondato sulla dimensione
rivelativa, rende l'offerta di senso realmente performativa, umana
decifrazione dell'esperienza della comunicazione con il divino
che «coinvolge sì il reale umano nel suo insieme,
ma lo sovradetermina al tempo stesso in un reale trascendimento».
Siamo di fronte a quell'asimmetria tra Dio e l'uomo di cui si
diceva prima, «tensione tra lettera e spirito che ha dato
origine alla pratica esegetica e ermeneutica». Dio dunque
si dona sempre nella sproporzione, semper alter rispetto
a una impossibile catturabilità umana entro paradigmi storico-culturali
e forme simboliche soggette al mutare del tempo e della comprensione
delle cose, assolutamente irriducibile alle formulazioni dogmatiche
o a una presunta essenza umanamente com-prensibile. Date queste
premesse, ha ragione forse Ugo Perone quando auspica una dialettica
"meno estrinseca" tra trovato e posto, rivelazione e
ragione. Pensare teoreticamente la prospettiva religiosa vuol
dire porsi da un punto di vista in cui «alla filosofia tocca
di comprendere che essa ha alle spalle un trovato che non ha posto,
anche se essa non può pensarlo che ponendolo, come oggetto
di pensiero». Ancora una volta, il logos divino
ci appare dunque prismatico e ineffabile, mai de-finitivamente
catturabile da letture o interpretazioni, in una inesausta tensione
tra contatto e distanza (Sorrentino). «La religione è
il simbolo eminente di un positivo che esiste non avendo il pensiero
come propria origine. Il rivelato non è il pensato, ma
il pensato non è senza il rivelato. Il positivo non è
il posto, ma il posto non è senza il positivo».