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Esistenza e dialogo.
Sulla recezione di Marcel in Italia

di Claudio Tarditi

   Nella nostra epoca il dialogo è invocato continuamente in ogni circostanza, da chiunque. La parola stessa, dialogo, sembra aver perso il proprio spessore semantico, appiattita e svuotata dall'abuso che n'è stato fatto. Che cos'è diventato il dialogo? Questo è il tema di fondo che attraversa interamente il recente scritto di Andrea Serra dal titolo Esistenza e dialogo. Gabriel Marcel e l'Italia (Ed. MarcoValerio, Torino 2005), in cui il giovane filosofo torinese espone i risultati delle sue ricerche pluriennali sulla ricezione del pensiero di Gabriel Marcel in Italia.

    Serra evidenzia come il dialogo venga spesso messo in causa per la risoluzione e la conciliazione dei conflitti e delle opposizioni, come se, in qualche modo, il dialogo fosse in grado di risolvere di per sé la crisi. Il presupposto inconsapevole di tutti i discorsi della modernità e della post-modernità è la bontà e la positività intrinseca del dialogo. Quando compare il dialogo, la crisi e il conflitto scompaiono, si appianano. In realtà questa visione edulcorata e buonista del dialogo è smentita dai fatti. Sia perché il dialogo non sempre risolve e appiana, ma piuttosto fatica a cominciare e talvolta muore prima di nascere, sia soprattutto perché il dialogo è la crisi stessa, il dialogo è le sue contraddizioni. Il dialogo nasce dalla crisi e ha bisogno delle proprie contraddizioni, senza di cui non sarebbe reale ed efficace. Se non ci fosse crisi, conflitto e opposizione non ci sarebbe bisogno di dialogo. Regnerebbe una perfetta corrispondenza, un accordo unanime, una pace perpetua. La realtà è un'altra. Il dialogo stesso in quanto proviene dalla crisi è solcato e innervato al suo interno da uno iato, da una spaccatura, da costitutive contraddizioni. Da un'ambiguità. Se c'è un pensatore per cui il dialogo mostra un'ambiguità e una contraddizione intrinseca, preservando nello stesso tempo autentiche e profonde potenzialità positive e costruttive, questo è proprio Gabriel Marcel. Secondo il neosocratismo cristiano marceliano, al centro del nostro mondo sta la tragedia dell’avere, da intendersi come una ferita ontologica inferta all’essere, dunque una opposizione e una contraddizione dolorosa. Noi viviamo in questa lacerazione e la possibilità del suicidio o del conflitto collettivo è sempre presente. Il pensiero concreto di Marcel parte e si muove all’interno della contraddizione che caratterizza la nostra epoca. In questa frattura però è contenuta anche la possibilità positiva di attingere una nuova unità, una nuova ricchezza.

   Secondo Serra - che si appoggia alle autorevoli letture critiche di Franco Riva - Gabriel Marcel è una delle voci più importanti della cultura filosofica del Novecento, anche se a causa della sua conversione al cattolicesimo e -soprattutto- di molte interpretazioni riduttive e edulcorate che sono state date del suo pensiero, è stato in parte dimenticato o trascurato rispetto ai contemporanei Sartre, Heidegger e Jaspers. Per ri-prendere e ri-visitare la sua opera sembra più efficace ed utile uno studio sulla sua ricezione piuttosto che una monografia interamente centrata sul suo pensiero che rischia di non mettere in discussione i "pregiudizi" che inevitabilmente sono entrati nell'immaginario comune attraverso la storia delle interpretazioni. Il nome di Marcel infatti suscita ancor oggi resistenze e diffidenze. La sua opera sembra far riferimento ad una difesa datata e retrograda delle verità cristiane. Di lui si parla come del "filosofo della fede e della speranza" e scorrendo la letteratura critica francese, italiana, tedesca e spagnola, ci si accorge come siano pochi i titoli che si discostino da questi stereotipi. Marcel effettivamente si è convertito al cattolicesimo in età matura e ha descritto la propria esperienza di fede nei propri scritti, ma non ha mai voluto fare dell'apologetica e si è sempre rifiutato di trincerarsi dietro etichette, tanto meno religiose. Marcel è piuttosto il filosofo dell’inquieto e del tragico (come ha più volte affermato), che ha scandagliato le incertezze e gli abissi del nostro tempo, mettendone in luce anche le dimensioni positive e le possibilità di costruzione. Innanzi tutto è stato un pensatore socratico, continuamente attento al pericolo di un’astrazione vuota e inutile che può far perdere al concetto il contatto con la realtà. La filosofia di Marcel è un pensare per immagini, figure e metafore e il concetto è una estensione di queste che non può dichiararsi autonomo e autoreferenziale e dunque non può vantare una perfetta autotrasparenza e un'evidenza e precisione scientifica. Si tratta di un'altra razionalità, che in rapporto alla ragione monologica dell'Io moderno non si può neppure più chiamare razionalità. È una ragione umile, che sa di non poter circoscrivere l’oggetto della propria indagine in quanto l'oggetto è al tempo stesso la propria origine e dunque lo comprende infinitamente. Si svolge così un sottile e difficile gioco di specchi, in cui al centro non è la luce rischiarante dell'Io penso, ma l'ombra, che per Marcel è la sensazione opaca e densa che deriva dall'io sono il mio corpo (sempre legato anche all'oggettivabilità dell'io ho un corpo). Da questo fondo oscuro proviene la possibilità della disperazione, del suicidio, del nichilismo del nostro tempo, ma anche del recupero di una apertura agli altri e alla trascendenza.

  La filosofia di Marcel deve essere liberata dagli schemi riduttivi in cui è stata costretta. Anche perché se si pensa al giudizio che Ricoeur, Lévinas e Pareyson hanno dato di questo pensatore, non si può passare sotto silenzio la sua importanza. In Italia si è diffusa con particolare vigore l’immagine di un Marcel amabile e ingenuo predicatore della speranza e della fede, che di conseguenza nulla ha da dire alla filosofia e alla cultura contemporanea. Uno studio che voglia ritornare alla sua riflessione dialogica deve prendere la strada a ritroso della storia delle interpretazioni, perché solo attraversando e mostrando l'infondatezza di queste immagini (dunque in qualche modo dialogando con esse e mettendole alla prova in un colloquio con Marcel) è possibile lasciar emergere la voce stessa di Marcel. In Italia il pensiero marceliano iniziò a penetrare negli anni Quaranta. Da allora fino ad oggi un dato è rimasto costante: la ricezione italiana di Marcel è stata ed è in buona parte indiretta e implicita e si è servita più di canali sotterranei e di "vie alternative" che di aperture interpretative a largo raggio e approcci storiografici espliciti e diretti. Anche se per certi versi il suo influsso è evidente nell’area cosiddetta "cristiana" della filosofia italiana, più in generale si riscontra un certo discredito e un diffuso disinteresse verso di essa: la letteratura su Marcel è sì di una certa ampiezza, ma è composta per lo più da interventi occasionali e da presentazioni del suo pensiero a volte fin troppo "panoramiche"; pochissimi sono gli studi monografici su determinati aspetti e ambiti della ricerca marceliana, e non si trova alcuna traccia di convegni, volumi collettanei o iniziative editoriali dedicate a un suo rilancio e recupero. In altre parole la filosofia marceliana non ha rappresentato mai per la cultura italiana una "moda", e non si è mai assistito a una particolare attenzione critica e teoretica nei suoi confronti. Quello che colpisce è che, nonostante ciò, la riflessione di Gabriel Marcel ha influito profondamente sulla filosofia italiana, mettendo in moto il pensiero dialogico.

   A partire dagli anni Cinquanta, e più ancora dai Sessanta, si ebbe un certo fiorire di edizioni critiche e traduzioni più aggiornate e, insieme, di interpretazioni più attente al dettato e allo spirito originario della filosofia marceliana. Ma a tutt'oggi l'opera di riappropriazione e di rilettura di Marcel, e in fondo di "liberazione" da quell'immagine metafisico-classica, non si può considerare conclusa ed è forse proprio ora, alla luce delle più recenti letture fenomenologiche e ai risultati di rilievo raggiunti dalle grandi interpretazioni esistenzialistiche di Luigi Pareyson e Pietro Prini, che è finalmente possibile procedere a una decisa riscoperta della profonda e persistente attualità di Marcel. Non si può a questo proposito che concordare con il giudizio di Giuseppe Riconda, che vede in Gabriel Marcel «un filosofo oggi un po' dimenticato, ma uno dei pochi del nostro passato prossimo a mio parere veramente perseguibile». Le interpretazioni esistenzialistiche e fenomenologiche sembrano aver offerto i risultati più interessanti, e le loro acquisizioni sono riassumibili -da una parte- con il guadagno e la sottolineatura del metodo fenomenologico marceliano, che passa attraverso il confronto con Husserl, da cui Marcel prende le distanze condividendo però l’esigenza di un'autonomia del discorso filosofico rispetto a quello psicologico e un'attenzione particolare per i temi dell’intersoggettività; dall’altra si profila l'accostamento con Schelling, in riferimento al tema dell'estasi della ragione, che permette di evidenziare gli aspetti più squisitamente dialettici della filosofia marceliana (dialettici non nel senso hegeliano, bensì schellinghiano) e insieme di mostrare come in Marcel sia in atto una riformulazione della nozione di soggettività e del concetto di ragione non più oggettivante e analitica ma ermeneutica e dialogica. Con questo preciso intento l'autore ha ripercorso il sessantennio di letteratura critica italiana su Marcel, dedicando una particolare attenzione a quelle interpretazioni veramente capaci di proporre una sua rilettura e riscoperta. In questo senso tanto le interviste a Giuseppe Riconda e Franco Riva con cui Serra conclude il suo studio quanto l'accurato aggiornamento bibliografico dal 1984 ad oggi (l'ultimo aggiornamento, curato dallo stesso Riva, comprendeva gli studi pubblicati sino al 1983) assumono un particolare valore critico e conferiscono a questo saggio un ruolo di primo piano all'interno del panorama degli studi marceliani recenti, facendone un punto di passaggio estremamente stimolante per chi intendesse intraprendere lo studio di questo troppo poco frequentato autore francese.
Consultabile online sul Giornale di filosofia della religione (www.aifr.it)
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