Nella nostra epoca il dialogo è invocato continuamente
in ogni circostanza, da chiunque. La parola stessa, dialogo,
sembra aver perso il proprio spessore semantico, appiattita e
svuotata dall'abuso che n'è stato fatto. Che cos'è
diventato il dialogo? Questo è il tema di fondo che attraversa
interamente il recente volume di Andrea Serra dal titolo Esistenza
e dialogo. Gabriel Marcel e l'Italia, in cui il giovane filosofo
torinese espone i risultati delle sue ricerche pluriennali sulla
ricezione italiana del pensiero di Gabriel Marcel.
Serra evidenzia come il dialogo venga spesso messo in causa
per la risoluzione e la conciliazione dei conflitti e delle opposizioni,
come se, in qualche modo, il dialogo fosse in grado di risolvere
di per sé la crisi. Il presupposto inconsapevole di tutti
i discorsi della modernità e della post-modernità
è la bontà e la positività intrinseca del
dialogo. Quando compare il dialogo, la crisi e il conflitto scompaiono,
si appianano. In realtà questa visione edulcorata e buonista
del dialogo è smentita dai fatti. Sia perché il
dialogo non sempre risolve e appiana, ma piuttosto fatica a cominciare
e talvolta muore prima di nascere, sia soprattutto perché
il dialogo è la crisi stessa, il dialogo è le sue
contraddizioni. Il dialogo nasce dalla crisi e ha bisogno delle
proprie contraddizioni, senza di cui non sarebbe reale e efficace.
Se non ci fosse crisi, conflitto e opposizione non ci sarebbe
bisogno di dialogo. Regnerebbe una perfetta corrispondenza, un
accordo unanime, una pace perpetua. La realtà è
un'altra. Il dialogo stesso in quanto proviene dalla crisi è
solcato e innervato al suo interno da uno iato, da una spaccatura,
da costitutive contraddizioni. Da un'ambiguità. Se c'è
un pensatore per cui il dialogo mostra un'ambiguità e una
contraddizione intrinseca, preservando nello stesso tempo autentiche
e profonde potenzialità positive e costruttive, questo
è proprio Gabriel Marcel. Secondo il neosocratismo cristiano
marceliano, al centro del nostro mondo sta la tragedia dell’avere,
da intendersi come una ferita ontologica inferta all’essere,
dunque una opposizione e una contraddizione dolorosa. Noi viviamo
in questa lacerazione e la possibilità del suicidio o del
conflitto collettivo è sempre presente. Il pensiero concreto
di Marcel parte e si muove all’interno della contraddizione
che caratterizza la nostra epoca. In questa frattura però
è contenuta anche la possibilità positiva di attingere
una nuova unità, una nuova ricchezza.
Secondo Serra, che si appoggia alle autorevoli letture critiche
di Franco Riva, Gabriel Marcel è una delle voci più
importanti della cultura filosofica del Novecento, anche se a
causa della sua conversione al cattolicesimo e — soprattutto
— di molte interpretazioni riduttive e "edulcorate"
che sono state date del suo pensiero, è stato in parte
dimenticato o trascurato rispetto ai contemporanei Sartre, Heidegger
e Jaspers. Per ri-prendere e ri-visitare la sua opera sembra più
efficace e utile uno studio sulla sua ricezione piuttosto che
una monografia interamente centrata sul suo pensiero che rischia
di non mettere in discussione i "pregiudizi" che inevitabilmente
sono entrati nell'immaginario comune attraverso la storia delle
interpretazioni. Il nome di Marcel infatti suscita ancor oggi
resistenze e diffidenze. La sua opera sembra far riferimento a
una difesa datata e retrograda delle verità cristiane.
Di lui si parla come del "filosofo della fede e della speranza"
e scorrendo la letteratura critica francese, italiana, tedesca
e spagnola, ci si accorge come siano pochi i titoli che si discostino
da questi stereotipi. Marcel effettivamente si è convertito
al cattolicesimo in età matura e ha descritto la propria
esperienza di fede nei propri scritti, ma non ha mai voluto fare
dell'apologetica e si è sempre rifiutato di trincerarsi
dietro etichette, tanto meno religiose. Marcel è piuttosto
il filosofo dell’inquieto e del tragico (come ha più
volte affermato), che ha scandagliato le incertezze e gli abissi
del nostro tempo, mettendone in luce anche le dimensioni positive
e le possibilità di costruzione. Innanzi tutto è
stato un pensatore socratico, continuamente attento al pericolo
di un’astrazione vuota e inutile che può far perdere
al concetto il contatto con la realtà. La filosofia di
Marcel è un pensare per immagini, figure e metafore e il
concetto è una estensione di queste che non può
dichiararsi autonomo e autoreferenziale e dunque non può
vantare una perfetta autotrasparenza e un'evidenza e precisione
scientifica. Si tratta di un'altra razionalità, che in
rapporto alla ragione monologica dell'Io moderno non si può
neppure più chiamare razionalità. È una ragione
umile, che sa di non poter circoscrivere l’oggetto della
propria indagine in quanto l'oggetto è al tempo stesso
la propria origine e dunque lo comprende infinitamente. Si svolge
così un sottile e difficile gioco di specchi, in cui al
centro non è la luce rischiarante dell'Io penso, ma l'ombra,
che per Marcel è la sensazione opaca e densa che deriva
dall'io sono il mio corpo (sempre legato anche all'oggettivabilità
dell'io ho un corpo). Da questo fondo oscuro proviene
la possibilità della disperazione, del suicidio, del nichilismo
del nostro tempo, ma anche del recupero di una apertura agli altri
e alla trascendenza.
La filosofia di Marcel deve essere liberata dagli schemi riduttivi
in cui è stata costretta. Anche perché se si pensa
al giudizio che Ricoeur, Lévinas e Pareyson hanno dato
di questo pensatore, non si può passare sotto silenzio
la sua importanza. In Italia si è diffusa con particolare
vigore l’immagine di un Marcel amabile e ingenuo predicatore
della speranza e della fede, che di conseguenza nulla ha da dire
alla filosofia e alla cultura contemporanea. Uno studio che voglia
ritornare alla sua riflessione dialogica deve prendere la strada
a ritroso della storia delle interpretazioni, perché solo
attraversando e mostrando l'infondatezza di queste immagini (dunque
in qualche modo dialogando con esse e mettendole alla prova in
un colloquio con Marcel) è possibile lasciar emergere la
voce stessa di Marcel. In Italia il pensiero marceliano iniziò
a penetrare negli anni Quaranta. Da allora fino ad oggi un dato
è rimasto costante: la ricezione italiana di Marcel è
stata ed è in buona parte indiretta e implicita e si è
servita più di canali sotterranei e di "vie alternative"
che di aperture interpretative a largo raggio e approcci storiografici
espliciti e diretti. Anche se per certi versi il suo influsso
è evidente nell’area cosiddetta "cristiana"
della filosofia italiana, più in generale si riscontra
un certo discredito e un diffuso disinteresse verso di essa: la
letteratura su Marcel è sì di una certa ampiezza,
ma è composta per lo più da interventi occasionali
e da presentazioni del suo pensiero a volte fin troppo "panoramiche";
pochissimi sono gli studi monografici su determinati aspetti e
ambiti della ricerca marceliana, e non si trova alcuna traccia
di convegni, volumi collettanei o iniziative editoriali dedicate
a un suo rilancio e recupero. In altre parole la filosofia marceliana
non ha rappresentato mai per la cultura italiana una "moda",
e non si è mai assistito a una particolare attenzione critica
e teoretica nei suoi confronti. Quello che colpisce è che,
nonostante ciò, la riflessione di Gabriel Marcel ha influito
profondamente sulla filosofia italiana, mettendo in moto il pensiero
dialogico.
A partire dagli anni Cinquanta, e più ancora dai Sessanta,
si ebbe un certo fiorire di edizioni critiche e traduzioni più
aggiornate e, insieme, di interpretazioni più attente al
dettato e allo spirito originario della filosofia marceliana.
Ma a tutt'oggi l'opera di riappropriazione e di rilettura di Marcel,
e in fondo di "liberazione" da quell'immagine metafisico-classica,
non si può considerare conclusa ed è forse proprio
ora, alla luce delle più recenti letture fenomenologiche
e ai risultati di rilievo raggiunti dalle grandi interpretazioni
esistenzialistiche di Luigi Pareyson e Pietro Prini, che è
finalmente possibile procedere a una decisa riscoperta della profonda
e persistente attualità di Marcel. Non si può a
questo proposito che concordare con il giudizio di Giuseppe Riconda,
che vede in Gabriel Marcel «un filosofo oggi un po' dimenticato,
ma uno dei pochi del nostro passato prossimo a mio parere veramente
perseguibile». Le interpretazioni esistenzialistiche e fenomenologiche
sembrano aver offerto i risultati più interessanti, e le
loro acquisizioni sono riassumibili — da una parte —
con il guadagno e la sottolineatura del metodo fenomenologico
marceliano, che passa attraverso il confronto con Husserl, da
cui Marcel prende le distanze condividendo però l’esigenza
di un'autonomia del discorso filosofico rispetto a quello psicologico
e un'attenzione particolare per i temi dell’intersoggettività;
dall’altra si profila l'accostamento con Schelling, in riferimento
al tema dell'estasi della ragione, che permette di evidenziare
gli aspetti più squisitamente dialettici della filosofia
marceliana (dialettici non nel senso hegeliano, bensì schellinghiano)
e insieme di mostrare come in Marcel sia in atto una riformulazione
della nozione di soggettività e del concetto di ragione
non più oggettivante e analitica ma ermeneutica e dialogica.
Con questo preciso intento l'autore ha ripercorso il sessantennio
di letteratura critica italiana su Marcel, dedicando una particolare
attenzione a quelle interpretazioni veramente capaci di proporre
una sua rilettura e riscoperta. In questo senso tanto le interviste
a Giuseppe Riconda e Franco Riva con cui Serra conclude il suo
studio quanto l'accurato aggiornamento bibliografico dal 1984
a oggi (l'ultimo aggiornamento, curato dallo stesso Riva, comprendeva
gli studi pubblicati sino al 1983) assumono un particolare valore
critico e conferiscono a questo saggio un ruolo di primo piano
all'interno del panorama degli studi marceliani recenti, facendone
un punto di passaggio estremamente stimolante per chi intendesse
intraprendere lo studio di questo troppo poco frequentato autore francese.