Due sono gli obiettivi che Löwith si prefigge nel suo Significato
e fine della storia. Primo: dimostrare che fondamento della
filosofia della storia (nelle sue pur diverse e variegate formulazioni
teoriche) è la concezione tramandata dalla tradizione biblica
ebraico-cristiana e la conseguente lettura teologica degli eventi
umani. Non a caso l'evidenza del "presupposto teologico"
è chiaramente definita sin dal sottotitolo, un fondamento
talvolta seminascosto, più spesso radicalmente rigettato,
e che tuttavia permane alla base del progressivismo illuministico-positivistico
come del messianismo materialistico di Marx o della concezione
hegeliana dell'immanenza di dio, impregnando di sé, nonostante
certo fervore laicistico, anche la modernità. Secondo:
indagare come quel fondamento sia divenuto — paradossalmente
— causa della fine dell'idea stessa di una filosofia laica
della storia, «cristiana nella sua origine e anticristiana
nel suo risultato», destinata, come vedremo, al fallimento
proprio nel suo rendere immanente l'éschaton.
Se da un lato la storia ha un senso, scrive Löwith, questo
è da ricercare solo e necessariamente al di fuori dalla
storia stessa. Un télos che — sulla scia
dell'interpretazione biblico-apostolica di Agostino — mai
è stato concepito all'interno delle coordinate storiche
medesime, così come invece tentò la "escatologia"
mondanizzata di un Gioacchino da Fiore, in seguito perseguita
anche dall'idealismo tedesco di Schelling o Hegel.
Mano a mano che ci si allontana dall'originaria visione cristiana
della storia (Agostino e Orosio in primo luogo), la vicenda umana
viene concepita soprattutto nelle forme di una instancabile e
ottimistica processualità. Nell'insegnamento di Agostino,
invece, la storia inizia a assumere spessore e significato solo
grazie all'annuncio dell'ad-ventum del Regno di Dio coincidente
con il kairós cristico. Nella sua teologia della
storia infatti vi è una netta demarcazione tra il mondo
e il Regno di Dio che viene, tra la Città di Dio e la città
terrena. L'influenza che la Civitas Dei può avere
su quella degli uomini interessa solo marginalmente Agostino,
attento alla rottura che il Cristo opera nella storia umana, il
Dio-uomo, il trascendente che irrompe nell'immanente, alterità
assoluta che dona senso e scopo alla fatticità degli eventi,
quell'intervallo di tempo quale per Agostino è la storia
umana, racchiusa tra un inizio (la creazione) e una fine (il giudizio).
La laicizzazione della teologia della storia ha concepito invece
il meta-storico cristiano in un'ottica secolarizzata del tempo
e del divenire: processo indefinito e senza compimento alcuno
(la concezione illuministica) o teodicea laica (Hegel) che nella
ragione vede la realizzazione su questa terra del regno di Dio,
l'incarnazione del Dio cristiano tramutato «in uno spirito
metafisico svolgentesi nel processo storico». Nonostante
la sua laica distanza dalla prospettiva credente, Löwith
riconosce che in un'ottica di fede la speranza cristiana è
in grado di vincere la millenaria discrepanza tra la fede stessa
nella promessa del compimento e il perdurare della violenza, del
dolore, della sofferenza. Una speranza non nella realizzazione
mondana del regno di Dio su questa terra, qui e ora, ma attesa
paziente dell'éschaton, del giudizio finale e della redenzione
promessa da Cristo. Al di fuori di questa prospettiva il futuro,
scrive ancora Löwith, rimane profondamente oscuro nella sua
"ragione ultima". La ragione è miope di fronte
ad esso, impotente a comprenderlo, poiché è e non
può non essere "futuro escatologico".
Scrive Cohen che se il greco guarda alla storia quale ripetizione
senza fine di eventi già accaduti, l'uomo cristiano vede
nel tempo l'elemento profetico, il futuro così come proposto
all'uomo da Dio. Historìa, dunque, non è
più lo sguardo rivolto a un passato che si ripete sempre
uguale, "origine permanente", quanto piuttosto "preparazione
significativa" rivolta alla visione del futuro. La storia
è allora "creazione del profetismo", il cui contenuto,
oggetto della medesima riflessione storica, è ormai rivolto
incessantemente a un domani sconosciuto ma nella fede pieno di
promessa. Del nucleo radicalmente altro del messaggio cristiano
— asserisce Löwith — è consapevole Burckhardt.
Nelle sue analisi chiara appare la differenza tra l'ottimistico
e liberale cristianesimo ottocentesco rispetto a quello delle
origini. E se il primo gli appare profondamente mondanizzato,
il secondo, quello primitivo, "si trova in assoluto contrasto
con i valori di questo mondo". Indipendente e autonomo rispetto
al saeculum, il cristianesimo è annuncio di redenzione,
messaggio escatologico in totale discontinuità con il mondo.
Anche secondo Burckhardt o si accetta che la storia non ha senso
se non al di là di se stessa o bisogna coerentemente rinunciare
a qualsiasi ibrida filosofia della storia che tenti di spacciare
l'dea provvidenzialistica per una visione progressiva e laica.
Tertium non datur. Al di là di questa antitesi,
la storia altro non è che puro fluire degli eventi, mera
continuità, coscienza delle tradizioni; niente più
dunque le illusorie e ingenue raffigurazioni profetiche che la
modernità ci ha lasciato, trasformando la profezia cristiana
di cieli nuovi e terra nuova nell'affrancamento dell'uomo, nella
sua mondana liberazione. La conclusione cui giunge Löwith
è che, avulse dal contesto religioso originario, le valenze
teologiche proprie della concezione cristiana della storia hanno
lentamente portato al disfacimento di un'idea impossibile a sostenersi
e infine ridotta dagli epigoni del pensiero sistematico a una
semplicistica esangue concezione relativistica del corso storico.
E tuttavia, liberarsi da ogni illusione progressiva non è
facile. Löwith conosce bene la difficoltà per l'Occidente
di liberarsi di una residuale, ma sempre presente speranza mondanizzata
di matrice teologica. Già Burckhardt, per quanto consapevole
del disincanto di fronte agli eventi insensati della storia, critico
di fronte a qualsiasi proposta metafisica, non poté evitare
una qualche forma di "interpretazione teologica, se non provvidenziale"
del fluire degli eventi umani. Persino certi relativisti, come
Spengler, parlano nei loro scritti di un senso del futuro, di
un destino che l'uomo deve "realizzare volontariamente".
Difficoltà comune anche a un pensatore come Nietzsche,
critico sia nei confronti del cristianesimo e della sua concezione
"redentiva" della storia, sia delle illusorie profezie
laiche di un progresso senza fine. Nel suo tentativo — secondo
Löwith disperato — di rompere radicalmente con il cristianesimo
così come con i suoi moderni epigoni, Nietzsche ha tentato
di superare concezioni e visioni del mondo che in maniera dicotomica
vedono da un lato il bene, dall'altro il male, da un lato la salvezza,
dall'altro la perdizione, la vita o la morte, la gioia o il dolore.
Il superuomo è proprio questo tentativo estremo di superare
definitivamente le dicotomie di cui si è alimentata da
sempre la filosofia, abolendo le differenze tra volontà
e fato, libertà e necessità.
Eppure, nonostante tenti con tutte le sue forze di proporre un'anti-cristiana
visione cosmica del mondo, l'Anticristo nietzschiano è
profondamente permeato di elementi cristiani: il futuro, la volontà,
la redenzione. «Tutto questo — ricorda Löwith
— è assolutamente anti-greco, anti-classico e anti-pagano;
esso deriva dalla tradizione ebraico-cristiana»; al di là
della teorizzazione di una necessità cosmica, ritorna forte
e decisa «l'esaltazione della nostra essenza creatrice e
volitiva», a immagine del Dio dell'Antico Testamento. Nietzsche,
dunque, quale espressione di "variazioni o contaminazioni"
dei due princìpi fondanti la storia stessa dell'Occidente:
la ciclicità greca e l’escatologico cristiano. Il
filosofo, continua l'Autore, ha sì compiuto il grande passo
dal "tu devi" biblico e cristiano al moderno "io
voglio", ma non è giunto infine all'"io sono"
del "fanciullo cosmico", alla creatività umana
così come fu concepita dai greci: semplice "imitazione
della natura". Del resto, sembra la conclusione di Löwith,
è illusorio pensare di liberarsi definitivamente dell'influenza
del pensiero cristiano, dei suoi valori, delle sue coordinate
concettuali. Per quanto secolarizzato, il cristianesimo, secondo
Löwith, non può che rimanere paradigma fondante lo
spirito dell'Occidente. E forse è in fondo per questo,
scrive l'Autore, che Nietzsche in realtà è stato
il "il primo apostata radicale" piuttosto che "l'ultimo
discepolo di Dionisio".