Unde malum? La violenza
nella filosofia
di Pierfrancesco
Stagi
La
pubblicazione del volume Il logos violato. La violenza
nella filosofia di Giuseppina Strummiello permette
di accedere in italiano a un'ampia e accurata rassegna
delle interpretazioni moderne e contemporanee della
violenza e del suo rapporto con il logos della filosofia.
Una questione che negli ultimi decenni si è imposta
sempre più come un tema centrale del dibattito
filosofico.
Innanzitutto, si tratta di chiedersi
perché un problema di ordine etico-morale come
la violenza sia divenuto così prepotentemente
una domanda centrale per la filosofia. L'interesse per
questo tema è da rintracciarsi probabilmente
in una più generale "svolta etica"
dell'odierna filosofia. Sembra di vedere che negli ultimi
anni le principali correnti del pensiero filosofico
hanno assunto o un orientamento prevalentemente etico
(è il caso di citare la cosiddetta Reabilitierung
der praktischen Philosophie in Germania o la filosofia
di Lévinas in Francia) oppure utilizzano un tono
decisamente più attento alle problematiche etiche,
morali e religiose (si pensi a Derrida e Vattimo, ad
esempio). Qual è il significato di questa rinnovata
predisposizione "etica" della filosofia? Molto
crediamo abbia a che fare con quella "crisi dei
fondamenti" che ha investito la filosofia contemporanea
almeno dopo Husserl e Heidegger (ma già da Nietzsche
e Dilthey…), per cui la filosofia perde la sua
capacità di ridescrivere il mondo a partire da
un sistema di princìpi di riferimento e diventa
una pratica per lo più storica e finita, che
concerne descrizioni sempre più parziali e comunque
radicate in un orizzonte di significato storico ed eventuale.
In questo contesto il pensiero si allontana sempre più
dal regno di una descrizione ideale (sia essa analitica
o fenomenologica) e si avvicina gradualmente alla molteplicità
e alle sfumature della situazione "spirituale"
del "proprio" tempo, che è compito
del pensiero indagare e portare a un sufficiente grado
di consapevolezza. E sicuramente la violenza rappresenta
uno degli aspetti più oscuri e rilevanti del
nostro tempo: dal conflitto nella ex Jugoslavia ed al
rinascere di violenti particolarismi regionali fino
alla rinnovata vitalità del terrorismo di matrice
religiosa, che si esprime in forme sempre più
globali ed inumane. Tanto che nelle evolute società
tardo industriali sembra essere presente un vero e proprio
"paradosso della violenza"; infatti, laddove
i sistemi sociali e statali sempre più raffinati
attraverso una fitta legislazione e educazione di massa
lavorano a un continua diminuzione del grado di violenza,
dall'altro la violenza ricompare dove meno la si aspetta:
al centro delle aree grandi industriali metropolitane
(bande di giovani sbandati o di marginali) e nei quartieri
più ricchi e agiati (in particolare all'interno
di ambiti familiari). Da un tale ambito una discussione
sulla violenza non può prescindere ma anzi lo
presuppone, e diventa e non può che diventare
oggetto di una riflessione filosofica, che tenti non
solo di collocarlo sullo sfondo della nostra attuale
condizione storica ma che ne indaghi le premesse ed
i presupposti filosofico-culturali.
In tal modo, una discussione della
violenza nel nostro tempo non può esulare da
una considerazione più generale di ciò
che è all'origine e alle spalle di ogni violenza:
il problema del male. Nel nostro orizzonte culturale
secolarizzato il male perde la sua aura trascendente
e metafisica per divenire un prodotto essenzialmente
umano, soprattutto nella variante – come sottolinea
la Strummiello – di "sofferenza che alcuni
umani possono infliggere ad altri umani: in una parola,
alla violenza" (p.5). La problematica della violenza
diventa quindi indistinguibile da quella della sofferenza,
di chi è oggetto della violenza, tanto che di
queste due questioni sembra impossibile trattarne separatamente:
ogni violenza ci parla al contempo della sofferenza
di chi l'ha subita (questa sembra forse la principale
conquista che il discorso sulla violenza ha raggiunto
dopo Auschwitz). Forse proprio qui deve essere ravvisato
uno dei pochi punti deboli di un'opera per altri versi
molto solida. "In che modo – si chiede la
Strummiello – la violenza può tornare a
costituire un problema anche per la filosofia, e non
solo per le scienze umane e per gli opinionisti di cronaca?
Detto altrimenti: in che modo la ragione filosofica
può prendere in considerazione ciò che
per definizione, o almeno in apparenza, le si oppone?"
(p.7). Infatti, non è possibile interrogarsi
sulla provocazione che la violenza esercita per la filosofia
senza chiedersi a fondo: da dove proviene la violenza?
Quale è la sua origine? Ritorna l'antica questione
"unde malum"? con la sua secolare storia (per
cui insieme ad Hegel, si dovrebbe almeno parlare anche
di Plotino, Schelling, e perché no, l'Heidegger
di alcuni dialoghi poco conosciuti). In questo ambito
la filosofia del tardo Pareyson, che si dipana intorno
al pensiero abissale dell'origine del male, è
rimasta per molti versi inascoltata e rappresenta una
sfida vivissima per il pensiero, anche e soprattutto
in direzione di quella ontologia dell'attualità
che l'ermeneutica contemporanea vuole rappresentare
(sia detto per inciso che il problema del male rimane
una delle questioni più difficili e urgenti anche
per pensatori come Vattimo, all'apparenza così
estranei da una tale problematica).
Laddove le manifestazioni del male,
oggi, non hanno – come si ricordava – niente
di terrificante e spaventoso ma sono sempre più
quotidiane e comuni, tanto che si può parlare
a buon diritto di una "fascinazione del male"
nella nostra cultura. La violenza (nella società
ma anche nel pensiero) sembra non poter scuotersi facilmente
di dosso questa connotazione "estetica", per
cui ogni manifestazione di violenza diventa subito oggetto
di una fruizione estetica (mezzi di comunicazione di
massa) e assume presto un certo "fascino",
un'"aura", che la colloca ben presto al di
là di ogni possibile considerazione etica (o
religiosa): una violenza "estetica" al di
là del bene e del male. Forse non sarebbe stato
inutile interrogarsi su queste trasformazioni della
violenza, che non si dà più come violenza
etica, politica o individuale (è questo in definitiva
il tema del libro) ma come violenza "estetica",
palesando un certo qual "gusto" o "piacere"
odierno della violenza (si pensi ai tanti films, videoclips
e letteratura sul tema), tanto più inquietante
quanto più diffuso nelle evolute società
occidentali. Il volume della Strummiello sviluppa la
questione della violenza in due direzioni fondamentali:
per un verso sono messe in luce le teorie sulla violenza
e il suo ruolo nella storia, che la filosofia ha elaborato
nel corso del secolo scorso; è soprattutto il
caso del cap. intitolato Violenza e storia, dedicato
al pensiero di Engels, Sorel, Benjamin, Sartre, Arendt
e Foucault. Per l'altro verso, la Autrice si limita
non soltanto a approfondire la violenza "esterna"
alla filosofia, che diventa oggetto di una riflessione
teorica, ma anche la violenza "interna" che
la filosofia stessa mette in atto nel tentativo di dare
un significato alle cose (a questo proposito sono analizzati
gli scritti di Hegel, Erich Weil, Heidegger, Adorno,
Lévinas, Derrida, Girard). Lo studio di questa
violenza "di secondo grado" rappresenta forse
l'aspetto più interessante del libro e sarà
anche l'oggetto delle considerazioni che seguiranno.
Al centro del nostro discorso è ovviamente il
rapporto del pensiero occidentale di matrice greco-cristiana
con la violenza. In che senso la metafisica, che rappresenta
il modo in cui il pensiero a partire dai Greci si esprime,
ha a che fare con la violenza? La conoscenza di un tale
rapporto si è resa possibile solo a partire dalla
metà del XIX sec., quando con Nietzsche prima
e poi con lo Storicismo inizia un movimento di forte
"critica alla metafisica" e a quello che essa
nei secoli aveva rappresentato.
Quali sono le ragioni di tale critica?
Non è facile riassumere in breve le ragioni di
una così lunga e accesa polemica ma crediamo
di non sbagliare se affermiamo che alla base di tutto
ciò furono ragioni prevalentemente "etiche":
le rinnovate istanze della soggettività di contro
a un orizzonte già fissato di valori stabili
e immutabili, il ritmo sempre più frenetico della
vita nelle società industriali, che imponeva
la capacità di adattarsi a situazioni sempre
diverse e imprevedibili, che rese ben presto inutilizzabile
l'antico patrimonio di conoscenze tramandato, la percezione
dell'uomo moderno di "poter fare da sé".
In tal modo crollò la fiducia in quell'ambito
di idee eterne e di valori sicuri e durevoli, che da
sempre aveva costituito l'oggetto della metafisica.
Anzi, la metafisica stessa fu percepita come lo strumento
di un pensiero "violento" che voleva imporre
le proprie regole e leggi a un mondo in continua trasformazione
e evoluzione. Il pensatore che nel nostro secolo ha
espresso in modo più deciso una tale critica
è stato Heidegger. Egli ricondusse la metafisica
alla sua origine greca e la definì come quel
pensiero che ha come compito quello di "salvare"
i fenomeni. Per la metafisica si tratta, infatti, di
"dare un senso" al divenire molteplice e confuso
delle cose, ovvero all'essere. Per Heidegger il pensiero
da Parmenide in poi cerca di spiegare l'essere (l'insieme
delle cose che diviene costantemente) a partire dagli
enti, ossia dalle singole cose presenti nel mondo, anzi
trasforma l'essere in un ente, sebbene un ente sommo
e sopra tutte le altre cose. Questo primitivo atto "violento"
di riduzione dell'essere a ente sommo è alla
base di tutta la filosofia occidentale. La storia della
metafisica è quindi il propagarsi di questa "violenza"
a tutti gli ambiti della vita culturale, filosofica
e artistica dell'Occidente. Una simile posizione fu
ripresa nel nostro secolo da molti filosofi, tanto che
a partire dagli anni ’60 il rapporto di metafisica
e violenza è divenuto con molte varianti forse
"il" tema più dibattuto della filosofia
di origine continentale. Lévinas, ad es., concorda
con Heidegger nell'individuare nella matrice greca del
logos la sua origine violenta. Il logo greco, infatti,
sarebbe interamente votato al calcolo e alla pianificazione
tanto da non lasciare alcuno spazio all'emergere del
diverso da sé, dell'Altro (sia inteso in senso
intersoggettivo che trascendente). Il pensiero che pensa
anche l'alterità è ciò che realmente
si oppone alla metafisica e che rappresenta l'unica
"chance" per la filosofia di uscire da una
tradizione secolare violenta e totalitaria. Lo stesso
Heidegger per Lévinas nel tentativo di pensare
l'essere avrebbe reintrodotto categorie di pensiero
greche (l'essere è comunque un concetto greco)
e quindi non può dirsi del tutto fuori da quella
tradizione e da quel pensiero "violento" che
pure critica. La posizione di Lévinas è
contestata da Derrida che invece sostiene (in sintonia
con Heidegger) la natura inevitabilmente "violenta"
di ogni discorso filosofico. Quello che Derrida critica
di Lévinas è appunto il desiderio di un
pensiero "puro", completamente estraneo da
ogni violenza e totalmente rivolto all’Altro.
In questo desiderio di purezza e di rifiuto quasi allergico
della contaminazione Derrida ritrova un rinnovato anelito
a quel mondo di idee pure e immutabili, che rappresenta
lo sfondo di ogni metafisica, e quindi di ogni pensiero
violento. Di grande interesse, a questo proposito, è
il pensiero di Girard (ed è un merito di questo
volume l'averlo preso a lungo in considerazione). Egli
individua una rottura fondamentale tra il pensiero greco,
che non è ancora conscio del meccanismo sacrificale
e violento che lo determina, e il pensiero cristiano,
che attraverso la morte di Cristo come "capro espiatorio"
per eccellenza rende manifesta la violenza presente
nel processo di formazione d'ogni società umana.
Da questo punto di vista il pensiero cristiano sarebbe
l’unico pensiero "non violento", o meglio
la sola tradizione che si fonda sul riconoscimento e
il ripudio della violenza quale base dei rapporti tra
gli uomini.
Due considerazioni conclusive su Il
logos violato. Resta da chiedersi se la violenza
è davvero ineliminabile da ogni manifestazione
umana? Da quanto si è detto sembra ormai chiaro
che la violenza è ineliminabile dall'orizzonte
dell'agire e del pensiero degli uomini, in quanto ogni
attività che voglia essere tale non può
evitare di compiere un atto violento su ciò su
cui si propone di intervenire (in questo senso il divenire
storico è il "paradigma" della violenza).
Il pensiero ha da questo punto di vista un compito peculiare
e paradossale, in quanto esso è frutto di un'azione
violenta che ha come obiettivo quello di ridurre la
violenza attraverso un tentativo continuo di sottoporre
ogni pretesa di verità a un processo intersoggettivo
di valutazione. Si tratta piuttosto per la filosofia
di abbandonare definitivamente ogni pretesa di essere
una descrizione oggettiva della realtà per divenire
sempre più "conflitto di interpretazioni",
ovvero quell'ambito in cui ogni interpretazione è
lasciata libera di aspirare alla verità (e di
"essere" la propria verità) nell'orizzonte
di un confronto intersoggettivo e democratico. A questo
scopo essa deve prendere sul serio quel compito che
secondo Heidegger è proprio dell'Occidente, ossia
di quel "luogo spirituale" in cui l'essere
non si dà più come possesso stabile e
definitivo ma come sottrazione, come quel lasciar-essere
l'ente da parte dell'essere. Un secondo tipo di considerazioni
riguarda il rapporto tra il logo greco e quello cristiano.
Contrapporre il pensiero greco, inteso come violento,
a quello cristiano come non violento, secondo la proposta
di Lévinas e di Girard, significa probabilmente
restare ancora all’interno di un paradigma "violento",
che pone una frattura nel cuore stesso dell'Occidente,
che non può non riferirsi contemporaneamente
sia all'esperienza greca sia a quella cristiana (l'Occidente
cristiano come risultato della Hellenisierung des
Christentums). Questo "spirito di contaminazione",
o come si può definire "spirito di secolarizzazione",
che non teme il contagio e l'alterità, è
alla base delle principali esperienze dell'Occidente
(non ultima delle quali la democrazia politica). Concordiamo
infine con quanto dice la Strummiello nella Conclusione
Violenza, finitezza, fondazione: "Il disincanto
rimane probabilmente il migliore antidoto nei confronti
della violenza (c'è sempre, in quest'ultima,
una componente di infatuazione entusiastica), e l'intero
processo di secolarizzazione ne rappresenta, su scala
macrostorica, una riprova: la demitizzazione è
anche e sopratutto un’essenziale "attenuazione"
della violenza che il sacro, anche nelle "mitologie"
politiche più recenti, inevitabilmente trascina
con sé (attenuazione a cui il cristianesimo –
e non solo sulla base dell’interpretazione di
Girard – contribuisce in maniera decisiva)"
(p. 388-89). È forse proprio di questo "disincanto"
che la filosofia attuale ha bisogno con lo scopo di
non ridurre la stessa pratica "non violenta"
a una nuova e più raffinata violenza, nella consapevolezza
che ogni discorso sulla finitezza (e sulla non violenza)
è sempre e soltanto un interpretazione da mettere
alla prova e mai davvero concluso una volta per tutte.
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