L'interrogazione intorno al rapporto tra la religione e la cultura
riveste, all'interno di un contesto pluralista e di dialogo interreligioso
come quello del mondo attuale, un significato di particolare rilievo.
Il recente volume di Cornelia Richter Die Religion in der
Sprache der Kultur affronta questa sfida posta a ogni discorso
teologico e religioso criticamente fondato, e lo fa attraverso
una attenta riflessione sull'opera filosofica di Friedrich Schleiermacher
e Ernst Cassirer. Il chiarimento preliminare dello stesso concetto
di cultura (Kulturbegriff), oggetto del primo capitolo
intitolato Die Religion in der Kultur, mediante una puntuale
disamina della più recente letteratura, è determinante
per una impostazione rigorosa del problema. Esaminato dall'Autrice
nella sua specificità il concetto di cultura ha un duplice
significato: da un lato, da un punto di vista materiale (material-orientierter
Kulturbegriff), esso rende possibile una fenomenologia degli
oggetti della cultura, dei molteplici ambiti che costituiscono
la totalità dell'orizzonte culturale; dall’altro,
considerato da un punto di vista formale (formal-orientierter
Kulturbegriff), esso determina la cultura stessa come la
struttura generale che collega tra loro i diversi ambiti costituendo
l'orizzonte della loro reciproca connessione. Proprio a partire
dal modo in cui è impostato fin dall'inizio il problema
sorge la questione circa la collocazione della sfera del religioso
all'interno del mondo culturale. È la religione uno dei
molteplici ambiti che, accanto ad altri, si dispone nell'orizzonte
culturale senza avere uno statuto privilegiato o, in qualche modo,
essa si sottrae all'inclusione in quel medesimo orizzonte? In
altre parole, qual è il proprium del religioso, il suo
statuto precipuo, all'interno del complexum della esperienza
umana?
L'impostazione trascendentale di Schleiermacher e la teoria culturalista
della religione (kulturalistische Religionstheorie) di
Cassirer costituiscono le due chiavi per rispondere a questo problema.
Prima di entrare nella articolata interpretazione delle due prospettive
condotta dalla Richter, il secondo capitolo, Kultur als Gegenstand
transzendentaler Philosophie, esamina la legittimità
e i limiti di un approccio di tipo trascendentale al mondo della
cultura. Attraverso l’esame della originaria prospettiva
trascendentale kantiana, del suo ripensamento in Hegel, e della
confluenza di queste due linee di tendenza nei neokantiani di
Marburgo, si chiarisce lo sfondo sul quale matura l'impostazione
cassireriana (influenzata dalla originale interpretazione della
filosofia trascendentale di Schleiermacher). Nello sviluppo che
da Kant, attraverso Hegel, conduce a Cohen e Natorp, emergono
due momenti concettualmente distinti, che corrispondono ai due
significati già delineati del concetto di cultura. Un momento
"aprioristico-trascendentale" che corrisponde a una
concezione critico-operazionale della ragione, e un momento "fenomenologico-oggettivo"
in cui i contenuti culturali (dell'arte, della morale, della religione)
appaiono nella specificità del loro contenuto. Nella filosofia
della cultura di Cassirer confluiscono questi due momenti che
rappresentano i cardini della sua riflessione.
Quello che sarà l'intento della Kulturphilosophie
cassireriana, e cioè determinare la totalità delle
forme in cui si compie la vita umana («die Totalität
der Formen, in denen sich menschliches Leben vollzieht»)
trova secondo la Richter un precursore in Friedrich Schleiermacher,
a cui è dedicato il terzo capitolo. È attraverso
Schleiermacher infatti che è possibile comprendere quella
linea di sviluppo della filosofia trascendentale in cui si colloca
criticamente la stessa filosofia delle forme simboliche. Il realismo
trascendentale di Schleiermacher viene indagato nella complessa
articolazione del suo sviluppo attraverso l'esame della Dialettica
e dell'Etica. Lo scopo della Dialettica, nel
suo carattere tecnico-metodico è la determinazione delle
condizioni di possibilità del sapere, considerato nel suo
statuto e nella sua funzione, sul presupposto che esso si costituisca
sulla base della opposizione di ideale e reale, pensiero ed essere.
La «cornice fondativa trascendentale» evidenzia la
distanza tra la concezione di Schleiermacher e quelle di Fichte
o Schelling: non un sapere fondato su un assoluto incondizionato,
in cui sono risolte le differenze tra soggetto e oggetto, ideale
e reale, bensì un sapere eretto su di un fondamento trascendentale.
In modo conforme a questa impostazione l'autocoscienza immediata
(unmittelbares Selbstbewusstsein), nel suo statuto pre-riflessivo,
fondamento di ogni mediazione teoretica, non è altro che
una reinterpretazione della unità sintetica della appercezione
trascendentale di Kant. Se la Dialettica ha questo obiettivo
di costruzione trascendentale del sapere, l'Etica risulta
avere una impostazione duplice. Dal punto di vista trascendentale
il fondamento dell'etica è costituito dall’opposizione
di natura e ragione e il "processo etico", come espressione
dell'agire della ragione (Ausdruck des Handelns der Vernunft)
è basato sullo scambio reciproco delle determinazioni tra
i due termini. Nel passaggio dal piano dell’indagine trascendentale
a quello della "concrezione storica" (historische
Konkretion) tuttavia viene ravvisata la problematicità
intrinseca alla impostazione di Schleiermacher. Nell'Etica
le strutture trascendentali attraverso le quali si costituisce
il rapporto natura-ragione (Organisieren, Symbolisieren)
vengono osservate nella determinatezza delle concrete forme storico-sociali
in un intreccio teoreticamente problematico di elementi trascendentali
e concrezioni storico-empiriche. Il tentativo di Schleiermacher
di vedere le strutture trascendentali inverate nella cultura,
sebbene rappresenti una istanza di grande momento non conduce
infatti alla «cultura come luogo della trascendentalità»
(Kultur als Ort der Transzendentalität) come nella
Kulturphilosophie di Cassirer.
Nel volume della Richter la relazione di filosofia trascendentale
e fenomenologia culturale costituisce la chiave di volta per determinare
il rapporto tra Schleiermacher e Cassirer. È a partire
da questa chiave di lettura che viene impostata la ricostruzione
della filosofia delle forme simboliche nel quarto capitolo dal
titolo Cassirers symbolhafte Rekonstruktion der Kultur.
La ricostruzione concettuale dell'opera del filosofo tedesco viene
condotta sulla base sia della analisi dell'opera maggiore, i tre
volumi della Philosophie der symbolischen Formen, sia
attraverso scritti di carattere più marcatamente metodologico
tra i quali il fondamentale saggio del 1910 Substanzbegriff
und Funktionsbegriff e il tardo Zur Logik der Kulturwissenschaften
(1942). Il fine della filosofia delle forme simboliche è,
come affermato nel primo volume dell'opera maggiore, la "fondazione
metodica delle scienze dello spirito" (die metodische
Grundlegung der Geisteswissenschaften), fine che nel terzo
volume della stessa opera viene identificato con la determinazione
della Grundform der Erkenntnis. Queste formulazioni collocano
esplicitamente la ricerca di Cassirer in continuità con
l'impostazione kantiana, sebbene da un punto di vista del tutto
nuovo: la critica della ragione di Kant diventa una critica della
cultura. La filosofia delle forme simboliche si rivela come una
concezione trascendentale che ricerca il fondamento del mondo
spirituale, nella varietà delle sue forme, all'interno
della totalità della cultura. L'indagine mostra con particolare
accuratezza gli elementi di affinità, i debiti, ma anche
le differenze che Cassirer ha con l'originaria impostazione kantiana.
In primo luogo al rapporto tra ideale e reale, pensiero e essere,
tanto nel pensiero di Kant quanto in quello di Schleiermacher,
Cassirer sostituisce il rapporto tra sensibilità (Sinnlichkeit)
e senso (Sinn) o tra significato (Bedeutung)
e segno (Zeichen) come rapporto di connessione originaria
(per cui un elemento sensibile non si presenta mai separato dall’elemento
dotato di senso). In secondo luogo alla kantiana appercezione
trascendentale come fondamento della unità del molteplice
della rappresentazione, Cassirer sostituisce la cultura come totalità
delle forme (Totalität der Formen) che non è
oggetto accanto a altri oggetti ma condizione di possibilità
di una scienza della cultura (Kulturwissenschaft). Tutto
questo naturalmente va colto, come attentamente viene mostrato,
sullo sfondo del profondo ripensamento logico-epistemologico della
stessa nozione di concetto (Begriff) che Cassirer opera
nello scritto di carattere metodologico del 1910. La distinzione
di grande portata tra il concetto-sostanza (Substanzbegriff)
e il concetto-funzione (Funktionsbegriff) consente di
pensare l'oggetto di conoscenza non più come una rigida
forma substantialis, ma come una forma funzionale. È solo
in tal modo che la distinzione tra pensiero e essere, così
come la rappresentazione della unità del reale nel pensiero,
perdono ogni connotazione ontologica acquisendo un carattere esclusivamente
funzionale.
Ma in Cassirer, come si è già visto, accanto a
questa ricca eredità ripensata in modo originale opera
anche l'esigenza descrittiva di una fenomenologia critica (kritische
Phänomenologie) alla cui costruzione egli attende. I
caratteri concettuali e i tratti salienti di questa esigenza fenomenologica
si esplicitano bene nel raffronto che la Richter istituisce tra
la fenomenologia cassireriana e quella di Husserl e di Hegel.
A differenza della fenomenologia husserliana in cui ci si trova
di fronte a dati sensibili non dotati di senso (sinnfreien
Empfindungsdaten), in Cassirer come si è visto l’elemento
sensibile non si presenta mai sciolto dalla attribuzione del senso.
Questo permette di comprendere la maggiore vicinanza che esiste
tra la fenomenologia critica che Cassirer va delineando e la fenomenologia
di Hegel. Quest'ultima nella sua straordinaria proliferazione
di figure, seppur privata del suo sviluppo teleologico e dell’approdo
al sapere assoluto, consente di far emergere nella loro ricchezza
di contenuto le singole forme culturali nella loro specificità
(il linguaggio, la religione, la scienza). Una volta identificate
queste due grandi linee di tendenza operanti nella filosofia delle
forme simboliche, la linea trascendentale e quella fenomenologica,
la trattazione si concentra sulla struttura in cui si articola
in generale il processo di formazione simbolica. Qui la Richter
discute a fondo le tre diverse dimensioni della forma simbolica
in generale, la funzione espressiva (Ausdruck), la funzione
rappresentativa (Darstellung) e la funzione significativa
(Bedeutung), ciascuna delle quali implica un diverso
tipo di "costruzione del senso" (Sinnbildung),
ossia un diverso rapporto tra sensibilità e senso, significato
e segno. Dal rapporto immediato della funzione espressiva alla
coordinazione puramente astratta della funzione simbolica (come
nel caso del pensiero logico-matematico).
La determinazione delle tre funzioni in cui è scandita
la formazione simbolica — a cui peraltro corrispondono i
tre momenti della mimesi (mimesis), della analogia (Analogie)
e del simbolo (Symbol) — pone il problema, che
è poi l'intento dell'intera ricerca della Richter, di collocare
la forma mitico-religiosa all’interno di questa struttura
generale. In altri termini occorre identificare nella sua specificità
il posto occupato dalla forma simbolica del mito e della religione
all’interno del più generale processo di formazione
simbolica. La risposta a questo quesito costituisce per la Richter
la «pietra di paragone del rigore logico» (Prüfstein
der Stringenz) dello schema impostato da Cassirer. Occorre
subito notare che nella trattazione della forma del mito e della
religione emerge una anomalia strutturale rispetto alle altre
forme simboliche, del linguaggio e della scienza, considerate
da Cassirer. La forma simbolica del mito e della religione non
è compiutamente articolata nei momenti della espressione/imitazione,
della rappresentazione/analogia e del significato/simbolo. Il
mito infatti si arresta nella interpretazione cassireriana al
livello espressivo-imitativo e la religione si arresta al livello
rappresentativo-analogico. Dunque la forma religiosa non attinge
a quel livello di puro significato che è proprio della
conoscenza concettuale. Inoltre è proprio sul piano della
analisi del mito e della religione che metodologicamente si manifesta
più che altrove l'intreccio di prospettiva trascendentale
e prospettiva fenomenologica che si è osservato. Quell'intreccio
si concretizza nella determinazione delle condizioni costitutive
della coscienza mitico-religiosa (Konstitutionsbedingungen
des mytisch-religiösen Bewusstsein). Si tratta né
più né meno delle strutture trascendentali kantiane
di spazio (Raum) e tempo (Zeit) giocate all'interno
di un orientamento fenomenologico in riferimento alle molteplici
concrezioni mitico-religiose. Lo spazio è, nella esperienza
religiosa, non lo "spazio funzionale" (Funktionsraum)
della conoscenza matematica, ma lo "spazio mitico" (mytischer
Raum) che costituisce la struttura di unificazione di elementi
molteplici. Così nelle opposizioni di luce e oscurità,
notte e giorno, nella suddivisione gerarchica di ordini sacri
e ancor più fondamentalmente nella separazione di ambito
sacro e ambito profano, lo spazio opera come Strukturraum
di organizzazione delle diverse esperienze mitico-religiose. Allo
stesso modo il tempo si manifesta come espressione di una "origine
dell’essere" (Ursprung des Seins) ancorata
di volta in volta al passato, come nel racconto mitico, o al futuro
come fondamento del passato e del presente, come avviene nell'ebraismo.
Alle strutture trascendentali di spazio e di tempo Cassirer aggiunge
quella di numero (Zahl), rigorosamente distinto dal numero
come concetto matematico, e considerato come il veicolo di una
attribuzione di senso specificamente religiosa. La stessa opposizione
di "sacro" e "profano" è possibile
sulla base del numero, così come tutte le forme triadiche
ricorrenti nella fenomenologia religiosa. A cosa ricondurre questa
differenza strutturale tra la forma mito/religione e le forme
del linguaggio e della scienza? Dove ricercare le ragioni della
sua "posizione aporetica" (aporetische Stellung)?
La collocazione anomala della forma mitico-religiosa nel complesso
delle forme simboliche e la sua singolarità strutturale
spinge la Richter a considerare l'influenza dell'interpretazione
del sacro di Rudolf Otto sull'impostazione cassireriana. L'influenza
di Otto appare operante già al livello della ricezione
di Schleiermacher: è attraverso la mediazione di Rudolf
Otto che Cassirer affronta il pensiero schleiermacheriano; è
alla sua interpretazione della Glaubenslehre che egli
costantemente si rifà. Ma, più significativamente,
è la concezione del "sacro" come categoria a
priori, non concepibile razionalmente e fondante l'autonomia categoriale
della religione che Cassirer sfrutta, pur interpretandola all’interno
del complesso quadro teoretico delle forme simboliche. Questo
può dare una risposta al quesito circa l'irriducibilità,
anche nella concezione cassireriana, del discorso religioso alle
strutture logico-concettuali. Ma qual è l'attualità
di una rilettura della prospettiva filosofica tanto di Schleiermacher
quanto di Cassirer? Il percorso critico della Richter, dopo aver
delineato lo statuto del religioso e la sua posizione nel complexum
del mondo della cultura, si conclude con una riflessione circa
le conseguenze di una rappresentazione culturalistica della religione
per l'attuale discorso teologico. Questa riflessione è
condotta nell'ultimo capitolo, dal titolo Kultur und Religion
zwischen Konstruktion und Symbol. La considerazione, che
consegue dalla impostazione culturalista, secondo cui la religione
nella sua duplice forma di mito e di religione ha una parte essenziale
nello sviluppo culturale, costituisce una vera e propria sfida
posta alla riflessione teologica. La Richter enumera tre conseguenze
rilevanti, tra loro connesse, che seguono dalle premesse di un
approccio culturalista: in primo luogo il concetto di religione
designa un ambito collocato, con le sue specificità ma
senza uno statuto privilegiato, all'interno di un orizzonte più
vasto costituito da altri ambiti (culturali, antropologici) aventi
la loro autonomia; in secondo luogo la teologia non è l'unica
titolare della qualificazione di un fenomeno culturale come fenomeno
religioso (sono possibili altri approcci, di tipo sociologico,
antropologico, etc.); in terzo luogo il discorso teologico si
apre di necessità al dialogo interculturale e interreligioso.
In tal senso una teologia sistematica e finanche una teologia
dogmatica orientate in senso culturalista (kulturtheoretischorientiert)
non possono non fare i conti con una sfida come quella della Kulturphilosophie
di Schleiermacher e di Cassirer. Il congiungersi di rigore teoretico
e scrupolosa analisi testuale fa del volume di Cornelia Richter
una proposta di indubbia importanza per una interrogazione critica
circa la posizione del religioso in un complesso culturale di
tipo pluralista.