La religione in un contesto
plurale.
Una proposta culturalista
di Angelo
Maria Vitale
L'interrogazione
intorno al rapporto tra la religione e la cultura riveste,
all'interno di un contesto pluralista e di dialogo interreligioso
come quello del mondo attuale, un significato di particolare
rilievo. Il recente volume di Cornelia Richter Die
Religion in der Sprache der Kultur affronta questa
sfida posta a ogni discorso teologico e religioso criticamente
fondato, e lo fa attraverso una attenta riflessione
sull'opera filosofica di Friedrich Schleiermacher e
Ernst Cassirer. Il chiarimento preliminare dello stesso
concetto di cultura (Kulturbegriff), oggetto
del primo capitolo intitolato Die Religion in der
Kultur, mediante una puntuale disamina della più
recente letteratura, è determinante per una impostazione
rigorosa del problema. Esaminato dall'Autrice nella
sua specificità il concetto di cultura ha un
duplice significato: da un lato, da un punto di vista
materiale (material-orientierter Kulturbegriff),
esso rende possibile una fenomenologia degli oggetti
della cultura, dei molteplici ambiti che costituiscono
la totalità dell'orizzonte culturale; dall’altro,
considerato da un punto di vista formale (formal-orientierter
Kulturbegriff), esso determina la cultura stessa
come la struttura generale che collega tra loro i diversi
ambiti costituendo l'orizzonte della loro reciproca
connessione. Proprio a partire dal modo in cui è
impostato fin dall'inizio il problema sorge la questione
circa la collocazione della sfera del religioso all'interno
del mondo culturale. È la religione uno dei molteplici
ambiti che, accanto ad altri, si dispone nell'orizzonte
culturale senza avere uno statuto privilegiato o, in
qualche modo, essa si sottrae all'inclusione in quel
medesimo orizzonte? In altre parole, qual è il
proprium del religioso, il suo statuto precipuo, all'interno
del complexum della esperienza umana?
L'impostazione trascendentale di Schleiermacher
e la teoria culturalista della religione (kulturalistische
Religionstheorie) di Cassirer costituiscono le due chiavi
per rispondere a questo problema. Prima di entrare nella
articolata interpretazione delle due prospettive condotta
dalla Richter, il secondo capitolo, Kultur als Gegenstand
transzendentaler Philosophie, esamina la legittimità
e i limiti di un approccio di tipo trascendentale al
mondo della cultura. Attraverso l’esame della
originaria prospettiva trascendentale kantiana, del
suo ripensamento in Hegel, e della confluenza di queste
due linee di tendenza nei neokantiani di Marburgo, si
chiarisce lo sfondo sul quale matura l'impostazione
cassireriana (influenzata dalla originale interpretazione
della filosofia trascendentale di Schleiermacher). Nello
sviluppo che da Kant, attraverso Hegel, conduce a Cohen
e Natorp, emergono due momenti concettualmente distinti,
che corrispondono ai due significati già delineati
del concetto di cultura. Un momento "aprioristico-trascendentale"
che corrisponde ad una concezione critico-operazionale
della ragione, e un momento "fenomenologico-oggettivo"
in cui i contenuti culturali (dell'arte, della morale,
della religione) appaiono nella specificità del
loro contenuto. Nella filosofia della cultura di Cassirer
confluiscono questi due momenti che rappresentano i
cardini della sua riflessione.
Quello che sarà l'intento della
Kulturphilosophie cassireriana, e cioè
determinare la totalità delle forme in cui si
compie la vita umana («die Totalität der
Formen, in denen sich menschliches Leben vollzieht»)
trova secondo la Richter un precursore in Friedrich
Schleiermacher, a cui è dedicato il terzo capitolo.
È attraverso Schleiermacher infatti che è
possibile comprendere quella linea di sviluppo della
filosofia trascendentale in cui si colloca criticamente
la stessa filosofia delle forme simboliche. Il realismo
trascendentale di Schleiermacher viene indagato nella
complessa articolazione del suo sviluppo attraverso
l'esame della Dialettica e dell'Etica.
Lo scopo della Dialettica, nel suo carattere
tecnico-metodico è la determinazione delle condizioni
di possibilità del sapere, considerato nel suo
statuto e nella sua funzione, sul presupposto che esso
si costituisca sulla base della opposizione di ideale
e reale, pensiero ed essere. La "cornice fondativa
trascendentale" evidenzia la distanza tra la concezione
di Schleiermacher e quelle di Fichte o Schelling: non
un sapere fondato su un assoluto incondizionato, in
cui sono risolte le differenze tra soggetto e oggetto,
ideale e reale, bensì un sapere eretto su di
un fondamento trascendentale. In modo conforme a questa
impostazione l'autocoscienza immediata (unmittelbares
Selbstbewusstsein), nel suo statuto pre-riflessivo,
fondamento di ogni mediazione teoretica, non è
altro che una reinterpretazione della unità sintetica
della appercezione trascendentale di Kant. Se la Dialettica
ha questo obiettivo di costruzione trascendentale del
sapere, l'Etica risulta avere una impostazione duplice.
Dal punto di vista trascendentale il fondamento dell'etica
è costituito dall’opposizione di natura
e ragione e il "processo etico", come espressione
dell'agire della ragione (Ausdruck des Handelns
der Vernunft) è basato sullo scambio reciproco
delle determinazioni tra i due termini. Nel passaggio
dal piano dell’indagine trascendentale a quello
della "concrezione storica" (historische
Konkretion) tuttavia viene ravvisata la problematicità
intrinseca alla impostazione di Schleiermacher. Nell'Etica
le strutture trascendentali attraverso le quali si costituisce
il rapporto natura-ragione (Organisieren, Symbolisieren)
vengono osservate nella determinatezza delle concrete
forme storico-sociali in un intreccio teoreticamente
problematico di elementi trascendentali e concrezioni
storico-empiriche. Il tentativo di Schleiermacher di
vedere le strutture trascendentali inverate nella cultura,
sebbene rappresenti una istanza di grande momento non
conduce infatti alla "cultura come luogo della
trascendentalità" (Kultur als Ort der
Transzendentalität) come nella Kulturphilosophie
di Cassirer.
Nel volume della Richter la relazione
di filosofia trascendentale e fenomenologia culturale
costituisce la chiave di volta per determinare il rapporto
tra Schleiermacher e Cassirer. È a partire da
questa chiave di lettura che viene impostata la ricostruzione
della filosofia delle forme simboliche nel quarto capitolo
dal titolo Cassirers symbolhafte Rekonstruktion
der Kultur. La ricostruzione concettuale dell'opera
del filosofo tedesco viene condotta sulla base sia della
analisi dell'opera maggiore, i tre volumi della Philosophie
der symbolischen Formen, sia attraverso scritti
di carattere più marcatamente metodologico tra
i quali il fondamentale saggio del 1910 Substanzbegriff
und Funktionsbegriff e il tardo Zur Logik der
Kulturwissenschaften (1942). Il fine della filosofia
delle forme simboliche è, come affermato nel
primo volume dell'opera maggiore, la "fondazione
metodica delle scienze dello spirito" (die
metodische Grundlegung der Geisteswissenschaften),
fine che nel terzo volume della stessa opera viene identificato
con la determinazione della Grundform der Erkenntnis.
Queste formulazioni collocano esplicitamente la ricerca
di Cassirer in continuità con l'impostazione
kantiana, sebbene da un punto di vista del tutto nuovo:
la critica della ragione di Kant diventa una critica
della cultura. La filosofia delle forme simboliche si
rivela come una concezione trascendentale che ricerca
il fondamento del mondo spirituale, nella varietà
delle sue forme, all'interno della totalità della
cultura. L'indagine mostra con particolare accuratezza
gli elementi di affinità, i debiti, ma anche
le differenze che Cassirer ha con l'originaria impostazione
kantiana. In primo luogo al rapporto tra ideale e reale,
pensiero e essere, tanto nel pensiero di Kant quanto
in quello di Schleiermacher, Cassirer sostituisce il
rapporto tra sensibilità (Sinnlichkeit)
e senso (Sinn) o tra significato (Bedeutung)
e segno (Zeichen) come rapporto di connessione
originaria (per cui un elemento sensibile non si presenta
mai separato dall’elemento dotato di senso). In
secondo luogo alla kantiana appercezione trascendentale
come fondamento della unità del molteplice della
rappresentazione, Cassirer sostituisce la cultura come
totalità delle forme (Totalität der
Formen) che non è oggetto accanto a altri
oggetti ma condizione di possibilità di una scienza
della cultura (Kulturwissenschaft). Tutto questo
naturalmente va colto, come attentamente viene mostrato,
sullo sfondo del profondo ripensamento logico-epistemologico
della stessa nozione di concetto (Begriff)
che Cassirer opera nello scritto di carattere metodologico
del 1910. La distinzione di grande portata tra il concetto-sostanza
(Substanzbegriff) e il concetto-funzione (Funktionsbegriff)
consente di pensare l'oggetto di conoscenza non più
come una rigida forma substantialis, ma come una forma
funzionale. È solo in tal modo che la distinzione
tra pensiero e essere, così come la rappresentazione
della unità del reale nel pensiero, perdono ogni
connotazione ontologica acquisendo un carattere esclusivamente
funzionale.
Ma in Cassirer, come si è già
visto, accanto a questa ricca eredità ripensata
in modo originale opera anche l'esigenza descrittiva
di una fenomenologia critica (kritische Phänomenologie)
alla cui costruzione egli attende. I caratteri concettuali
e i tratti salienti di questa esigenza fenomenologica
si esplicitano bene nel raffronto che la Richter istituisce
tra la fenomenologia cassireriana e quella di Husserl
e di Hegel. A differenza della fenomenologia husserliana
in cui ci si trova di fronte a dati sensibili non dotati
di senso (sinnfreien Empfindungsdaten), in
Cassirer come si è visto l’elemento sensibile
non si presenta mai sciolto dalla attribuzione del senso.
Questo permette di comprendere la maggiore vicinanza
che esiste tra la fenomenologia critica che Cassirer
va delineando e la fenomenologia di Hegel. Quest'ultima
nella sua straordinaria proliferazione di figure, seppur
privata del suo sviluppo teleologico e dell’approdo
al sapere assoluto, consente di far emergere nella loro
ricchezza di contenuto le singole forme culturali nella
loro specificità (il linguaggio, la religione,
la scienza). Una volta identificate queste due grandi
linee di tendenza operanti nella filosofia delle forme
simboliche, la linea trascendentale e quella fenomenologica,
la trattazione si concentra sulla struttura in cui si
articola in generale il processo di formazione simbolica.
Qui la Richter discute a fondo le tre diverse dimensioni
della forma simbolica in generale, la funzione espressiva
(Ausdruck), la funzione rappresentativa (Darstellung)
e la funzione significativa (Bedeutung), ciascuna
delle quali implica un diverso tipo di "costruzione
del senso" (Sinnbildung), ossia un diverso
rapporto tra sensibilità e senso, significato
e segno. Dal rapporto immediato della funzione espressiva
alla coordinazione puramente astratta della funzione
simbolica (come nel caso del pensiero logico-matematico).
La determinazione delle tre funzioni
in cui è scandita la formazione simbolica –
a cui peraltro corrispondono i tre momenti della mimesi
(mimesis), della analogia (Analogie)
e del simbolo (Symbol) - pone il problema,
che è poi l'intento dell'intera ricerca della
Richter, di collocare la forma mitico-religiosa all’interno
di questa struttura generale. In altri termini occorre
identificare nella sua specificità il posto occupato
dalla forma simbolica del mito e della religione all’interno
del più generale processo di formazione simbolica.
La risposta a questo quesito costituisce per la Richter
la "pietra di paragone del rigore logico"
(Prüfstein der Stringenz) dello schema
impostato da Cassirer. Occorre subito notare che nella
trattazione della forma del mito e della religione emerge
una anomalia strutturale rispetto alle altre forme simboliche,
del linguaggio e della scienza, considerate da Cassirer.
La forma simbolica del mito e della religione non è
compiutamente articolata nei tre momenti della espressione/imitazione,
della rappresentazione/analogia e del significato/simbolo.
Il mito infatti si arresta nella interpretazione cassireriana
al livello espressivo-imitativo e la religione si arresta
al livello rappresentativo-analogico. Dunque la forma
religiosa non attinge a quel livello di puro significato
che è proprio della conoscenza concettuale. Inoltre
è proprio sul piano della analisi del mito e
della religione che metodologicamente si manifesta più
che altrove l'intreccio di prospettiva trascendentale
e prospettiva fenomenologica che si è osservato.
Quell'intreccio si concretizza nella determinazione
delle condizioni costitutive della coscienza mitico-religiosa
(Konstitutionsbedingungen des mytisch-religiösen
Bewusstsein). Si tratta né più né
meno delle strutture trascendentali kantiane di spazio
(Raum) e tempo (Zeit) giocate all'interno
di un orientamento fenomenologico in riferimento alle
molteplici concrezioni mitico-religiose. Lo spazio è,
nella esperienza religiosa, non lo "spazio funzionale"
(Funktionsraum) della conoscenza matematica,
ma lo "spazio mitico" (mytischer Raum)
che costituisce la struttura di unificazione di elementi
molteplici. Così nelle opposizioni di luce e
oscurità, notte e giorno, nella suddivisione
gerarchica di ordini sacri e ancor più fondamentalmente
nella separazione di ambito sacro e ambito profano,
lo spazio opera come Strukturraum di organizzazione
delle diverse esperienze mitico-religiose. Allo stesso
modo il tempo si manifesta come espressione di una "origine
dell’essere" (Ursprung des Seins)
ancorata di volta in volta al passato, come nel racconto
mitico, o al futuro come fondamento del passato e del
presente, come avviene nell'ebraismo. Alle strutture
trascendentali di spazio e di tempo Cassirer aggiunge
quella di numero (Zahl), rigorosamente distinto
dal numero come concetto matematico, e considerato come
il veicolo di una attribuzione di senso specificamente
religiosa. La stessa opposizione di "sacro"
e "profano" è possibile sulla base
del numero, così come tutte le forme triadiche
ricorrenti nella fenomenologia religiosa. A cosa ricondurre
questa differenza strutturale tra la forma mito/religione
e le forme del linguaggio e della scienza? Dove ricercare
le ragioni della sua "posizione aporetica"
(aporetische Stellung)?
La collocazione anomala della forma
mitico-religiosa nel complesso delle forme simboliche
e la sua singolarità strutturale spinge la Richter
a considerare l'influenza della interpretazione del
sacro di Rudolf Otto sulla impostazione cassireriana.
L'influenza di Otto appare operante già al livello
della ricezione di Schleiermacher: è attraverso
la mediazione di Rudolf Otto che Cassirer affronta il
pensiero schleiermacheriano; ed è alla sua interpretazione
della Glaubenslehre che egli costantemente
si rifà. Ma, più significativamente, è
la concezione del "sacro" come categoria a
priori, non concepibile razionalmente e fondante l'autonomia
categoriale della religione che Cassirer sfrutta, pur
interpretandola all’interno del complesso quadro
teoretico delle forme simboliche. Questo può
dare una risposta al quesito circa l'irriducibilità,
anche nella concezione cassireriana, del discorso religioso
alle strutture logico-concettuali. Ma qual è
l'attualità di una rilettura della prospettiva
filosofica tanto di Schleiermacher quanto di Cassirer?
Il percorso critico della Richter, dopo aver delineato
lo statuto del religioso e la sua posizione nel complexum
del mondo della cultura, si conclude con una riflessione
circa le conseguenze di una rappresentazione culturalistica
della religione per l'attuale discorso teologico. Questa
riflessione è condotta nell'ultimo capitolo,
Kultur und Religion zwischen Konstruktion und Symbol.
La considerazione, che consegue dalla impostazione culturalista,
secondo cui la religione nella sua duplice forma di
mito e di religione ha una parte essenziale nello sviluppo
culturale, costituisce una vera e propria sfida posta
alla riflessione teologica. La Richter enumera tre conseguenze
rilevanti, tra loro connesse, che seguono dalle premesse
di un approccio culturalista: in primo luogo il concetto
di religione designa un ambito collocato, con le sue
specificità ma senza uno statuto privilegiato,
all'interno di un orizzonte più vasto costituito
da altri ambiti (culturali, antropologici) aventi la
loro autonomia; in secondo luogo la teologia non è
l'unica titolare della qualificazione di un fenomeno
culturale come fenomeno religioso (sono possibili altri
approcci, di tipo sociologico, antropologico, etc.);
in terzo luogo il discorso teologico si apre di necessità
al dialogo interculturale e interreligioso. In tal senso
una teologia sistematica e finanche una teologia dogmatica
orientate in senso culturalista (kulturtheoretischorientiert)
non possono non fare i conti con una sfida come quella
della Kulturphilosophie di Schleiermacher e di Cassirer.
Il congiungersi di rigore teoretico e scrupolosa analisi
testuale fa del volume di Cornelia Richter una proposta
di indubbia importanza per una interrogazione critica
circa la posizione del religioso in un complesso culturale
di tipo pluralista.
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