Sul significato e la rinnovata
rilevanza
della nozione di rivelazione
di Valerio
Burrascano
1.
Nonostante una confusa ripresa di temi, soggetti e pratiche
religiose, non possiamo affermare che una parola antica
come "rivelazione", conservi ancora oggi il
medesimo significato o la rilevanza religiosa originaria.
Basti qui ricordare a quale torsione semantica viene
sottoposto tale concetto nella analisi heideggeriana
del nostro tempo: età della compiuta immagine
del mondo, fatta di simulacri, in cui "non c'è
più nulla da rivelare. Non già perché
tutto è pienamente manifesto, ma perché
si scopre che non c'è nulla oltre il semplice
gioco dei riflessi" e in cui tutto, "manifestazione
e apparenza, apparenza e apparizione risultano indistinguibili
fra loro" (Adriano Fabris). Nonostante ciò
la riflessione contemporanea, lasciatasi alle spalle
più o meno felicemente sia l'entusiasmo laicistico
del moderno sia l'estetismo nichilistico del tardo novecento,
contestando quella che sembrava una inevitabile tendenza
all'appiattimento sull'immanente e dunque il sostanziale
annichilimento dell'evento rivelativo, sta recuperando,
anche se talvolta contraddittoriamente, tale antica
nozione originata da un codice strettamente religioso
(in particolare quello ebraico-cristiano) e nel tempo
divenuta fondamentale, oltre che da un punto di vista
strettamente teologico, sul piano della riflessione
filosofica. Proprio intorno al significato e alla rinnovata
rilevanza di questa nozione si discute nel volume Il
prisma della rivelazione. Una nozione alla prova di
religioni e saperi, in cui da differenti punti di vista
culturali e religiosi si recupera e analizza la ricchezza
semantico-simbolica di una parola così carica
di rimandi e di echi lontani, qui giustamente definita
"prismatica" nella sua essenza profonda e
originaria e scandagliata, come si diceva sopra, da
prospettiva filosofica oltre che teologica. Prospettive
che si incrociano intorno al dilemma ragione/rivelazione,
declinato non solo sul piano di una analisi del rapporto
tra fede e laicità, ma anche nel risvolto più
propriamente teoretico che vede tra loro intrecciarsi
ciò che è originario a ciò che
invece è semplicemente positum.
2. Tra otto e novecento, la teologia
liberale aveva ridotto pericolosamente il concetto ebraico-cristiano
di rivelazione a eticità e storicità,
facendo di Cristo semplicemente l'esempio altissimo
della natura umana. Niente più dissidi tra soprannaturale
e naturale, rivelazione e ragione: la fede aveva senso
solo all'interno di rassicuranti recinti razionali che
si traducevano nelle letture storico-critiche della
vita di Gesù e dei Vangeli. Al di fuori di ciò,
altro non era che irrazionalismo superstizioso. La filosofia
con Hegel aveva, d'altra parte, radicalmente immanentizzato
il nucleo della rivelazione cristiana: "La religione
rivelata è la religione manifesta, poiché
in essa Dio è divenuto interamente manifesto;
non c'è più nulla di misterioso in Dio".
Ricondotta alle categorie della astratta razionalità
logica, all'idea evidente a se stessa, luce in grado
di disperdere qualsiasi oscurità, la rivelazione
viene così depauperata del suo essere annuncio
di una alterità assoluta, semplicisticamente
riportata alla manifestazione della razionalità
del reale - Offenbarung e non più re-velatio
- esaltazione, infine, del pensiero dell'identità,
in cui il differente viene dialetticamente superato,
in-concepibile se non posto in essere dallo Spirito:
nulla di estraneo rispetto alla ragione, alla filosofia,
la sola in grado di porre in essere i propri oggetti.
Nessun posto dunque per la gratuità, il novum,
quel senso ultimo della rivelazione, già tematizzato
dalla riflessione teologica medievale, che sottolineava
come la mente umana si trovi di fronte alla "inaccessibilità"
dell’essere di Dio: e se per Tommaso i soli strumenti
della ragione umana sono fallaci e insufficienti e dunque
necessitano dell'intervento della grazia infusa per
comprendere qualcosa del divino, Lutero parla delle
due nature di Cristo come di una res incomprehensibilis,
respingendo altresì gli argomenti sillogistici
e astrattamente razionali intorno la natura di Dio:
di fronte alla impossibilità di comprenderlo,
la teologia deve riconsiderare il proprio linguaggio
se vuole parlare di Dio; è necessaria una nuova
grammatica, parole nuove, totalmente diverse da quelle
naturali (Työrinoja). È in virtù
della novitas dell'evento rivelativo – filosoficamente,
il suo non essere posto ma essere il presupposto (tematizzato
già da Schelling nel suo rifiuto della astrazione
identitaria hegeliana) – che la contemporaneità
recupera il rapporto asimmetrico con l'Altro. Dio ridiventa
lo sconosciuto, l’assolutamente Altro di Barth,
che irrompe nella storia e nella vita di ciascuno di
noi, irriducibile primum. Siamo di fronte a una nuova
dialettica – senza sintesi – tra rivelazione
e ragione, tra "posto e trovato, razionale e positivo,
rivelazione e comprensione" (Perone). Una dialettica
anti-hegeliana che con Heidegger giunge fino alle estreme
conseguenze di una rivelazione secolarizzata. La verità,
etimologicamente a-letheia, è certamente disvelamento
ma anche nuovo velamento, ripetuto nascondimento dell'essere
che si dona instancabilmente all'ente. Ancora una volta,
contra Hegel, verità che è presupposta:
"Non siamo noi a presupporre la verità...
È la verità che rende possibile qualcosa
come il presupporre".
3. Nell'atto rivelativo il Differente
si contrappone alla identità astratta del soggetto,
novitas che nella prospettiva di fede si offre concretamente
e storicamente da un lato nelle multiformi interpretazioni
religiose, dall'altro nell'esperienza di ciascun credente
che si apre al dialogo con Dio nella preghiera. Dunque
nella differenza dell'evento rivelativo il credente
è innanzi al Silenzio abissale di Dio che, nell'occultamento,
si fa prossimo all'uomo attraverso la sua parola. Come
scrive Neher, l'assoluta staticità metafisica
dell'Essere oscilla così verso il Forse, profezia
contemporanea della rinuncia al prometeico tentativo
di de-finire Dio, che ritorna a essere teologicamente
l'eccedenza, la hyperochè (Vitiello). In quanto
mediata dal concretum della storia, ogni nozione di
Dio rimane dunque provvisoria, frutto di una asimmetrica
dialettica tra il logos umano e il theou-logos. È
quest'ultimo la fonte viva in grado di offrire alla
astratta dimensione interpretativa del dato scritturistico
la concretezza noetico-simbolica del vissuto religioso;
incarnazione storica della Differenza, origine della
continua, perenne dialettica tra il dono della rivelazione
e la verità che si sviluppa in una "dissimetria
tra l'atto del rivelare, che appartiene al pensiero,
e ciò che si rivela" (Perone). La realtà
divina, non più intesa metafisicamente come accadeva
nella tradizione onto-teologica, impossibile e riduttivo
approccio noetico al Mistero, appare finalmente per
quella che è: libertà, gratuità,
in cui la asimmetria tra rivelazione e rivelato assume
ben altro spessore teoretico rispetto alle limitate
prospettive critico-esegetiche di certo teologismo liberale
di inizio secolo: la verità, scriveva Pareyson,
non si dà che nell’interpretazione, e non
si dà interpretazione che della verità:
"Rischio costante dell'insuccesso, in cui la rivelazione
è ottenuta solo come vittoria sulla minaccia
sempre attuale dell'occultamento". All'interno
di questo gioco fra due libertà, quella di Dio
e quella dell'uomo, "Dio non offre adito a una
sua aseità, ma si offre come il partner dell’essere
umano" (Rostagno). Rivelazione dunque nel senso
di un rapporto vivo dell'uomo con Dio, e in cui la dimensione
rivelativa si coniuga in particolare alla dimensione
escatologica e soteriologica dell’annuncio.
4. Rileggere la rivelazione e la fede
nell'ottica di una esperienza di libertà, di
svelamento e ri-velamento di Dio, non vuol dire aver
evitato il carattere tendenzialmente esclusivo in cui
spesso può incorrere l’esperienza di fede
monoteistica. Per quanto inaccessibile, "Dio si
rivela soltanto ai suoi eletti" o il suo logos
è comunicazione rivolta "a ogni persona
indipendentemente dal suo credo"? (Rostagno). Se
l'uomo non è semplicemente oggetto passivo di
una comunicazione noetica da parte del divino, possiamo
concludere che la rivelazione si dà soltanto
e in quanto risposta a Dio, che a noi ad-viene quale
"sorgente di fronte alla quale sta l'uomo":
una umana risposta che nel tempo però tende a
divenire immanente decifrazione dell'indecifrabile,
formalizzata nelle codifiche dogmatiche e nelle strutture
istituzionalizzate. D'altra parte al di là di
possibili, spesso inevitabili sclerotizzazioni del dato
scritturistico e/o dottrinario, la rivelazione è
e rimane donum offerto all'uomo che attraverso essa
può entrare in comunicazione con il divino, con
la sua promessa escatologica di salvezza. In realtà
a questo punto siamo di fronte a un dilemma. È
certamente vero che ogni singola vicenda esistenziale
può essere permeata da un sensum religioso, al
di là di codifiche umane del trascendente. Ma
possiamo affermare forse che ogni esperienza umana che
si appelli a Dio è comunque autentica esperienza
di fede? Qualsiasi prospettiva è legittimata
ai nostri occhi, testimoni impotenti di un piatto relativismo
religioso? Come verificare l'autenticità teoretica
delle diverse soggettività religiose? Abbiamo
già visto che non è sufficiente evidenziare
il nucleo noetico per ritenere autentico il rapporto
comunicativo tra Dio e l'uomo, un elemento che tende
tra l'altro storicamente a divenire fissità rappresentativa
del messaggio di salvezza, non di rado venata di esclusivismo,
integralismo e fondamentalismo scritturistico; un fenomeno
sociale cui paradossalmente si accompagna la recente
tendenza delle società post-moderne alla riduzione
a un minimalismo esistenziale, in cui si concretizza
un rapporto che diviene esclusivo tra l'io e la sua
personale percezione di Dio. Come evitare tali asfittiche
esperienze della religiosità? Illuminante ci
sembra in tal senso l'intervento di Sergio Sorrentino:
in primo luogo, ciò che può legittimamente
fondare l'esperienza di fede rivelata è proprio
l'essere frutto di una "struttura di mediazione"
(l'evento del Sinai, il dono del Corano) attraverso
cui la comunicazione col divino si offre nelle forme
di un continuum "che è insieme temporale,
storico e culturale", e mai evento meramente puntuale,
in sé conclusivo. Ma ciò non basta. Rivelandosi
attraverso una "distanza incolmabile, tanto sul
piano critico della temporalità storica quanto
sul piano simbolico e su quello noetico", Dio si
comunica all'umano nelle forme trascendenti di una offerta
di salvezza (dimensione soterica della rivelazione)
che è al contempo anche offerta di senso. È
proprio in virtù di questo nucleo fondante, afferma
ancora Sorrentino, che ci è consentito di tenere
insieme due dimensioni apparentemente contraddittorie:
"L'assolutezza assiologica della comunicazione
rivelativa" e la prismatica, multiforme relativizzazione
delle differenti esperienze religiose. L'evento religioso,
fondato sulla dimensione rivelativa, rende l'offerta
di senso realmente performativa, umana decifrazione
dell'esperienza della comunicazione con il divino che
"coinvolge sì il reale umano nel suo insieme,
ma lo sovradetermina al tempo stesso in un reale trascendimento".
Siamo di fronte a quella asimmetria
tra Dio e l'uomo di cui si diceva prima, "tensione
tra lettera e spirito che ha dato origine alla pratica
esegetica e ermeneutica". Dio dunque si dona sempre
nella sproporzione, semper alter rispetto a una impossibile
catturabilità umana entro paradigmi storico-culturali
e forme simboliche soggette al mutare del tempo e della
comprensione delle cose, assolutamente irriducibile
alle formulazioni dogmatiche o a una presunta essenza
umanamente com-prensibile. Date queste premesse, ha
ragione forse Ugo Perone quando auspica una dialettica
"meno estrinseca" tra trovato e posto, rivelazione
e ragione. Pensare teoreticamente la prospettiva religiosa
vuol dire porsi da un punto di vista in cui "alla
filosofia tocca di comprendere che essa ha alle spalle
un trovato che non ha posto, anche se essa non può
pensarlo che ponendolo, come oggetto di pensiero".
Ancora una volta, il logos divino ci appare dunque prismatico
e ineffabile, mai de-finitivamente catturabile da letture
o interpretazioni, in una inesausta tensione tra contatto
e distanza (Sorrentino). "La religione è
il simbolo eminente di un positivo che esiste non avendo
il pensiero come propria origine. Il rivelato non è
il pensato, ma il pensato non è senza il rivelato.
Il positivo non è il posto, ma il posto non è
senza il positivo".
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