| Karl Löwith, Significato
e fine della storia
di Valerio
Burrascano
Due
sono gli obiettivi che Löwith si prefigge nel suo
Significato e fine della storia. Primo: dimostrare che
fondamento della filosofia della storia (nelle sue pur
diverse e variegate formulazioni teoriche) è
la concezione tramandata dalla tradizione biblica ebraico-cristiana
e la conseguente lettura teologica degli eventi umani.
Non a caso l'evidenza del "presupposto teologico"
è chiaramente definita sin dal sottotitolo, un
fondamento talvolta seminascosto, più spesso
radicalmente rigettato, e che tuttavia permane alla
base del progressivismo illuministico-positivistico
come del messianismo materialistico di Marx o della
concezione hegeliana dell'immanenza di dio, impregnando
di sé, nonostante certo fervore laicistico, anche
la modernità. Secondo: indagare come quel fondamento
sia divenuto – paradossalmente – causa della
fine della idea stessa di una filosofia laica della
storia, "cristiana nella sua origine e anticristiana
nel suo risultato", destinata, come vedremo, al
fallimento proprio nel suo rendere immanente l'éschaton.
Se da un lato la storia ha un senso, scrive dunque Löwith,
questo è da ricercare solo e necessariamente
al di fuori dalla storia stessa. Un télos che
– sulla scia dell'interpretazione biblico-apostolica
di Agostino – mai è stato concepito all'interno
delle coordinate storiche medesime, così come
invece tentò la "escatologia" mondanizzata
di un Gioacchino da Fiore, in seguito perseguita anche
dall'idealismo tedesco di Schelling o Hegel.
Mano a mano che ci si allontana dalla
originaria visione cristiana della storia (Agostino
e Orosio in primo luogo), la vicenda umana viene concepita
soprattutto nelle forme di una instancabile e ottimistica
processualità. Nell'insegnamento di Agostino,
invece, la storia inizia a assumere spessore e significato
solo grazie all'annuncio dell'ad-ventum del Regno di
Dio coincidente con il kairós cristico. Nella
sua teologia della storia infatti vi è una netta
demarcazione tra il mondo e il Regno di Dio che viene,
tra la Città di Dio e la città terrena.
L'influenza che la Civitas Dei può avere su quella
degli uomini interessa solo marginalmente Agostino,
attento alla rottura che il Cristo opera nella storia
umana, il Dio-uomo, il trascendente che irrompe nell'immanente,
alterità assoluta che dona senso e scopo alla
fatticità degli eventi, quell'intervallo di tempo
quale per Agostino è la storia umana, racchiusa
tra un inizio (la creazione) e una fine (il giudizio).
La laicizzazione della teologia della storia ha concepito
invece il meta-storico cristiano in un'ottica secolarizzata
del tempo e del divenire: processo indefinito e senza
compimento alcuno (la concezione illuministica) o teodicea
laica (Hegel) che nella ragione vede la realizzazione
su questa terra del regno di Dio, l'incarnazione del
Dio cristiano tramutato "in uno spirito metafisico
svolgentesi nel processo storico". Nonostante la
sua laica distanza dalla prospettiva credente, Löwith
riconosce che in un'ottica di fede la speranza cristiana
è in grado di vincere la millenaria discrepanza
tra la fede stessa nella promessa del compimento e il
perdurare della violenza, del dolore, della sofferenza.
Una speranza non nella realizzazione mondana del regno
di Dio su questa terra, qui e ora, ma attesa paziente
dell'éschaton, del giudizio finale e della redenzione
promessa da Cristo. Al di fuori di questa prospettiva
il futuro, scrive ancora Löwith, rimane profondamente
oscuro nella sua "ragione ultima". La ragione
è miope di fronte ad esso, impotente a comprenderlo,
poiché è e non può non essere "futuro
escatologico".
Scrive Cohen che se il greco guarda
alla storia quale ripetizione senza fine di eventi già
accaduti, l'uomo cristiano vede nel tempo l'elemento
profetico, il futuro così come proposto all'uomo
da Dio. Historìa, dunque, non è più
lo sguardo rivolto a un passato che si ripete sempre
uguale, "origine permanente", quanto piuttosto
"preparazione significativa" rivolta alla
visione del futuro. La storia è allora "creazione
del profetismo", il cui contenuto, oggetto della
medesima riflessione storica, è oramai rivolto
incessantemente a un domani sconosciuto ma nella fede
pieno di promessa. Del nucleo radicalmente altro del
messaggio cristiano, ricorda Löwith, è consapevole
Burckhardt. Nelle sue analisi chiara appare la differenza
tra l'ottimistico e liberale cristianesimo ottocentesco
rispetto a quello delle origini. E se il primo gli appare
profondamente mondanizzato, il secondo, quello primitivo,
"si trova in assoluto contrasto con i valori di
questo mondo". Indipendente e autonomo rispetto
al saeculum, il cristianesimo è annuncio di redenzione,
messaggio escatologico in totale discontinuità
con il mondo.
Anche secondo Burckhardt o si accetta
che la storia non ha senso se non al di là di
se stessa o bisogna rinunciare, coerentemente, a qualsiasi
ibrida filosofia della storia che tenti di spacciare
l'dea provvidenzialistica per una visione progressiva
e laica. Tertium non datur. Al di là di questa
antitesi, la storia altro non è che puro fluire
degli eventi, mera continuità, coscienza delle
tradizioni; niente più dunque le illusorie e
ingenue raffigurazioni profetiche che la modernità
ci ha lasciato, trasformando la profezia cristiana di
cieli nuovi e terra nuova nell'affrancamento dell'uomo,
nella sua mondana liberazione. La conclusione cui giunge
Löwith è che, avulse dal contesto religioso
originario, le valenze teologiche proprie della concezione
cristiana della storia hanno lentamente portato al disfacimento
di un'idea impossibile a sostenersi e infine ridotta
dagli epigoni del pensiero sistematico a una semplicistica
esangue concezione relativistica del corso storico.
E tuttavia, liberarsi da ogni illusione progressiva
non è facile. Löwith conosce bene la difficoltà
per l'Occidente di liberarsi di una residuale, ma sempre
presente speranza mondanizzata di matrice teologica.
Già Burckhardt, per quanto consapevole del disincanto
di fronte agli eventi insensati della storia, critico
di fronte a qualsiasi proposta metafisica, non poté
evitare una qualche forma di "interpretazione teologica,
se non provvidenziale" del fluire degli eventi
umani. Persino certi relativisti, come Spengler, parlano
nei loro scritti di un senso del futuro, di un destino
che l'uomo deve "realizzare volontariamente".
Difficoltà comune anche a un pensatore come Nietzsche,
critico sia nei confronti del cristianesimo e della
sua concezione "redentiva" della storia, sia
delle illusorie profezie laiche di un progresso senza
fine. Nel suo tentativo – secondo Löwith
disperato – di rompere radicalmente con il cristianesimo
così come con i suoi moderni epigoni, Nietzsche
ha tentato di superare concezioni e visioni del mondo
che in maniera dicotomica vedono da un lato il bene,
dall'altro il male, da un lato la salvezza, dall'altro
la perdizione, la vita o la morte, la gioia o il dolore.
Il superuomo è proprio questo tentativo estremo
di superare definitivamente le dicotomie di cui si è
alimentata da sempre la filosofia, abolendo le differenze
tra volontà e fato, libertà e necessità.
Eppure, nonostante tenti con tutte
le sue forze di proporre un'anti-cristiana visione cosmica
del mondo, l'Anticristo nietzschiano è profondamente
permeato di elementi cristiani: il futuro, la volontà,
la redenzione. "Tutto questo – ricorda Löwith
– è assolutamente anti-greco, anti-classico
e anti-pagano; esso deriva dalla tradizione ebraico-cristiana":
al di là della teorizzazione di una necessità
cosmica, ritorna forte e decisa "l'esaltazione
della nostra essenza creatrice e volitiva", a immagine
del Dio dell'Antico Testamento. Nietzsche, dunque, quale
espressione di "variazioni o contaminazioni"
dei due principi fondanti la storia stessa dell'Occidente:
la ciclicità greca e l’escatologico cristiano.
Il filosofo, continua l'Autore, ha sì compiuto
il grande passo dal "tu devi" biblico e cristiano
al moderno "io voglio", ma non è giunto
infine all'"io sono" del "fanciullo cosmico",
alla creatività umana così come fu concepita
dai greci: semplice "imitazione della natura".
Del resto, sembra la conclusione di Löwith, è
illusorio pensare di liberarsi definitivamente dell'influenza
del pensiero cristiano, dei suoi valori, delle sue coordinate
concettuali. Per quanto secolarizzato, il cristianesimo,
secondo Löwith, non può che rimanere paradigma
fondante lo spirito dell'Occidente. E forse è
in fondo per questo, scrive l'Autore, che Nietzsche
in realtà è stato il "il primo apostata
radicale" piuttosto che "l'ultimo discepolo
di Dionisio".
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